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lunedì 26 luglio 2010

Da mettere in valigia, (o nell' iPod), partendo per le vacanze.

Tre ottimi dischi per sopportare le code ai caselli autostradali durante questi primi veri giorni di esodo estivo.

Jackdaw4 - The Eternal Struggle for Justice (2010; Phantom). Willie Dowling è ormai, fondamentalmente, uno degli autori più rispettati dall'intero panoramo musicale britannico. I fanatici cultori di pop indipendente lo idolatrano a causa dei due primi studio album dei Jackdaw4, considerati dalla comunità sommi esempi di powerpop emancipato e maturato al sole del terzo millennio. Il jet-set se lo mangia con gli occhi già dai tempi dei fantastici e sottovalutatissimi Honeycrack, e tutti lo vogliono come autore dei propri pezzi o, semplicemente, come turnista. Tra i mille impegni, progetti, partecipazioni, Dowling ogni tanto se ne esce con un album proprio, e questo nuovissimo The Eternal Struggle for Justice la dice lunga sulla qualità sfarzosa della sua scrittura, contenuta come sempre dall'involucro di un progetto atipico e sfacciatamente ambizioso. Personalmente, volendo appiccicare un' etichetta a fianco del marchio Jackdaw4, sono sempre stato propenso a definire i contenuti come splendidi ed irrazionali esempi di pop progressivo, dove l'autore, libero da costrizioni ed allergico ai canoni, libera in una sorta di nudità artistica tutto ciò che la mente trasmette al cuore. Tra Jellyfish, Queen, XTC e mettendoci molto del proprio, ma insomma avrete capito deove si va a parare. Everyone Becomes the Road They Take e Sold It All rientrano tra le migliori recenti produzioni dell'amato filone che comprende i superbi dischi di Fun. e Bryan Scary, mentre gli episodi migliori, a mio parere rappresentati da Pornography e da The Great Unknown, sono fluorescenti e rivoluzionari esempi di post-blurismo maggiorato, se capite cosa stia intendendo. Il marchio Jackdaw4 è una garanzia, non c'è molto altro da aggiungere. (www.myspace.com/jackdaw4)

Justin Kline - Triangle ep (2010; autoprodotto). Chi segue questo blog da qualche tempo conosce Justin Kline, autore pop extraordinaire già secondo nella nostra classifica dedicata ai migliori ep del 2008. Triangle è il secondo lavoro di studio per il fenomeno di Murfreesboro, un talento tra i più fulgidi di questi ultimi anni in fatto di powerpop cantautorale. Powerpop fino ad un certo punto, poi. Trattasi di pop, certo, di pop d'autore all'ennesima potenza. Eleganza ed efficacia e quattro brani (pochi, peccato) stilisticamente perfetti e cantati come meglio non si sarebbe potuto. In particolare, vere e proprie gemme quali Allison, We Cannot Be Friends, Baby You're a Mess e Please Go Away, recuperano, basandosi su uno dei migliori songwriting melodici del momento, la purezza astrale e strettamente pop dei migliori album similari degli ultimi 5 anni. Le armonie melanconiche che in appena due ep e dieci pezzi scarsi sono riuscite a diventare il suo marchio di fabbrica sgorgano maestose, abbinate magistralmente ad un soleggiato pop di gran classe per un gioco di chiaro-scuro davvero notevole. Inutile dire che, dopo due ep, ci aspetteremmo un album, possibilmente favoloso. Su cui Justin, peraltro, stava lavorando. Peccato che i ladri, irrotti nello studio di Nashville dove stava registrando, gli abbiano sottratto equipaggiamento e, soprattutto, l'unico master con i brani del nuovo disco. Nell'attesa di registrare di nuovo, Triangle è un antipasto molto gustoso per placare l'appetito in attesa del capolavoro che verrà. (www.myspace.com/justinkline)


The New Normal - The Sprightly Sounds of the New Normal (2003; Old3C). Originariamente uscito nel 2003 ed appena ristampato dalla benemerita Old3C, The Sprightly Sounds of rappresenta il parto (per ora, l'unico) dei New Normal, sorta di super-gruppo di Seattle guidato da Mike Ritt e fomentato da ospiti quantomeno illustri quali Jim Sangster e Tad Hutchinson degli Young Fresh Fellows, mentre Scott McCaughey, che in un progetto pop di Seattle non poteva mancare, fa capolino con un paio di cameo qua e là. Il risultato, non potendo essere scadente visto il pedigree dei personaggi in questione, è un disco breve, a metà tra un e.p. ed un long player, dove Ritt e soci sciorinano il loro amore viscerale per il pop'n'roll nordamericano più spigliato e, prestando attenzione alle liriche, spiritoso. Schiacciato il bottone, si è subito travolti dal rock'n'roll rovente di Your Damn Uncle, ed il livello si mantiene torrido durante la brevissima sparata punk di Chez Me. Ritt denota capacità evidenti nell'uso del linguaggio jangle nel trittico It's Our Time/Never Never Man/(I.W.G.H.) One More Chance, e l'ottima rilettura di Keep Searchin' rende giustizia al classico di Del Shannon. Il brano migliore è in fondo, allorquando The King of Gortex ci ricorda come mai, per cosi tanti anni, abbiamo amato alla follia bands come i Fellows e gli Smugglers. (www.myspace.com/thenewnormal)

venerdì 23 luglio 2010

Disco del Giorno 23-07-10: Maple Mars - Galaxyland (2010; Kool Kat)

A tre anni di distanza dal gustosissimo Beautiful Mess ritornano i Maple Mars, che poi in sostanza significa che a tornare è Rick Hromadka, originale autore losangelino che dei Maple Mars è in pratica la mente unica. Si parla dei quartieri pop della Città degli Angeli, ed avendo in mente le tinte pastello del precedente album di studio ci si potrebbe/dovrebbe aspettare il solito concentrato di "liquido sole californiano" che in quaranta e passa anni di storia ha deviato milioni di appassionati trascinandoli dai Byrds ai Cloud Eleven. L'apertura The Excursion semra un buon viatico in tal senso, forse meno soft di quanto ci si aspettasse, certo, ma pur sempre uno standard pop-psych di quelli che a Hromadka riescono sempre bene. Il fatto è che stavolta Rick ha voluto dare sfogo a tutta la propria creatività, senza limitarsi a sviluppare la parte di essa che molti di noi hanno imparato ad apprezzare nel corso degli anni (e degli album).

Galaxyland, sorta di album concettuale dedicato ad un'ipotetica città spaziale, migra infatti ovunque sia possibile cercare tracce di vita pop, senza disdegnare nulla e mantenendo in ogni caso una coesione di fondo che conferisce forza e credibilità all'intera collezione. Se le preferenze dell'autore sono naturalmente dirette alla psichedelia melodica della già citata traccia inaugurale, di New Day e di Trascendental Guidance, bisogna rendere omaggio ai tentativi di esplorazione anche floydiani di Prelude: New Day e ad altre divagazioni sul tema che alla vigilia non erano per nulla scontate. Parliamone. Starting Over (Again) aggiunge al pacchetto dosi supplementari chitarristiche che sconfinano nei territori occupati anni fa dai Cheap Trick. Nel frattempo, Borrowed Sunshine pare il titolo perfetto per un brano che sembra estratto da una chart britpop del '96, ed Head Turner dimostra quanto tatto abbia Rick nel trattare delicati frammenti acustici. Il bello arriva in fondo, però, perchè il brano migliore della raccolta, almeno per il sottoscritto, è senza dubbio Somewhere Back There, tormentone bubblegum dove sembra di assistere ad una performance dei Jellyfish fronteggiati da Matthew Smith.

In conclusione, Galaxyland è un album che mi sento di consigliare a varie categorie di appassionati e, chiaramente, a tutti quelli che oggigiorno, quando si parla di pop chitarristico, si possono definire onnivori. Rick Hromadka rimane uno dei maestri della scena di L.A. in fatto di pop psichedelico, ma in questo caso ha deciso di non accontentarsi e ha dimostrato di essere, passatemi la definizione cestistica, uno dei migliori all arounder della costa occidentale.

mercoledì 14 luglio 2010

Disco del Giorno 14-07-10: The Record's - De Fauna Et Flora (2010; Foolica)

I Record's, visti un paio di volte dal vivo, mi hanno estrememente impressionato. I Record's, ossia Pierluigi Ballarin, Gaetano Pomigliano e Pietro Paletti, da Brescia, sono giunti al secondo, spaventoso album di studio. Non vorrei sfruttare troppe iperboli, ma non riesco a non dire che i Record's, al momento, sono tra i migliori gruppi italiani senza ombra di dubbio.

Raro caso di successo meritato all'interno del panorama indie italiano, il terzetto bresciano riesce a confermare le enormi aspettative che il precedente ed osannatissimo Money's on Fire aveva inevitabilmente creato. Ci riesce con un album, intitolato De Fauna Et Flora, che farà parlare di se per molti anni a venire, e molti addetti ai lavori saranno costretti ad ammettere che si, il secondo album dei Record's ha lasciato un segno profondo nel panorama indipendente nostrano. Un panorama che, a dire il vero, sta iniziando finalmente a fiorire lontano dal Mi-Ami, da Rock-It e dall'universo modaiolo, grazie alla qualità di fantastici gruppi quali Bad Love Experience, Radio Days e Temponauts, solo per citarne alcuni e senza offesa per gli altri, si intende. Ma torniamo ai Record's. Polverone mediatico ai tempi del primo ep, Joyful Celebration e del singolo Move Your Little Fingers, passato on air dalle principali radio nostrane, e non era finita. Arriva Money's On Fire, seguito dal tormentone Girl of My Wet Dreams, che finisce per diventare la colonna sonora di uno spot della Gazzetta dello Sport. Attesa spasmodica per una difficile conferma, ed ecco il nuovo album, stupendo.

Registrato da Matteo Cantaluppi (Canadians, Bugo) e mixato nientepopòdimenoche da Jon Astley (Stones e Stereophonics, tra gli altri), De Fauna Et Flora è trapunto di melodie impeccabili, songwriting elementare ed immediatamente adesivo, con particolari note di merito per il perfetto utilizzo delle voci, vero marchio di fabbrica della casa. Difficile abbozzare una definizione di genere complessiva e (soprattutto) esaustiva in toto. Pop-rock, certo, nella definizione generica da megastore, dove si spazia, si cambia, si improvvisa, al limite. La prima parte del disco lascia senza fiato: On Our Minds e Mr Hide sono commoventi estratti di pacato indie pop alla maniera degli Shins (passatemelo), inframezzati da un'insalata mista di pregio condita dal boogie di Rodolfo, che sembra fare il verso a YMCA nel ritornello, dalla poesia crepuscolare di Panama Hat e da I Love My Family, un brano che sotterra metà della produzione di avanzi di charts UK quali Kaiser Chiefs e Wombats. We All Need to Be Alone è l'anthem da cantare a squarciagola, non importa se allo stadio oppure fermi al semaforo. Meno male che durante la seconda parte si tira un pò il freno a mano, altrimenti sarebbe stato difficile pubblicare un altro album, tra un anno o due. Senza dimenticare, questo va detto, la sghemba fillastrocca contenuta in New Gear, New Feel, giusto per dare un tocco d'eccellenza anche al "lato b" della storia.

Il fatto che dallo scorso 24 Aprile il nuovo spot della storica birra danese Ceres sia musicato dai Nostri, in collaborazione con i bizzarri elettropoppers Serpenti, è garanzia di successo prolungato, ma se lo meritano tutto. Anche perchè, avendo avuto il piacere di conoscere i ragazzi, tendo ad escludere che possano montarsi la testa. Grandi, non fatevi schiacciare dal music business!

lunedì 5 luglio 2010

Pulizie d'inizio estate.

Decine di impegni, principalmente lavorativi e politici, mi stanno tenendo lontano dal blog e dai mondiali di calcio. Ciò nonostante, reduce da un ottimo weekend al Festival Beat, è giunto il momento di recuperare tre dischi rimasti imbrigliati tra le maglie del poco tempo, e tracciare una rapida panoramica di alcune cose che da tempo riposano sulla mia sempre affollatissima scrivania.

Paul Steel - Moon Rock (2008; EMI Japan). Giovane talento mostruoso residente a Brighton, Paul Steel ci perdonerà per aver intercettato Moon Rock, il suo primo album "lungo", con quasi due anni di ritardo. Paul è pazzo di Rundgren, Beach Boys ed antiquarioto pop, ed il suo disco potrebbe benissimo essere un nuovo lavoro di studio dei Wondermints, però più barocco. Avete apprezzato Bryan Scary e vi trastullate con vistosaggini assortite? Prego, c'è posto. Musica popolare dagli arrangiamenti ricercati e dalla sintassi magniloquente, senza che le righe vengano superate. Anche perchè i pezzi ci sono, eccome. Del resto, se Stephen Kalinich vuole collaborare con te un motivo ci sarà. Bisogna saper scrivere, si dice, e Paul sembra nato per questo: When I Kissed Her (I Felt Sick) è puro frullato Nick Walusko/Jeff Lynne, mentre In A Coma, il super singolo dell'album, è uno dei migliori brani early-Beach Boys-oriented che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni. (www.myspace.com/paulsteel)

Slingsby Hornets - Something Old...Something New (2010; Expedition Hot Dog). Jon Paul Allen, un uomo, un party glam ambulate. Terza opera di studio per il prolifico autore di Stoke-On-Trent, terza collezione di oscuri classici inglesi anni '70 rivisitati e mixati ad alcune composizioni originali di gran livello, come al solito. Qui ad UTTT abbiamo imparato a conoscerlo bene, ad entusiasmarci ogni volta che un disco di Jon arriva nella nostra buca delle lettere e ad inserire rigorosamente nella valigetta i suoi cd ogni qual volta ci capiti di proporre un dj set. In questa occasione, Allen reinterpreta con personalissimo gusto e fervida immaginazione piccole gemme di seventies rock quali Gonna Make You a Star di David Essex e soprattutto Pinball di Brian Protheroe, mentre tra gli originali fanno un figurone il pop da gozzoviglio di She's the One e il brit pop da viaggio psichedelico di Getting Better. Se i 70's britannici sono la vostra passione, avrete imparato a fidarvi di Jon Paul Allen! (www.myspace.com/theslingsbyhornets)

Baby Scream - Identity Theft (2010; Recorded Recordings). Anche Juan Pablo Mazzola, il custode del progetto Baby Scream, sulle nostre pagine è di casa. L'anno scorso abbiamo parlato benone di Ups and Downs, il suo album d'esordio, ed oggi siamo "costretti" a dire meraviglie di Identity Theft, il suo nuovo extended play. Meno upbeat, meno solare; più acustico ed introspettivo. Canzoni stupende, tristi, minimali, cantate da grande. Un dischetto scritto in un periodo difficile, due anni fa, quando "sembrava che chiunque volesse portar via qualcosa dalla mia vita". Emozionante, come le sonorità sulle quali aleggia, sempre, l'ombra benevola di John Lennon, vero e proprio faro nella tormentata vita di Juan. Dead Woman Walking respira cantautorato westcoastiano alla Michael Penn, mentre Memories potrebbe essere un outtake di un demo di Harrison (si parla di George) così come Underground Blues ed il suo pop viscerale alla Cotton Mather (si parla, in questo caso, di Robert). Essendo Lennon il punto di riferimento indiscutibile, quale chiusura migliore di Mucho Mungo, oscuro brano che John incise assieme ad Harry Nilson ai tempi del progetto Pussycats? Ad oggi, Identity Theft, è l'ep dell'anno. (www.myspace.com/babyscream)

venerdì 25 giugno 2010

Rubinoos, Stems e Jack Oblivian, poi il buio. Tempi di grande musica, tempi di protesta.

Mi sarei voluto limitare a parlare della serie di incredibili live svoltisi al Titty Twister di Villadossola. Di come per la prima volta in vita mia abbia assistito e partecipato ad un'ovazione subito dopo la fine di un check sound. Subito dopo l'esecuzione di My Girl dei Temptations, interpretata acappella dai Rubinoos. Subito dopo aver avuto brividi e aver visto amici piangere dall'emozione. Del loro concerto pauroso e di duecento persone scatenate sulle note di Arcade Queen, Peek-a-Boo, I Think We're Alone Now e I Wanna Be Your Boyfriend. Di come fosse stato incredibile passare, in poco più di dieci anni, da prendere al volo il treno dopo scuola per andare a Milano a comprare i dischi degli Stems e poi trovarsi Dom Mariani a chiuderne la carriera a cinquecento metri da casa, tra una versione strappalacrime di At First Sight ed una cover pazzesca di Day Tripper.

Avrei voluto complimentarmi con tutti per la preziosa collaborazione e dare un arrivederci alla prossima stagione live, magari dicendo meraviglie dell'ultimo concerto per quest'estate, quello di Jack Oblivian. Introdotto da John Paul Keith ed Harlan T Bobo, la serata era una grande, grandissima serata di pura musica rurale americana. Keith aveva scaldato gli animi, Harlan li aveva fatti sanguinare. Tutto perfetto. Poi Jack, un mito. Inizio spaccaossa, quattro pezzi memorabili, delirio collettivo. E poi carabinieri, perchè è mezzanotte e cinque e la gente deve lavorare, basta con 'sto casino.

Concerto interrotto, disperazione, splendida protesta spontanea di molte, moltissime persone. Sono passate due settimane e non è finita, solo mi spiace di aver trascurato il blog, ma recupereremo. Nel frattempo, quale miglior reazione di fissare altre due date non previste per quest' estate? E allora ci vediamo domenica 27, al live dei Surfin' Lungs e poi giovedi 29 luglio per il concerto di Mark & the Spies, vi aspetto. Perchè te ne rendi conto solo quando viene a mancare e scusate la banalità, ma la musica è davvero una delle poche cose a darmi sollievo in questi periodi così grami.

sabato 5 giugno 2010

e.p. del Giorno 05-06-2010: White Star Liners - You Can Do It, We Can Help (2009; autoprodotto)

Jim Duncan e soci tornano a trovarci un anno e mezzo dopo il nostro primo incontro, avvenuto in sede di presentazione del primo lavoro di studio dei White Star Liners. Che bello, quel disco, ricordate? Potrebbero diventare star, scrivevamo all'epoca. Ovviamente, nel frattempo, non hanno migliorato il loro status né tantomeno il conto in banca. Che poi la storia è sempre la stessa, non servirebbe spaccarcisi la testa ogni santa volta: da almeno vent'anni a questa parte la qualità della musica è invisa alle compagnie discografiche, per non parlare delle televisioni e, dio non voglia, delle radio. Pace. La diffusione del nuovissimo ep di questo fantastico e misconosciuto combo inglese è affidata alle nostre parole, e non facciamo fatica a parlarne il meglio possibile.

Dunque pare che Jim e James, ossia Duncan e Harvey, in pratica le teste pensanti all'interno del progetto, abbiano terminato la loro opera di elettrificazione della campagna del Sussex, e che nel frattempo l'ambizioso progetto di costruire impossibili macchine volanti sia stato brevettato. Così Jim, caricatasi l'acustica sulle spalle, si è rintanato insieme ad un paio di amici nel suo giardino inglese, sorseggiando bitter tiepido ed impostando il nuovo ep della sua band che, francamente parlando, è una bomba. Sei pezzi di perfezione quieta, dove l'estroso Duncan trapunta di ritocchi geniali quelle che sono, senza velo alcuno, semplici melodie bucoliche. Perfette melodie bucoliche.

Si parte dal tipico duetto lui/lei di The City That Swallowed the Stars, meravigliosa scampagnata retrò nella soleggiata fattoria di Aimee Mann e Michael Penn, per quasi 5 minuti di armonie perfette ad aprire una serie di brani che non hanno niente a che vedere. Cracking Magnets, che arriva subito dopo, è infatti l'unico abbozzo rocker del disco, un brano di pop cadenzato ed infettivo che, passato per sbaglio e di notte su un qualsiasi Brand:New di questo mondo, farebbe faville. Ma è il trittico acustico che segue a lasciare profondi segni nel cuore e nell'anima. Ci sono Sticks Through Spokes e Do the Los Alamos Bug Dance, entrambe puntellate da alti arrangiamenti di archi, a riportare chi ascolta agli amati momenti dello splendore new acoustic di Elbow ed I Am Kloot. E c'è Lazybones, ennesima dimostrazione della supremazia del songwriting rispetto al nome di chi impugna la penna, e poi ditemi che Duncan non è molto meglio di James Walsh mentre tenta di imitare i Nada Surf più pacati. The Mountain Climber Afraid of Heights, invitandoci a riflettere sui più banali paradossi della vita, ed a prova della cura con cui Jim Duncan cura la parte prettamente testuale della sua arte, chiude il cerchio, accompagnandoci all'uscita con un grande estratto di americana remixata secondo i gusti brit.

You Can Do It, We Can Help, a quanto pare, è uscito negli ultimissimi giorni del 2009, ma vale come fosse un 2010, non avendo avuto tempo per considerarlo nelle classifiche di fine anno. Tutto questo per dire, nel caso non fosse chiaro, che i White Star Liners, ad oggi, sono in pole position nella classifica degli extended play di quest'anno.

sabato 29 maggio 2010

Under the History Tree (puntata #3). Ducks Deluxe - Ducks Deluxe / Taxi to the Terminal Zone

Under the History Tree, nelle intenzioni originali, sarebbe dovuta essere una rubrica mensile, ma gli iniziali buoni propositi sono stati brutalmente soppiantati dai fatti: 3 articoli in un anno e mezzo. Ovviamente mi assumo la responsabilità per i continui ritardi nella pubblicazione dei post e mi scuso con l'autore. Prometto, tuttavia, che d'ora in avanti lo spazio dedicato al ripasso dei classici che hanno fatto la storia della NOSTRA musica inizierà DAVVERO a comparire su queste pagine una volta al mese.

DUCKS DELUXE: PUB ROCK A 5 STELLE

di Zio René

La necessità della musica non esiste, paradossalmente è un bisogno “indotto", che fa comodo ai padroni del vapore che possono vendere qualche milione di dischi in più e guadagnare più soldi.
La generazione degli anni ’60 scopre però che fa parte dell’apparato genetico della razza e incominciano a masticare musica perché non se ne può fare a meno. Il pop e il rock’n’roll non sono timidi o ingenui agganci per uscire dalla crisi, diventano il modo per sconfiggere la monotonia, la tristezza, la noia di vivere e lo squallore umido dei sabati sera. Il suono vive della sua primitività fisica, pronta a trasmettere immediatamente il brivido dell’azione, a eccitare i muscoli, a mettere in movimento le fibre nervose. A provocare l’estasi aspra è il rock’n’roll. La rivolta si sviluppa con la complicità strutturale dei quattro accordi che aggiustano la comunicazione e la trasformano in avventura. La legano alla intuizione dell’aggiustamento dei sensi per l’elettrica stimolazione del vivere, irriconoscibile ed esattamente al contrario, un gesto emotivo che si può incriminare ma non derogare.

Quattro ragazzi dai capelli lunghi strepitano e danno gioia alla propria generazione e sono già la risposta allo spartito con su scritto “ andante moderato molto bianco . La dicitura diventa “ fortissimo sporco strisciante”. Si aprono le stanze delle “cose che contano”. La protagonista diventa la musica nella sua fiammeggiante esistenza, cade a strapiombo nel cervello e a dispetto del glaciale silenzio corre verso la novità. Magari si rivernicia, viene recuperata e ricamata, ma rimane intelligente nella sua paranoia senza vuoti di ispirazione, testarda nel suo battere (beat) , con l’ipotesi di attestarsi nella scena giusta, in cerca di osanna. Astuta si mette al tavolino delle emozioni e dimostra la affascinante capacità di trasformarsi. Si consacra alla psichedelia, al revival blues, alla furia dell’hard rock, si apre ai suggerimenti jazzistici, approda nell’ ambiguità del glam, costruisce con tecnica soffice e acuta il progressive.

In qualcuno, però, serpeggia il dubbio che la musica stia volando via e che stia accadendo qualcosa che a nessuno era chiaro cosa fosse. Si era tutti immersi negli affari e non si capiva che eravamo sempre bastardi, anche se intelligenti. Accecati dalla approvazione nei confronti di questa evoluzione, la si cercava completa, totale, quasi a sconfinare nella passione, mascherata dal sacerdozio discografico. L’ordigno veniva disinnescato e del ”geniere” appassionato che sputava gioia (il rock'n’roll) non rimaneva che il ricordo, nemmeno “consolato” dalla voce, che diventava lamentosa e aveva il timbro pallido della morte. Si stava perdendo con questo estremismo l’irrazionalità, il medium sensuale che sosteneva il nostro cuore e suscitava e faceva scaturire dal nulla torrenti di energia e parlava in modo chiaro anche se drammatico. La musica diventava sempre più pretenziosa. La Terra d’Albione del rock era caratterizzata in massima parte dai travestimenti del glam, del progressive, del pomp, dell’art-rock. Questo nuovo rock sembrava affetto dalla sindrome di Narciso, condannato ad innamorarsi della propria immagine e che resosi conto della impossibilità della sua passione, arriva a lasciarsi morire.

In un certo senso bisognava cambiare metodo. Basta paillettes e lustrini; era ora di riindossare jeans sdruciti, giacche di pelle e riaprire il calderone degli “ ameircan roots” (blues, rock’n’roll, rythm & blues, country, ecc.). Quasi come un immagine di B movie degli anni ’60, come un luogo per sognare rockville e dintorni, nasce il Pub Rock, movimento musicale dei primi anni settanta, incentrato attorno al nord di Londra e sud est di Essex, particolarmente Canvey Island e Southend on Sea. In un certo senso un fenomeno britannico non molto diverso dal roots rock, e che consisteva praticamente in band dall’impronta mod che suonavano rock'n'roll, country e blues, con iniezioni di beat e english sound, nei locali e pub dell'Inghilterra. Era musica essenzialmente dal vivo, live. Abbandonare le arene, gli stadi e scaricare gli amplificatori nei back-rooms dei pub, nei clubs e realizzare il proprio sogno di vivere il rock “nudo e crudo" come musica senza tempo, come migliore esperienza di vita. Il gioco sta nella ricostruzione ironicamente riciclata ma contagiosa dell’entusiasmo che sventola in noi, la voglia di alzare ansiosi una pinta di birra Dosh e sentire rock’n’roll. Al “bischero” che non capisce il trucco e la etichetta di essere un po’ vecchiotta e kitsch, rispondiamo: certo che è così, e come potrebbe essere? Divertiamoci e basta ! Questa è una colpa ?

"Tutte queste band suonavano musica buona per bere e ballare. Le radici english pop e american roots erano ben visibili" (Martin Belmont chitarrista dei Ducks Deluxe).

Le maggiori band pub rock come Brinsley Schwarz, Ducks Deluxe, Bees Make Honey, Ace, Dr. Feelgood connotavano influenze tradizionali. Questo genere sorse in contrasto con ciò che dominava le classifiche britanniche. Conseguentemente, i gruppi avevano problemi a trovare posti per esibirsi, e crearono così un circuito suonando in locali nascosti sparsi per l'Inghilterra. Fu un movimento underground che, anche se poco conosciuto e apprezzato da noi, è il filo rosso che collega il mod sound dei mid sixties al mod revival degli anni ottanta. Inoltre, non bisogna dimenticare che il movimento ispirò e pose le basi per il punk rock, infatti molti esponenti del pub rock inclusi Nick Lowe dei Brinsley Schwarz, Joe Strummerdei 101'ers, Elvis Costello dei Flip City, Ian Dury e Graham Parker dei Kilburn & the High Roads diventarono importanti esponenti del neonato punk rock e del successivo fenomeno new wave.

Campioni del più tipico pub rock londinese, i Ducks Deluxe si formano dell’agosto del 1972 su iniziativa di Sean Tyla (ex chitarrista degli Help Yourself), che trova aiuto in Ken Whaley (altro Help Yourself), Martin Belmont ( ex roadie dei Brinsley Schwarz ) e Tim Roper. Se ne va subito Whaley che viene sostituito da Nick Garvey (manager dei Flamin’ Groovies) e con questa formazione incidono nel 1974 per la RCA l'omonimo album d'esordio, prodotto da Dave Bloxham, dove riescono a catturare il fuoco e l’eccitazione del live. E’ un gran disco per ballare e bere, non è destinato all’analisi critica. Il clima live si percepisce subito dal brano di apertura, Coast to Coast, primo singolo della band, e censurato dalla BBC per il suo riferimento alle droghe. La voce gutturale di Sean Tyla influenza con un trainwreck strascicato la canzone che sembra dire "siamo qui per il rock", e la competente chitarra di Belmont ci riporta alle radici, a Duane Eddy, al riverbero nasale della chitarra. La voce cupa e baritonale di Garvey ci regala Nervous Breakdown, puro rockabilly style che suona come un incrocio tra Eddy Cochran (sua cover) e il country blues maniaco e irruente, quasi involontario prototipo del futuro punk. Uno dei miei brani preferiti, Daddy Put the Bomp, rallenta la tensione ma ribolle di groove funky. E’ composizione di Tyla, dall’ anima spavalda e dal sapore di New Orleans e swamp rock e Allen Toussaint, scritta nonostante il fatto che all’epoca non aveva mai visitato gli States.

"Sean scriveva canzoni sull’America, posto in cui non era mai stato, e io ero un chitarrista solista, cosa che non ero mai stato, fu la combinazione ideale" (Martin Belmont).

L’amore per il soul della Stax si esprime con I Got You. Il capolavoro pop Please Please Please, di scuola beatlesiana e non solo per il titolo, combina accettazione e vulnerabilità, perfetto nella voce strozzata e nella melodia accattivante, sintonia incredibile dove Belmont cristallizza alla Gene Vincent una chitarra chiara e pulita in un tema senza tempo. Il treno merci (merce pregiata ndr) Ducks Deluxe, scappa sui binari e assume una velocità pericolosa. Attraversa il paese Velvet Undergroud e, ispirata a Sweet Jane (per loro stessa ammissione), prende spunto Fireball, brano dal big beat e dal ritmo solido. Don’t Mind Rockin’ Tonite è un incrocio pericoloso con deviazione verso il southern rock benedetto da Chuck Berry, sostenuto da un riff poderoso e circolare tipico della terra texana. Durante la traccia, incontriamo un passeggero a bordo: è Bob Andrews dei Brinsley Schwarz, che contrappunta col pianoforte. Spensierata, godibile e senza indugi viene cantata con un finto imbarazzo Hearts on my Sleeve, con l’ingenuità del primo beat. Piccola sosta per caricare sul treno musicale la sezione di fiati dei Sons of the Jungle Horns, e far scaturire la splendida ballata Falling for That Woman, dal sapore soul e R&B alla Otis Redding. Tyla con voce dylaniana e con il ricordo della Band periodo Big Pink, si e ci immerge nella provincia americana e con pura fantasy inglese ci canta il country rock convincente di West Texas Trucking Board, atto d’amore supremo per uno che in Texas non c’era mai stato. Una parentesi sofisticata e un po’ funky, Too Hot to Handle, e si chiude con la seconda cover dell’album, It’s All Over Now, southern rock classico di Bobby Womack ma che in realtà tutti ricordano come brano dei Rolling Stones con aplomb gioioso e teso.

Nonostante la buona accoglienza da parte della critica, l’indifferenza commerciale, destino di tutte le pub rock band, farà si che il successo non sarà mai grande, niente faville di vendite. L’idea dell’amico Dai Davies di farli suonare insieme e di fare il loro manager rimane una “buona idea” e ci regalerà una lunga serie di concerti (che immaginiamo divertentissimi) e, con la produzione di Dave Edmunds, alla incisione di Taxi of the Terminal Zone ( RCA 1975 ), altro disco molto convincente e che svilupperà ancor di più l’ispirazione rollingstoniana e country rock all’inglese (Mott the Hoople per esempio). Viene assunto un tastierista, Andy McMasters e si ritorna in studio a Monmouth, ai mitici Rockfield Studios. Il nuovo lavoro sviluppa sempre un mix di blues-boogie aromatizzato alla Rolling Stones, un rockabilly filtrato dalla cultura pop britannica, e si trascina e si strascica con i tre accordi alla Chuck Berry-style, che costituiranno terra di conquista per le future generazioni punk rockers. Personalmente, lo considero leggermente meno entusiasmante rispetto al primo, anche se la linea della promise land di Chuck Berry con cipiglio anglosassone viene mantenuta.

Piccoli gioielli sonori sono contenuti anche in questo scrigno: l’apertura Cherry Pie, deliziosa torta dal gusto e stile Stones con chitarra ispida e battito incessante; la vibrante felicità di It Don’t Matter Tonite, tesa e gioiosa tra amore e tradimenti; la trasparente I’m Crying, nel sottile stile chitarristico di Belmont e nella voce soulful di Garvey che accarezza il testo lasciando scorrere intorno l’emozione. E poi la confezione infettiva pop di Love’s Melody, scritta da McMasters, dalla melodia irresistibile e grassa nel suo stile anni ’60 con il riff di Belmont; l’omaggio ai Flamin’ Groovies con Teenage Head, chitarre spumeggianti e ritmi duri; il classico country & roll di Rio Grande; il pop & roll aromatizzato di My My Music, detersivo musicale per la nostra mente; Rainy Night in Kilburn graziosa ballata cullata dalle tastiere e dalla voce tranquilla e elegante di Belmont. Per non dimenticare Woman of the Man; R&B di stile con respiro mod e Paris 9, delirio spensierato che evoca i Mott the Hoople, armonie forti e big beat con un riff tastieristico infernale alla Jerry Lee Lewis. Un respiro d’aria fresca per noi che abbiamo in mente la rockin’ tonite o qualsiasi altra notte di jam session improvvisate. Ma l’esperienza sta per finire e le strade si dividono. Ancora un ep, Jumpin’, pubblicato dalla indipendente olandese Skydog, poi Garvey e McMasters se ne vanno a formare i Motors, Belmont raggiunge i Rumours di Graham Parker e Tyla raggiunge e visita finalmente gli USA dove fonda la Tyla Gang. Nel 1979 un'altra indipendente olandese, la Dynamite, pubblica Last Night of a Pub Rock Band, doppio LP registrato live al 100 Club di Londra il 1 luglio 1975, epitaffio sonoro della band che regala di nuovo alle nostre orecchie la magia del pub rock.

Poi Ducks Deluxe finì per l’ultima volta e disse "attraversiamo la strada". E tornò a casa.

zio René


Per chi volesse approfondire il tema pub rock, mi permetto di consigliare la lettura di No Sleep Till Canvey Island: The Great Pub Rock Revolution di Will Birch (ex Kurssal Flyers e Records) edito da Virgin Books (6 aprile 2000) e purtroppo solo in inglese. Il testo è molto ben scritto e importante per capire il fenomeno.
Mi permetto anche di consigliare, per avere un panorama completo della diversa articolazione musicale del fenomeno, l’ascolto dei seguenti dischi :
Eggs Over Easy – Good’n’Cheap (A&M 1972)
Brinsley Schwarz – Fifteen Thoughts of Brinsley Schwarz (UA 1978)
Bees Make Honey – Music Every Night (EMI 1973)
Chilli Willi & the Red Hot Peppers – Bongos Over Balham Mooncrest (1974)
Dr. Feelgood – Stupidity (UA 1976)