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sabato 2 gennaio 2021

I migliori 50 album del 2020.


Secondo giorno dell'anno, quello buono per svelare i migliori cinquanta album usciti in quello precedente secondo il nostro parere, al solito sindacabilissimo. Nell'annata più strana che ci potessimo aspettare, ammesso e non concesso fosse possibile in qualche modo aspettarsela, il mondo delle uscite discografiche, almeno quello, è stato generoso alquanto. Ci sono molti lavori non inclusi in questa classifica che meriterebbero quantomeno una citazione, sicuramente un ascolto o più, ma volendo fare un'operazione del genere qualche paletto è obbligatorio piantarlo. Come sempre, godetevi i dischi e supportate gli artisti e le etichette comprando le loro pubblicazioni. Un mondo senza musica sarebbe un non-mondo: forse nel corso dell'anno fortunatamente in via di conclusione ce ne siamo accorti come mai prima.

NB: i criteri adottati per organizzare i link a ogni album del listone sono gli stessi utilizzati nella classifica dedicata ai singolini. Buon divertimento.

50 - Mothboxer "Accelerator" (self-released)
49 - The Corner Laughers "Temescal Telegraph" (Big Stir)
48 - Kekker "Greatest Hits 1+2" (Kool Kat)
47 - The Beths "Star Rope Gazers" (Carpark)
46 - Joe Pernice "Richard" (Ashmont)
45 - The Tummies "9:30 Girl" (self-released)
44 - El Goodo "Zombie" (Strangetown)
43 - Kurt Baker "After Party" (Wicked Cool)
42 - Paul Molloy "The Fifth Dandelion" (Spring Heeled)
41 - Sunbourne RD "Teenage Lyrics" (self-released)
40 - The Vapour Trails "Golden Sunshine" (Futureman)
39 - Wyldlife "Year Of The Snake" (Wicked Cool)
38 - The Easy Button "Some Bands Have All The Fun" (self-released)
37 - The Amplifier Heads "Music For Abandoned Amusement Parks" (self-released)
36 - Alpine Subs "Sweetheaven" (Subjangle)
35 - Jeff Rosenstock "No Dream" (Polyvinyl)
34 - Spygenius "Man On The Sea" (Big Stir)
33 - The Lemon Twigs "Songs For The General Public" (4AD)
32 - The Overtures "Onceinaworld" (Kool Kat)
31 - Nada Surf "Never Not Together" (City Slang)
30 - The Szuters "Sugar" (self-released)
29 - Diamond Hands "III" (Kool Kat)
28 - Ward White "Leonard At The Audit" (self-released)
27 - Juniper "Juniper" (Fabcom!)
26 - R.E. Seraphin "Tiny Shapes" (Paisley Shirt)
25 - The Breakup Society "Before The Intervention Ruined Everything" (self-released)
24 - The Reflectors "First Impression" (Time For Action)
23 - Greg Pope "Wishing On A Dark Star" (Octoberville)
22 - Nite Sobs "Do The Sob!" (Beefcake)
21 - The Speedways "Radio Sounds" (Snap!)
20 - Outtacontroller "Sure Thing" (Alien Snatch)
19 - Gallows Birds "Quaranteenage Kicks" (Rum Bar)
18 - Exploding Flowers "Stumbling Blocks"(Smash It Up!)
17 - Mo Troper "Natural Beauty" (Tender Loving Empire)
16 - Ultimate Fakebook "The Preserving Machine" (Sonic Ritual)
15 - Nick Piunti & The Complicated Men "Downtime" (Jem)
14 - High On Stress "Hold Me In" (self-released)
13 - Icecream Hands "No Weapon But Love" (self-released)
12 - The Dowling Poole "See You See Me" (369 Music)
11 - 2nd Grade "Hit To Hit" (Double Double Whammy)
10 - The Lees Of Memory "Moon Shot" (self-released)
9 - Bebopalula "Bebopalula" (self-released)
8 - Joe Giddings "Better From Here" (Kool Kat)
7- I Do You Do Karate "One Last Job In Mexico" (Half A Cow)
6 - Silver Sun "Switzerland" (self-released)
5 - Nick Frater "Fast & Loose" (Big Stir)
4 - Pop Co-Op "Factory Settings" (Futureman)
3 - The Yum Yums "For Those About To Pop" (Screaming Apple)
2 - The Brother Kite "Make It Real" (Light Fighter)
1 - Mom "Pleasure Island" (self-released)



mercoledì 30 dicembre 2020

I migliori 25 singoli del 2020.


Ed eccoci giunti al fatidico momento dei classificoni di fine anno. Iniziamo dai singoli, dunque. Nel seguente elenco, numerato in ordine crescente come si conviene, troverete il meglio del 2020 uscito in formati piccoletti: 7", Ep, miniCD, singoli in digitale. Sono escluse le uscite che non contengono tracce inedite rispetto agli album. Ogni disco classificato sarà corredato da un link, con la seguente modalità preferenziale: - recensione apparsa su UTTT, se è apparsa; - pagina Bandcamp della band/artista; - sito ufficiale; altro retailer online dove sia possibile accaparrarsi il prodotto. Buon ascolto!

25 - The Top Boost "Tell Me That You're Mine" (You Are The Cosmos)
24 - Sleeping Bag & Rozwell Kid "Dreamboats 2" (self-released)
23 - The Britannicas "Walls and Stars" (Ice Cream Man)
22 - The Foxhall Stacks "The Half Stack" (Snappy Little Numbers)
21 - Dave Marean Band "Time Piece" (self-released)
20 - Massage "Michael Is My Girlfriend" (self-released)
19 - The Corner Laughers "Accepted Time" (Big Stir)
18 - Go Go's "Club Zero" (Universal)
17 - Danny McDonald "Modern Architecture" (Popboomerang)
16 - The Last Bees "Countdown" (self-released)
15 - The Sleepyheads "Better Luck Next Time" (self-released)
14 - The Cudas "4-Speed EP" (Snap!)
13 - The Vapour Trails "Lonely Man" (Futureman)
12 - Didn't Planet "Worse In The Rain" (self-released)
11 - The Sensible Gray Cells "So Long" (Damaged Goods)
10 - Cabana Wear "Cape Weather" (self-released)
9 - Flowertown "Flowertown" (Paisley Shirt)
8 - The Feels "She's Probably Not Thinking Of Me" (self-released)
7 - Radio Days "I Got A Love" (Snap!)
6 - Red Skylark "Run On" (Naked Walls)
5 - Jim Trainor "Glass Half Full" (self-released)
4 - Brad Marino "False Alarm" (Rum Bar)
3 - Mom "Tonight" (self-released)
2 - The Lickerish Quartet "Threesome EP Vol.1" (Label Logic)
1 - Semisonic "You're Not Alone" (Pleasuresonic)

venerdì 18 dicembre 2020

Radio Tangerine #4


Finalmente, solo per voi affezionatissimi lettori di questo blog, ecco pronto il quarto volume di Radio Tangerine, la compilation comprendente tutto ciò che non potete perdervi del rock'n'roll melodico indipendente pubblicato negli ultimi mesi. A stretto giro di giorni - quindici, al massimo - arriveranno anche playlist e classifiche dedicate al meglio di questo strano 2020. Come sempre, è stato un piacere!

giovedì 10 dicembre 2020

Disco del Giorno: Mom "Pleasure Island" (2020 - autoprodotto)

 


Qualche mese fa avevamo avuto modo di rimanere stupefatti da Tonight, singolo primo di un giovanissimo terzetto di Malmo candidamente chiamato Mom. Il fatto che tre ventenni suonassero come se il mondo fosse tornato al 1979 - e con cognizione di causa assoluta - ci aveva lasciati a bocca aperta. In quell'occasione s'era deciso: quello sarebbe stato il singolo dell'anno. Poi ne è arrivato un altro a stretto giro di posta, Don't Leave With My Heart, a confermare le prime impressioni.

 

Vanno di corsa i Mom: formatisi appena l'autunno scorso, dopo i due singolini d'assaggio sono ripiombati nelle nostre case, purtroppo non ancora sui nostri palchi, addirittura con un album lungo, purtroppo momentaneamente disponibile solo in formato digitale. I tre si girano se chiamate Donny, Frank e Luke, e organizzano il complesso in modo peculiare. Donny, voce e principale compositore, si alterna a Frank nella gestione di chitarre, batteria e sintetizzatori, mentre Luke si dedica al basso. I risultati sono mostruosi: le undici tracce che compongono "Pleasure Island" sono tutte state create per essere impresse su un vinile a sette pollici, e peccato che nessuno abbia ancora pensato a concretizzare l'opportuna operazione.

 

I due singoli-apripista succitati meritavano il ruolo; la magia sta nel fatto che se i Mom avessero selezionato uno a caso tra gli altri nove brani qui presenti, nulla sarebbe cambiato. Raro, affermare di queste cose, di questi tempi. Il loro è uno strepitoso concentrato di bubblegum, skinny-tie power pop e 70's glam da perdere la testa, condito da un pizzico di primordiale wave a dare ancora più gusto al piatto. Se la vostra collezione di dischi include City Nights di Nick Gilder e l'indimenticato, omonimo capolavoro dei Milk'n'Cookies, salterete sulla sedia ascoltando I Wanto to Feel What You Feel e Waste My Time; se dei mostri sacri del power pop primigenio come Records e Paul Collins conservate ancora i poster nella cameretta a casa dei vostri genitori non potrete resistere a Ordinary Girl e Better Than You.

   

I Mom riescono ad abbassare i ritmi senza perdere un'oncia della loro carica quando intonano Hurt By You e Talk to Me, sintomaticamente, verrebbe da dire, e dei singoloni spaccatutto abbiamo già detto. Grandi melodie accompagnate da riff di chitarre tracimanti, e una concezione filologica amorevole, se consideriamo le verdissime carte d'identità. "Pleasure Island" è uno dei dischi dell'anno, e la Svezia continua a essere una miniera d'oro per tutti i maniaci di musica pop. Sperando che qualcuno, possibilmente molto presto, provveda a rendere giustizia a questo grande album stampandolo sul supporto che merita.

mercoledì 25 novembre 2020

Disco del Giorno: Joe Giddings "Better From Here" (2020 - Kool Kat)


Anno di grazia 1999: il liceo, il millennium bug, la trascurabilissima predica urbi et orbi di Karol Wojtyla dedicata all'inizio del nuovo millennio. In coda a quello vecchio, tuttavia, usciva un disco destinato a rimanere nella memoria - oltreché nelle imperiture classifiche - di ogni fanatico di power pop. "Songs For The Whole Family" sarebbe rimasto l'unico album nella carriera di una band di Atlanta chiamata Star Collector, nome opportunamente preso in prestito da una discreta canzone dei Monkees. Che tempi. Il quartetto, democraticamente composto da membri eccellenti nel dividersi onori e oneri di canto e scrittura, incise nel 2000 una versione del classico di Macca My Brave Face, che finì su uno splendido tributo dedicato al Beatle scalzo dal titolo "Coming Up!", prima di sciogliersi a seguito di una brutta faccenda provocata - ma toh? - da una casa discografica al solito rapace.

Il capo della banda si chiamava Joe Giddings, trasferitosi in Georgia dalla natia città di New London, Connecticut. La cruenta fine della sua creatura contribuì a imporgli una scura depressione oltre al conseguente rigetto per ogni forma di scrittura, ma la parentesi buia non si prolungò molto. Ripresi in mano chitarre e GarageBand, Joe ha ricominciato a comporre, mettendo presto insieme una collezione di canzoni private, e con ogni probabilità destinate a restare tali non ci fosse stato il provvidenziale intervento del sommo Bruce Brodden, boss della rimpiantissima Not Lame Records e forse, non è un azzardo affermarlo, del power pop americano tutto in quegli anni. Il suo entusiasmo indusse Joe Giddings a pubblicare un album, dietro al comprensibile pseudonimo di JTG Implosion: l'implosione di un autore che pensava di aver smarrito la strada maestra, ma "All the People Some of The Time", classe duemiladue, suona tuttora come un rigoglioso esempio di scrittura pop devota ai santi Manning e Sturmer.

Seguì un altro trasloco, stavolta a Los Angeles, e saltuarie tracce apparse sulle più varie piattaforme digitali, spesso poco prima di essere rimosse, esse non soddisfacendo l'esigente autore. Poi la quadra, una serie di canzoni convincenti, il progetto di un album sorto nel 2016 e infine realizzatosi, quattro lunghi anni dopo, grazie all'intervento di un altro angelo del powerpop, il mai abbastanza lodato Ray Gianchetti della Kool Kat records da Seawell, New Jersey. "Better From Here" è una fortuna. Uno scrigno pieno di tesori. Undici brani che nascono dall'ineludibile fonte dei Fab Four, per proseguire entro gli argini della miglior pop music degli ultimi cinquant'anni. "I don't wanna sing like the Beatles again, but i'm gonna do it anyway", promette Joe all'inizio del disco. Derivativo e felice di esserlo? Sì, e vi conviene lasciarlo fare.

 

Se ogni promessa è debito, Joe Giddings è debitore solvibile. Così la robusta title track aizza l'album regalando le migliori premesse possibili, prima che la criptica Always Raining Somewhere dia un primo saggio del vanto della casa, l'innata duttilità nel maneggiare le insidie che la musica popolare sempre propone. Il brano è sublime esemplare alt.country, guidato da chitarre soffici e sempre più jangle mano a mano che il pezzo declina verso la splendida conclusione.

 

Quando si sanno scrivere storie le canzoni vengono meglio: lo dimostra Amity Horror, quadretto lirico che pare disegnato da Chris Difford sulle basi di un power pop chitarristico ispirato ai migliori Velvet Crush. Altrove - si può indirizzare lo sguardo pressoché ovunque senza timore di rimanere delusi dal panorama - Gone So Far fa risplendere l'argenteria di Tom Petty, foraggiata da armonie giganti e da sequenze genialoidi d'accordi, mentre Alone But As One pare il commendevole risultato di un approfondito studio della filologia Mersey.

 

Se ciò non fosse sufficiente a consigliarvi l'ascolto, ma tenendo fede al proposito di non abusare della pazienza del lettore, val la pena di segnalare ancora il corposissimo glam pop alla saccarina di If I Don't Have Love, incitata da un sistema di cori debitore della migliore Electric Light Orchestra, e l'ingegnosa ed esilarante Billy Said the F*** Word, che vedremmo in buona compagnia nel giardino di Welcome Interstate Managers. Joe Giddings saluta con la simbolica Final Track, denotando una sospettabilissima sapienza nel maneggiare la delicata seta della sartoria Elliott Smith. Speriamo sia un arrivederci. Possibilmente presto, stavolta.

Kool Kat | Bandcamp

sabato 31 ottobre 2020

Addio James Broad. Ci hai lasciato con un altro grande album


Il dramma di quest'incommentabile duemilaventi non accenna ad attenuarsi, e la pugnalata stavolta è inferta da un male incurabile. James Broad ha perso la sua battaglia impari con un cancro terminale all'intestino, e ha detto addio martedì scorso in un letto dell'ospedale in cui si stava sottoponendo a sfiancanti sessioni di chemioterapia. James ha formato i Silver Sun a Camden Town nel 1995, diventando l'autore e il cantante di una delle band più importanti degli ultimi trent'anni per quanto riguarda il nostro mondo, la nostra musica. Due album major, pubblicati da Polydor, etichetta in quel momento assestata di band vendibili nell'allora auspicabile seconda ondata britpop, peraltro presto arenatasi. Si separarono con poche cerimonie, alla fine di un rapporto lacerato dai problemi economici dell'etichetta e dallo scarso successo di pubblico raccolto dai due capolavori della band, il disco omonimo del 1997 e il supremo "Neo Wave", uscito l'anno dopo.

Qualche show, lo scioglimento, l'esperienza individuale di James Broad celata sotto lo pseudonimo Bullets e poi una fila di album indipendenti: "Disappear Here", "Dad's Weird Dream", "A Lick and A Promise". Sporadici e solisti, tutto suonato, cantato e prodotto da James, nonostante l'utilizzo dell'antico moniker. Fino all'ultimo "Switzerland", svelato lo scorso aprile, per ora disponibile solo in formato digitale anche se avrebbe meritato come poche altre produzioni coeve l'alloggio in un formato fisico. James era già malato, ancora non lo sapevo. Ci ha lasciato con un altro grande disco, forse il migliore dai tempi di "Disappear Here", colmo di classico Silver-Sun-sound ("Silver Sound", mi permettevo di dire, cercando di definire il suono di gruppi che negli anni hanno provato a ispirarsi alla scrittura di James Broad) ad altissimo contenuto chitarristico, in cui le inarrivabili e imperiture armonie vocali sono l'ombrellino nel cocktail di cui siamo diventati irrimediabilmente dipendenti. Brani sfacciati dai riff post glam come Earth Girls Are Easy; tipici esempi di speed bubblegum come Fireworks, God Room, Original Girl; lenti spaccacuore come Photograph.

Un album inattaccabile, oggettivamente degno di un posto almeno nella top ten di fine anno; un lascito da conservare gelosamente, sperando di meritarcelo. Sono persino troppo triste per scrivere un necrologio. Meglio un'apologia dell'ultimo disco scritto da James Broad. Sei mesi dopo Adam Schlesinger ci ha lasciato un altro dei grandissimi.



mercoledì 21 ottobre 2020

Disco del Giorno: Greg Pope "Wishing On A Dark Star" (2020 - Octoberville)


Sono passati dodici anni dal primo disco di Greg Pope, quel meraviglioso "Popmonster" opportunamente trattato in tempo quasi reale su queste pagine: come vola il tempo quando ci si diverte. Presa ancora una volta coscienza dell'inevitabile scorrere degli anni, rincuora sapere che certi autori continuano a scrivere inesorabili mentre invecchiano insieme a noi. Otto album dopo, ritroviamo Greg da Nashville in ottima forma, accompagnato dai pargoli nella stesura e nell'esecuzione di "Wishing On A dark Star", il nuovo gioiello di famiglia. Pubblicato a due anni di distanza da "A Few Seconds Of Fame", il disco del giorno è tenue, calmo, forse il più rilassato dell'intera discografia, anche se il Papa non dimentica di alzare il volume, almeno di tanto in tanto.


Asher Pope, uno dei figlioletti, all'epoca di "Popmonster" era un bambino; ora è un adolescente ispirato, in grado di contribuire alla scrittura di Gone, traccia inaugurale del disco: abbiamo già parlato dell'inesorabilità del tempo, mi pare. Gone, incipit perfetto, è un segmento di pop naturale, di quelli che sgorgano fluidi, in una sorta di consciousness applicata alla scrittura melodica, liberamente (presumibilmente?) ispirata a uno dei passaggi pacati che popolano il long medley di Abbey Road. L'ulteriore plus, in un brano già di per sé notevolissimo, lo aggiungono sapienza e gusto chitarristico di Greg, sempre uno dei migliori interpreti della sei corde nel nostro club di riferimento.

 

Laid back, dicono gli anglosassoni; rilassato, abbiamo già scritto noi. Così Blue Skies Above e Morning Sunshine hanno la delicatezza letterata dei fratelli Finn, e anche Blue Bird Fly, che vanta l'altro erede Noah alla batteria, col suo arrangiamento bizzarro potrebbe stare bene su "Woodface" dei Crowded House. Altrove, Where The Road Began richiama il Lennon intimista con gli occhiali tondi, mentre Vacation (From My Vacation) esibisce con orgoglio alcune luccicanti chitarre jangle. All'inizio della chiacchierata vi avevamo promesso qualche episodio sostenuto, e Pope mantiene con Wildest Dreams e Born To Relive, power pop classico inciso col cesello, ma la proverbiale ciliegina è senz'altro rappresentata da Jump Back From The Light, una scheggia, un bozzetto melodico di pop per chitarra in cui Greg Pope dà una perfetta dimostrazione della sua proverbiale capacità di sintesi. Spero non serva aggiungere molto altro per indurvi a cliccare sui link qui in basso.