Power Pop e dintorni.

lunedì 31 gennaio 2011

More Kool News.

Ci siamo, quest'anno anche in un tempo ragionevole. Ultimo post pre classificone sul meglio del meglio che a livello discografico sia uscito nel 2010. Ultima recensione, ehm, due recensioni, dedicate alla Kool Kat records di Ray Gianchetti, che se ci fosse una gradatoria particolare per le etichette vincerebbe comodamente la classifica di fine anno.

Blank Pages - Absolute Uncertainty. Dovete sapere che, ormai molti anni fa, mi avvicinai timidamente alla materia powerpop cercando informazioni ovunque fosse possibile trovarne. Una delle letture più illuminanti, in quel periodo, era sicuramente il Greg Potter's Powerpop Website. Seguendo i consigli dell'autore, ricordo distintamente, comprai diverse decine di album, tra cui Funny Pages, il primo long player della band capeggiata dall'autore del sito: i Blank Pages, appunto. Greg Potter è un fanatico della materia ancor prima di essere un musicista, e Absolute Uncertainty trasuda passione ed attitudine proprio come i suoi tre predecessori (l'ultimo, On My Street, uscito nel 2007, è stato recensito su queste pagine). La band dal New Jersy meridionale, all' esordio su Kool Kat, propone 13 brani che sono un altro entusiastico omaggio alla nostra materia prediletta, come al solito incentrati su liriche intelligenti poggiate su un tappeto sonoro che è il risultato del matrimonio tra il jangle pop delle origini e l'istintività del primo powerpop. Let It All Out è un grande esempio di brano costruito in questo senso, mentre durante This Way più che di matrimonio si dovrebbe parlare di vero tributo al pop chitarristico dei mid eighties. Potter sa essere morbido e taciturno (I've Said All I Can Say), ma quando vuole alza la voce, e allora Something More Than This e You Don't Know sembrano usciti da una session privata tra il Paul Collins di The Kids Are the Same e Joe Jackson con gli Sloan a fare da backing band. (www.myspace.com/blankpagespop)

The Sterling Loons - March to the Tune. Rispetto ai canoni tipicamente powerpop dei Blank Pages, qui siamo in piena maretta sessantista. Gli Sterling Loons di Eamon Nordquist tornano a sei anni di distanza dall'esordio What to Do in Trouble, disco che onestamente non conoscevo e che mi sono andato ad ascoltare per amor di completezza. I parametri sono quelli, niente da dire, ma rispetto al suo predecessore questo nuovo March to the Tune è meno lo-fi e più attento a smorzare qualche spigolo che comunque, e meno male, inevitabilmente esce. Un lavoro esaltante, non c'è che dire, fresco come dev'essere un vero tributo al rock psichedelico britannico. Ci sono le melodie, certo, anche geniali, se vogliamo, della superba All Aboard, una vera e propria gemma che avrei visto bene in un volume a caso della serie Rubble e che non vedo l'ora di proporre al prossimo dj set che mi capiterà di fare. In generale, le melodie sono sparse un pò ovunque, ma se parlassi di pop psichedelico vi manderei fuori strada. Perchè la scorza è più dura e le fasi lisergiche sono in agguato dietro alle molte sfaccettature del disco. March to the Tune è un tributo allo psych rock britannico, dicevamo, un concentrato di Who, Jimy Hendrix, Pussy, freakbeat assortito e varie altre fantasticherie dell'epoca. Durante Happy Jack verrebbe da pensare ad un frivolo Ray Davies in botta euforica ed istupidito dall'abuso di droghe, mentre The Castaways è un sentito - e meraviglioso - omaggio a Sebastian F. Sorrow. Io un ascolto glielo darei, fossi in voi. (www.myspace.com/sterlingloons)

mercoledì 26 gennaio 2011

Disco del Giorno 26-01-11: Lannie Flowers - Circles (2010; Aaron Ave)

"I don't know where I'm going, all I know is I'm not knowing, going round in circles all the time". Periodo complicato, dunque, per il musicista di Dallas. Oddio, che non fosse un personaggio semplicissimo tendevamo a saperlo già da un paio di anni, dai tempi in cui pubblicò Same Old Story, il suo album di debutto. Disco dell’anno per Power Pop Station, consisteva in una sorta di medley tra 36 (!) pezzi tutti di durata inferiore ai due minuti. Progetto ambiziosetto e ben riuscito, approvato dalla critica e dagli ascoltatori, che dunque attendevano questo nuovo Circles pronti ad aspettarsi qualsiasi cosa. Ma Lannie Flowers, anche in questa occasione, ha preferito spiazzare tutti quanti, partorendo un nuovo lavoro che è un pedissequo, semplice, gioioso tributo ai genitori del pop chitarristico dei seventies, ed in qualche caso un omaggio ai progenitori del genere. Più pop with power che powerpop, Circles è un’opera fatta di quindici brani durante i quali Lannie dimostra di sapersela cavare anche con la forma-canzone spiccia, senza che gli sia per forza necessario indossare l’abito dell’istrione.

Quindici tracce, dicevamo, energia a mille, pochissimi fronzoli: tutto questo è Circles, un lavoro che dal powerpop delle origini affitta le propensioni melodiche, ma che nella sostanza evidenzia chiari retaggi sixties rock e via etere, si ascolti il singolone Turn Up Your Radio per comprendere, sarebbe stato a pennello in una diffusione AM nel 1979. Lannie Flowers si gioca tutto sulla commistione tra l’andazzo pop che il disco mantiene dall’inizio alla fine e le sfumature grezze e terra a terra che ne arrangiano i contorni. Risultati? Buoni, molto buoni, soprattutto se un album compatto, che tiri avanti deciso senza guardare in faccia a nessuno, intarsiato di canzoni sempre croccanti e privo di pause e stonature è quello che fa per voi. Certo, vi aspettereste delle coordinate che aiutino ad identificarne i concetti base. Ebbene, nonostante Circles sia un lavoro difficilmente inquadrabile, e correndo il rischio di prendermi le uova marce, direi che provando ad immaginare i Cheap Trick impegnati ad interpretare un repertorio di cover Stonesiane mentre Zander tenta di impersonificare Eric Burdon…Beh, mi rendo conto delle difficoltà, ma il risultato potrebbe essere tra quelli verosimili.

Pezzi pregiati? La title track, dove le sofferte linee melodiche potrebbero essere state scritte da un primordiale Rivers Cuomo e la già citata Turn Up Your Radio, naturalmente. E poi Where Does Love Go, dalla scrittura intelligente e cangiante nella sua apparente semplicità, ma soprattutto Looking For You, elementare midtempo powerpop utile a ricordare come mai, anche quando si presenta in veste così cruda, amiamo alla follia questo sottogenere. Ripeto: chi avesse scoperto Lannie Flowers ascoltando Same Old Story resetti tutto e si prepari a godere di un album agli antipodi. Tutti gli altri si concedano una spensierata corsa in autostrada con Circles a bomba nell’autoradio.

giovedì 13 gennaio 2011

Disco del Giorno 13-01-11: Radio Days - C'Est La Vie (2010; Tannen)

La vita è una bestia paradossale, hai voglia a prenderla per le corna. Per anni non sono riuscito ad acquistare un solo disco italiano per un semplice motivo: non esistevano dischi italiani che si meritassero di essere acquistati, punto. Un po’ mi vergognavo, anche: “è mai possibile che tutti gli stati del mondo siano rappresentati sulle compilation dell’International Pop Overthrow, di Bam Balam, di Popboomerang, tranne l’Italia? Come abbiamo fatto a cacciarci in questa situazione assurda e mortificante?”. Mah. Certo è che i fatti stavano cosi e poi, ad un certo punto, il destino ci ha restituito tutto di un colpo. Non vorrei esagerare, non è nel mio stile, ma mi avvicino alla verità affermando che, ad oggi, potremmo sederci a testa alta al tavolo di un ipotetico G-8 powerpop mondiale. Parliamo solo dei dischi usciti dalla penisola negli ultimi due anni: Record’s, Miss Chain & the Broken Heels, June, Temponauts, Bad Love Experience, Suinage e chissà quanti altri. Roba di qualità, di spessore sinceramente internazionale. Per chiudere il cerchio non potevano mancare loro, ed infatti ci troviamo finalmente tra le mani il nuovissimo disco dei Radio Days.

Avendoli visti svariate volte dal vivo ed avendo pertanto ascoltato diverse anteprime dei dieci brani che formano C’Est la Vie, il dubbio che il nuovo album potesse essere un fiasco non mi ha nemmeno sfiorato. Passi avanti a livello di songwriting rispetto ai tempi di Midnight Cemetary Rendezvous? Incalcolabili. Le scorie punk rock, che comunque da queste parti non abbiamo mai disprezzato, sembrano essere state definitivamente espulse, e nonostante qualche parere contrario letto scorrendo altre recensioni, i Radio Days non sembrano nemmeno troppo contaminati dall’esplosione skinny tie dei tardi settanta, perlomeno in linea generale. Il suono, lo dico dopo decine di ascolti, è si piuttosto classico, ma senza esagerare. Chi scrive che i Radio Days sono una copia di Paul Collins, o bluffa oppure non ha ascoltato il disco e si è accontentato di constatare che i ragazzi hanno aperto per due tour consecutivi i concerti della leggenda del powerpop USA. Se è per quello i Radio Days hanno aperto anche ai Rubinoos, ma vogliamo dire che assomigliano ai Rubinoos? Non è il caso, andiamo con ordine.

C’Est la Vie è un disco breve, molto intenso, curato in modo direi maniacale, senza cadute di tono ma soprattutto di stile. Credo si chiami powerpop, intendasi powerpop bello ancorato alla seconda metà degli anni ’90 quello di Spinning Round the Wheel, la traccia che introduce il disco. Un apripista a livello strutturale, perfetto ad introdurre le quattro tracce che seguono. So Far So Close è uno dei migliori episodi dell’album, supportato da un potente lavoro delle chitarre e dalle geniali intuizioni di un drumming ossessivo. Anche qui il periodo di riferimento non può non essere quello a cavallo del secolo, ed i gruppi d’esempio, che in questo caso mi compiaccio particolarmente di citare, sono Sloan, Velvet Crush e gli Smith Brothers presi fuori dal trip Teenage Fanclub. Sleep It Off è il classico istantaneo, il singolone per antonomasia, il brano che si canticchia dopo il primo ascolto. Rivers Cuomo ne sarebbe fiero, e se come me avete adorato alcuni tra i migliori seguaci dei Weezer di dieci anni fa quali Ultimate Fakebook, Ozma e Snug non potrete più farne a meno molto facilmente.

E’ bello perché non ci sono cadute di tono, perciò senza prendere fiato vi consiglio di bervi Evelyn Town, filastrocca vagamente vaudeville che stempera i toni insieme all’eccezionale The Meaning of Fire, easy listening d’annata per sognanti sing along. La componente vintage powerpop c’è comunque, e a parere di chi scrive esce in tutta la sua efficacia durante Elizabeth e soprattutto lungo Enemies for Friends, guidata da un riff irresistibile che rappresenta uno splendido omaggio, non so se consapevole o meno, alla memoria del compianto Doug Fieger, uno dei giganti di tutta questa storia. Per chiudere, una citazione se la guadagna Dirty Tricks, rock’n’roll “antemico” e modernista che, se ancora non li avete visti dal vivo, dovrebbe indurvi a prendere la macchina e a dirigervi verso il loro primo concerto utile sgommando.

Il senso è sempre quello: si cerca di non essere di parte, ma dischi come C’Est la Vie rendono il compito estremamente agevole. E’ bello constatare ancora una volta che una band di casa nostra ha realizzato non un grande disco italiano, ma un grande disco punto.

lunedì 10 gennaio 2011

Disco del Giorno 10-01-11: Zombies of the Stratosphere - Ordinary People (2010; autoprodotto)

Proposito base per l'anno nuovo: smettere di postare ogni venti giorni minimo. Non ce la farò, sia chiaro, ma il buonsenso mi impone di provarci, perlomeno. Primo post del 2011 dunque buon anno, fedeli lettori di Under the Tangerine Tree, il vostro pop blog preferito. Prima recensione dedicata ad Arthur Smith, Jeff Hoffman e Scott Anderson, terzetto che, per comodità, quando si riunisce lo fa celandosi dietro allo pseudonimo Zombies of the Stratosphere. Band che, a dirla tutta, è nuova su queste pagine ma già conosciuta dal sottoscritto, che non mancò - e scusate la terza persona - di esaltare il loro esordio intitolato The Well Mannered Look in uno dei suoi precedenti outlets.

Ricordo le sensazioni dell'epoca, quando non potei fare a meno di sorprendermi avuto riguardo del luogo di provenienza dei Nostri. Sulle carte d'identità non c'era spazio per grossi dubbi: New York City era la città scritta a fianco della voce "residenza". Però poi, e qui sta il sorpresone, una volta messo nel lettore ciddì l'album emanava pure essenze british, evidentemente british. Un fascio di luce che risplendeva di Ray Davies e di Swingin' London oltrechè, naturalmente, di due voci alle quali la band si sarebbe rifatta per costruire il proprio nome; due voci che idealmente aprirono e chiusero la storia di trent'anni di psichedelia targata union jack: stiamo parlando ovviamente degli Zombies di St.Albans, Hertfordshire e dei Dukes of the Stratosphear. Ora, se i vostri rudimenti di pop psichedelico sono quelli che mi aspetto, non dovrebbe esservi difficile inquadrare le caratteristiche della band oggetto delle recensione odierna.

Ordinary People è un disco pregno di psych-pop suonato come Dio comanda, contenuto in dieci tracce che insieme costituiscono uno dei migliori esempi per il 2010 nel settore. E se il sopraccitato album d'esordio rappresentava il lato più smaccatamente Raydavisiano e metropolitano del genere, bisogna dire che questo secondo parto vira verso la periferia bucolica in chiaroscuro, così spesso si finisce in mezzo a sinistre ancorché melodiose ballate, mentre per il resto, oltre ai sempre centrali McCartney e Blunstone, i riferimenti più ovvi vanno in direzione Swindon, laddove risiedono gli XTC più pastorali. Basterebbe questo a centrare gli Zombies of the Stratosphere, ad inquadrare Ordinary People e a convincere gli appassionati ad acquistarlo senza porsi troppe domande. O almeno credo. Voglio però spendere due righe ulteriori per citare i pezzi migliori dell'album, che tra l'altro non sono nemmeno facili da trovare, vista l'ottima qualità generale. Dovessi per forza estrarne qualcuno, non escluderei certamente il tipico Zombies pop di Love Song 99 e men che meno l'iniziale Our Life in Shadow Falls, dove i riferimenti Partridge/Moulding/Tillbrook sono più che evidenti. Un posto al sole lo meritano senz'altro la title trak, suprema ballata nottambula, Peter Stokes, midtempo swing da cantastorie e soprattutto One Day Older, morbida ballata jangle spaventosamente commovente.

Il resto, immagino sarà evidente, è contorno con i fiocchi, anche se di contorno potrebbe sembrare lesivo parlare. Ci siamo capiti: se il più delicato tra i vari sottogeneri del pop psichedelico britannico è uno dei vostri passatempi prediletti, non esitate ad acquistare Ordinary People. Perchè sarebbe difficile, molto difficile, trovare un esemplare migliore in tutto l'anno appena conclusosi.