Power Pop e dintorni.

martedì 30 dicembre 2008

Ristampa del Giorno 30-12-08: Gigantic - Gigantophonic Sounds (2008; Zip records)

Sembra che Under the Tangerine Tree sia uno dei pochissimi blog a non avere ancora pubblicato la classifica con i migliori dischi del 2008, ma devo ascoltare ancora tantissima roba e, del resto, gli album che escono a Dicembre non saranno mica da buttare, o mi sbaglio? Dunque, le varie classifiche annuali saranno pubblicate non prima della metà di Gennaio, o forse più tardi, a seconda del tempo che avrò a disposizione. Detto questo, e considerato che quello che state leggendo sarà con tutta probabilità l'ultimo post del 2008, vi auguro un fantastico 2009 e butto lì l'ultimo consiglio dell'anno.

Dopo una manciata di sensazionali ep usciti all'inizio del secolo, i fratelli Mark e Paul Di Renzo sono approdati all'album "lungo" un paio di anni fa, chiamato Gigantophonic Sounds e pubblicato dalla patria ed infallibile Popboomerang records, etichetta madre di tutto il miglior Aussie pop contemporaneo. Purtroppo, un pò per mia colpa e un pò per la fallace distribuzione, sono riuscito a mettere da poco le mani su questo gioiellino, ormai dimenticato da tutti ma fortunatamente riportato alla luce dalla Zip records di S.Francisco, che ha trovato un accordo con la band per stampare l'edizione Americana di cui stiamo parlando. Niente bonus tracks o differenze nell'artwork, ma mi è sembrato corretto parlare di ristampa dal momento che, in sostanza, non si tratta di una prima pubblicazione e tutto sommato il disco è "invecchiato" di un paio d'anni. In ogni caso tutti noi, preferibilmente in coro, dovremmo dire grazie alla favolosa label americana, per aver ristampato e, di conseguenza, riportato sui cataloghi e media specializzati un piccolo capolavoro di musica pop che molti di noi non sarebbero altrimenti riusciti ad intercettare.

I Gigantic da Perth, west-coast Australiana, da sempre fucina di enormi talenti, con Gigantophonic Sounds tirano le somme della loro carriera e ne escono con un lavoro intenso e luminoso, potente ma raffinatissimo, costruito su dodici canzoni audaci e melodiose, composte ed eseguite con classe cristallina. Un disco difficile, che non si lascia catturare immediatamente ma che invece richiede dedizione ed ascolti attenti e ripetuti, prima di entrare irrimediabilmente in circolo. I Di Renzo rilasciano un sound che lascia trasparire forti legami con la grande tradizione pop down-under, pur scrivendo in modo particolarissimo e a suo modo molto innovativo. Prendete la coppia di brani che apre il disco: Some Suburban Road ha un ritornello che ricorda davvero da vicino il classico powerpop Australiano dei primi anni 90, ma il tutto è sommerso da un etica ed un utilizzo delle chitarre tipicamente indie-rock tale da rendere il pezzo davvero singolare nel suo genere. Il "miracolo", però, arriva nella successiva Be No More, dove la potente strofa garage-pop viene incredibilmente dopata da una strana batteria indie in controtempo senza che il tutto risulti fuori contesto, e anzi il brano risulta uno degli episodi più interessanti dell'intero lavoro.

Se le canzoni hanno bisogno di essere metabolizzate prima di diventare fondamentali, quello che invece lascia subito senza fiato è la produzione, lo studio maniacale dietro ogni singola nota, gli arrangiamenti precisi, intelligenti, in una parola perfetti. Del resto i Gigantic si servono di un set di collaboratori e musicisti infinito ed eccezionale proveniente dalla crema della musica pop aussie (tra gli altri, alle tastiere, compare Rodney Aravena, membro dei favolosi e misconosciuti End Of Fashion), e non si può dire che il fatto non faccia la differenza. Steam Girl è un'eterea e sfuggente pseudo ballata, ma subito dopo arriva la perla preziosa dell'album. Balloon Animals è un capolavoro assoluto, un brano che ospita la perfezione powerpop dove, attorno ad un ritornello apparentemente adeso ai canoni dello stile, si alternano la grazia e la scrittura cristallina tipica di autori come Chris Von Sneidern o Michael Penn e la potenza e la melodia in pari dosi che ai tempi spacciavano gruppi come i Merrymakers.

L'album prosegue con due pezzi leggermente più "moderni", scuri ed angolari come Mr Sound e Coaster, ed il disco non delude mai, anzi presenta ancora un paio di gemme strepitose come The Highest Comfort, per attitudine vicina alla citata Balloon Animals ma forse ancora più ancorata alla tradizione powerpop della terra natia perpetrata dai capostipiti DM3. E poi Hang On, grande stoppato, basso dritto e potente e strofa chiusa che all'improvviso esplode in un ritornello pop semplicemente grandioso.

Sono contento di chiudere l'anno parlando di un grandissimo disco come questo e permettetemi di riproporre la raccomandazione di dargli fiducia. Ascoltatelo e riascoltatelo, non fatevi ingannare dai primi ascolti, che non potranno mai rendere giustizia ad un disco di questa natura. Tra l'altro, e questo è un auspicio per l'anno nuovo, so che i Gigantic nel 2008 hanno completato un intenso tour mondiale che li ha portati negli States, in Giappone e anche in Europa. Chiaramente l'Italia non è stata toccata, ma vista la propensione dei fratelli Di Renzo a girare per il globo, chissà che qualcuno non ci aiuti a portare nel nostro paese un gruppo immenso come i Gigantic, il cui nome mai fu più appropriato per una band. Scusate, dovevo dirlo per forza. Buon anno a tutti!

sabato 27 dicembre 2008

Disco del Giorno 27-12- 08: The Brilliant Mistakes - Distant Drumming (2008; Aunt Mimi records)

Una settimana di pausa per gestire gli impegni festivi è stata purtroppo necessaria, ma per farmi perdonare vi presento un album che dovreste segnare subito sulla vostra agenda nella sezione "prossimi acquisti". Ci sono sempre stati dischi che inizialmente non degnavo di uno sguardo ma che poi, per fortuna, mi sono "cresciuti addosso" fino a diventare indispensabili. Ce ne sono altri, invece, che sono entrati subito, di prepotenza, nel mio cuore. Al Primo ascolto. Al primo accordo. Ebbene, sono felice di affermare che Distant Drumming, il terzo lp dei newyorkesi Brilliant Mistakes (grandissimo nome, tanto per cominciare. Under The Tangerine Tree invierà un regalo a sorpresa a chi indovinerà da dove è stato preso), appartiene alla seconda categoria, e sebbene debba ancora ascoltare tanti (troppi?) dischi 2008 prima di compilare la temibile top 100, sono sicurissimo che entrerà a far parte dei primi cinque posti in classifica, probabilmente molto in alto.

Chi legge da qualche tempo questo blog sa che il mio genere preferito dopo il pop è l'americana, dunque chiunque riesca a mixare con successo le due cose, tendenzialmente diventa un autore gradito da queste parti. I Brilliant Mistakes, che ci crediate oppure no, sono il miglior gruppo in questo senso dell'anno, e forse non solo di quest'anno. Ogni singolo brano, tra i dieci che compongono Distant Drumming, è roba da emozioni forti. Le voci di Alan Walker (tastiere), Erik Philbrook (basso) e Paul Mauceri (batteria) si trovano con facilità disarmante, creando lussureggianti e raffinatissime strutture armoniche a tre parti, mentre il sound, spesso posato su gloriose strutture di Fender Rhodes ed Hammond B3, per tempi e cadenze si abbevera all'inesauribile fonte della storia alt.country americana. Il risultato dell'operazione, ancorchè intuibile, è sorprendente, davvero sorprendente, per gusto e freschezza, e la suprema abilità nella scrittura del trio di Brooklyn fa il resto. Le canzoni, come diciamo sempre, sono la sola cosa importante, e quelle di Distant Drumming fanno battere il cuore come poche volte accade.

L'ottimistica scoperta del mondo visto dagli occhi di un bambino di The Day I Found My Hands apre la serie, e cattura in un'istantanea di tre minuti il suono della band, ossia un concentrato melodico di ispirazione Squeeze posato con inusuale grazia su tempi e tempistiche americane foraggiate dai tardi Jayhawks. Walker, Philbrook e Mauceri suonano principalmente per loro stessi, esclusivamente per divertirsi e si sente. I brani esprimono gioia anche quando sono tristi ed evocano emozioni impagabili quando sembrano votati al completo disimpegno. Monday Morning, dallo spirito ovviamente country, presenta alcune linee armoniche che fanno pensare ad un possibile grande potenziale radiofonico, mentre Becoming è un prezioso e stravagante frammento sospeso tra le confidenti improvvisazioni pop di autori alla Matt Costa ed arrangiamenti easy che sconfinano nel lounge e nel bossanova. Ma la canzone migliore del disco, e una delle migliori dell'anno, si trova alla traccia numero quattro. La riflessiva parentesi di bilancio personale A Good Year For A Change, è lo spettacolo nello spettacolo, un commovente spaccato di perfezione pop, che ricorderebbe un introspettivo John Lennon se John Lennon fosse stato un autore americano.

I brani di Distant Drumming hanno un solo, essenziale "problema": quando ne finisce uno si rimane con la voglia di ascoltarlo altre sei volte, invece parte quello successivo che lascia la medesima sensazione e così via. Per questo motivo, benchè abbia ricevuto il disco un mese fa, ne parlo solo ora. E' stato fisso nell'autoradio, semplicemente non riuscivo a toglierlo. Perchè sono solo dieci canzonette, vero. Ma dieci canzonette irrinunciabili. Tra le altre, The Circle's Not Broken, il brano più energetico del lotto, e poi la commovente Water Falling Down, stupenda e fragile ballata dove la splendida voce di Walker è sorretta solo da delicati fraseggi di pianoforte e mandolino. E nemmeno è possibile tralasciare gioielli come The Words, piano-pop di grande classe e matrice Benfoldsiana, il pop & roll di Time In The Night e men che meno la stupenda Let's Pretend, saltellante americana a tre voci che mi ricorda la classe e l'ironia di grandi bands contemporanee come i Junebug. La chiusura è affidata alla soffice ballata Wake Up Your Heart, e come potete vedere, ho citato tutti i brani in scaletta.

Spero che questa recensione lasci trasparire almeno una parte della passione con cui è stata scritta. Non dovreste farvi ulteriori domande, né io dovrei dare ulteriori spiegazioni. Poi, è questione di gusti, ma se nella vostra dieta amate inserire del pop corretto in chiave americana non esitate ad acquistare subito il disco dell'anno.

sabato 20 dicembre 2008

Disco del Giorno 20-12-08: The Slingsby Hornets - Whatever Happened To... (2008; Expedition Hot Dog records)

Torna a meno di un anno dall'uscita dell'album d'esordio Frank E. Slingsby, all'anagrafe Jon Paul Allen. Il prolifico autore Britannico, con questo nuovissimo Whatever Happened To The Slingsby Hornets prosegue sulla strada tracciata dal suo predecessore, proponendo dieci canzoni equamente divise tra originali e covers reinterpretate con logica curiosa ed innovativa ed ottenendo infine un'altra collezione di brani basata esclusivamente sul divertimento immenso che Allen prova suonando la musica che ama. E l'album, infatti, sprizza passione e devozione da ogni singolo pezzo.

La traccia numero uno, Way Of The World, è un curioso ma nondimeno riuscito pastiche di pop sinfonico e hard progressivo di settantesca memoria. Tra gli altri "originals", tutti sotto diversi aspetti legati all'amore che Jon Paul Allen sembra nutrire per certo glam-pop, risaltano The Long Way Home, di animo più folky, il pop protopsichedelico di This Song e il rocker Black & White Movie. Tra i rifacimenti, invece, notevolissime sono le versioni di Rock'n'Roll Love Letter dei Bay City Rollers, di Picture Of Matchstick Man, il grande classico degli Status Quo e di Children Of The Revolution di Marc Bolan.

A rendere più gustoso il tutto, se vi affretterete ad acquisire il disco, sappiate che un numero limitato di copie giungeranno a casa vostra in compagnia di un ep allegato, non casualmente chiamato Knee Deep In Glitter, dove sono reinterpretati altri cinque grandi classici, tra cui senza dubbio svettano le fantasiose covers di My Coo Ca Choo di Alvin Stardust, di Does Your Mother Know degli Abba e di Skweeze Me Pleeze Me, che se ve lo state chiedendo sappiate che si, è proprio il pezzo degli Slade.

Come avevo scritto parlando del precedente album di Frank E. Slingsby, Whatever Happened è un doppio concentrato di divertimento applicato a trent'anni di storia rock'n'roll. E, anche questa volta, il miglior utilizzo che ne possiate fare è metterlo nella valigetta ogni qualvolta vi sarà richiesto di fare il dj ad una festa seventies pop.

mercoledì 17 dicembre 2008

Singolo del Giorno 17-12-08: Miss Chain & the Broken Heels - Boys and Girls b/w My Gang (2008; Dream On records)

Ancora ottime notizie dal sommerso del pop made in Italy. Questa volta, a completamento di un'annata che ha visto le "nostre" formazioni farsi valere anche in ambito internazionale, parliamo di Miss Chain & the Broken Heels. La band bergamasco-vicentina, attiva da meno di due anni, tocca con questo Boys and Girls quota due singoli, che per la felicità di ogni appassionato di rock'n'roll che si rispetti sono stati entrambi pubblicati nel vecchio e caro formato 7" a quarantacinque giri. I ragazzi propongono un sound incendiario che pesca a piene mani dalla miglior tradizione pop'n'roll al femminile americana, adeguato con molto gusto e parecchia adrenalina alle esigenze del presente, risultando freschi, originali ed estremamente divertenti.

A caratterizzare fortemente i due pezzi incisi su questo singoletto è - com'è ovvio per molte formazioni similari - la squillante e potente voce della cantante Miss Astrid Dante, ma la "gang" che la supporta (completata dalla fantasiosa chitarra di Disaster Silva e dalla sezione ritmica a cura dei fratelli Franz e Brown Barcella) ha il fondamentale merito di sorreggerla con un sound che - benchè melodico - è grezzo, minimale e frontale così come la produzione dei brani. Essenziale, "in your face", come piace dire a noi.

Credo sia chiaro a tutti, a questo punto, che cosa ci si possa attendere dai due brani proposti dai Broken Heels. Perchè è facile: semplicemente, rock'n'roll. Adrenalinico, forse non proprio a bassa fedeltà ma certamente nemmeno hi-fi, di matrice garage e interpretato da una front-girl di grande personalità. Un concentrato di energia ed indovinate intuizioni pop che estrae dal calderone dei miei ricordi grandi bands rock'n'roll con il fiocco rosa come Headcoatees, Nikki & The Corvettes, Shivvers (qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un trattato sulla seminale bands di Milwaukee capitanata da Jill Kossoris) e, perchè no, Blondie. Il tutto concentrato in meno di cinque minuti di superba essenza teen.

I Broken Heels sono un gruppo agli albori della propria carriera ma la strada è senza alcun dubbio quella giusta, e a confortare questa tesi arrivano le numerosissime date che la band continua ad ottenere soprattutto in Europa. Benone, anche grazie a gruppi come questo la scena musicale del belpaese sarà vista dall'estero con maggior rispetto. Solo, affrettatevi a recuperarne una copia, perchè ho paura che Boys & Girls (pubblicato da un'etichetta Giapponese, altra bella notizia) stia velocemente andando fuori stampa. Poi, un 7" come questo è sempre un gradito presente natalizio, o no?

sabato 13 dicembre 2008

Disco del Giorno 13-12-08: Mea Culpa - Madison (2006; autoprodotto)

Madison, terzo lavoro di studio dei Mea Culpa (nome perlomeno curioso per una band pop) è il classico disco proveniente dal sommerso di una "scena" che già non brilla per presenza sui media. Infatti, pur essendo uscito due anni fa, nemmeno noi cultori della materia ne abbiamo sentito parlare fino a quando Gilbert Garcia, il giornalista songwriter leader del gruppo, non me ne ha inviata una copia. Peccato, perchè il gruppo è in giro dalla fine degli anni '90, periodo nel quale registrarono due dischi che ci dicono essere molto buoni, e questo terzo lavoro, un breve mini-album di otto canzoni per ventiquattro minuti totali di ascolto, conferma le ottime basi di una band che oggi non si fila nessuno e che invece noi promuoviamo molto volentieri.

I Mea Culpa sono di Memphis, una città che negli anni '70 è stata un importantissimo punto di riferimento per il pop a stelle e strisce, e il disco è stato registrato e mixato completamente dalla band senza alcun aiuto esterno agli Ardent Studios, che se qualcuno non dovesse saperlo, sono i mitici studi dove incisero i Big Star e tantissimi altri gruppi pop americani, situati proprio in Madison street, da cui il titolo dell'album. Visti questi particolari, è lecito aspettarsi un lavoro all'altezza delle aspettative, e i Mea Culpa fanno di tutto per non deluderci.

L'album si apre con Coming Back To Me, powerpop tradizionale dove le chitarre Shoes-oriented si amalgamano ad un'atmosfera parecchio Costello. Résumé è invece un mid-tempo dal tessuto sonico più complesso, caratterizzato da marcate linee-guida di pianoforte e calato in ambito decisamente sessantista. E se c'è una cosa che non si può addebitare a Garcia e soci, quella è la mancanza di poliedricità. You're Not The One (tra gli episodi migliori del disco) e soprattutto la conclusiva Silence sono infatti due episodi di spedito guitar-pop che per attitudine e sintassi svariano a tratti verso certo pop punk, mentre What You Want è un docile segmento jangle e la successiva Your Best Appendage è uno schizzo piano-pop che ricorda vistosamente il Ben Folds solista. Nel complesso, il brano più riuscito mi sembra Nothing To Say, dove l'uso sapiente delle Rickenbacker crea l'atmosfera adatta ad una struttura del cantato davvero originale, dove le due voci si parlano e si rincorrono fino ad incontrarsi in un delicatissimo ritornello che può essere a ragione considerato l'epicentro dell'intero Madison.

Come si diceva in sede di presentazione, peccato non essersi accorti subito di un disco minore ma molto intelligente come questo. Verrebbe facile dire mea culpa, mea maxima culpa. Però per favore, cambiate nome...

giovedì 11 dicembre 2008

Disco del Giorno 11-12-08: The Preachers - Preachin' At Psychedelic Velocity (2008; Teen Sound)

di zio René

Nelle tracce di Preachin’ At Psychedelic Velocity, seconda prova dei Preachers, si nota la voglia di intraprendere un viaggio da neofiti attraverso la scena musicale giovanile degli anni Sessanta, l’età d’oro del pop. E’ un terreno comune a molte nuove bands, ma qui si sviluppa con metodologia musico-visiva, la comunicazione non è soltanto simbolica, ma da non timorati essi effettuano un dosaggio preciso, quasi di tipo fisico per tramutare il tutto in scelta dinamica, quasi di taglio fotografico, non statica nei contenuti o nella veste grafica. Individuano immediatamente a quali strati della società il prodotto è destinato, non dividono per classi sonore. Sembra un fumetto non fatto per produzioni culturali o sottoculturali adatte all’acquisizione di massa, ma un incentivo alla ricezione ipotizzabile e ipnotizzato dalla specificità di un linguaggio semplice ma non banale, controllato dal bisogno d’evasione. Ritmi, disincanti e realtà urbane fino all’ultimo respiro, a dimostrazione di una buona educazione musicale.

Così predicando alla velocità psichedelica riaffermano un periodo storico nel quale non hanno vissuto e nel quale si è formata la mia generazione. Sembrano in sintonia tra il simbolico e l’immaginario, senza dare l’ovvio per scontato, creando nelle loro giovani menti una congiuntura che li porta a farsi interpreti e predicatori inconsci di un processo di trasformazione e aggregazione per cercare dei punti di riferimento nei suoni amati dai loro padri, aldilà di registri anagrafici. Primi coraggiosi scatenati ritmi ben lieti di abbandonare il limite della propria esperienza. Forza e fantasia per attraversare gli sporchi avamposti del rock , un percorso di felicità dove la mente ubiqua, finalmente sciolta, nella congiunzione magica di infinite cellule vive.
Come Alice nel romanzo di Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, anche loro inseguono il Coniglio Bianco col panciotto in un onirico mondo sotterraneo, e attraverso dodici capitoli raccontano la loro storia. L’ipotesi è di abbeverarsi dalla scena giusta, cercando una decompressione mentale per ricamare musica senza tante dichiarazioni o riverniciature o recuperi. La vocazione è sincera, forse un po’ ingenua, ma in una generazione di pseudo-punkisti e trafficanti di note, diventare giardinieri di fiori sonori, al di là delle incertezze che si scontano sulla propria pelle, ci scatena un sincero e onesto applauso. Applauso non inteso come compiacenza della commedia, ma come raffinata definizione di consenso.

Tendendo i fili delle chitarre elettriche pur con qualche perdonabile leggerezza si riaccendono i "fuochi misteriosi", i serbatoi mitologici a-logici e a-razionali che con il senso del reale si identificano nell’esistente. Ma cosa bolle in pentola? Come abbiamo detto 12 brani racchiusi in circa 39 minuti. Un fumetto dalla struttura sintetica ma molto colorata, dove si cattura il diverso senza generare il mostro, con la felicità masochistica di scoprire e scoprirsi. Un terreno di incontro di messaggi consolatori, dove i linguaggi si classificano, ciascuno a un suo preciso "genere". Come i 12 giurati della novella di Carroll, scrivono i loro nomi sulle lavagne dei nostri ricordi. Ci riportano alla mente i Seeds di Sky Saxon, uno dei più grandi e sottovalutati gruppi californiani, attraversiamo il garage rock, la psichedelica, il surf sino ad arrivare a iniezioni di english pop.

Il disco scorre piacevolmente bene e tutto di un fiato. Trova in Lovely Girl , dai sapori pop, la punta di diamante, con al seguito You’ll Never Know ( corposo e ipnotico , Saxon docet ) . She’s Riding, Oh!, My Darling, Queen Of The Highway (con una apprezzabile sitar), Wild Girl, Lies Lies Lies, Sunny Morning, Itermission, Turn Me Out, 99th Floor, Summer Rain completano e colorano il disco con un palpitante senso di movimento per recuperare quella strana cosa che si chiama ROCK , segno e maschera della musica nuova.

"E, alla fine, ella immaginò la sorella diventata adulta anche lei, pur conservando sempre il cuore puro e semplice della bambina d'un tempo. La vide circondata da frotte di altri bambini ansiosi di ascoltare dalla sua bocca tante belle storielle, la vide partecipe delle loro piccole pene e delle loro gioie ricordando i tempi beati della propria fanciullezza, di un'estate felice, ormai tanto lontana.
da " Alice nel paese delle meraviglie
" di Lewis CARROLL

PS: zio René, se non lo ricordate, ha già collaborato con Under The Tangerine Tree. Esperto infinito di pop music, spero voglia scrivere per noi con maggiore frequenza in futuro!

lunedì 8 dicembre 2008

Disco del Giorno 08-12-08: The Smith Bros - Restless (2008; autoprodotto)

Attenzione, stiamo per parlare di un grande disco powerpop. I fanatici del genere nella sua accezione più pura stanno per incontrare uno dei loro dischi preferiti di quest'anno. O, perlomeno, lo spero. Gli Smith Bros arrivano da Cleveland, Ohio, e nemmeno mi avevano detto che mi avrebbero inviato il disco. Quando l'ho trovato nella mia buca delle lettere non sapevo onestamente che cosa aspettarmi, dal momento che mai avevo sentito una nota suonata dalla band e tantomeno ero a conoscenza della sua esistenza. Spulciando sui siti specializzati ho scoperto che Restless non rappresenta il debutto degli Smith Bros, che avevano esordito sette anni fa con un disco, chiamato "Lost", di cui Ray Gianchetti e Bruce Brodeen dicono meraviglie, ma che da allora non si era più avuta notizia di loro. L'entusiasmo con cui la comunità powerpop ha accolto questo nuovo ed inaspettato lavoro di studio mi ha convinto ad ascoltarli con grandissima attenzione e, devo ammetterlo, tale entusiasmo è più che giustificato.

Restless, come anticipavo, è un incredibile disco per puristi powerpop. Un album che si inserisce di diritto tra le migliori cose uscite quest'anno grazie ad una serie di canzoni sensazionali, solide, dalle armonie deliziose e dai ritornelli immediatamente adesivi. Le chitarre di Patrick Dollenmayer e Bryan Pack ringhiano al punto giusto, mentre la rotondissima e compatta sezione ritmica sostenuta dall'eccellente cantante/bassista Mike Clark e dal batterista Kris Phillips regala ai brani un'essenziale dose di soave potenza.

Si parte subito forte, e la strepitosa How Wrong You Are è un compendio powerpop di circa due minuti, dove il cantato - che mi ricorda molto lo stile del sommo Joe Pernice - è posato su un tappeto sonico reminescente di Teenage Fanclub e Gin Blossoms. Down To You, che onestamente mi sembra un pò snobbata dalla critica specializzata, convoglia influenze molto simili ma a parer mio è dotata di un ritornello ancora più indimenticabile (uno dei pezzi powerpop dell'anno?). In She's Under My Skin il paesaggio cambia nettamente, e le melodie oblique degne del miglior brit-pop anni 90 che ci accolgono mi fanno subito venire in mente gli Orchid Highway ed il loro fantastico album dello scorso anno (numero 4 nella mia classifica sui migliori dischi del 2007). Nel pantheon degli Smith Bros ci sono anche i Beach Boys, le armonizzazioni vocali nel chorus del lento Talk Of The Town ce lo confermano, e ci sono anche i Posies, che si manifestano qua e là durante Every Day Gets Better, di scorza più dura, mentre i Teenage Fanclub di Grand Prix sono un ottimo termine di paragone per Belong e per la clamorosa You Did It All. La title track è un grande esempio di jangle-rocker, mentre Little Things e la malinconica My Great Regrets sono dominate da un rilassato feeling west coast.

Per chiudere l'excursus su Restless, un lavoro assolutamente da non perdere e privo di punti deboli, è obbligatorio citare Too Long ed Indecision, dove i fratelli Smith tornano ad insegnare teoria e tecnica del powerpop e della chitarra crunchy durante una lezione che farà impazzire i fans di grandi "classici recenti" come Velvet Crush e Mayflies USA (qualcuno se li ricorda???). Quindi, dicevamo? ah, si. Restless è un altro sicuro top 20, non perdetevelo eccetera. Inizio seriamente a preoccuparmi per la gestione della classifica di fine anno. Ma averne di preoccupazioni simili...

mercoledì 3 dicembre 2008

Disco del Giorno 03-12-08: Kai Reiner - Kai Reiner (2008; Lakeview Publishing)

Kai Reiner viene da Amburgo, Germania. Kai Reiner ama l'arte, i buoni libri e, recentemente, anche la buona musica. A quanto pare, infatti, Kai si è convertito al pop non moltissimi anni fa. Si dice che sia stato il fratello, "colpevole" di averlo trascinato ad un concerto di Brian Wilson, la causa della sua evoluzione musicale e non solo. "Da quel momento ho cambiato il modo di pensare alla vita sotto molti punti di vista, e sono diventato una persona molto più amichevole" avrebbe detto il Nostro. Il potere della pop music.

La copertina dell'omonimo album d'esordio di Kai Reiner non lascia troppi dubbi riguardo a quello in cui ci si imbatterà ascoltandone i contenuti. Sullo sfondo di un verdissimo prato si staglia infatti l'inconfondibile sagoma di una Rickenbacker bianca e nera, e i più voraci maniaci di jingle jangle tra di voi già si staranno leccando i baffi. Non andrete delusi, bisogna dirlo, anche se bisogna aggiungere che, sebbene si tratti di un disco jangle-rock, non siamo nell'ambito del fondamentalismo a dodici corde dei Rhinos, tanto per citare un gruppo di cui abbiamo parlato da poco. Non siamo in pieno trip Byrdsiano, per capirci. Qui il jangle è un elemento fondamentale, ma è posto al servizio di canzoni sostanzialmente powerpop. Un powerpop mite, solare e mai aggressivo, che si abbina alla perfezione allo stile di canto di Kai, anch'esso soffice e pacato tanto da "uscire" appena dal sound sottostante.

L'apertura dell'album è affidata a Cold Summer, uno dei brani migliori tra quelli proposti, e Kai sovrappone al tappeto sonico che tutti ci aspettiamo, vista la Rickenbacker in copertina, quel feeling powerpop che mi ricorda tanto le demo di Adam Daniel venute fuori un paio d'anni fa. Il che vuol semplicemente dire due cose: melodie immense e produzione grezza ed essenziale. Sonorità tipicamente jingle-jangle emergono invece da Only We Both Know, mentre nella gradevolissima Hey K e nell'altrettanto graziosa Know You Now il suono è leggermente più "spostato" verso i tardi Teenage Fanclub, quelli più pop, che sembrano rappresentare per Kai Reiner una grande fonte d'ispirazione. I Don't Want Your Crown è un grande pezzo di powerpop "elementare", sia per quanto riguarda le linee melodiche, sia per il testo - breve e reiterato all'infinito - che potrebbe quasi sembrare banale ma che poi, alla fine, dice un sacco di cose che pensiamo un pò tutti.

Tra le altre canzoni, evidenzierei It's Over, che per lo stile dei decisi riffs di chitarra mi fa venire in mente l'album di Clint Sutton (buonissimo disco uscito quest'anno) e di conseguenza il Matthew Sweet di 100% Fun. E poi, in conclusione, due brani come Are You Ok? e Roll On The Holidays, che per il loro concentrato di pop screziato di jangle minimale e la voce quasi sussurata sapete chi mi ricordano? I Primal Scream. Ok, adesso penserete che io sia completamente impazzito. Se invece non lo pensate, vuol dire che siete tra quelli che - come il sottoscritto - adorano Sonic Flower Groove, il primissimo disco (1987) dei fenomeni planetari che crearono Screamadelica, che alle origini (ai tempi della C86, diciamo) erano veramente un grande gruppo sixties-oriented dal suono devoto a Roger McGuinn.

Sembra essere un autunno caldo per gli amanti del Rickenbacker sound. Approfittatene, dopo In Rhi-Fi sapete già cosa aggiungere al carrello della spesa.

lunedì 1 dicembre 2008

e.p. del Giorno 01-12-08: Justin Kline - Six Songs (2008; autoprodotto)

Così, quasi senza accorgerci, ci troviamo a Dicembre. Alla fine dell'anno mancano ancora trenta giorni ma è quasi ora di iniziare a tirare le somme, tenendo però presente che questo 2008 è stato prodigo di grandi dischi che il tempo tiranno ci ha permesso di ascoltare solo in parte, e per terminare di valutare l'enorme mole di albums ancora nei nostri "archivi" ci vorrà qualche tempo. Ergo, siccome voglio essere sicuro di aver preso in considerazione la maggior parte delle cose uscite quest'anno, non aspettatevi classifiche e graduatorie varie prima della fine di Febbraio (se va bene!). Tuttavia, qualche punto fermo incomincia ad esserci, e credo di andare abbastanza sul sicuro affermando che sul podio che accoglierà i migliori tre e.p. dell'anno ci sarà sicuramente Justin Kline. Proveniente da Murfreesboro, Tennessee, con questo Six Songs ep Kleine ha dato alle stampe un dischetto che semplicemente riassume la perfezione del vocal pop e del sunshine pop. E credo che i cultori di certe sonorità andranno letteralmente fuori di zucca acoltandolo.

Come dicevamo, l'aggettivo migliore per definire ogni singolo brano di Justin Kline è "perfetto". Perchè perfette sono le fantastiche armonie vocali, perfetto è il songwriting d'eccezione, perfette le soavi trame sonore. Se non vi fidate basterà premere il tasto play del vostro lettore cd (oppure del vostro iPod, una "novità" tecnologica che ancora non è in uso dalle parti di Under The Tangerine Tree) per rendervene conto. Essì, perchè subito sarete parte del festival melodioso inscenato da All I Need, dalle sue fantastiche armonie vocali multistrato e dalle magiche orchestrazioni che fanno del brano un manifesto del più puro pop vocale. Heart Attack, che arriva subito dopo, mantiene gli standard sonici ed emotivi sullo stesso livello e completa un uno-due di partenza davvero memorabile. I due brani descritti sono decisamente raccomandati a chi avesse amato (come me) due recenti e grandissimi autori pop come Devlin Murphy (ottimo il suo esordio uscito lo scorso anno, e attenzione al disco nuovo in uscita a breve) e Adrian Whitehead (autore di uno dei migliori lp usciti quest'anno), del quale Justin Kline ricorda in maniera spaventosa il timbro vocale.

La qualità media dei sei brani è così alta che per una volta mi astengo dallo scegliere le mie tracce preferite. How I Became The Wind è infatti è un'altra gemma, questa volta imperniata sui parametri di un brillantissimo piano-driven pop che a tratti mi fa tornare in mente la facilità di scrittura dei Jellyfish, mentre Kaleidoscope - forse non stilisticamente ma in quanto a struttura armonica ancora molto vicina a Whitehead - aggiunge qualche chitarra distorta che le fa lambire i territori powerpop. E ancora, l'ultimo spezzone del dischetto non tradisce le altissime aspettative grazie a Singing in The Air, in cui Justin rifinisce il suo pop d'autore con una twang guitar che conferisce al brano una sintassi americana e ci ricorda quale sia il suo stato di provenienza. Sunshine, infine, come ci si aspetterebbe dal titolo, chiude l'e.p. con un ritornello filologicamente perfetto che sembra estratto da un best of degli Association.

Six Songs è un dischetto meraviglioso, che se siete soliti seguire questo blog con regolarità difficilmente potrà deludervi. Justin l'ha fatta grossa, e a questo punto non può assolutamente tenerci per troppo tempo con il fiato sospeso nell' attesa del full-lenght.

PS: Il disco di Justin Kline è per ora disponibile solo in formato digitale, e potete scaricarlo legalmente da iTunes alla popolarissima cifra di 5.94 euro.