Power Pop e dintorni.

mercoledì 30 luglio 2008

e.p. del Giorno 30-07-08: Radio Days - Midnight Cemetery Rendezvous (2008; Insubordination Records)

Nonostante la perdurante assenza di una qualsiasi, ancorchè prodromica forma di "scena", devo ammettere che in Italia inizia ad esserci un buon numero di validissimi gruppi più o meno legati al power pop. Negli ultimi mesi, su questo blog, abbiamo parlato di ottime bands ed artisti autoctoni quali Dagos, Vickers, Miracle Man e Philomankind. E abbiamo già scritto anche dei milanesi Radio Days, oggetto di questa recensione.

Il quartetto, formato da Dario Persi (voce e chitarra), Omar Assadi (chitarra e cori), Mattia Baretta (basso) e Francesco Orsi (batteria) è giunto alla terza produzione "ufficiale", dopo l'omonimo esordio del 2006 e lo split e.p. diviso con i britannici Hotlines uscito all'inizio del corrente anno, e bisogna dire che i sei brani che compongono questo nuovo extended play chiamato Midnight Cemetery Rendezvous rappresentano un gigantesco passo in avanti rispetto alle precedenti sortite discografiche. Le canzoni, che poi sono la cosa più importante, stanno costantemente allontanandosi dall'estetica punk rock (metà dei Radio Days suona infatti anche nei Retarded, noto gruppo Ramones-oriented Italiano) pur mantenendo la naturale energia tipica del genere di provenienza, ma i brani ora muovono verso strade diverse, dove la melodia inizia ad occupare il centro della scena in modo indiscutibile.

Sei pezzi, dunque. Sei brani solidi e convinti senza anelli deboli, dove si intravede una certa confidenza con la materia e dove alcune melodie influenzate dai sixties si fanno strada in spaccati power-pop-punk dal grande tiro e dalla presa rapida, che in almeno un paio di situazioni diventano memorabili. Altro fatto positivo, come già notavo recensendo il loro split con gli Hotlines, fa abbastanza strano (e piacere) vedere dei giovani meneghini che - anni luce lontani dalla scena indie tanto in voga nella capitale della moda - suonano con l'attitudine dei Real Kids. E brani come l'iniziale Brand New Life e Tomorrow sono riuscite dimostrazioni di classico powerpop sospeso tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80, energetico, screziato dalle scorie del punk, ma dal grande impatto melodico tra Beat, Vapors e i Ramones più bubblegum. Canzoni come Waiting For You e She's Driving Me Crazy sono perfetti esempi di powerpop melodico e dall'eccezionale tiro, che ricordano i gruppi delle compilation Teenline e certe recenti (e grandiose) produzioni Australiane di gruppi alla P76. Poi c'è Don't Keep Me Waiting, che a mio personale parere rappresenta la vetta di questo dischetto, ed è qui dove le armonie vocali dei sixties ed alcuni accenni di chitarra "pulita" si fanno strada in un ritornello dalla struttura melodica davvero pregevole.

A completare il quadro, la riuscita cover di Rock'n'Roll Girl dei Beat di Paul Collins, vero eroe e somma influenza per i Radio Days. Sarà pertanto favoloso, per loro, aprire le tre date Italiane della leggenda del powerpop mondiale previste ad Ottobre e precisamente il 17 a Ravenna, il 18 a Fidenza e il 19 a La Spezia. Tre ottime occasioni per rendere omaggio alla storia e contemporaneamente vedere all'opera uno dei migliori gruppi Italiani del momento. Non mancateli.

giovedì 24 luglio 2008

Disco del Giorno 24-07-08: Adrian Whitehead - One Small Stepping Man (2008; Popboomerang)

Circa un mese fa, su Absolute Powerpop (uno dei migliori powerpop blogs al mondo), Steve Ferra eleggeva One Small Stepping Man, il disco d'esordio di Adrian Whitehead, miglior disco dell'anno. E alla fine del 2008 mancavano ancora sei mesi! Ora, non so assolutamente dirvi quale sarà il mio disco preferito a Natale, ma quello che stiamo per trattare è un album tremendamente bello, che un posto nella top ten se lo guadagnerà di sicuro. Adrian Whitehead da Melbourne, Australia, è dunque al primo disco da solista, dopo aver operato nella scena pop e powerpop del proprio paese soprattutto nelle vesti di sideman, essendo stato pianista per artisti quali Badloves, Sophie Koh e Even. E One Small Stepping Man è appunto un disco caratterizzato da favoloso piano pop, guidato da una voce angelica molto simile sia a quella del capostipite John Lennon (giusto un pò meno nasale) che a quelle dei discendenti Sean e Julian.

L'album inizia con Catlin's 60's Pop Song, un titolo quanto mai appropriato per una serie di canzoni devote alle armonie dei migliori songwriters anni sessanta e settanta, e bastano un paio di ascolti per capire che il Nostro sa maneggiare la materia come pochi altri artisti similari contemporanei. Il pezzo, dove i geniali arrangiamenti di pianoforte fungono da manifesto per l'intero lavoro, introduce altri nove brani senza pecche, sapientemente cantati, melodiosi ma mai stucchevoli anche quando capita che si protraggano oltre la canonica durata delle classiche canzoni "popolari". Saving Caroline è appunto un numero che tocca i sei minuti e riesce a non farli pesare, grazie ad una magnifica strofa acustica vagamente trippy che riporta ai tardi Beatles e ad un ritornello riproposto all'infinito che non si smetterebbe mai di ascoltare. Julia, uno dei pezzi migliori dell'album, è di simile impatto umorale ed artistico, ma Adrian sa farsi valere alla grande anche quando immette qualche briciola di chitarra e azzarda maestosi brani powerpop come Radio One (correte ad ascoltare il ritornello, vi sfido a smettere) e Ways Of Man, un pò più docile ma allo stesso modo folgorante.

You Are The Sun, un'altra strepitosa ballata pianistica, mi ricorda molto - anche per lo stile di canto - il grande Sean Lennon di Friendly Fire, mentre Spector's Dead rinfresca la memoria ai fanatici del miglior sunshine pop, ed è un brano che raccomando a chi avesse apprezzato Follow The Summer di Dave Dill, recensito su questo blog lo scorso mese di Maggio. Whitehead è in grado di abbassare i toni all'inverosimile senza perdere un'oncia di efficacia anche nel "chamber pop"di Elle (ecco, forse un pelo lunga, questo si), ma subito dopo riprende da dove aveva lasciato con Better Man, che fa emergere una sorta di McCartney in pieno trip powerpop da perdere la testa. Infine, Nothing's Changed, particolare spaccato acustico sorretto da intonatissimi jambe che mi ricorda, sia per le stupende invenzioni strumentali che per la fragile voce utilizzata, Robert Harrison versione Future Clouds And Radar.

Non so che altro aggiungere. Ho i miei gusti, le mie passioni, i miei vizi. Tutti opinabili, per carità, ma quando ritengo che un disco sia un potenziale top ten, tutto ciò che posso fare è invitarvi ad ascoltare i pezzi su MySpace o Cd Baby, perlomeno.

mercoledì 9 luglio 2008

Disco del Giorno 09-07-08: Alphaspin - Through The Solar Waves (2006; Autoprodotto)

Chi ha detto che la legge del nuovo pop d'oltremanica dev'essere dettata da orde di gruppi modaioli, fichetti e mediocri come Kooks, Franz Ferdinand, Killers e autori di altra robaccia simile? Esistono ancora artisti che hanno qualche cosa da dire, per Dio! Gli Alphaspin, da Londra, appartengono a questa categoria, che seguendo le bizzarre teorie dei giornali mainstream sarebbe in via di estinzione. Una band che suona perlopiù piano-pop e ciò nonostante riesce a non assomigliare ai tetri Coldplay. Fantstico! L'album si chiama Through The Solar Waves e non è nuovissimo (uscito nel 2006, scoperto ora), è stato autofinanziato e conta undici gemme di pop music britannica da perdere la testa. Oltretutto, il disco è stato prodotto nientemeno che da Ian Grimble (al lavoro anche con Manic Street Preachers e Travis) e registrato - per quanto riguarda le parti di piano ed organo Rhodes - in Galles, dove (si narra) il leader Ashton Mayne ha suonato lo stesso Bsendorfer che Mercury utilizzò per incidere Bohemian Rhapsody. I presagi.

Through The Solar Waves è un piccolo capolavoro di piano-pop che mette sotto il 90% della discografia dei Keane, che non disdegna (anzi) pesanti richiami a tutto quanto è stato, nel corso degli anni, catalogato come britpop ma ne azzera i contenuti pomposi ed opera per tutta la sua durata con una freschezza ed una vivacità davvero invidiabili.

L'apertura è affidata a Masterplan, ma non fatevi fuorviare dall'omonimia con il noto brano dei fratelli Gallagher. Trattasi di tutt'altro. Popular music di stampo pianistico avvezza a ricordare il miglior Ben Folds solista, quello di Rockin The Suburbs, ma anche (perchè no?) il primo e grandissimo Elton John. E sulla medesima lunghezza d'onda si muovono le prelibate Yesterday's News e 50-1 Outsider. Only You For Me, una delle perle più preziose del disco, mette in scena le influenze derivate da un'altra band che gli Alphaspin hanno sempre adorato: i Crowded House. Basteranno pochi secondi per rendervi conto di quanto i quattro londinesi riescano ad avvicinarsi ai raffinatissimi fraseggi melodici del leggendario combo Neozelandese. I brani eccezionali partono in rapida successione, ed allora ecco un'altra gemma chiamata Sunday Drivers che potrebbe benissimo essere il "singolone" dell'album. Il brano, scritto dall'autore amico del gruppo Ru Pope, è un inverosimimile concentrato di REM degli esordi e rock melodico marchiato a fuoco dai Counting Crows più upbeat. Un brano eccezionale.

La dimestichezza con cui gli Alphaspin si muovono nei meandri della musica "popolare" è pazzesca. Colonel Joe possiede un lounge feeling assolutamente accattivante e Sanity Protector, di scorza più dura, rimanda a certe produzioni melodiche ma macchiate da un certo caos di bands alla Idlewild. Fino a che, ad un certo punto, compaiono i Beatles. Come valutare altrimenti l'inizio di Caterpillar Clouds? Beatlesiano, ovviamente, per un brano che poi incede acustico e memorabile tra istanze fab four e revisionismi di stampo Travis. Un altro grande spaccato di varietà è Wasted Time, dove convergono gli eroi Crowded House e i Counting Crows (di nuovo loro), un pizzico di Oasis da ballata e perfino una spruzzata di soul. E di nuovo i fratelli Tim e Neil, vere e proprie istituzioni da queste parti, riemergono prepotentemente nella chiusura, affidata a Cooped, dove un Tim Finn in trip filo-etnico chiude il cerchio senza che nel mazzo vi sia una sola carta sbagliata.

Ripeto, il disco di certo non è recentissimo ma è fantastico. E se siete stanchi delle nuove, stantie sensazioni che ogni mese il NME vi propina senza pietà, gli Alphaspin sono una bella boccata d'aria fresca.

giovedì 3 luglio 2008

E.P. del Giorno 03-07-08: Daniel Ahearn - Pray For Me By Name (2008; Riparian Records)

Pray For Me By Name, e.p. d'esordio di Daniel Ahearn, è in qualche modo il frutto di una brutta vicenda capitata all'autore lo scorso anno. Infatti, in circostanze ignote, a Daniel è stato rubato l'intero equipaggiamento elettronico, boom box, tastiere, eccetera. Così, forse per ribellione alla malasorte, forse per necessità, ha deciso di scrivere solo canzoni che grossomodo si potessero accompagnare con un set (quasi) rigorosamente acustico. Che nel dramma si stesse nascondendo un colpo di fortuna?

Daniel Ahearn è stato membro fondatore della band Losangelina Ill Lit, gruppo che amava utilizzare sonorità di matrice folk per poi virarle in chiave elettronica, ma se vi aspettate di ascoltare qualcosa di simile in questo dischetto c'è il rischio che possiate rimanere delusi. Infatti, Pray For Me By Name è sempre ricco di riferimenti alla musica folk, cantautorale e americana, ma in questi episodi il sound è nudo, scarno ed essenziale, e gli esperimenti sono rimandati ad altre occasioni. Richiesto di specificare le proprie influenze, Daniel ha indicato come padri putativi Townes Van Zandt, Kris Kristofferson e John Prine ma, ancora una volta, chi dovesse aspettarsi un'aderenza stilistica al modello classico brevettato dai maestri del country Texano non credo rimarrebbe del tutto soddisfatto. Il disco è indubbiamente debitore del roots sound a stelle e strisce, ma ne pratica il lato più soft, acustico e - perchè no? - pop.

A dire la verità, ancora qualcosa di elettronico è rimasto, e allora qualcuno deve aver prestato a Daniel il rumoroso ma melodico sintetizzatore che guida nell'apertura Down For The Count, un brano folk suonato con la sensibilità pop di un Pete Yorn (per dirne una) e impreziosito da un sublime violino. E sinuosi archi restano prepotentemente al centro della scena nella meravigliosa Nowadays, un pezzo di puro alternative country che farebbe impazzire Ryan Adams, se solo avesse tempo di ascoltarlo. Per me, una delle canzoni dell'anno. In Jesus Saves, intimista e ovviamente confessionale, Daniel è solo con la sua chitarra acustica e un'occasionale e soffusa tastiera (in prestito anche questa?), in un emozionante frammento che esalta la sua limpida e fragile voce.

I cinque brani del disco sono caratterizzati da liriche che trattano temi semplici e micro-disperazioni quotidiane, ma sottotraccia si intuisce il credo nell'amore che vince su tutti i problemi di un mondo da cui si vorrebbe fuggire. E la musica insiste sulle coordinate di un'americana trasognata anche nelle ultime due tracce, San Vicente (grandioso il ritornello armonizzato in compagnia di Angela Correa) e Whitewashing, che aumentano il coefficiente country con un azzeccato pedal steel che le caratterizza e le eleva al livello delle altre tre sublimi canzoni.

Con semplicità, classe e passione di solito si ottengono grandi risultati, e Daniel Ahearn pare abbia centrato il bersaglio grosso. Per ora, l'extended play dell'anno.

(Daniel ha anche realizzato il video di Down For The Count. Io ve lo propongo, guardatelo!)