mercoledì 12 febbraio 2020

Disco del Giorno: Pastis - Circles (2019; Stupido Rec.)


La Scandinavia, da sempre, è fonte inesauribile della miglior musica pop in circolazione. Anche inspiegabilmente, se vogliamo, da quelle parti il power pop, o pop chitarristico, non stiamo a fossilizzarci su etichette con poca ragione d'essere appiccicate, ha attecchito in maniera spaventosa, specie negli anni '90. Qualità media? Altina. Il centro dell'impero, con fiori all'occhiello tipo Merrymakers, Beagle, Grass-Show, Popsicle e ampia compagnia, era senza dubbio la Svezia, ma la benefica influenza si è spesso propagata qualche chilometro più a est oltre il Golfo di Botnia, per consentire ad alcune apprezzate band finlandesi di fiorire.

I più famosi di tutti, per il contesto che ci interessa, dovrebbero essere i grandi Lemonator, autori a cavallo del cambio di secolo di alcuni album che ricordiamo con grande piacere, ma di roba buona è continuata a circolarne parecchia e per mancanza di tempo ci limitiamo a ricordare, a titolo di prova, i Tunes del celeberrimo "Bright Yellow Sun", uno dei dischi più riusciti dell'anno di grazia 2005.

I Pastis, bizzarro nome anzichenó, sono in cinque e vengono da Helsinki a ricordarci per l'ennesima volta che le classifiche sui migliori dischi dell'anno non andrebbero fatte a gennaio, ma ad aprile inoltrato. Uscito nel 2019, "Circles" è il loro album di debutto e un posto nelle prime dieci piazze della mia sindacabile classifica sul meglio degli scorsi dodici mesi l'avrebbe trovato di sicuro. Fortunati poiché provvisti di un istinto pop che non si compra, i finnici hanno messo insieme undici tracce scritte da Dio, ammesso che Dio si sia mai cimentato nello scrivere pop tunes, abilmente sospese tra power pop e brit pop: una volta, prima che il termine perdesse ogni senso a causa dei gravi abusi di cui è stato vittima, l'avremmo chiamato indie pop. Tenero, delicato, caro vecchio indie pop.

"Circles" parte con Around Here, di deliziose chitarre e sghemba costruzione, permeato da melodia irresistibile e chorus trascinante, se mi perdonate l'incauto eufemismo, e vale come dichiarazione d'intenti. Si incomincia bene e si procede meglio, poiché The King and the Good Hangman estasia con un crescendo melodico disumano che fa imprevedibile pendant con la delicatezza, che quasi chiameremmo timidezza, dei sublimi controcanti. Si vola in generale su vette di notevole altezza e di riempitivi non se ne scorge l'ombra. Tra i tanti episodi meritevoli urge segnalare Got a Light, soffice jangle dal sapore sognante che collega alla memoria di Leigh Gregory e dei purtroppo dimenticati Mellow Drunk, l'altro potenziale estratto Sheepskin Girl con le sue chitarre una tantum sferraglianti e senza dubbio Barrack Street, dedicata allo sfortunato esploratore vittoriano David Livingstone, dal tenore sunshine pop un po' Lovin' Spoonful.


Amazon, addirittura singolo apparso in sette pollici nel 2018, è stato comprensibilmente scelto come modello da mettere in vetrina, con il gang-chorus che si ritrova, ma i ragazzi ci tengono a far sapere di essere abili anche a maneggiare la forma-lento, come dimostra l'encomiabile Valour Valour. Una menzione speciale la merita la Ballad of Franz Reichelt, l'inventore che si sfracellò al suolo dopo aver sperimentato infruttuosamente il paracadute di sua invenzione: più wave e cupa, essa differisce dai toni generali dell'album per aprirsi in un anomalo ritornello al limite del commovente. La title track, posta in chiusura, ventidue anni fa sarebbe stata una brit pop anthem minore, poiché davvero ne possiede il phisque du role, ed è la degna conclusione di un album delizioso e per giunta reperibile anche in vinile. In casi come questo si va abbastanza sul sicuro.

Nessun commento:

Posta un commento