.header-inner:[widht:300px;]

martedì 28 ottobre 2008

Disco del Giorno 28-10-08: Ideal Free Distribution - Then We Were Older (2008; Color Wheel records)

Ed ecco un album che farà andare fuori di testa i maniaci di psichedelia applicata al folk, dei Nuggets e della british invasion più stralunata. Gli Ideal Free Distribution, con Then We Were Older, approdano al secondo lavoro di studio dopo aver sorpreso con l'album d'esordio, omonimo, uscito poco più di un anno fa e piazzatosi al numero 90 della mia classifica riguardante i migliori dischi del 2007. Dopo un primo ascolto di questo nuovo album si è certi di due cose: la band è sicuramente Inglese e il disco è una ristampa senza bonus-tracks di un vinile uscito nel 1967. Le certezze, come è ovvio, esistono apposta per essere picconate, ed infatti l'album è uscito circa un mese fa (dopo una rapida ricerca su internet ho scoperto che Under The Tangerine Tree è il primo blog al mondo a parlarne, evvai) ed il gruppo proviene da Lexington, Kentucky. Le stranezze della vita ed il volto buono della globalizzazione musicale risiedono di diritto anche in dischi come questo . Guidati da Samatha Herald e da Tony Miller, coppia fissa nella band, nella vita e nella label, la Color Wheel Records, che ovviamente patrocina il disco di cui stiamo parlando, gli Ideal Free Distribution (gran nome, tra l'altro) compiono in Then We Were Older un anticonvenzionale viaggio nel folk e nella psichedelia Britannica, che è tanto brillante e stralunato da rendere impossibile capire se stiano muovendosi verso il passato remoto o verso un futuro non si sa quanto prossimo. Poco importa, se il genere vi entusiasma, questa è una chicca, senza storie.

Tony Miller, nell'intervista pubblicata sull'ottimo psych-blog Trip Inside This House afferma che, se potesse utilizzare una macchina del tempo per una sola volta, non esiterebbe a fiondarsi nel bel mezzo del 1966, e da li viaggerebbe per parecchie settimane successive. Una volta ambiebtatosi negli anni Sessanta gli piacerebbe trovare un posto di lavoro come tecnico audio in uno studio di registrazione, così riuscirebbe a capire davvero, dopo anni di prove e studi senza sosta, come ricreare quella magia che usciva dalle casse dei giradischi dell'epoca. E anche se probabilmente il buon Tony una macchina del tempo a disposizione non l'avrà mai, quella magia, almeno in parte, è riuscito a ricrearla con un certo stile e molta competenza nei tredici episodi di Then We Were Older. Un disco che prepara l'ascoltatore da subito con Cold Wind Blows, puro folk psichedelico proveniente da un'immaginaria Albione persa in un tempo senza tempo che piacerebbe al nostro Donovan preferito; cinque minuti e trentatrè secondi in cui la sensibilità pop di Miller si fonde ad un'etica trippy (da paura la coda psichedelica) filologicamente ineccepibile.

La traccia d'apertura segna la via, e il disco prosegue sicuro in un itinerario fatto di eteree armonie pop, oscure ambientazioni folkeggianti ed un inossidabile feeling lisergico. Come in Carol Anne, dove i sinistri girotondi disegnati da percussioni effettate danno il là a giri di chitarre ossessive, perfetta base al variegato e particolarissimo stile di canto di Tony Miller. In Turn To Find you ed Help Herself aumenta il coefficiente di chitarre e il numero di bpm. Nella prima, le sei corde diventano memori dei Kinks e della parte più esplosiva della british invasion, mentre la voce di Miller si fa epica e sofferta. La seconda, più veloce, è una gemma di guitar-psych-pop da non perdere e si distingue come uno degli episodi migliori dell'intero disco. Un disco solido e pieno di invenzioni perfettamente intonate alle lezioni di storia via via assimilate. Ascoltare la stupenda Trip Inside per credere. Il brano, intriso di psichedelia pura per cultori del genere, parte da un ideale incrocio tra i Pretty Things di SF Sorrow e gli XTC di Skylarking per poi snodarsi in una lunga coda piena di fuzz e acido lisergico. E' doveroso segnalare, inoltre, quelli che sono gli estremi del disco. Anne Maria è un inaspettato rock'n'roll marcissimo tra gli Oblivians ed i Neutral Milk Hotel, mentre Something I Know è uno splendido spaccato di sunshine pop che - oltre ai classici del genere - mi ricorda da vicino l'album dei Rollo Treadway, uno dei miei dischi preferiti di quest'anno. E, per chiudere, quale finale migliore di Stars? Suoni e rumori da un passato irrimediabilmente proiettato nell'iperspazio.

Then We Were Older è un grande disco che non mi sento di raccomandare a tutti. Chi non ama profondamente il genere finirebbe per odiarlo e gli Ideal Free Distribution, francamente, non meritano questo. Chi invece è legato a certe sonorità si faccia un favore e corra ad ordinarne una copia. Uno dei migliori dischi di folk psichedelico che abbia sentito negli ultimi due anni.

mercoledì 22 ottobre 2008

Disco del Giorno 22-10-08: Deluxe Leisure King - Miss Steak (2008; autoprodotto)

Quando si parla di "profondo Sud" riferendosi agli Stati Uniti d'America, storicamente si intende quella sezione sud-orientale che si estende dalla Virginia alla Georgia e che comprende le Carolinas, l'Alabama, il Mississippi ed il Tennessee. Quest'area geografica, da sempre, è una delle massime fucine di talenti applicati al powerpop, all'Americana e massimamente al jangle-rock, che da queste parti è religione sin dai tempi in cui i REM muovevano i primi passi in qualche scantinato di Athens. I Deluxe Leisure King, per l'appunto, arrivano dal profondo del profondo Sud. Mobile, Alabama, è infatti un'amena località balneare situata all'estremità meridionale dello stato, affacciata sul golfo del Messico. E quello che il terzetto guidato da Seth Cherniack propone è proprio ciò che ci si aspetta da un gruppo sudista: powerpop spesso guidato da chitarre jangle con tocchi di Americana sapientamente sparsi qua e là.

Deluxe Leisure King è un nome che già avevo imparato a conoscere un paio di anni fa, avendo messo le mani in tempo reale sul precedente ed ottimo Debbie Does Nothing nel 2006. Il sorriso che avevo stampato sulla faccia quando ascoltavo quell'album si è immediatamente ripresentato grazie a questo freschissimo e prelibatissimo nuovo lavoro di studio, brillantemente intitolato Miss Steak, dal momento che gli ingredienti di allora sono qui presenti in forze, e l'album è uno spasso per tutta la sua (breve) durata. Le liriche di Cherniak e soci rimangono saldamente ancorate al reale, con un approccio verista che neanche Verga. Sentite l'iniziale Welcome To The Neighborhood per avere un assaggio: "The man that lives behind me - feels so complete - He runs a dirty little business - from the corner of the street". E via così, con omaggi ad eroi personali (Aldo Ray) e digressioni sui pensieri e gli atteggiamenti delle cameriere (Superwaitress). Del resto, dice Cherniak, "siamo abituati a scrivere di cosa vediamo e del posto in cui viviamo". Pensiero condivisibile, visto che la quotidianità è l'unica fonte d'ispirazione che difficilmente fa mancare spunti degni di essere cantati. E se i testi sono "testi dossier", allo stesso modo e con la stessa attitudine la musica tende a badare al sodo. Il sound, infatti, appare grezzo al punto giusto, melodico, minimale e completamente refrattario alla "tappezzeria da studio".

La già citata Welcome To The Neighborhood apre le danze con un powerpop ridotto all'osso, prodotto giusto l'essenziale e marcato da linee di synth completamente folli. Poi arriva Like Breaking Glass, una fucilata power-pop-punk immersa in riferimenti Db's (non a caso uno dei più grandi gruppi sudisti powerpop di ogni epoca) ed azzeccatissime citazioni Ramonesiane. Sullo stesso stile si presenta Aldo Ray, mentre Life's A Breeze è puro rock'n'roll da (s)ballo. I Deluxe Leisure King, però, toccano l'apice quando giocano nel loro confortevole giardinetto jingle-jangle pensando ai Byrds e a Bobby Sutliff e a Michael Stipe ancora imberbe. Nasce così l'elettrizzante filastrocca Wanna Girl (Like That), arpeggi a dodici corde e divertimento puro (I want a girl who doesn't have tattoes...I want a girl who hates Tom Cruise). E così nasce Reverend Jim, di simile impatto, forse appena più malinconico.

La commistione tra jangle-rock ed Americana, come dicevamo, è sempre stata una prerogativa dei gruppi del sud. I Deluxe Leisure King non potevano certo esimersi dal continuare la tradizione, e così ecco Please Stop It, puro American folk e soprattutto Kinda Sorta Knew Me When, grande Americana con un grandissimo lavoro di pedal steel. Per il resto, come definire Mistake? Easy listening da urlo può andare bene.

Restano da fare le classiche raccomandazioni finali, ma sono scontate. Se del pop sudista a stelle e strisce avete fatto uno dei vostri passatempo preferiti fiondatevi ad acquistare una copia di Miss Steak. Un album da ascoltare d'estate davanti al barbecue oppure, d'inverno, sulle frequenze della vostra college radio preferita.

mercoledì 15 ottobre 2008

Disco del Giorno 15-10-08: The Romeo Flynns - Pictures Of You (2008; What's Left records)

Dalla zona est di Detroit arriva una band chiamata The Romeo Flynns. Il loro album d'esordio, Pictures Of You, appartiene ad uno stile di powerpop che non siamo solitamente abituati a commentare su queste pagine. D.Lawrence Lee, Jimmy Moroney e Jeff Kenny praticano infatti un inusuale mix di power pop dopato da chitarre che potremmo tranquillamente definire "hard-rock", glam, rock'n'roll di base e, ovviamente, classico motown. In tutta sincerità, devo ammettere che mi ci sono voluti quattro o cinque ascolti per "entrare" nel disco, ma superata seppur con qualche difficoltà la fase di adattamento, devo ammettere che Pictures Of You non è affatto disprezzabile e credo che i più old-fashoned tra voi lettori amanti di certo glam-pop anni Ottanta potrebbero trovarlo addirittura stupendo.

Il disco si presenta retrò anche nella struttura. Quanto spesso capita, ai giorni nostri, di trovarci tra le mani un concept album? Non molto, a occhio e croce. L'esordio dei Romeo Flynns è invece un album che va ascoltato come si usava una volta quando ci si trovava di fronte a lavori similari: i concept, per loro stessa natura, vanno ascoltati per intero, dall'inizio alla fine, senza che si noti la possibilità (e neanche se ne veda la necessità, per essere onesti) di estrapolare singoloni da quarantacinque giri. Di che si parla? dell'argomento più vecchio ed attuale della storia della pop music, ossia una storia d'amore finita malissimo. E, come prevedibile, l'album trasuda malinconia, ma grazie alla debordante quantità di chitarre e volumi riesce a non sfociare nella depressione cupa, rimanendo anzi vivace e godibile per lunghi tratti.

Dopo l'introduzione sottoforma di dialogo tra il protagonista e quella che sembra essere appena diventata la sua ex ragazza, l'album parte con la title-track, che è anche un pò il manifesto delle sonorità che si incontreranno durante il percorso. E cioè powerpop muscolare alla Cheap Trick abbondantemente iniettato di glam melodico che mi fa venire in mente i Fuzzbubble, gruppo Californiano maestro nell'affrontare questo genere di cose. Su simile standard incede Just Fade Away, mentre Gonna Feel Alright è un classico rock'n'roll sfrenato e arricchito da generose dosi di piano e sax. A Better Man Than Me parla la stessa lingua ma qui le chitarre sono più strettamente powerpop, come quelle di Won't Pass By This Way Again, classico powerpop "stoppato" con un pregevole lavoro armonico durante il chorus.

Lawrence dimostra di avere una particolare abilità nelle lente performance per sola voce e chitarra acustica come Kristine ed Every Time We Part, che in un disco simile non potevano assolutamente mancare, ma i pezzi migliori sono senza dubbio Wasting My Heart, impressionante brano jangle-pop e la riuscitissima cover di Better Things, una delle mie canzoni preferite dei Kinks.

Lo slogan di una vecchia pubblicità dichiarava "per molti, ma non per tutti", e credo che ciò valga per anche per Pictures Of You, ma ribadisco un concetto: se preferite che la vostra razione quotidiana di pop sia particolarmente "energizzata" buttatevici a capofitto. Tutti gli altri, cioè quelli che come me preferiscono cose più soft, potrebbero aver trovato un degnissimo diversivo. E diamogliela una chance!

mercoledì 8 ottobre 2008

I migliori 5 dischi powerpop di tutti i tempi!

Come molti appassionati di powerpop sapranno, qualche mese fa John Borack, uno dei più illuminati giornalisti musicali americani, ha dato alle stampe Shake Some Action, The Ultimate Powerpop Guide, consigliatissimo libro in cui l'autore stila la propria personale classifica dei migliori 200 dischi powerpop di tutti i tempi. Ora, come si sa, quando si tratta di stilare classifiche tutti hanno le proprie idee e difficilmente ci si trova completamente d'accordo. Io stesso, leggendo il libro di Borack, sebbene concordassi con l'autore in più di un'occasione, avrei posizionato in modo differente alcuni dischi nella top 20 e non mi capacitavo di come alcuni lavori fossero stati esclusi dai 200. Avrei inoltre preferito altri dischi di alcuni autori presenti in classifica. Opinioni personali, ovvio. Che però, oggi, abbiamo la possibilità di esprimere e far valere. Infatti, Angelo del supremo blog Powerpop Criminals ha indetto un sondaggio per stilare la classifica "alternativa" dei migliori dischi powerpop di tutti i tempi. E' semplice. Cliccando sul link si raggiunge una pagina web in cui potrete votare i VOSTRI cinque dischi preferiti. I seggi sono aperti fino al 31 di questo mese, perciò avete anche qualche giorno per rifletterci su!

Dopo due giorni di acuminate riflessioni, ecco cosa ho votato:

o1. Big Star "#1 Record / Radio City". L'unico album della mia top 5 uscito prima del 1990. Non che non ami tantissimi dischi usciti negli anni Settanta ed Ottanta, anzi, però ho finito per optare per album usciti mentre crescevo e che hanno cementato la mia infinita passione per il genere. In ogni caso, i primi due lavori della premiata ditta Chilton/Bell rappresentano le autentiche pietre miliari del powerpop, e non sapendo decidermi su quale dei due dischi inserire, ho scelto di includere la nota ristampa che li comprende entrambi. Back Of A Car, The Ballad Of El Goodo, In The Street e Life Is White sono la storia, né più né meno. Poi c'è September Gurls, la ballata per antonomasia, brano che ha fatto dire a Borack "probabilmente non è la più grande canzone pop di tutti i tempi, ma durante i tre minuti della sua durata sarete perdonati se pensate che lo sia".

02. Cotton Mather "Kontiki". Dicevamo che è difficile essere d'accordo su questioni tanto personali, eppure i miei due dischi preferiti sono gli stessi di Steve Ferra, "proprietario" del magnifico blog Absolute Powerpop. Kontiki è uno di quei dischi che metterei subito in valigia nel caso dovessi affrontare il proverbiale viaggio su un'isola deserta. Steve ha ragione quando afferma che Robert Harrison, il deus ex machina dei Cotton Mather, ha scritto il disco più vicino ai Beatles che la storia ricordi. Non tanto in termini di sound (ci sono tante altre bands che lo fanno bene) ma quanto in termini di etica e qualità delle canzoni. Quattordici autentici capolavori sospesi tra powerpop e psichedelia prodotti magistralmente da Brad Jones. Uno brano meglio dell'altro, dalla chiassosa e iniziale Camp Hill Rail Operator alle dolci e trasognate Homefront Cameo, Spin My Wheels e Autumn Birds. Dal caos devastante di Church Of Wilson ai capolavori da tramandare ai posteri come My Before And After (uno dei più grandi brani powerpop di tutti gli anni '90), Vegetable Raw e la sensazionale ballata jangle She's Only Cool. Harrison rifinisce con una voce destinata più di ogni altra a raccogliere l'eredità di Lennon e con testi poetici, pensosi e immaginifici. Persino Noel e Liam Gallagher, di certo non due famosi leccaculo, ai tempi dell'uscita di Kontiki affermavano: "vorremmo averlo scritto noi, lo ascoltiamo tutto il giorno a casa!". In una parola, impressionante.

03. Teenage Fanclub "Grand Prix". Norman Blake, Raymond McGinley e Gerard Love. Tre musicisti e cantanti sublimi per un terzetto di compositori tra i più importanti e sottovalutati del pop moderno. Secondo Alan McGee, che ai tempi dell'altro capolavoro Bandwagonesque li vantava nella scuderia Creation, era solo colpa loro poichè - così diceva l'uomo che resuscitò il brit rock - "era un gruppo che si accontentava di vendere 150.000 copie". E vabbè. Folgorati sulla via di Alex Chilton, i Fannies assorbivano le istanze del powerpop originale per poi rigurgitarle in un mare di chitarre e di suoni sporchi e poderosi, certe volte ai limiti del caos controllato. Grand Prix è uno dei dischi più strettamente pop del combo Scozzese, e nell'eterno dibattito se sia meglio di Bandwagonesque, per me vince facile. Perchè ci sono alcuni tra i miei brani preferiti di sempre. Sparky's Dream, tanto per citare il più famoso, in un mondo migliore sarebbe stato singolo dell'anno e il contorno, anche se di contorno è difficile e forse improprio parlare, avrebbe fatto la fortuna di centinaia di gruppi. Esempi? Neil Jung, I'll Make It Clear, About You e potrei citarli tutti. Qualche soddisfazione se la sono tolta, essendo fonte di ispirazione per una moltitudine di artisti adoranti e visto che qualche migliaia di persone al mondo letteralmente li venera. Io per primo.

04. Cherry Twister "At Home With Cherry Twister". Certo, ognuno di noi ha nella propria classifica il disco oscuro, che per qualche motivo finisce per diventare un capolavoro "privato". At Home With Cherry Twister non è esattamente privato, visto che parecchi cultori della materia lo hanno sempre considerato un disco immenso. Sinceramente, l'album in questione è stato uno dei motivi di più aspra critica nei confronti del libro di Borack, dal momento che sono convinto meriti ben di più dell'82° posto riservatogli in Shake Some Action. Steve Ward, leader del gruppo, ha dimostrato anche nei successivi (e molto più intimisti) lavori da solista di essere un autore di primissimo piano, e At Home With Cherry Twister è li a dimostrare perchè. Powerpop puro, divertimento, classe, voce da sogno, produzione essenziale e soprattutto una capacità innata di scrivere ritornelli impagabili. I primi quattro pezzi costituiscono una delle migliori partenze che si ricordino e Sparkle, benchè non lo sia mai stato, è un singolo da capogiro.

05. Jason Falkner "Author Unknown". Il geniale autore che fece parte di Jellyfish, Three O'Clock, Grays e che lanciò Brendan Benson, nel 1996 si mise in proprio e fece uscire uno dei più scintillanti e (ancora una volta) sottovalutati dischi di pop puro che la storia, recente e non, ricordi. Quando dico "si mise in proprio" intendo in tutti i sensi. Suona, produce e canta tutto lui, per un vero e proprio pop-tour-de-force. Non tutti lo hanno capito, e hanno fatto male. Una confidenza nei propri mezzi simile, io la ricordo a fatica. Jason era e rimane uno dei grandissimi autori del pop degli ultimi vent'anni, un singer-songwriter d'eccezione che di certo non nasce tutti i giorni, e chissà quanto dovremo aspettarlo un altro così. Uno capace di confonderci, tipo "ma questo è McCartney?" dopo pochi secondi dell'iniziale I Live. Di farci saltellare per casa con il pop-punk di Miracle Medicine e Miss Understanding. Di scrivere lenti memorabili (e i lenti, si sa, sono la cosa più difficile da scrivere) con arrangiamenti di archi favolosi in She Goes To Bed. E poi, Don't Show Me Heaven e soprattutto Afraid Himself To Be sono intrisi di raro e pregiatissimo nettare Beatlesiano. E c'è I Go Astray, uno dei miei brani preferiti in assoluto. Non una semplice canzone, ma piuttosto un musical pop raccolto in tre minuti circa. Se questo non è genio puro allora spiegatemi voi cosa vuol dire "geniale". Vi avverto che non sarà facile farmi cambiare idea.

Chiaramente, lo ripeterò fino alla nausea, la mia classifica è quanto di più opinabile ci sia sulla faccia della terra. Devo aggiungere che fino all'ultimo sono stato indeciso circa l'assegnazione dell'ultima "piazza" disponibile ma poi, al fotofinish, Jason Falkner ha superato Utopia Parkway, fantastico secondo album dei Fountains Of Wayne. In ogni caso, sospetto che io stesso tra qualche mese avrò cambiato idea sul quarto e quinto posto (i primi tre credo rimarranno intoccabili per anni) ma tant'è. Certe cose, per loro stessa natura, sono destinate a mutare perennemente...

mercoledì 1 ottobre 2008

Kool news!

Sembra che il famigerato servizio postale stia ricominciando ad adempiere i propri doveri, anche se non propriamente a pieno regime. Poco male, ormai me ne sono fatto una ragione, anche perchè gli ultimi arrivi, ancorchè saltuari, sono di livello eccelso. Quest'oggi, per esempio, registriamo buone nuove da Seawell, New Jersey, quartier generale della Kool Kat records di Ray Gianchetti, la miglior etichetta power pop sul pianeta terra. Quanti dischi incredibili ci ha regalato Ray nel solo 2008? Una dozzina buona. E a questa dozzina dobbiamo aggiungere le ultime due nuovissime uscite, vale a dire Another Season Passes degli Strand e Goodnight To Everyone dei Jellybricks.

Lo abbiamo ripetuto alla nausea e sappiamo tutti a memoria che il power pop, almeno quello delle origini, visse i suoi periodi di massimo splendore nei primissimi anni Ottanta. Soprattutto negli States, ma non solo li, centinaia di gruppi provavano nei rispettivi scantinati a miscelare gli ingredianti di un genere che nel suo piccolo ha fatto la storia della musica. Quei ragazzi lo facevano perlopiù inconsapevolmente. Nessuno (o quasi nessuno) sapeva di suonare powerpop all'epoca. Era una cosa che veniva naturale, e che portava parecchi svantaggi a chi lo praticava. In un music-bizz quantomai focalizzato su generi musicali precisi, definiti ed inquadrabili in compartimenti precisi, quell'insieme di artisti, perlopiù sotterranei, che non nascondevano di essere influenzati contemporaneamente dal punk, dalla new wave e da tanto beatlopop, si trovavano regolarmente in quarta fila. Non avevano un look caratteristico, e questo era un problema. Però tra loro iniziarono a diffondersi a macchia d'olio le cravatte strette. Le skinny ties. Ora, skinny-tie powerpop è diventato un simbolo, una caratteristica, un modo per indicare in modo semplice e comprensibile uno stile musicale. Dicesi skinny-tie-powerpop quel tipo di powerpop che si rifà precisamente alle sonorità dell'epoca. Ai padri del genere. Ai Beat e ai 20/20. Non so se ci siamo capiti.

Gli Strand di quella scena (del sottobosco della scena) facevano parte, anche se dalle foto interne al disco non risultano indossare cravatte. Nascono ad Alexandria, in Virginia, nel 1982. Registrano un solo album, Seconds Waiting, nel 1984. Non lo ascolta nessuno, salvo diventare poi oggetto di culto, molto ricercato dai collezionisti, e chissà perchè la buona musica debba sempre invecchiare in botte prima di essere apprezzata. La band, formata da James Garner (voce e basso), Bill Lasley (voce e chitarra), John Hubbell (batteria e voce) e da Tommy Kemler (tastiere) scompare, ma non va in pensione. Tra la metà degli anni '80 e il 2007 i componenti scrivono ancora, e dieci nuovi brani vengono alla luce all'interno di un nuovo, fiammante album chiamato Another Season Passes. Un disco tutto giocato sull'asse Plimsouls-Beat, con gli Who sempre davanti ad indicare la strada. Una serie di brani pazzeschi, come l'iniziale Rising Tide o la grandiosa Not a Stranger, che ruba intro e melodia a Steppin' Stone, per sciogliersi poi in un ritornello che demolisce in un colpo solo gran parte della paccottaglia neo-garage in circolazione. Le canzoni, tutte, com'era caratteristico nell'83 suonano incredibilmente vive e genuine. Le chitarre ruggiscono, le melodie imperversano e la band è lì, davanti a voi, senza trucchi e senza la maschera di una produzione eccessiva. Certe cose mi commuovono sempre. Why'd You Call si sente che deve qualcosa al sixties-punk, ma ha la capacità di trasformarsi in un brano dal ritornello degno dei migliori Records.

Non vorrei spararla grossa ma credo che gli Strand, quest'anno, finiranno nella top 10. L'album non molla la presa un secondo, e tra classiche sonorità skinny-tie (appunto) e melodie da impazzire scorrono senza soluzione di continuità le varie Along For The Ride (fans dei Cryers fatevi sotto) e The Center, un uno-due da impazzire. C'è spazio per un lento spaccacuore (Begin Again) e per rivoli di Clashismo (Scared Streets 1 e 2). E come non innamorarsi dei synths che introducono la favolosa e new-waveggiante On Her Own?

La mini-bigrafia interna al disco termina così: "chiudete gli occhi, ascoltate e provate ad immaginare quando, tra l'84 ed il 2007, le singole canzoni sono state scritte. Giungerete alla conclusione che si tratta di musica senza tempo". Sottoscrivo in toto. Che emozioni, che grande disco.

I Jellybricks arrivano da Harrisburg, Pennsylvania e con questo Goodnight To Everyone toccano quota quattro album di studio, così come quattro anni sono passati dall'ultmo Power This, pubblicato nel 2004. La band, nota per la sua frenetica attività live, ha condiviso i palchi di mezza America con gruppi del calibro di Fountains Of Wayne e Barenaked Ladies. Mi piacerebbe vederli dal vivo, i Jellybricks. Se su cd riescono ad essere così tremendamente potenti, on stage devono essere quantomeno devastanti. Larry Kennedy, Garrick Chow, Bryce Connor e Tom Kristich suonano si powerpop, ma spesso si tratta di powerpop tanto melodico quanto "estremo", nel senso di anfetaminico e muscolare. No, non sono una hard-rock band. Le melodie sono potenti come le chitarre, e da esse sgorgano con una naturalezza che è propria solo di chi sa maneggiare alla grande il genere. Del resto sono stati prodotti da Saul Zonana, mica il primo scemo.

Pronti via, si parte con Eyes Wide, che è lì lì per sconfinare nei territori del pop-punk. La velocità non è quella, ma siamo ai confini. Immaginatevi un mix tra il pop dopato dei Wannadies, i Churchills (qualcuno se li ricorda?) e i Mega City Four ed avrete una vaga idea di quello che vi attende. La title-track rallenta un pò ma nel ritornllo torna esplosiva mantenendo il tasso armonico ai livelli consigliati. Stavolta mi vengono in mente altri Svedesi, i Merrymakers, oltre agli Smash Palace e ai sottovalutati Crash Into June. Il "tono muscolare" svetta ai massimi consentiti durante Broken Record e Up To You, quando il volume delle chitarre è alzato a 12, ma i brani migliori sono quelli vagamente jangle, in particolare More To Lose, dove gli arpeggi rickenbacker-pop hanno la meglio sui distorsori.

Per il resto, al terzo ascolto ci si rende conto che i Jellybricks amano seguire la stella polare di Matthew Sweet. E se, come me, siete dei fanatici del genio che partorì Girlfriend, non potete farvi scappare gemme come Nobody Else, che si sente che è prodotta ed influenzata da Zonana, Put It Down e la delicata conclusione Heartache Begins, perfetta per augurare buonanotte, e buon mal di cuore, a tutti.

sabato 27 settembre 2008

e.p. del Giorno 27-09-08: The Actual Facts - Pain/Pleasure (2008; autoprodotto)

Lo so, lo so, sono passati qualcosa come venticinque giorni dall'ultima recensione. No, non sono stato in vacanza. Semplicemente, sono stato vittima delle Poste Italiane, le quali, regolarmente, nelle settimane immediatamente successive alle vacanze di Natale e a quelle estive, tendono a non consegnare più la posta, almeno da queste parti. Il problema è che sono in attesa di tantissimi dischi di cui vi vorrei parlare, ma quando i servizi fondamentali per il cittadino non funzionano diventa impossibile uscirne, specialmente nel nostro paese. Come tutti sanno, infatti, le Poste sono da sempre presenti nella speciale classifica dei flagelli che affliggono la Penisola, ben piazzati al secondo posto tra Trenitalia e la rete autostradale. Ovviamente, il governo Berlusconi è fuori classifica, "hors catégorie", come il Tourmalet e il Peyresourde al Tour de France.

Passatemi lo sfogo, ora parliamo di musica e personaggi. Anche perchè la scorsa settimana sembra che le consegne abbiano iniziato a riprendere, con calma, lentamente, ma se non altro ho trovato nella mia buca delle lettere il secondo extended play degli Actual Facts di Brooklyn, stato di New York. Visto che parliamo di provenienza, è importante dire subito che la band non è completamente Americana. Il leader Tim Simmonds è infatti originario dell'Essex (Inghilterra) e vi assicuro che il fatto è di primaria importanza, a breve capirete il perchè. Bel tipo, in ogni caso, Simmonds. Innanzitutto ha raccolto la mia stima, simpatia ed amicizia perchè, a differenza dei soliti comunicati stampa che accompagnano i dischi, lui mi ha scritto una lettera a mano, in cui traccia una breve biografia personale, per una volta non esclusivamente didattica. Dice che è cresciuto guardando tonnellate di video di XTC, Undertones e Television alla tv Britannica, e tali visioni risulteranno essere una prepotente (e palese, aggiungo io) influenza per il suo songwriting. Dice anche che è andato a cercarsi su Wikipedia una foto di Villadossola, alto Verbano, il paese da cui vi scrivo, e che la trova molto affascinante. Non so che foto abbia visto Simmonds, onestamente. Per giunta, mi ha invitato a Brooklyn, nel caso la volessi visitare. Più di così.

Il colpaccio gli riesce appieno anche perchè il dischetto, intitolato Pain/Pleasure, è di eccezionale brillantezza compositiva, soprattutto se si ha riguardo del periodo storico a cui l'autore schiaccia l'occhio. Niente di più anacronistico, oggi fa più figo anche reinterpretare gli anni venti. Simmonds no, lui con la testa e forse anche con il corpo è completamente immerso nell'Albione della fine degli anni '70. Sconfina anche nei primissimi Ottanta, certo, ma il senso è sempre quello. E gli ascolti della gioventù si sono trasformati in religione. XTC e Undertones? Hai voglia. Per me anche un pò (un bel pò) Buzzcocks e Barracudas, per un concentrato di chiassoso punk-pop (volutamente punk-pop anzichè pop-punk, che ha tutto un altro significato) molto molto interessante.

Si comincia subito dal top, dal pezzo più devastante del lotto, dalla perla del disco. Si chiama Chaise Lounge e vi assicuro che se gli XTC fossero stati un gruppo della scena di Brixton nel '77 avrebbero suonato esattamente così. Con le chitarre sferraglianti e la voce bene al centro della scena, a suo modo epica, ma epica con gusto. La title-track, che arriva subito dopo, si basa su chitarre marce, incedere lento e pesante e melodie allucinate. Un pò Television, sicuro, ma se non fosse per l'accento cockney di Simmonds mi verrebbero persino in mente (anche se non vorrei sembrare eretico) i Velvet Underground. Con Cookie Is A Bad Girl, altro grande brano, riprendono il centro della scena melodie molto più pop, sempre screziate dagli XTC e dall'Inghilterra del periodo, però. Dai Barracudas di Don't Let Go, per esempio.

La seconda metà del dischetto (sei pezzi) si apre con Don't Shave Down There, un altro brano davvero entusiasmante e retrò che sconfina addirittura in sensazioni Buzzcocks/Clash/Stiff Little Fingers (!). Non pensavo si producesse ancora musica così. Infatti non si produce più, si autoproduce, e qualche volta viene anche molto bene. Così come viene bene Come On Over, traccia numero cinque, che da un riff iniziale molto "Waiting For My Man" (non ci posso fare niente, mi ricordano proprio Lou Reed, a volte), si espande in un altro grande ritornello di stile Moulding - Partridge. E si chiude, perchè anche e soprattutto le cose belle tendono a finire abbastanza velocemente, con A Hand To Hold. Chiusura perfetta perchè c'è tutto. Perchè è un Bignami di quello che fin qui abbiamo ascoltato. Perchè inizia con due minuti per sola chitarra selvaggia e voce da emozioni strazianti. E perchè la batteria, quando entra, lo fa all'improvviso, in modo meraviglioso. Perchè ci sono i Clash e il punk, il pop esistenzialista e l'onnipresente sindaco onorario di Swindon. La melodia, che poi è la cosa più importante, e la produzione sporca, decisa, sparata nello stomaco.

Non sottovalutate dischetti apparentemente insignificanti come questo. Ne escono decine di migliaia all'anno, vero. Ma tanti di questi, molti più di quanti possiate pensare, chiedono solo di essere ascoltati perchè lo meritano. Diciamoci la verità e smettiamola una volta per tutte di prenderci in giro: sono ben altri i prodotti che "saturano" il mercato e che dovrebbero essere cacciati a calci nel culo dai giornali e dalle playlist radiofoniche insieme ai loro sedicenti produttori. Questi sono dieci dollari spesi bene. Dieci dollari. Sapete cosa sono dieci dollari?

mercoledì 3 settembre 2008

Disco del Giorno 03-09-08: Andy Reed - Fast Forward (2008; Kool Kat Musik)

Ah, Andy Reed. Avevo intuito le sconfinate potenzialità del suo pop d'autore ascoltando il bellissimo ep d'esordio The Great Compression, uscito l'anno scorso, ma non pensavo potesse arrivare a tanto. Ah, Andy Reed. Produttore, ingegnere del suono, polistrumentista. Ma soprattutto cantautore di livello assoluto, decisamente sopra la media, e il suo Fast Forward è al momento ben posizionato nella mia top 5 annuale. Come si fa a non volergli bene? L'essenza dell'artista indipendente. Suona e canta e produce e mixa, con l'aiuto sporadico di qualche amico, e in effetti il disco suona intimista e confessionale ma nondimeno luminoso e consapevole. Nel complesso, penso che i lettori appassionati della componente più strettamente "pop" e meno "power" del powerpop rimarranno assolutamente sorpresi ed entusiasti.

L'album attacca con The Ballad Of...che, differentemente da quanto si potrebbe pensare leggendo il titolo, non è affatto una ballata ma un egregio numero up-tempo che mette in evidenza l'indiscutibile talento di Andy nel costruire girotondi vocal pop degni dei migliori Jim Boggia, Jon Brion e dello stesso Michael Penn. Il ritmo rallenta durante la ballata per pianoforte Crazy Things, dove Andy dimostra di saper scrivere, anche nei lentoni strappalacrime, ritornelli da paura senza scadere nel melenso né tantomeno nella tappezzeria melodrammatica. The Criminal, traccia numero tre - e uno dei migliori momenti di Fast Forward - è uno spaccato di superbo sunshine pop spruzzato di jingle-jangle e condito da arrangiamenti di flauto traverso di grandissima classe.

Dopo i primi colpi di genio il disco prosegue con due ballate acustiche sofferte e molto personali come Play e Novacaine, prima di tornare a ritmi più sostenuti con Thank You, un grande brano soft (power) pop che ricorda moltissimo alcuni lavori dei suoi colleghi Australiani Michael Carpenter e Adrian Whitehead, il cui impressionante esordio One Small Stepping Man (recensito su questo blog un paio di mesi fa) è uno dei dischi imperdibili di quest'anno. Se Thank You lascia spazio ad un pò di powerpop, la componente energetica è presente in massima misura in Tied Up, che per timbrica vocale, lavoro di chitarra e sapienza nell'uso dei sintetizzatori può ricordare un brano dei Farrah.

Si può dire che Fast Forward sia un album composto quasi interamente da perle, e a questo proposito giova il fatto che sia un disco breve, di appena dieci canzoni, dove le pause non sono ammesse. Per l'appunto, Around The Town è un altro pezzo per cui perdere la testa, con i suoi tempi country ed un uso del pianoforte consapevolmente "americano", e non so se ci siamo intesi. La commovente ballata Look After Me, per acustica, pianoforte e fragilissima voce, è probabilmente la migliore tra i lenti classici, mentre Feel Like Listening?, posta in chiusura dell'album, è un fantastico brano notturno dall'impressionante coda sparsa e vagamente psichedelica dove l'attitudine e le linee vocali sono chiaramente reminescenti del John Lennon più personale.

Cari lettori, Fast Forward è un altro disco da acquistare ad ogni costo, se non volete perdere un essenziale frammento partorito da questo incredibile 2008. E se amate il pop cantautorale flebile e melodico ai limiti del melodioso, le possibilità di rimanere delusi sono praticamente nulle. Andy Reed è un autore dotato di talento sopraffino e va bene che è solo al secondo disco solista, ma per ora, nella sua breve carriera, non ha sbagliato una virgola. Fidatevi ciecamente.