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venerdì 18 dicembre 2009

Disco del Giorno 19-12-09: The Corner Laughers - Ultraviolet Garden (2009; Popover Corps)

"Irriverente, solare e sfacciata pop music per il passato, il presente ed il futuro". Questo si legge, sul sito di CD Baby, nella pagina di presentazione di Ultraviolet Garden, il secondo album di studio dei Corner Laughers. Se vi ricordate, non è la prima volta che parliamo del quartetto di Frisco su UTTT. Quasi due anni fa, oramai, scrivevamo ottime cose riguardo a Tomb Of Leopards, che dei Corner Laughers era l'album di debutto. Ora, se non rimembrate, potreste prendervi una pausa e ricominciare da quegli scritti così, a mò di ripasso. In ogni caso sappiate, e statene certi, che Ultraviolet Garden rappresenta un triplo salto mortale in avanti, rispetto allo spassoso debutto del 2006. Le caratteristiche base sono poi le stesse: sensazionale twee pop di chiara matrice eighties, riposizionato nel nuovo millennio ed aggregato a sensazioni pop-girl anni '90. Il risultato è più o meno quello che ci si aspetterebbe ascoltando Lisa Marr spalleggiata dagli Heavenly. Tanta roba. Stavolta, però, c'è qualcosa in più. Karla Kane e Angela Silletto, le ragazze terribili alla guida della band, danno sfogo a tutta la loro passione per la musica delle radici americane, e così Ultraviolet Garden risulta essere uno dei migliori dischi alt.country/pop che mi sia capitato di sentire ultimamente.

La meravigliosa voce di Karla esplode da Shrine of the Martyred Saint, traccia numero uno del disco, che fa subito capire il senso della definizione utilizzata per aprire questa recensione: "musica pop per il passato, il presente, il futuro". Ed un'altra questione di primaria importanza si palesa immediatamente. I testi navigano in quello spazio tra il fine umorismo e i raffinati riferimenti culturali che spostavano gli equilibri già ai tempi del disco di debutto. Questa volta le ragazze spaziano tra catacombe romane e preoccupazione per la fauna californiana in via d'estinzione. Tra dissertazioni sui villaggi Mayan e ragazzi che sono perfetti idioti. Il pop delle Laughers poi, è sempre uno sballo. E se lo scatenato twee di brani come Thunderbird, Yellow Jackets e soprattutto della gigantesca The Commonest Manifesto fa saltare sulla sedia, stavolta gli episodi più illuminanti sono quelli intrisi di ukulele e profumati di praterie per una popicana al femminile tra le migliori del decennio. Per esserne sicuri, vi basterà dare un sommario ascolto alla sontuosa Half a Mile e soprattutto a Dark Horse, un manifesto di esistenzialismo contemporaneo da cameretta ("I Saved your last e-mail, i couldn't bring myself to delete it") che entra istantaneamente, e di diritto, tra i brani migliori dell'anno.

In regia siede Allan Clapp degli Orange Peels (anche per loro un nuovo, discreto disco appena uscito), fatto che sta a certificare la garanzia del prodotto: pop d'autore, anzi, d'autrice di primissima qualità. Intenso, profondo ma solare e felice allo stesso tempo, come i Corner Laughers sanno fare alla perfezione. Poi dai, è quasi Natale, e Ultraviolet Garden è il perfetto sottofondo per l'atmosfera di festa. Disco da top 10, senza indugi.

giovedì 3 dicembre 2009

Disco del Giorno 03-12-09: Bill Donati - Never Like This (2007; Manlia Music)

"Le canzoni dei Beatles sono magiche, trascendono il tempo in cui furono scritte. Vederli dal vivo ha rappresentato per me una sorta di epifania". Cosi parlò Bill Donati, il protagonista del nostro "disco del giorno", rispondendo ad una domanda dell'intervista fattagli da Fab Four Radio, una stazione radiofonica online che ogni fan dei Beatles dovrebbe conoscere. A quanto si apprende leggendo il comunicato inviatomi dall'emittente, "Fab 4 Radio trasmette principalmente le canzoni dei Beatles. Per il resto siamo abbastanza selettivi, e solo le migliori canzoni nuove sono ammesse". Donati, cuore e sangue italiano trapiantati dapprima a Memphis ed oggi a Las Vegas, ha visto giusto qualche mesa fa una propria traccia, intitolata Studio 2, essere scelta come canzone del giorno nella programmazione della radio dei suoi sogni. Sono soddisfazioni enormi. Del resto se le merita, Bill, perchè è uno di quei personaggi che dei Beatles e della musica pop ha fatto la propria ragione di esistere. E vediamo perchè.

Bill Donati nei primissimi anni settanta lavorava agli Ardent Studios di Memphis, una vera e propria istituzione della musica americana e non solo. Tra le mura degli studios hanno registrato veri e propri mostri sacri come Led Zeppelin e Cat Power. Come REM e ZZ Top. Ma non vorrei portare fuori strada chi fosse digiuno di informazioi a riguardo. Perchè se gli Ardent studios rappresentarono un eclettico centro di registrazione ambito un pò da tutti, la Ardent label nacque con lo specifico intento di tradurre in musica la prosa inebriante che giungeva sottoforma di invasione dalla lontana Inghilterra. Una sorta di chioccia che si impegnò a proteggere e divulgare (attraverso la potente e sodale Stax records) i pruriti popolari e neopsichedelici che continuavano a divampare nel sud degli Stati Uniti d'America. E sebbene molti valorosi artisti contribuirono a formare la gioiosa comunità Ardent, bisogna dire che il nome che marchiò a fuoco l'intera combriccola fu uno soltanto: quello dei Big Star. Mamma Ardent cullò i primi esperimenti di Alex Chilton e Chris Bell, prima di patrocinare il loro disco d'esordio sotto l'insegna dello Stellone. Ci videro lungo, e Number 1 Record fu uno dei piu' importanti lavori in assoluto, in quel periodo ed oltre.

"Lavoravo agli studios mentre i Big Star registravano il loro primo disco e ho avuto la fortuna di conoscere Chris Bell. Beh, quelle sono esperienze che ti segnano" mi ha scritto Bill Donati nell'e-mail spedita ad UTTT la scorsa estate. Come dargli torto. Detto da uno che della scena musiale di Memphis negli anni '70 è stato parte integrante fa un certo effetto. Un appassionato di "pop e melodia" che negli anni gloriosi della Ardent ha collaborato, nelle vesti di batterista, con artisti quali Lawson & Four More, Wallabies e Terry Manning. E che nel 2007, quasi quarant'anni dopo, ha dato il proprio benestare alla Marlia music per pubblicare in una raccolta intitolata Never Like This dieci pezzi composti e registrati dallo stesso Donati ai tempi della Ardent.

Come ci si potrebbe aspettare, i brani grondano passione sincera e cognizione estrema. Un omaggio alla teoria Beatlesiana ed al credo britannico fatto con gusto e rispetto, applicazione e tanto talento. Si potrebbe contestare a Bill la tempistica, visto che un disco del genere negli anni in cui fu composto avrebbe ottenuto maggior successo di quello che potrebbe conquistare oggi, ma tant'è. Noi che del pop, quando è buono, non facciamo mai una questione anagrafica, ci commuoviamo facilmente davanti alle istanze beatlemaniacali della title track e di Catherine, oppure al cospetto della deliziosa fillastrocca popolaresca e pianistica I'm Not Saying. Rispettiamo profondamente il semplice e dignitoso sentimentalismo di Come What May e l'omaggio di If You've Nothing To Lose al sunshine pop piu' erudito. Addirittura ringraziamo esultanti quando arriva l'ora di un piccolo gioiello devoto al Magical Mystery Tour come A Love Gone Mad.

"Posseggo ancora tutti i dischi dei Beatles. Il miglior gruppo della storia, a mio parere". Questa frase, scritta in un italiano un pò incerto ma comunque superiore al livello medio di molti nostri connazionali, chiudeva la lettera che Bill Donati mi ha inviato. E' persino troppo semplice essere d'accordo con lui e constatare che, ogni giorno che passa, è fantastico sentirsi parte della nostra piccola comunità pop. Ed è doveroso rendere omaggio a minuscoli artisti come Bill senza i quali, forse, un sito come questo non esiterebbe nemmeno. POP ON!

(NB: A quanto risulta, Bill Donati non ha un proprio sito internet, né tantomeno una pagina MySpace. Never Like This è comunque reperibile attraverso i migliori retailers powerpop come Not Lame, Kool Kat e Cd Baby).

lunedì 16 novembre 2009

e.p. del Giorno 16-11-09: Violect Vector and the Lovely Lovelies - EP II (2009; Color Wheel)

Hipsters d' Italia e del mondo unitevi ed aspettatevi una grossa sorpresa. Una sorpresa multicolore e vestita di seta sgargiante confezionatavi da una bella fanciulla sudista di nome Amanda Brooks. Costei, insieme ai propri sodali, è approdata al secondo ep di studio accreditato allo pseudonimo Violet Vector and the Lovely Lovelies (esiste un nome più freak, al giorno d'oggi?), uno dei migliori dischetti di quest'anno che farà innamorare all'istante tutti i fans dei primi Pink Floyd e del vintage pop dal cantato femminile.

I VVLL sono in sei (quattro donne e due maschietti), sono prodotti dalla Color Wheel records (già distintasi su queste pagine lo scorso anno per aver timbrato il secondo lp degli Ideal Free Distribution) e, dietro ad un rassicurante aspetto da congrega hippy alloggiata nel sud americano, nascondono una capacità innata di riprodurre con competenza sorprendente sonorità molto spesso affascinate dalla cultura melodic-psych del 1967. E per essere sicura di centrare il bersaglio grosso, la compagine di Chapel Hill ha deciso di non rischiare la lunga distanza ma di giocare forte su un quintetto di brani dalla facilità d'ascolto spaventosa e dal songwriting tanto semplice quanto eccellente.

Grass Is Glowing e Technicolor Electric (l'apertura e la chiusura del disco) rappresentano la componente più "acida" del gruppo, grazie a chitarre che flirtano con il fuzz, ad un sepiente uso dell' organo Whitehall e ad un incedere nel tempo - a prescindere dalla durata comunque contenuta dei brani - che rievoca logiche care ad antiche suite in miniatura e alle spezie acide che ispirarono il primissimo Barrett. I testi, fedeli alla tradizione e quindi pregni di riferimenti esoterici e colmi di stupore per le magie che la natura nonostante tutto continua a produrre, si muovono a proprio agio anche durante gli episodi centrali del disco, quelli più pop.

La trilogia poppy (e peppy, molto peppy) dell'ep si apre con What's Going On In Your World, brano che raccoglie il meglio dell'entusiamo contagioso che le girls-band sapevano trasmettere così bene nei sixties. Poi c'è la notevole Applesweet, di stampo decisamente più moderno, a ricordare quanto ci si possa divertire ascoltando un pezzo di classico vintage twee. Sunshine In Space, infine, si apposta sulle gloriose barricate di un powerpop un pò scassato e minimale che riporta alla mente eccezionali bands al femminile degli anni '90 come Go Sailor, Heavenly e Cub.

Sapete cosa vi dico? Nella classifica di fine anno riguardante gli ep, i VVLL faranno un figurone. E se del pop con fiocco rosa e sgargianti tonalità vintage siete innamorati, Amanda Brooks e psichedelica compagnia non aspettano altro che ricambiarvi.

giovedì 5 novembre 2009

Disco del Giorno 05-11-09: Parallax Project - I Hate Girls (2009; Kool Kat)

Michael Giblin è uno dei miei tanti piccoli eroi personali. Perchè? Per un motivo, essenzialmente. Mike, stimatissimo musicista proveniente dalla Pennsylvania con decine di esaltanti esperienze alle spalle, alla fine degli anni '90 è stato la spalla fondamentale di Steve Ward nella realizzazione di At Home With, il secondo album dei Cherry Twister, uno dei miei dischi powerpop preferiti di tutti i tempi. Dal 2002 Giblin ha avviato una sorta di progetto solista chiamato Parallax Project. Inizialmente la cosa aveva tutti i crismi dell'estemporaneità, ed un nucleo di musicisti abbastanza vasto si era reso disponibile per aiutare Michael nella registrazione del primo disco, intitolato Oblivious. In realtà poi le cose vanno come vanno, e messa assieme una band giusto per suonare al party di presentazione dell'album, i ragazzi si sono accorti di non essere niente male. Ne è nato un gruppo vero e proprio, che suona regolarmente nel nord-est americano e che prima di questo terzo lavoro di studio ha prodotto un altro disco, Perpetual Limbo, uscito nel 2005.

Il povero Mike deve avere problemi di cuore, se consideriamo che l'album di cui ci occupiamo oggi si intitola I Hate Girls. Ne più ne meno. Ma a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, il disco non è niente affatto cupo nè tantomeno malinconico. I Hate Girls, prodotto da Don Dixon (nientemeno) è un divertentissimo spaccato di powerpop vecchia scuola che pesca in pari misura dall'invasione britannica di Beatles e Who e dalla tradizionale scena americana a cavallo tra la fine dei settanta e i primi anni ottanta. Un lavoro estremamente solido che non ci metterà molto a rallegrare le vostre ore nel mezzo di questi primi giorni di autunno vero.

La starting track si chiama All The Same ed è un colpo di cannone, dove un riff palesemente beatlesiano viene sporcato da pura energia Faces. The Day After Tomorrow, traccia numero due, è intrisa di quel tipico storytelling concettuale che fa molto Tillbrook, mentre Easy è semplice, puro ed incondizionato pop con la P maiuscola, nudo come mamma l'ha fatto e perfetto per uno sfrenato sing-along. Gli Squeeze sembrano essere un'influenza imprescindibile per Mike da Mechanicsburg, che in ogni caso non riesce a levarsi di dosso la scimmia dei sixties targati union jack. Ne escono così prelibatezze come la title track e Waiting To Pull The Trigger, dove si possono immaginare gli onnipresenti Tillbrook e Difford capeggiare un'oscura formazione sessantista in debito con gli Who.

Grande merito dell'album è quello di non scendere di tono man mano che i brani passano. Perchè You & Me e la spettacolare Half intonacano di freschezza Costelliana le pareti dell'album, e Coming Around è un viscerale omaggio fatto di old school powerpop alla propria storia di turnista aggregato ai leggendari Plimsouls. Chicca finale, una grandiosa cover di Needle In A Haystach originariamente di Martha and the Vandella's.

L'album è licenziato dalla Kool Kat e la cosa è un'ulteriore garanzia di qualità. Superfluo dire che se acquisterete I Hate Girls dalla label di Ray Gianchetti riceverete in omaggio un cd-r ascoltando il quale potrete apprezzare i Parallax Project coverizzare alcuni gloriosi brani di Kinks, Velvet Underground, XTC e molti altri (grandissima la cover di A Well Respected Man!). Non esitate!

lunedì 26 ottobre 2009

Disco del Giorno 26-10-09: various artists - Souvenirs: Little Gems of Pop (2009; Sound Asleep)

Non sono mai riuscito a capire bene perchè gli anni 80 si prestino quasi esclusivamente ad interpretazioni ambigue. E'vero, sotto molti punti di vista gli eighties sono stati un fenomenale serbatoio di monnezza. Ma se si parla strettamente di musica, il discorso cambia. Voglio dire, i gruppi new wave dell'epoca in molti casi hanno mietuto successo e consensi più che giustificati. Il grosso problema è che troppa poca gente era a conoscenza di quanto succedeva negli scantinati di tutta America, sotto i primordiali McDonalds dove si accresceva l'inquietante fenomeno del paninarismo più edulcorato e superficiale. Lì, all'ombra di un mondo artistico che iniziava ad essere infame e votato più che altro ai soldoni del music biz, giovani congreghe senza alcuna speranza di agguantare il benché minimo successo si davano da fare e concretizzavano ciò che gente come Alex Chilton, Eric Carmen e Pete Ham aveva concepito dieci anni prima. Nasceva il powerpop consapevole di esserlo, anche se di "scena" vera e propria non si poteva parlare, vista la frammentazione estrema di cui era oggetto il fenomeno.

Il powerpop è sempre stato un genere di nicchia e, diciamocelo, anche un pò sfigato. In fondo, però, a noi che ne siamo cultori la cosa è sempre piaciuta e quando critichiamo i media di settore che non se lo filano lo facciamo quasi a bassa voce, perchè un pò siamo gelosi della nostra cultura e abbiamo una paura fottuta che qualcuno, intravvedendone le elevate potenzialità radiofoniche, ne abusi e, infine, rovini il nostro giocattolo. Forse è anche a causa (o grazie) a ragionamenti di questo tipo che il pop chitarristico è sempre rimasto nelle cantine e nelle camere da letto, in piccoli club e minuscole fanzines, con poche notabili eccezioni, nonostante tutto. Così è sempre una scoperta. Una gioia immensa. Un pozzo senza fondo. Tutti i giorni, volendo e studiando il giusto, si possono scoprire bands antiche mai sentite, in massima parte autrici di qualche singolo oppure di uno o forse due dischi, spesso stampati in pochissime copie e quasi sempre soggetti a vendite risibili. Il perchè non lo capirò mai, ma tant'è.

Per fortuna, a partire dalla metà degli anni '90, è sorto nella sparuta comunità powerpop il fenomeno delle compilations retrospettive, tutte intenzionate a dare nomi, volti ed ascolto a centinaia e centinaia di gruppi che definire minori sarebbe già un'esagerazione. Di grandi esempi ne abbiamo parecchi: i quattro volumi di Yellow Pills, giusto per citare la serie più "famosa". Oppure Poptopia, Bam Balam Explosion, Powerpearls e via dicendo. Oggi, dal profondo Nord, la sublime label svedese Sound Asleep, da quindici anni attiva nel supporto al migliore rock'n'roll melodico, ha messo assieme una mirabile raccolta di ventuno brani, contenenti alcuni geniali esempi dei vari frammenti che componevano il movimento powerpop nei meravigliosi anni 80. Il nome è azzeccato: Souvenirs, Little Gems Of Pop. Senza esagerare, di gemme qui ce ne sono a palate. Gruppi pop letteralmente enormi come Three Hour Tour, Choo Choo Train (i futuri Velvet Crush), Beatosonics, Jimmy Silva e i Pointed Sticks (presenti con l'inedita All My Clocks Stopped) si affiancano a personaggi meno conosciuti ma di grande talento come Hector, Flying Color, 2 Minutes 50 e a valorosi rappresentanti della scena post-mod dell'epoca come Manual Scan, Wishniaks e Leatherwoods in un festival che è pura essenza indie-powerpop anni 80 di primissimo livello.

Bisogna dire che Jerker Emanuelson (il titolare della Sound Asleep) ha fatto un grandissimo lavoro e che la selezione delle canzoni è sublime. Ad accrescere l'interesse concorre il fatto che parecchi brani siano tratti dai vinili originali conservando il suono caldo, l'emozione forte e la passione propria dell'epoca in cui furono incisi. Non approfittare di un'occasione del genere, quando ad un prezzo equivalente al costo di tre birre medie potete mettervi in casa una raccolta di questo tipo, sfiora il criminoso. Questi gruppi, questi grandi artisti dimenticati dalla storia, sono un piccolo manifesto di una scena fondamentale, un periodo d'oro che nel suo piccolo ha fatto scuola pur continuando a restare nascosto nella dolce penombra che alla fine un pò ci piace. L'interno del libretto contiene tanto di prefazione a cura di Bruce Brodeen della Not Lame, e qualcosa vorrà pur dire. Da ascoltare a volume sostenuto, magari in macchina cantando a squarciagola i ritornelli durante lo stop al semaforo mentre gli estranei, come consuetudine, vi guarderanno allibiti manco foste alieni. Il powerpop, che invenzione meravigliosa.

lunedì 19 ottobre 2009

Disco del Giorno 19-10-09: Strangefinger - Into the Blue (2009; Side B Music)

Sembra ieri, eppure l'estate è ormai finita da un pezzo. Come avrete notato, quest'anno il blog viene aggiornato abbastanza di rado, ma non è colpa mia, giuro! Tra impegni e casini vari mi ritrovo a recensire Into the Blue, disco d'esordio degli Strangefinger, fuori tempo massimo. Vi state chiedendo perchè? Sarà il titolo, oppure la copertina dell'album, probabilmente la brezza oceanica che si respira ascoltando il disco. Sarà quel che sarà, ma a me Into The Blue fa venire in mente l'estate. Occhio però, non vorrei essere frainteso. L'estate che si respira non è quella pregna di giustificati sentimenti frivoli di Surfin'USA. Piuttosto, siamo nel mezzo di una serata sulla west coast, dove la raffinata atmosfera marittima porta alla memoria sublimi convivi in compagnia di Steely Dan, Peter Frampton e dei Jellyfish più sognanti e meno barocchi a cui possiate pensare.

Strangefinger è la band messa assieme da Fred Lemke, passionale autore californiano che per realizzare questo disco ne ha dovute passare di tutti i colori, tra mancanza di fondi e varie vicissitudini personali che ad un certo punto pare lo abbiano spinto a vagabondare senza casa per un breve periodo. Ah, il romanticismo della musica! In realtà Fred in qualche modo il disco lo aveva pure realizzato, con produzione all'osso e mixaggio artigianale. Era il 2005 ed i più attenti tra di voi ricorderanno un album accreditato ad un certo "Fred" ed intitolato Sound Awake. Ebbene, quell'opera rispunta ora nella sua completezza (con un diverso mixaggio, un differente ordine delle tracce e l'aggiunta di alcune canzoni al posto di altre) grazie all'intervento risolutivo della Side B Music di Jerry Boyd, un'etichetta che grazie ad uscite fantastiche come i dischi di Chewy Marble e Chris English sta entrando nel novero delle labels garanzia di qualità. E non è finita, perchè i patimenti di Fred meritavano una giusta ricompensa. Alla regia di Into The Blue è infatti seduto Chris Manning dei Jellyfish, e credo sia superfluo aggiungere altro.

Le aspettative vengono ripagate in pieno da un disco di sostanziale piano pop di rara grazia, passione ed eleganza, brillantemente suonato e dalle superbe armonie vocali dove le tracce, per intelligente scelta "fuse" l'una all'altra, formano un'opera pop tra le più sofisticate dell'anno. Apre Sleep, drammatico pop per pianoforte dove c'è tutto Fred Lemke, in un mondo con troppe domande e risposte troppo fragili. E si prosegue con Tease, che insieme alla godibilissima Sunshine Between forma un'accoppiata jazzy pop di grande valore dimostrativo. La fase Jellyfish è incastonata tra le tracce tre e quattro: Good Night, che a dispetto del titolo è un vivace frammento che sembra estratto dalla colonna sonora di un musical e la spettacolare Piscettarius, che potrebbe essere tranquillamente scambiata per un pacato outtake di Bellybutton. Interessante, molto interessante, anche la naturalezza con cui Lemke riesce a rendere coese, grazie alle emozioni, due brani consecutivi dagli standard opposti come Colored In Snow, una disperata e sensazionale ballata, e Fuck You Stars, unico brano davvero rock del lotto dove Frank si ribella aspramente a madre, padre, lavoro e tutto ciò che gli sta attorno.

Ce ne sarebbe abbastanza per dare ad Into The Blue un bell'otto in pagella, ma non è per niente finita qui. Perchè prima che Moonshine - un minuto e mezzo di profonda riflessione strumentale - chiuda il disco, c'è spazio per altre tre piccole gemme come Sugar ed il suo mid-tempo pieno zeppo di soul, come Two Angels, stupenda ballata dalle tinte Dan/Frampton e come il super-singolo There's An Ocean, che potrebbe anche ricordare i Fastball calati nei seventies più soleggiati.

I più ingordi sappiano che oltre alle tredici tracce dell'album sono incluse anche le versioni radio-edit di Sleep, Piscettarius, System To The Grind, Two Angels e There's An Ocean. Più di così non so che dire, e se ancora non vi ho convinto non c'è altro che io possa fare. Se non raccomandarvi calorosissimamente un album in smoking che rappresenta il top dell'eleganza per questo duemilanove.

mercoledì 7 ottobre 2009

Live! Paul Collins' Beat + Radio Days (Oste, Domodossola, 04-10-09)

Domenica scorsa, il 4 Ottobre, si è verificato quello che per sempre ricorderò come l'evento dell'anno 2009. All'Oste di Domodossola ha suonato Paul Collins. Si, quel Paul Collins. Ovviamente, tutti i lettori di questo blog conosceranno come le proprie tasche uno dei padri del powerpop, personaggio seminale che per molti di noi rappresenta una vera e propria leggenda vivente, e se pensate che stia esagerando non so cosa farci.

Quando lo scorso Aprile Giulio, il proprietario del locale, accennava alla possibilità di "strappare" una data del tour Italiano di Paul, sono semplicemente rimasto basito. Quando poi, passate alcune settimane, detta possibilità si è trasformata in ufficialità, ho cominciato a contare i giorni che ci separavano dall'incredibile evento. Mancavano cinque mesi o forse più. E dire che avevo già avuto la fortuna di vederlo all'opera nell'Ottobre del 2008 al Taun di Fidenza, durante il suo mini-tour Italiano dello scorso anno. Ma stavolta era differente. Paul Collins, uno dei miei eroi, avrebbe suonato nel locale dove sono cresciuto, dove ho visto decine di concerti, dove ho passato centinaia di serate. In quella che si può tranquillamente definire la mia seconda casa. La chiusura del cerchio, ho pensato. Poi il giorno è effettivamente arrivato e, in un anticipo Fantozziano, mi sono messo ad aspettare il momento in cui avrei iniziato a mettere i dischi nel pre-show.

Paul Collins, la sua band ed i Radio Days sono arrivati intorno alle 17.30. A Fidenza, lo scorso anno, non avevo avuto modo di parlare con Paul. Stavolta, invece, vista l'atmosfera tranquilla e "casalinga", ho potuto constatare come sia possibile essere contemporaneamente eroi e persone estremamente gentili e disponibili. Fatto non trascurabile, visti gli atteggiamenti da star di alcuni musicanti odierni privi di storia e dotati di talento infinitamente inferiore. In ogni caso, verso le 18.30 ho potuto iniziare la serata, concedendomi per una volta una selezione prettamente powerpop. Nel frattempo, nel contesto di un aperitivo colossale, il locale ha iniziato a riempirsi e circa tre ore dopo i grandi Radio Days hanno preso possesso della scena.

Essendo stata quella di domenica l'ultima data del tour, mi aspettavo che i ragazzi fossero completamente svuotati di energie. Mi sbagliavo. Stravolti si, ma autori di una grande performance che nulla lasciava intendere in proposito. Anzi, se devo essere onesto, mi sono sembrati persino migliorati rispetto al concerto (sempre all'Oste) dello scorso Marzo. Gli impasti vocali sono ormai rifiniti a puntino e la band suona coesa e compatta. Sempre belli i vecchi pezzi del repertorio "Midnight Cemetery Rendezvous" come Don't Keep Me Waiting e i nuovi brani come I Belong To You, ormai sul punto di essere incisi, promettono estremamente bene. Ovviamente il gusto per la cover ad effetto non è in discussione, così I Wanna Be Your Boyfriend di Avril Lavigne, oops dei Rubinoos, ha scaldato il pubblico a dismisura ed è stata il ponte perfetto da percorrere verso l'evento.

Saranno state le 22.30, forse le 23 o più tardi - ormai avevo perso la percezione di spazio e tempo - quando Paul Collins si è piazzato dietro al microfono. Imbracciata la chitarra, il vecchio Paul ha spazzato via tutti aprendo il concerto con Hangin' On the Telephone, il leggendario primo ed unico singolo dei Nerves divenuto un marchettone sbanca-botteghini grazie alla notissima cover di Blondie. Poi il delirio. In un'atmosfera carica di tensione positiva, dentro ad un locale piccolo, senza palco, stipato all'inverosimile di gente in festa, Paul Collins ed il suo gruppo hanno iniziato ad inanellare gemme senza tempo massimamente tratte dal suo primo ed omonimo album The Beat, uno dei grandi capolavori del powerpop mondiale. Così in rassegna sono passate le varie Walking Out On Love, Work-A-Day World, Let Me Into Your Life, Working Too Hard (già dei Nerves) ed un'incredibile I Don't Fit In durante la quale credo di avere versato anche un paio di lacrime. Per il resto Paul ha selezionato accuratamente fantastici brani tratti da album successivi come The Kids Are The Same (la title track del secondo album dei Beat), Hellen Hellen, Hey Dj (con tanto di dedica al sottoscritto!) ed una versione devastante di She Doesn't Wanna Hang Around With You, tratta dall'ultimo album di studio Ribbons Of Gold.

Come tutti si aspettavano e, diciamocelo, si auguravano, a chiudere il concerto nella bolgia più totale ci hanno pensato USA e l'anthem generazionele Rock'n'Roll Girl, giusto per infliggere il colpo finale alle corde vocali di tutti i presenti. Poi, richiamato sul palco, Paul ha eseguito alla grande When You Find Out ed un'estesa versione di Look But Don't Touch con tanto di ballerine chiamate dal pubblico.

Trovare le parole per le conclusioni è difficile. Molto difficile. Una serata magica, avvolta in un'atmosfera magica, dove ho respirato per due ore buone l'essenza del puro divertimento legato ad un concerto dal vivo. L'assenza di palco e il fatto che il pubblico fosse praticamente mischiato alla band ha fatto il resto. "Wow, no stage, this is what rock'n'roll is supposed to be about!", ha esclamato un entusiasta Paul Collins all'inizio dello show. Yes, Paul, this is rock'n'roll and we love it. We love you. Thanks, sir.