Power Pop e dintorni.

venerdì 28 marzo 2008

Disco del Giorno 28-03-08: The Goldbergs - Under The Radar (2008; Kool Kat Musik)

The Goldbergs è lo pseudonimo che il cantante - chitarrista - compositore Andy Goldberg si è scelto per titolare la propria carriera solista, dopo la (provvisoria?) fine del suo gruppo degli anni 90, i fenomenali Sun Kings (imperdibile il loro album Stupid Grin del 1999). Con il nome Goldbergs, in ogni caso, Andy ha esordito nel 2006 con il clamoroso album Hook, Lines And Sinkers, indiscutibilmente uno dei migliori dischi power pop di quell'anno. E meno di due anni dopo, ecco che vediamo piombare nella redazione di Under The Tangerine Tree il secondogenito Under The Radar!

Quando gli esordi sono sontuosi, c'è sempre la paura di rimanere delusi dai secondi dischi che, la storia insegna, sono sempre i più difficili da gestire per gli artisti. Ma nemmeno sto a dirvi che questo secondo figlio di Andy Goldberg (che nel registrare il disco si è avvalso della collaborazione di vari musicisti dell'area di New York) è tranquillamente sugli stessi livelli del precedente e anzi nel complesso risulta addirittura più solido. Certo, di primo acchito si potrebbe pensare che manchino le hit istantanee alla It Girl o alla True Believer che in Hooks, Lines & Sinkers erano immediatamente visibili, mentre qui è la qualità media a saltare all'occhio. Attenzione, però: è vero che serviranno tre - quattro ascolti, ma ad un certo punto inizieranno a manifestarsi anche in Under The Radar i potenziali singoloni...

Come Feel The Sun (aridajje...), classico powerpop mozzafiato che coniuga in tre minuti scarsi i riff dei Rubinoos con le potenti melodie alla Michael Carpenter. O come Better Times, che ad oggi è il mio brano preferito del disco, un grande pezzo merseybeat alla Searchers o, se volete riferimenti più recenti, alla Model Rockets periodo Tell The Kids The Cops Are Here. Altre highlights sono il lentone spezzacuori In Her Eyes; la grandiosa "sparata" powerpop I'm A Hero (Waiting To Happen), che ricorda le produzioni più tirate di Walter Clevanger e forse di Adam Schmitt; l'iniziale Please Won't You Please, con un sound molto vicino a quello dei Red Button (il cui She's About To Cross My Mind si è piazzato al decimo posto nella mia top 100 dello scorso anno) e la coppia di brani Harrisoniani composta da Missing You e dalla finale A Hand To Hold, gran bel brano acustico infiocchettato da un grazioso ukulele.

Nell'ultimo articolo, si consigliavano gli Squires Of The Subterrain ai fans dei Beatles presi tra Help e Sgt.Peppers. Andy Goldberg, in una recente intervista, ha dichiarato di essere andato fuori di testa per la musica a 5 anni, dopo aver ascoltato per un numero imprecisato di volte la copia di Meet The Beatles appartenente ai suoi genitori e che quella influenza non l'ha mai abbandonato. Per cui ci siamo capiti, no? Sotto a chi tocca. Under The Radar è fino ad ora uno dei migliori dischi del 2008 e credo che lo sarà anche alla fine dell'anno.

martedì 25 marzo 2008

Disco del Giorno 25-03-08: Squires Of The Subterrain - Feel The Sun (2008; Rocket Racket)

Devo ammettere di essere un fan sfegatato di Christopher Earl Zajkowski, ovvero la mente e il braccio degli Squires Of The Subterrain, sin da quando mi capitò di sentire per caso la delirante e magnifica gemma psych-pop He's A Good Man, tratta dall'album Lemon Malarkey uscito ormai tre anni fa. Da allora ho cercato di reperire l'intera discografia e devo ammettere che mai mi hanno deluso, anzi sono diventati uno dei miei gruppi pop-psichedelici contemporanei preferiti.

Christopher Earl, nato Zajkowski da origini inequivocabilmente Polacche, è il genio ribelle dietro agli Squires, che poi sono composti da lui e...basta. Batterista eccentrico già dal 1979, quando con alcuni compagni di liceo si dilettava con gli Essentials, Cristopher è stato nel corso degli anni ottanta e novanta uno dei più ubiqui polistrumentisti di Rochester, nello stato di New York. Tra un progetto garage ed uno dance-rock, il Nostro sfogava la sua passione per le più strambe innovazioni musicali della seconda metà degli anni Sessanta nella sua cantina (o, come dice lui stesso, nei suoi sotterranei, da qui il nome The Squires Of the Subterrain), incidendo su scassati quattro e otto piste le sue strampalate intuizioni, che diventano nel corso della prima metà degli anni Novanta una serie di album in cd-r ovviamente autoprodotti e in tirature limitatissime. Che non erano niente male, però. Tanto che Zajkowski, sempre per la propria etichetta Rocket Racket tenta di farli conoscere un pò meglio agli appassionati pubblicando un cd vero e proprio, dove egli stesso raccoglie il meglio di quegli anni, chiamato Pop In A Cd. E' in quel momento (era il 1998), che incomincia a raccogliere qualche apprezzamento da critica, pubblico e - soprattutto - da Pete Miller. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Pete Miller è passato alla storia con il nome di Big Boy Pete, eccentrico e leggendario eroe del pop psichedelico Inglese negli anni ruggenti. Big Boy si innamora dello schizofrenico songwriting di Zajkowski e da quel momento i due iniziano a collaborare, lasciando ai posteri lavori come Big Boy Pete Treats, album in cui Cristopher Earl "coverizza" e/o ri-arrangia alcune demo del "maestro" e Rock It Racket (uscito l'anno scorso), dove i due si dividano l'album a metà suonando sei pezzi a testa. Anche quando gli Squires pubblicano dischi propri, è Pete Miller a produrli. Oltre alla "compilation" Pop in a CD e ai dischi con Big Boy Pete, negli ultimi cinque anni gli Squires Of The Subterrain hanno pubblicato altri due megnifici dischi: Strawberries On Sunday nel 2003, dove Zajkowski esterna il grande amore per i fab four del periodo Help/Rubber Soul e Lemon Malarkey, tuttora il mio preferito, nel 2005, un pò più spostato sulle coordinate dello psych-pop Britannico del 1967.

Con questo Feel the Sun gli Squires Of The Subterrain si spostano di qualche mese ancora verso la fine del decennio d'oro. Qui siamo in piena influenza Sgt.Peppers e lo si capisce sin dall'iniziale title track, dove la struttura è palesemente "A Day in The Life", con l'intro soft e vagamente psichedelico, uno stacchetto rock'n'roll e un altro - tanto per gradire - ruvido e scomposto alla Neutral Milk Hotel/ Olivia Tremor Control per sei minuti di follia compositiva. Alexander Mannequin è un sostanziale sequel di I Am The Walrus riuscito molto bene, mentre On The Lawns, Sweater e Evil Head sono tre riusciti esempi di perfetto piano - pop sessantista "in battere" alla Benefit Of Mr.Kite, così come Opholstery, che in più è introdotta da un deviato theremin. Concerning Helen White è una stoccata di primordiale power pop, se si possono intendere powerpop i pezzi più spediti di Zombies e Kaleidoscope uk. Altri brani meritevoli di segnalazione sono Her Story, dove sono ancora le influenze "Odissey and Oracle" a fare capolino, lo squassante psych'n'roll di Terrified e la ballata Bed Of Roses, dove Zajkowski dimostra di saper scrivere anche dei pezzi canonici senza risultare scontato e, conoscendo il personaggio, ci mancherebbe altro.

Io degli Squires sono un fan e per questo non vorrei risultare di parte. Ma se adorate come me i Beatles presi tra il 65 ed il 68...beh diciamo dei Beatles un pò più folli, gli Squires Of The Subterrain non vi deluderanno, questo è poco ma è sicuro.

venerdì 21 marzo 2008

Disco del Giorno 21-03-08: The Rollo Treadway - The Rollo Treadway (2008; autoprodotto)

A volte capita di ascoltare un disco talmente meraviglioso da innamorarsene subito e non essere più in grado di mollarlo. A me è capitato ascoltando questo omonimo debutto del quintetto di Brooklyn chiamato The Rollo Treadway. Il nome deriva dal personaggio interpretato da Buster Keaton nel film muto "Il Navigatore" del 1924, ed è uno dei rarissimi casi di concept album moderno riuscito veramente con i fiocchi. Sono infatti lontani anni luce i tempi in cui se si sentiva parlare di album "monotematico" si andava abbastanza sul sicuro, ma i tempi di SF Sorrow sono andati per sempre ed i concept delle ultime due decadi e mezzo sono stati per la maggior parte un'accozzaglia di canzoni noiose e boriosette. Del resto sono progetti ambiziosi che possono "rendere" solo se dietro c'è una grande ispirazione. E poi l'argomento, il filo logico, deve avere un senso. I Rollo Treadway ne hanno scelto uno piuttosto inusuale. Non capita tutti i giorni, infatti, di ascoltare un disco che per la maggior parte del tempo parla di due bambini rapiti, partendo da vari punti di vista: quello dei bimbi stessi in Kidnapped e quello dei rapitori che scrivono ai genitori la richiesta di riscatto in Dear Mr.Doe. E' tutto molto originale ed intelligente, in questo disco. Dall'argomento trattato alla confezione in cartone con un sistema di chiusura che mi ha lasciato interdetto per dieci minuti buoni. Dall'assenza totale di informazioni all'interno del disco, dove i titoli delle tredici canzoni sono nascostissimi, alla grafica caotica e allo stesso tempo minimale e irresistibile.

Poi c'è la parte più strettamente riguardante la musica, che fa tutta la differenza del mondo. I Rollo Treadway (David Sandholm, Tyler Wenzel, Jorg Kruckel, Nick Hundley e Blake Flaming) suonano un sunshine pop di classe impagabile, leggero e soave che contrasta nettamente con le liriche molto scure che lo accompagnano. I fans dei Byrds, certamente, ma soprattutto di Association, Turtles e Millenium non potranno non togliersi il cappello, davanti ad un disco che sembra veramente essere stato prodotto nel 1965. Per dirla tutta, a parer mio solo i Wondermints, tra i gruppi relativamente recenti, hanno raggiunto certi livelli compositivi e stilistici interpretando un genere difficilissimo da proporre oggi.

Invece i pezzi sono uno più bello dell'altro. I parametri, come dicevamo, legano il disco alle migliori produzioni soft-pop degli anni sessanta. L'album, comunque, riesce a mantenere un elevatissimo tasso di originalità e le invenzioni melodiche sono disseminate in ogni dove. La prima traccia, che introduce il discorso e che dunque non può che chiamarsi Kidnapped, è una geniale apertura che ricorda i Beatles di Ticket To Ride assemblati ai migliori Byrds. Le influenze soft pop classico, alla Association e Left Banke, la fanno da padrone in brani come Rua Gararu 188, nella magnifica Dear Mr.Doe e in The Children Of Table 34, mentre il sunshine pop puro, quello più vicino ai maestri Curt Boettcher e Sandy Salisbury, è stato mandato a memoria e riprodotto con stile ineccepibile in alcuni tra i brani migliori dell'album come You Laugh I Cry e All Heads Turn. Coast's Clear, altro picco creativo di un album privo di cadute di tono, muove sulle stesse coordinate aggiungendo un tocco alla Hollies periodo Butterfly (ricordate Pegasus?).Oltretutto, i cinque di Brooklyn dimostrano una suprema maestria anche quando si tratta di virare su percorsi appena psichedelici. Così Friday's Child e Charlie sono esaltanti fraseggi psych-pop come potevano essere psych-pop gli Zombies, per dire.

Non c'è molto altro da aggiungere. I Rollo Treadway sono una delle più clamorose scoperte degli ultimi sei mesi, hanno scritto un disco che contenderà fino alla fine un posto nella 2008 top 10 e lo hanno confezionato alla grande. Anche l'occhio vuole la sua parte, del resto, e se avete conservato un minimo di quel gusto di possedere il feticcio, tipico dei malati collezionisti di musica, Rollo Treadway è il classico disco che non ci si può limitare a scaricare da internet...

sabato 15 marzo 2008

Italiani Brava Gente...Il nuovo powerpop del Belpaese

E' con immenso piacere che, per la prima volta su questo giovane blog, parlo di artisti miei connazionali. E non di un gruppo solo, ma di quattro!!! Il nostro bellissimo Paese non è stato mai terra di powerpop bands, né tantomeno di un'audience appropriata o, in definitiva, di una qualsivoglia forma di "scena". Eppure negli ultimi tempi, con mia somma sorpresa, stanno spuntando qua e là progetti meritevoli di massima considerazione.

Partiamo da Milano, dove da qualche anno, ormai, agiscono i Radio Days. Il quartetto composto da Dario Persi (chitarra e voce solista), Francesco Orsi (chitarra), Mattia Baretta (basso e cori) e da Alessandro Redondi (batteria e cori) ha già alle spalle uno split/ep con gli Andy's Donutz uscito nel 2003 per la Kimera records e un album "intero", pubblicato nel 2006 dalla Goodwill. Mentre scrivo queste righe, la Britannica Nothing To Prove sta per licenziare il loro nuovo split in formato 7", che li vedrà dividere i solchi vinilici con i "padroni di casa" Hotlines, band di Brighton che - nei due brani presenti nel promo del suddetto disco che Dario ha avuto la gentilezza di mandarmi - mi pare paghi un tributo abbastanza ovvio a Ben Weasel e soci. Per quanto riguarda i nostri Radio Days diciamo che, a stare ad ascoltarli, fanno piuttosto strano, partendo dal presupposto che si parla di un gruppo Italiano. Fa strano sentire quattro ragazzi che, cresciuti nel guazzabuglio modaiolo/pseudoalternativo del capoluogo Lombardo, sempre più in bilico tra Hollywood e Plastic, suonano come i Real Kids. O come i Nerves. Il linguaggio che si parla, tanto per capirci, è quello schietto e sferzante del classico powerpop - quello più influenzato dal tardo punkrock anni Settanta. Tomorrow, uno dei due brani presenti sull'Ep, è un proiettile carico di grandi melodie vocali appoggiate su un tappeto di ritmiche essenziali e chitarre sferraglianti. Un pò Raspberries, un pò Real Kids, un pò Ramones. L'altro pezzo è la cover - eseguita molto bene - del classico dei Beat Rock'n'Roll Girl, una delle mie canzoni preferite in assoluto, che li fa sen'altro guadagnare punti...

Restando in zona, abbiamo trovato un autore di sicuro interesse e probabile futuro. Lui si fa chiamare Asso ma dietro al microfono diventa Miracle Man, atipico caso di "cantautore powerpop", che quando si fa accompagnare è supportato dai fantomatici Pop Prophets. Se potessi permettermelo, garantirei io per lui. Perchè ha talento da vendere e - ne sono sicuro - margini di miglioramento incalcolabili. Già i pezzi di questo Ep d'esordio, chiamato The 4th Italian, sono cinque spaccati di grande valore che presumo non siano frutto del caso, ma anzi denotino una sensibilità pop sopra la media Nazionale. Miss You, A Girl Like You, My Dreams Up The Ground, Dream Girl e Talk About You sono tutte caratterizzate da voci melodiose all'inverosimile e musiche dominate da un intelligente uso del pianoforte. Se dovessi per forza trovare la definizione ultima dello stile Miracle Man, confermando comunque il retaggio Beatles-Costello che egli stesso dichiara, parlerei di classico piano-pop sulla scia della grande tradizione portata avanti da Ben Folds (quello solista), Rufus Wainwright, Owsley e da autori meno conosciuti come Mitch Linker e Johan Bergqvist. Per suonare cose simili senza risultare mollicci ci vogliono grande stile ed un pizzico di energia. Asso le possiede entrambe e se continua su questa strada ne sentiremo delle belle.

Spostandoci verso sud, nei pressi di Firenze troviamo un altro ottimo gruppo chiamato The Vickers. Il quartetto Toscano è formato da Andrea Mastropietro, Federico Sereni, Francesco Marchi e Marco Biagiotti ed è dedito ad un tipo di sound che fa trasparire una passione innata per il brit-pop degli ultimi quarant'anni. Nel senso che le linee vocali sono palesemente ispirate ai sixties Inglesi, mentre quelle "sonore" sono decisamente più "moderniste" e con i piedi ben piantati nell'indie pop attuale. Inglese, in particolare, ma non solo. La serenità è la loro arma di forza, la brillantezza compositiva è l'indispensabile sostanza che rende i quattro brani presentati in questo Ep autoprodotto - il bellissimo "lento" Silence soprattutto - decisamente freschi e godibili. Tra chitarre acustiche e melodie scritte con sapienza la band gigliata piacerà da matti ai fans di gruppi come Shins, Turin Brakes, Travis (ascoltare These Days per capire) e Nada Surf (forse il riferimento più evidente). Tra l'altro, i Vickers suoneranno il prossimo Maggio all'International Pop Overthrow di Liverpool, e quando David Bash sceglie un gruppo per il suo festival c'è da stare tranquilli, il marchio di qualità è garantito.

Finora abbiamo parlato di promo ed e.p., ma voglio chiudere parlando di un artista che per ora si può ascoltare solo su MySpace, che ha forse i pezzi migliori di tutti e che è alla disperata ricerca di un'etichetta che gli dia una mano a pubblicare il suo favoloso materiale. Lui si chiama Andrea Zanni, è di Modena, registra in proprio ed è il fautore di un progetto chiamato Dagos. Ora, a parte il doveroso plauso per la scelta del nome, una citazione tratta da John Fante che per me già significa molto, i quattro pezzi per ora reperibili sono eruditi e clamorosamente stilosi frammenti della miglior british invasion. She's My All è un grandioso pezzo da ballo sfrenato sospeso tra la marcetta di Beatlesiana memoria e le linee vocali dei Beach Boys; Love's But a Dream è uno dei pezzi teen-beat più belli che io abbia sentito negli ultimi due anni; Her Magical World è un lento acustico con velate tinte psichedeliche un pò Barrett e un pò Buckley, mentre Cry è la ballata della beat generation, colonna sonora perfetta di una serata triste ed alcolica. Se potete, per favore date una mano ad Andrea, uno dei migliori songwriters Italiani che abbia avuto l'onore di apprezzare negli ultimi tempi.

Chissà che, vista quest'ottima ondata di nuovi gruppi Italiani, non mi torni la voglia di pubblicare la compilation che tempo fa meditavo di realizzare. Sarebbe bello riunire su un unico cd 15-20 bands ed artisti Italiani che suonino powerpop e generi affini. Nel caso qualcuno fosse interessato, è vivamente pregato di contattarmi! Potremmo chiamare la raccolta "Italian Pop Overthrow", che dite?

martedì 11 marzo 2008

Disco del Giorno 11-03-08: The Krinkles - 3-The Mordorlorff Collection (2007; Mordorlorff Music)

Qualcuno tra voi lettori si starà chiedendo quando incomincerò ad occuparmi solo di dischi "2008", vero? Ci sarà tempo e modo, tranquilli. Nel frattempo ho in serbo per voi ancora qualche residuo dell'anno scorso che non è possibile lasciare nell'oscurità. Vero è anche, del resto, che se molti di questi dischi hanno già ottenuto molte recensioni, di loro si è parlato quasi esclusivamente in America (o in Spagna...) e, se il mio motore di ricerca funziona bene, mai nessuno ne ha scritto in Italia. Dunque, ben contento di essere una sorta di pioniere, mi rimbocco le maniche e provo a soddisfare la vostra sete di pop!

Quest'oggi, il disco che porto alla vostra attenzione è quello dei Krinkles, band proveniente da Chicago dedita ad un perverso, energetico ed assolutamente entusiasmante intreccio hard-pop. Il gruppo dell'Illinois, noto ai seguaci della zona come fantastica live-band, è ormai attivo da più di dieci anni, visto che il primo album di studio, Three Ringos, è datato 1996. Prima di pubblicare questo 3 - The Mordorlorff Collection, il quartetto di Chicago ha dato alle stampe anche un secondo disco, chiamato The Revenge Of The Krinkles ed uscito nel 1998. Un paio di anni più tardi, il gruppo ha registrato una collezione di brani per il programmato terzo album di studio, ma le varie vicende personali dei membri hanno fatto si che smettessero di suonare insieme e che quelle canzoni non venissero pubblicate. Non prima dello scorso anno, almeno.

The Mordorlorff Collection è un disco retrò in senso stretto, completamente fuori dal mondo. Non c'è niente di meno contemporaneo, meno modaiolo (evvai!) e meno, come si dice, "cool" di un sound che prende le melodie dei Badfinger e dei Raspberries e le impacchetta in un contenitore hard rock che in certi episodi rimanda addirittura ai Kiss. Va bene, vista la definizione potrebbe sembrare una schifezza, ma vi assicuro che ai Krinkles riesce il miracolo. Dan "The Fox" Edwards (chitarra e voce), Henry Klotkowski (pure), Jerry Overmyer (basso) e Matty Favazza (batteria e voce) sono stati capaci di far diventare alcune oggettive tamarrate prese dall'oscuro repertorio "hard" anni Settanta ed Ottanta delle gloriose canzoni pop con i controfiocchi. Prendiamo per esempio brani come l'iniziale Dirty Girl: ha un tiro di batteria pazzesco, l'assolo dopo il secondo ritornello mi ricorda veramente i Kiss ma il brano, alla fine, è powerpop. Powerpop vecchia scuola, anni Settanta, eccitato e coinvolgente, pacchiano ma geniale. Il paragone con un altro grande, grandissimo gruppo di Chicago di quel periodo è d'obbligo. Come con chi? Con i Cheap Trick, ovvio no?! Sulla stessa falsariga si muovono anche brani come Stay With Me, sempre con quei tocchi un pò glam ma appena più spostata verso il classico powerpop anni Ottanta alla Records, oppure Best Friend, uno dei migliori brani del disco, che in più aggiunge un ritornello cantato con un falsetto sexy da far perdere la testa. Altre canzoni da citare sono senza dubbio Gimme Gimme e Sweet On You, dove le svisate glam lasciano spazio al puro powerpop anni Settanta alla Raspberries e I Want You, che le riviste specializzate definirebbero "classic rock" e che io, rischiando di buttare cattiva luce su un brano che adoro definirei "Bryan Adams in flip powerpop". Tutti i brani citati, e forse qualche altro, potrebbero essere dei grandi singoli, e ciò non è un pregio da poco. L'unico difettuccio è che tra le sedici canzoni c'è qualche momento "no", soprattutto nei lenti come Blinded By Love e Closer To Here Than There, dove i Krinkles non riescono ad esprimere il loro potenziale esplosivo, ma sono episodi isolati e dopotutto con i moderni cd players ci vuole un attimo a mandare avanti il pezzo, non è vero? Il disco, oltre ai dodici brani inediti, è completato dalle versioni demo di vecchi pezzi come So...Goodbye e Outerspace, dalla cover del brano di Rick Springfield Love Is Alright Tonight e dalla performance live di Blinded By Love.

Non capita molte volte all'anno che dischi del genere mi piacciano così tanto. Forse succede in cinque/sei occasioni. Stavolta è una di quelle. E se piace a me, buon hard-pop a tutti.

sabato 1 marzo 2008

Disco del Giorno 01-03-08: Arthur Yoria - Handshake Smiles (2007; 12Records)

Non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni. Arthur Yoria, cantautore nativo di Chicago, residente a Houston e di sangue metà Americano e metà Colombiano può confermare questa tesi in qualsiasi momento.

Chi ha detto che musicista può diventare solo chi nasce con lo strumento in mano? Yoria lo strumento, una chitarra, l'ha conosciuto mentre frequentava l'università, da grandicello, diciamo. Ha poi fondato un paio di gruppi, a me purtroppo ignoti, dagli strani nomi come Jeepneys e Lavendula, decidendo successivamente di mettersi in proprio e di fare uscire un omonimo Ep d'esordio nel 2001. L'anno successivo è già pronto il seguito, sempre un Ep, che chiama Can You Still Look Adorable. E' in quel periodo che la stampa locale si accorge dell'immenso talento di questo powerpop songwriter, e le recensioni favolose che ne conseguono spingono Arthur a pubblicare l'Ellepì d'esordio. Come spesso accade in questi casi, il problema grosso è trovare un'etichetta disponibile. Non c'è tempo da perdere, però, il ferro va battuto finchè è caldo eccetera eccetera. E Arthur, uno che non si spaventa davanti a niente, insieme all'amico fraterno Matt Maloney, fonda - con il solo scopo di autoprodurre il suo materiale - la 12Records, sotto le cui indipendenti insegne viene fatto uscire I'll Be Here Awake nel 2004. Il grande successo del disco (vabbè, grande si fa per dire, ma si parla sempre di indie pop, quindi...), i recensori sempre più stupiti, varie nominations ai concorsi indetti dai giornali del posto e il fatto che alcuni suoi brani venissero utilizzati come sigle di serie tv Americane spingono il Nostro ad insistere e a produrre nello stesso periodo un Ep di 5 pezzi cantato in Spagnolo ed intitolato Suerte Mijo ed uno di tre pezzi, di nuovo in Inglese, chiamato Something Must Be Wrong. I successivi tre anni Arthur li passa a preparare il secondo lavoro lungo, che poi è l'oggetto di questa recensione, Handshake Smiles.

Mentre i precedenti lavori del menestrello Yoria erano collezioni di infettivi brani indie pop, quest'ultimo lavoro è leggermente più calmo e introspettivo - e del resto è stato definito dallo stesso autore un "bedroom recording" - pur senza perdere granchè in termini di vitalità e brillantezza. Il disco si apre con Should Be, un quieto numero acustico che ricorda Jon Brion e, forse per la tecnica di canto utilizzata, Brett Dennen. Clean For Free pesca nei territori dell'America più profonda, e alza la pressione con un ritornello più legato al gospel che al country, mentre la traccia successiva, la title track, è un danzereccio e coinvolgente intreccio di Americana e Jangle-pop. Jimmy's Rig, per sola chitarra e cantato sottovoce dalle linee melodiche vagamente soul, sottolinea la poliedricità di questo autore, anche perchè alcuni tra i pezzi successivi come la rock'n'rolleggiante Love Song In G e soprattutto Cuttin' A Rug ci riportano al classico Yoria sound, quel frizzante indie-pop che mi aveva tanto fatto amare il precedente I'll Be Here Awake. Le due canzoni migliori del disco, almeno secondo me, sono "stranamente" posizionate entrambe nella seconda metà dell'album. Una è senz'altro Sandy, dove è ancora il classico Yoria ad emergere, con quell'inconfondibile stile a metà tra l'indie pop e la classica roots music, in un brano dal tiro formidabile guidato da sontuosi arrangiamenti di organetto ed armonica a bocca. L'altro è I Told You Not To Write Again, forse la vetta di questo Handshake Smiles, un brano powerpop dove l'uso delle chitarre potrebbe addirittura piacere al Graham Coxon solista, rifinito da un favoloso banjo che ne caratterizza la seconda parte.

Quando Bill Forsyth di Minus Zero, a Londra, mi fece scoprire Arthur Yoria, mi servirono 30 secondi d'ascolto per innamorarmi di I'll Be Here Awake. Questa volta sono dovuto arrivare al terzo brano, ma solo perchè la luce è leggermente più soffusa ed il disimpegno intelligente, marchio di fabbrica dell'autore di Houston, è leggermente più "impegnativo". Sia come sia, Handshake Smiles è un altro grande parto di uno dei migliori cantautori degli ultimi quattro-cinque anni.