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mercoledì 30 luglio 2008

e.p. del Giorno 30-07-08: Radio Days - Midnight Cemetery Rendezvous (2008; Insubordination Records)

Nonostante la perdurante assenza di una qualsiasi, ancorchè prodromica forma di "scena", devo ammettere che in Italia inizia ad esserci un buon numero di validissimi gruppi più o meno legati al power pop. Negli ultimi mesi, su questo blog, abbiamo parlato di ottime bands ed artisti autoctoni quali Dagos, Vickers, Miracle Man e Philomankind. E abbiamo già scritto anche dei milanesi Radio Days, oggetto di questa recensione.

Il quartetto, formato da Dario Persi (voce e chitarra), Omar Assadi (chitarra e cori), Mattia Baretta (basso) e Francesco Orsi (batteria) è giunto alla terza produzione "ufficiale", dopo l'omonimo esordio del 2006 e lo split e.p. diviso con i britannici Hotlines uscito all'inizio del corrente anno, e bisogna dire che i sei brani che compongono questo nuovo extended play chiamato Midnight Cemetery Rendezvous rappresentano un gigantesco passo in avanti rispetto alle precedenti sortite discografiche. Le canzoni, che poi sono la cosa più importante, stanno costantemente allontanandosi dall'estetica punk rock (metà dei Radio Days suona infatti anche nei Retarded, noto gruppo Ramones-oriented Italiano) pur mantenendo la naturale energia tipica del genere di provenienza, ma i brani ora muovono verso strade diverse, dove la melodia inizia ad occupare il centro della scena in modo indiscutibile.

Sei pezzi, dunque. Sei brani solidi e convinti senza anelli deboli, dove si intravede una certa confidenza con la materia e dove alcune melodie influenzate dai sixties si fanno strada in spaccati power-pop-punk dal grande tiro e dalla presa rapida, che in almeno un paio di situazioni diventano memorabili. Altro fatto positivo, come già notavo recensendo il loro split con gli Hotlines, fa abbastanza strano (e piacere) vedere dei giovani meneghini che - anni luce lontani dalla scena indie tanto in voga nella capitale della moda - suonano con l'attitudine dei Real Kids. E brani come l'iniziale Brand New Life e Tomorrow sono riuscite dimostrazioni di classico powerpop sospeso tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80, energetico, screziato dalle scorie del punk, ma dal grande impatto melodico tra Beat, Vapors e i Ramones più bubblegum. Canzoni come Waiting For You e She's Driving Me Crazy sono perfetti esempi di powerpop melodico e dall'eccezionale tiro, che ricordano i gruppi delle compilation Teenline e certe recenti (e grandiose) produzioni Australiane di gruppi alla P76. Poi c'è Don't Keep Me Waiting, che a mio personale parere rappresenta la vetta di questo dischetto, ed è qui dove le armonie vocali dei sixties ed alcuni accenni di chitarra "pulita" si fanno strada in un ritornello dalla struttura melodica davvero pregevole.

A completare il quadro, la riuscita cover di Rock'n'Roll Girl dei Beat di Paul Collins, vero eroe e somma influenza per i Radio Days. Sarà pertanto favoloso, per loro, aprire le tre date Italiane della leggenda del powerpop mondiale previste ad Ottobre e precisamente il 17 a Ravenna, il 18 a Fidenza e il 19 a La Spezia. Tre ottime occasioni per rendere omaggio alla storia e contemporaneamente vedere all'opera uno dei migliori gruppi Italiani del momento. Non mancateli.

giovedì 24 luglio 2008

Disco del Giorno 24-07-08: Adrian Whitehead - One Small Stepping Man (2008; Popboomerang)

Circa un mese fa, su Absolute Powerpop (uno dei migliori powerpop blogs al mondo), Steve Ferra eleggeva One Small Stepping Man, il disco d'esordio di Adrian Whitehead, miglior disco dell'anno. E alla fine del 2008 mancavano ancora sei mesi! Ora, non so assolutamente dirvi quale sarà il mio disco preferito a Natale, ma quello che stiamo per trattare è un album tremendamente bello, che un posto nella top ten se lo guadagnerà di sicuro. Adrian Whitehead da Melbourne, Australia, è dunque al primo disco da solista, dopo aver operato nella scena pop e powerpop del proprio paese soprattutto nelle vesti di sideman, essendo stato pianista per artisti quali Badloves, Sophie Koh e Even. E One Small Stepping Man è appunto un disco caratterizzato da favoloso piano pop, guidato da una voce angelica molto simile sia a quella del capostipite John Lennon (giusto un pò meno nasale) che a quelle dei discendenti Sean e Julian.

L'album inizia con Catlin's 60's Pop Song, un titolo quanto mai appropriato per una serie di canzoni devote alle armonie dei migliori songwriters anni sessanta e settanta, e bastano un paio di ascolti per capire che il Nostro sa maneggiare la materia come pochi altri artisti similari contemporanei. Il pezzo, dove i geniali arrangiamenti di pianoforte fungono da manifesto per l'intero lavoro, introduce altri nove brani senza pecche, sapientemente cantati, melodiosi ma mai stucchevoli anche quando capita che si protraggano oltre la canonica durata delle classiche canzoni "popolari". Saving Caroline è appunto un numero che tocca i sei minuti e riesce a non farli pesare, grazie ad una magnifica strofa acustica vagamente trippy che riporta ai tardi Beatles e ad un ritornello riproposto all'infinito che non si smetterebbe mai di ascoltare. Julia, uno dei pezzi migliori dell'album, è di simile impatto umorale ed artistico, ma Adrian sa farsi valere alla grande anche quando immette qualche briciola di chitarra e azzarda maestosi brani powerpop come Radio One (correte ad ascoltare il ritornello, vi sfido a smettere) e Ways Of Man, un pò più docile ma allo stesso modo folgorante.

You Are The Sun, un'altra strepitosa ballata pianistica, mi ricorda molto - anche per lo stile di canto - il grande Sean Lennon di Friendly Fire, mentre Spector's Dead rinfresca la memoria ai fanatici del miglior sunshine pop, ed è un brano che raccomando a chi avesse apprezzato Follow The Summer di Dave Dill, recensito su questo blog lo scorso mese di Maggio. Whitehead è in grado di abbassare i toni all'inverosimile senza perdere un'oncia di efficacia anche nel "chamber pop"di Elle (ecco, forse un pelo lunga, questo si), ma subito dopo riprende da dove aveva lasciato con Better Man, che fa emergere una sorta di McCartney in pieno trip powerpop da perdere la testa. Infine, Nothing's Changed, particolare spaccato acustico sorretto da intonatissimi jambe che mi ricorda, sia per le stupende invenzioni strumentali che per la fragile voce utilizzata, Robert Harrison versione Future Clouds And Radar.

Non so che altro aggiungere. Ho i miei gusti, le mie passioni, i miei vizi. Tutti opinabili, per carità, ma quando ritengo che un disco sia un potenziale top ten, tutto ciò che posso fare è invitarvi ad ascoltare i pezzi su MySpace o Cd Baby, perlomeno.

mercoledì 9 luglio 2008

Disco del Giorno 09-07-08: Alphaspin - Through The Solar Waves (2006; Autoprodotto)

Chi ha detto che la legge del nuovo pop d'oltremanica dev'essere dettata da orde di gruppi modaioli, fichetti e mediocri come Kooks, Franz Ferdinand, Killers e autori di altra robaccia simile? Esistono ancora artisti che hanno qualche cosa da dire, per Dio! Gli Alphaspin, da Londra, appartengono a questa categoria, che seguendo le bizzarre teorie dei giornali mainstream sarebbe in via di estinzione. Una band che suona perlopiù piano-pop e ciò nonostante riesce a non assomigliare ai tetri Coldplay. Fantstico! L'album si chiama Through The Solar Waves e non è nuovissimo (uscito nel 2006, scoperto ora), è stato autofinanziato e conta undici gemme di pop music britannica da perdere la testa. Oltretutto, il disco è stato prodotto nientemeno che da Ian Grimble (al lavoro anche con Manic Street Preachers e Travis) e registrato - per quanto riguarda le parti di piano ed organo Rhodes - in Galles, dove (si narra) il leader Ashton Mayne ha suonato lo stesso Bsendorfer che Mercury utilizzò per incidere Bohemian Rhapsody. I presagi.

Through The Solar Waves è un piccolo capolavoro di piano-pop che mette sotto il 90% della discografia dei Keane, che non disdegna (anzi) pesanti richiami a tutto quanto è stato, nel corso degli anni, catalogato come britpop ma ne azzera i contenuti pomposi ed opera per tutta la sua durata con una freschezza ed una vivacità davvero invidiabili.

L'apertura è affidata a Masterplan, ma non fatevi fuorviare dall'omonimia con il noto brano dei fratelli Gallagher. Trattasi di tutt'altro. Popular music di stampo pianistico avvezza a ricordare il miglior Ben Folds solista, quello di Rockin The Suburbs, ma anche (perchè no?) il primo e grandissimo Elton John. E sulla medesima lunghezza d'onda si muovono le prelibate Yesterday's News e 50-1 Outsider. Only You For Me, una delle perle più preziose del disco, mette in scena le influenze derivate da un'altra band che gli Alphaspin hanno sempre adorato: i Crowded House. Basteranno pochi secondi per rendervi conto di quanto i quattro londinesi riescano ad avvicinarsi ai raffinatissimi fraseggi melodici del leggendario combo Neozelandese. I brani eccezionali partono in rapida successione, ed allora ecco un'altra gemma chiamata Sunday Drivers che potrebbe benissimo essere il "singolone" dell'album. Il brano, scritto dall'autore amico del gruppo Ru Pope, è un inverosimimile concentrato di REM degli esordi e rock melodico marchiato a fuoco dai Counting Crows più upbeat. Un brano eccezionale.

La dimestichezza con cui gli Alphaspin si muovono nei meandri della musica "popolare" è pazzesca. Colonel Joe possiede un lounge feeling assolutamente accattivante e Sanity Protector, di scorza più dura, rimanda a certe produzioni melodiche ma macchiate da un certo caos di bands alla Idlewild. Fino a che, ad un certo punto, compaiono i Beatles. Come valutare altrimenti l'inizio di Caterpillar Clouds? Beatlesiano, ovviamente, per un brano che poi incede acustico e memorabile tra istanze fab four e revisionismi di stampo Travis. Un altro grande spaccato di varietà è Wasted Time, dove convergono gli eroi Crowded House e i Counting Crows (di nuovo loro), un pizzico di Oasis da ballata e perfino una spruzzata di soul. E di nuovo i fratelli Tim e Neil, vere e proprie istituzioni da queste parti, riemergono prepotentemente nella chiusura, affidata a Cooped, dove un Tim Finn in trip filo-etnico chiude il cerchio senza che nel mazzo vi sia una sola carta sbagliata.

Ripeto, il disco di certo non è recentissimo ma è fantastico. E se siete stanchi delle nuove, stantie sensazioni che ogni mese il NME vi propina senza pietà, gli Alphaspin sono una bella boccata d'aria fresca.

giovedì 3 luglio 2008

E.P. del Giorno 03-07-08: Daniel Ahearn - Pray For Me By Name (2008; Riparian Records)

Pray For Me By Name, e.p. d'esordio di Daniel Ahearn, è in qualche modo il frutto di una brutta vicenda capitata all'autore lo scorso anno. Infatti, in circostanze ignote, a Daniel è stato rubato l'intero equipaggiamento elettronico, boom box, tastiere, eccetera. Così, forse per ribellione alla malasorte, forse per necessità, ha deciso di scrivere solo canzoni che grossomodo si potessero accompagnare con un set (quasi) rigorosamente acustico. Che nel dramma si stesse nascondendo un colpo di fortuna?

Daniel Ahearn è stato membro fondatore della band Losangelina Ill Lit, gruppo che amava utilizzare sonorità di matrice folk per poi virarle in chiave elettronica, ma se vi aspettate di ascoltare qualcosa di simile in questo dischetto c'è il rischio che possiate rimanere delusi. Infatti, Pray For Me By Name è sempre ricco di riferimenti alla musica folk, cantautorale e americana, ma in questi episodi il sound è nudo, scarno ed essenziale, e gli esperimenti sono rimandati ad altre occasioni. Richiesto di specificare le proprie influenze, Daniel ha indicato come padri putativi Townes Van Zandt, Kris Kristofferson e John Prine ma, ancora una volta, chi dovesse aspettarsi un'aderenza stilistica al modello classico brevettato dai maestri del country Texano non credo rimarrebbe del tutto soddisfatto. Il disco è indubbiamente debitore del roots sound a stelle e strisce, ma ne pratica il lato più soft, acustico e - perchè no? - pop.

A dire la verità, ancora qualcosa di elettronico è rimasto, e allora qualcuno deve aver prestato a Daniel il rumoroso ma melodico sintetizzatore che guida nell'apertura Down For The Count, un brano folk suonato con la sensibilità pop di un Pete Yorn (per dirne una) e impreziosito da un sublime violino. E sinuosi archi restano prepotentemente al centro della scena nella meravigliosa Nowadays, un pezzo di puro alternative country che farebbe impazzire Ryan Adams, se solo avesse tempo di ascoltarlo. Per me, una delle canzoni dell'anno. In Jesus Saves, intimista e ovviamente confessionale, Daniel è solo con la sua chitarra acustica e un'occasionale e soffusa tastiera (in prestito anche questa?), in un emozionante frammento che esalta la sua limpida e fragile voce.

I cinque brani del disco sono caratterizzati da liriche che trattano temi semplici e micro-disperazioni quotidiane, ma sottotraccia si intuisce il credo nell'amore che vince su tutti i problemi di un mondo da cui si vorrebbe fuggire. E la musica insiste sulle coordinate di un'americana trasognata anche nelle ultime due tracce, San Vicente (grandioso il ritornello armonizzato in compagnia di Angela Correa) e Whitewashing, che aumentano il coefficiente country con un azzeccato pedal steel che le caratterizza e le eleva al livello delle altre tre sublimi canzoni.

Con semplicità, classe e passione di solito si ottengono grandi risultati, e Daniel Ahearn pare abbia centrato il bersaglio grosso. Per ora, l'extended play dell'anno.

(Daniel ha anche realizzato il video di Down For The Count. Io ve lo propongo, guardatelo!)

lunedì 30 giugno 2008

Ristampa del Giorno 30-06-08: Richard Snow - S.t. (2007; Side B Music)

Ho scoperto Richard Snow ascoltando Tuesday Music, il suo secondo album da solista uscito nel 2005. Di conseguenza, grazie al grande lavoro della Side B Music di Jerry Boyd che lo ha appena ristampato, sono entrato in possesso del suo omonimo disco d'esordio, originariamente pubblicato nel 2001 e vincitore del prestigioso titolo di "ristampa dell'anno 2007" nella classifica annuale stilata da David Bash, il capo dell'International Pop Overthrow. Onorificenza meritata, bisogna dirlo.

Richard Snow nasce nei pressi di Nottingham nel 1974 e, a livello di attività musicale, esordisce negli anni '90 fondando una band alternative/punk chiamata Enellen. Agli albori del nuovo decennio inizia una carriera solista che ad oggi conta due full-lenghts, più la ristampa del primo di essi, che fino allo scorso Novembre era molto difficile da trovare nella sua "versione originale". Per fortuna esistono ancora etichette indipendenti attente a riscoprire (e a far riscoprire) dischi che altrimenti sarebbero dimenticati per sempre nonostante la loro grandiosità, e quello di cui stiamo per parlare è veramente grandioso. Snow è un autore innamorato dei Beach Boys e del west coast sound, ma "macchia" le caratteristiche di quei suoni con accenni più o meno marcati alla filosofia del proprio paese d'origine in voga negli anni '70, in un pauroso blend di sunshine pop, armonie vocali, jingle-jangle e improvvise coltellate di pura attitudine Clash. Ne viene fuori un album altamente originale, meticcio e non convenzionale nel quale, tra l'intro strumentale di wilsoniana memoria (The Sweetest) e la sua versione cantata posta in chiusura del lavoro (The Sweetest remix), sono stipate nove ottime canzoni.

Coming Soon (Going So Fast) sottolinea la passione primaria di Richard, quella per il vocal pop anni sessanta più puro, con i classici battimani in sottofondo e una produzione - opera dello stesso Snow - filologicamente ineccepibile, tanto rimembra i suoni dell'epoca. Su simile canovaccio muove Attention Not Required, dove Snow impartisce lezioni di armonie vocali multistrato poste su una risicata base atmosferica e folkeggiante. Real lascia campo ad una cascata di dodici corde Rickenbacker che improvvisamente, nel breve ritornello, permette per la prima volta di intravvedere la smisurata passione dell'autore per Joe Strummer, aprendo la strada alla strepitosa Girls On The Tube, scarica elettrica e altamente ballabile che unisce l'immediata energia dei Clash agli spunti melodici del miglior Costello.

La personalità particolare di Richard Snow è evidente in Hand Me Down My Sunglasses, che nella strofa suona come un funk urbano prima di esplodere in un ritornello ancora una volta grato a Costello ma anche ad Arthur Lee. Il mitico cantante dei Love dev'essere stato un ascolto molto importante per Richard, e la dimostrazione arriva nella traccia seguente (Pretty Picture) dove - soprattutto a livello di timbrica vocale - il Nostro paga tributo ad uno degli autori più incredibili e sottovalutati della storia, mentre in sottofondo viaggia una "base" sonora pervasa da istinti folk e protopsichedelici. Una nuova scarica jangle domina Spiral, che in realtà è un (ottimo) rifacimento di Driver 8 dei REM, mentre Red Song, di stile similare, è un originale che starebbe a pennello su uno dei primi quattro dischi della band di Michael Stipe. Haphazard, infine, riporta in primo piano la grande passione di Snow per la psichedelia leggera ed acustica alla Zombies, mentre il culto per i piani armonici dell'autore, molto precisi ma mai scontati, trova ancora massimo consenso.

Per chi (come me) non ha avuto la fortuna o la prontezza di imbattersi in Richard Snow ai tempi dell'uscita del disco, questa ristampa è un'ottima occasione per rimediare. Un plauso alla Side B Music che, facendo uscire dischi nuovi di enorme spessore come quelli di Chewy Marble e Tripsitter e ristampando chicche come questa, può entrare di diritto nel novero delle migliori pop labels attuali.

mercoledì 25 giugno 2008

Disco del Giorno 25-06-08: Shake Some Action! - Sunny Days Ahead (2008; Satellite 451 records)

Ritornano a poco più di un anno di distanza dall'omonimo, ottimo esordio (piazzatosi al #37 nella mia classifica degli lp dell'anno scorso) gli Shake Some Action! da Seattle. A parte l'apparente contraddizione tra titolo del disco (Sunny Days Ahead) e la provenienza da una città famosa soprattutto per il grunge e i nove mesi di pioggia all'anno, tutto il resto è coerente e fila liscio come l'olio. Essì, perchè a partire dal nome, la band guidata da James Hall tiene a precisare subito i propri connotati. Trattasi di grande powerpop, influenzato dai maestri che diedero lustro al genere tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta, con qualche divagazione nella beatlemania e nella british invasion.

La rotta di navigazione che guidava il disco d'esordio è ancora valida, ma gli Shake Some Action! hanno stavolta maturato una scorza leggermente più dura, almeno in qualche brano. Si ascolti l'iniziale Get It Together, una breve fucilata rocker che sostituisce alla melodia una grande dose di carica. Allo stesso modo, riff rock'n'roll insistiti e dritti allo stomaco arrivano da You Don't Care, mentre Lookin' For Someone, più strettamente vicina ai territori garage Albionici, presenta un coinvolgente intro di chitarra palesemente "dedicato" ai Kinks prima maniera. Non so se l'evoluzione di questo tipo di brani sia stata consciamente voluta da Hall oppure sia la logica conseguenza del "potenziamento" della line-up. Il primo disco degli Shake Some Action!, infatti, era poco più di un progetto solista, mentre questo Sunny Days Ahead è il parto di una band vera e propria, completata da Chris Campbell (batteria, cori e tastiere), David Bos (chitarra e cori) e da Gary Miller (basso). In fin dei conti non è molto importante, soprattutto perchè i brani citati sono assolutamente divertenti e perchè - in ogni caso - i restanti 10 pezzi soddisferanno di certo coloro i quali avevano apprezzato il lavoro d'esordio.

La band non sbaglia un colpo e scrive powerpop songs essenziali, senza troppi fronzoli, melodiche ma potenti, grazie anche ad una produzione (firmata dallo stesso James Hall) sicura, confidente e rifinita con cognizione. Ne beneficia un grande suono segnato da una batteria "tesa" e vigorosa e soprattutto dalle classiche chitarre sferraglianti, in un impasto sonico che ricorda insieme il powerpop vigoroso degli Hoodoo Gurus e quello più "beatle-oriented" della band da cui prendono il nome (Unusual Girl - favolosi i la-la-la del controcanto - e Walking Away sono grandi esempi in questo senso) ma anche il mod beat degli Small Faces e i Nuggets come scuola di vita (che grande brano, Curtain Call). Il disco, nel complesso, è facilmente inquadrabile ma allo stesso tempo multidirezionale. Infatti, altre canzoni come Your Valentine sembrano addirittura pescare dalle caratteristiche melodiche dei Lemonheads, e altre come Draw The Line sembrano parti della premiata ditta Albarn/Coxon, senza dimenticare che due tra gli episodi migliori di Sunny Days Ahead sono rappresentati da due gemme merseybeat come Hurry Girl e I Don't Want To Talk About It, che uniscono una sorta di jingle-jangle spurio al brit pop antesignano degli La's.

Dopo un gran bell'esordio, gli Shake Some Action! non sono inciampati nel "sophomore slump" né tantomeno sono caduti nel ripetitivo, sfoderando un album che, per le sonorità che ostenta, sembra fatto apposta per me e per tutti i lettori di questo blog, assomigliando ad una sorta di riassunto di quasi tutti i nostri generi prediletti. Un riassunto fatto con originalità, però, cantato e suonato molto bene, capace di coniugare alla grande melodia e urgenza. Non è facile. A Seattle piove sempre, vero, ma con gruppi come Shake Some Action!, Model Rockets, Superdeluxe (oltre ai padri della patria Posies), la ex città delle camice di flanella può stare tranquilla. Davanti ci sono tante giornate pieni di sole.

domenica 22 giugno 2008

Appunti (Giugno '08)

Gli Inglesi lo chiamano "roundup", noi "aggiornamentio della situazione". Ogni tanto, purtroppo non molto spesso visto che il tempo scarseggia, mi piace fare una panoramica su quello che avviene o sta per avvenire nell'universo della nostra musica preferita. Un piccolo contenitore che raccolga "in pillole" le notizie più interessanti del periodo...Dunque, partiamo con il TG flash!

I Telepathic Butterflies da Wynnipeg, Canada, sono uno dei miei gruppi preferiti degli ultimi cinque-sei anni. E' dunque con immenso piacere che accolgo la notizia dell'imminente arrivo (previsto per il prossimo 8 di Luglio) di Breakfast In Suburbia, il nuovo album della band guidata da Rejean Richard. Il disco arriva a quattro anni di distanza dal precedente Songs From a Second Wave e tre dei brani che ne faranno parte si possono ascoltare sul loro My Space.

Parlando di dischi di prossima pubblicazione (e ad ulteriore conferma che il 2008 si sta rivelando uno degli anni migliori a livello di uscite discografiche) segnalo che, tra la metà di Agosto e i primi di Settembre dovrebbe uscire il secondo studio-album dei Valley Lodge, favoloso combo powerpop Newyorkese guidato da Dave Hill (ex Uptown Sinclair e Cobra Verde) e da John Kimbrough (Walt Mink) che nel 2005, grazie all'omonimo debut album, aveva occupato una delle prime 5 posizioni nella mia personale classifica di quell'anno...Non vedo l'ora di ascoltare il nuovo lavoro!

Come non bastasse, è appena uscito il nuovo album dei Derby di Portland, Oregon. Il loro precedente disco, il magnifico This Is The New You, è stato il numero uno nel best of 2005 su quell'imperdibile blog chiamato Absolute Powerpop, e ciò dovrebbe rappresentare una sufficiente garanzia, non è vero? In ogni caso, questo nuovo lavoro chiamato Posters Fade è un altro mix di britpop, Spoon, Brendan Benson e british invasion "moderna" che ce li aveva fatti apprezzare tanto. Forse, a prima vista, il tutto ha un'impronta più "indie" e questo non è necessariamente un bene, ma da quello che ho sentito, l'album dovrebbe essere molto valido.

Tra i vari dischi di cui non ho avuto tempo di parlare ce ne sono alcuni imperdibili. Tra gli altri, spicca quello di Mike Viola, chiamato Lurch ed una delle cose migliori uscite quest'anno. L'ex Candy Butchers, menestrello tra i più rispettati della scena powerpop della Grande Mela, scrive canzoni stupende che prendono il meglio del sunshine pop, della sixties music e del powerpop più melodico. Mike da sempre sta nel novero dei migliori artisti neo-powerpop Americani, e brani come Maybe, Maybe Not e lo stupendo west coast feeling di The Strawberry Blonde sono favolose conferme del talento immenso di questo grande autore.

E a proposito di grandissimi dischi finora passati sotto silenzio, una novità riguardo all'omonimo album dei Felice Brothers. Il gruppo dello stato di New York, a circa tre mesi di distanza dall'uscita del disco, ne ha licenziato una lussuriosa versione in doppio vinile da 180 grammi, che non sono riuscito a non acquistare anche se già possedevo il ciddì. Per chi non li conoscesse, i Felice Brothers sono uno dei migliori gruppi alt.country contemporanei influenzati da Dylan e dalla Band (e tutti sapete quanto amiamo certe sonorità, qui a Under Ther Tangerine Tree), e Frankie's Gun, traccia numero tre del disco, è uno dei pezzi dell'anno.

Tra tanti dischi fantastici qualche delusione ci sta. E' purtroppo il caso di Raise The Dead, ultimo lavoro degli ormai celeberrimi Phantom Planet, che dai tempi di The Guest e dal singolo per le masse California hanno intrapreso una pericolosa via segnata dal successo, si, ma inversamente proporzionale alla qualità dei dischi. Il fatto è che ci avevano abituati troppo bene, e sentire Alex Greenwald imitare Tom York (che già mi sta sulle palle di suo) non è che mi interessi più di tanto. Inoltre, si sente la mancanza di Jason Schwarzman, che ha lasciato da un pò la band per dedicarsi alla carriera di attore e al suo nuovo progetto musicale chiamato Coconut Records (loro si, molto bravi, beccatevi il loro esordio chiamato Nighttiming)...Come sono lontani i tempi di Phantom Planet Is Missing!

Infine, gli Orchid Highway, clamorosa band di Vancouver, hanno pubblicato tramite l'etichetta Rainbow Quartz il loro omonimo e grandioso album d'esordio anche in America, dove fino al mese scorso era disponibile solo in "import". Per aiutare il lancio del disco, hanno registrato il video del brano Next World che io, salutandovi, vi propongo qui sotto...