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venerdì 24 settembre 2010

Disco del Giorno 24-09-10: Miss Chain & the Broken Heels - On a Bittersweet Ride (2010; Screaming Apple)

Tre singoli a 45 giri sparsi tra il 2008 ed il 2009. Poi tour italiani, europei, americani, due, di cui uno appena conclusosi dopo una ventina di date spese sulla costa occidentale. Il bagagliaio pieno di esperienza l'avevano, si trattava di infilare nell'autoradio un disco lungo, puntualmente arrivato. On a Bittersweet Ride rappresenta l'esordio sul formato 33 per il combo bergamasco/vicentino e, scusate la banalità, che esordio. Di suonar rock'n'roll son capaci tutti, soprattutto se di rock'n'roll minimale si tratta; poi, riuscire a divertire l'ascoltatore è una meta che in pochissimi raggiungono, e quei pochissimi dovrebbero essere evidenziati come meritano. Figuriamoci se si parla di Miss Chain & the Broken Heels poi, tra i pochissimi degni interpreti di un sottogenere musicale (il pop'n'roll), che in Italia non ha mai raccolto proseliti. Gruppi come questi, nella penisola, sono specie protette proprio perchè assolutamente demodè, fatto che ce li rende, se possibile, ancora più cari e che, sfortunatamente per loro, sarà garanzia di anonimato duraturo negli ambienti che contano del giardino di casa.

Il disco, una bomba, è licenziato dalla Screaming Apple, grandissima etichetta teutonica che da più di quindici anni delizia chi, come noi, si è sempre trovato a proprio agio in quell'intersezione sonora dove il garage ed il rock'n'roll di base incontrano il powerpop d'annata. E di pop'n'roll all'ennesima potenza stiamo parlando, un pop'n'roll piantato con la testa e con la mente in un passato invecchiato alla grande, senza rughe, vivace come un bambino al parco giochi, frizzante come una mattinata sull'oceano. Miss Chain ed i suoi tacchi rotti non suonano garage, non suonano powerpop, non suonano rock'n'roll puro: il loro è un impasto che sconvolge tutto ciò e lo ripropone in salsa - i ragazzi non me ne vorranno - praticamente beat. Si, l'ho detto e lo confermo: per quanto mi riguarda (e a ragion veduta, avendoli osservati anche qualche volta dal vivo), Miss Chain & the Broken Heels sono un gruppo beat, e questo è meraviglioso.

Per la precisione, Astrid (voce e chitarra), Disaster Silva (chitarra solista), Franz (basso) e suo fratello Brown (batteria), sono un gruppo di beat puramente anni sessanta che strizza più di un occhio alle pop bans femminili della golden age, aggiungendo una spruzzata di powerpop (powerpop ante-littream, per la precisione) che conferisce ai brani un pizzico (solo un pizzico) di modernità e potenza ritmica in più. Per rendere l'idea, qualora non fosse chiaro, fantastici ed eccitanti brani quali Roallercoster, Mary Ann, Flamingo (la mia personale favorita) e Common Shell rappresentano plasticamente quello che sarebbe potuto succedere se Shivvers e Go Go's fossero state sorprese a coverizzare i best-of di Shangri-La's, Chiffons e Crystals. Per staccare, in un paio di occasioni (soprattutto durante Old Man e Save Me) viene a galla la passione per certa americana-pop di cui alcuni membri del gruppo sembrano essere grandi fans, ed il tutto non fa che giovare alla riuscita di un disco veramente godibile, nell'accezione migliore del termine.

La scena italiana, quella vera, lontana dall'immondizia edulcorata del Mi-Ami e di Rock-it sta lentamente ma inesorabilmente rinascendo, e gruppi come Miss Chain & the Broken Heels ne sono una straordinaria dimostrazione. Tutto sommato, non credo serva aggiungere molto altro per convincervi a mettere le mani su uno dei dischi più divertenti, sbarazzini ed entusiasmanti di questo 2010.

sabato 18 settembre 2010

Disco del Giorno 18-09-10: The Shamus Twins - Garden of Weeds (2010; autoprodotto)

Un ottimo album omonimo nel 2004, svariate partecipazioni a compilation di settore, un disco solista, recensito su queste pagine un paio di anni fa, da parte di Tim Morrow, uno dei due boss della band. Questo, grossomodo, l'apprezzabile contributo alla causa powerpop apportato dagli Shamus Twins, gruppo che, dopo lunghissimo periodo di pausa e varie anticipazioni, alla fine è tornato con il secondo studio album della carriera, intitolato Garden of Weeds. Un disco solido, breve, senza cadute di tono, che naviga sicuro nelle proprie acque territoriali senza disdegnare qualche divagazione in termini di tono, genere ed atmosfera. Generalmente amo lavori di questo tipo: un disco, se deve durare due ore, deve avere valide giustificazioni, altrimenti, meglio mezzoretta intensa, non c'è che dire.

Garden of Weeds è, in sostanza, il parto di Tim Morrow, una vecchia conoscenza da queste parti, e Jerry Juden. Due vecchi amici, compari, collaboratori, e si sente, eccome. Disco solido, dicevamo, grazie anche e soprattutto all'affiatamento degli autori, che si riflette sia nelle armonie vocali, molto ben intersecate, sia nella scrittura (ognuno contribuisce per la metà dei brani), che risalta per ingegno e si riflette nella coesione dei vari frammenti nel risultato complessivo. L'album si apre con il classico, cristallino powerpop di You Know My Name, brano liberamente ispirato agli albori del fenomeno skinny tie inglese e che sarebbe stato a pennello, fosse stato scritto trent'anni fa, su Music on Both Sides. Chi si aspettasse, a questo punto, un filotto di canzoni omogenee rimarrebbe tuttavia deluso. Morrow e Juden, infatti, sembrano nutrire un amore viscerale per certo rock'n'roll tradizionale ed infarcito di soul, e ne riempiono la pancia dell'album con il trittico I Never Been Happy/I Know I Know/Did You Have to Change, sorta di triangolo rituale tributato alle origini della musica giovanile. Nondimeno, la band raccoglie i più convinti consensi quando riallaccia i rapporti diretti con il pop chitarristico di base, ed allora gli applausi li meritano Ain't Letting Go e A Picture of Her, che trasudano essenza di jangle rock sudista e ricordano l'esperienza di Tim Lee, Bobby Sutliff e dei Windbreakers tutti. Oppure la similare, ma più dolce e meno sofferta Life is Strange, già apparsa sul nono volume della serie International Pop Overthrow nel 2005. L'ovazione, permettetemelo, è però tutta per la title-track, vero tributo, amorevole e riuscito, al Sergente Pepper ed alla sua band di cuori solitari.

Garden of Weeds è un bel disco, breve, saldo e convinto. Pensato e scritto da gente che preferisce la sicurezza della qualità opposta ai rischiosi fronzoli del superfluo, e ciò è molto positivo. Certo, nemmeno la comunità di appassionati sembra essersi accorta degli Shamus Twins, e questo è un peccato. Perchè band così, non posso fare a meno di dirlo, mi ricordano sempre i ciclisti come Oscar Freire: non ti accorgi della loro presenza, ma alla fine della gara, in classifica, li trovi sempre nelle prime posizioni.

giovedì 9 settembre 2010

Disco del Giorno 09-09-10: The Offbeat - In Love Field (2010; autoprodotto)

E' bello fidelizzarsi ad una band. Gli Offbeat, ospiti per la terza volta sulle pagine di UTTT, da queste parti sono ormai di casa. Un paio di anni fa, i più antichi lettori lo ricorderanno, parlavamo dell'omonimo album di debutto del trio britannico, mentre giusto la scorsa estate analizzavamo To the Rescue, quinto classificato nella top ten degli ep 2009. In Love Field, il nuovo lavoro lungo firmato dai celebri Darren Finlan, Tony Cox e Nigel Clark, riprende da capo il discorso interrotto da To the Rescue, ed ora vi spiego perchè. Il nuovo album è nei fatti una versione estesa dell'ep 2009, inizia con gli stessi 5 pezzi e ne aggiunge altrettanti, ma guai a sfiorare con il pensiero il fatto che si tratti di una mossa commerciale. I motivi li chiarisce Finlan, quando afferma che "tutti e dieci i brani di In Love Field fanno parte di un discorso univoco, un'unica trattazione sulle varie sfaccettature dell'amore. Ogni frammento, ogni traccia, ha un preciso significato singolare, ma allo stesso tempo è un pezzo fondamentale del puzzle complessivo. Ecco perchè abbiamo deciso di inserire i brani dell'ep: non ci fossero stati, il disco avrebbe perso qualsiasi significato".

Premesso ciò che era doveroso premettere, mi sembra scolastico (è la terza volta che lo faccio) trattare i contenuti veri e propri di un altro ottimo disco griffato dall'affidabilissimo combo britannico. L'amore sviscerato ed analizzato sotto dieci diversi aspetti, certo, contenuti in dieci involucri di prezioso, tipico merseybeat solare per aficionados della materia. Songwriting classico e voci competenti interpretano frammenti di uno stile che mai ci stancheremo di incensare. Per chi non avesse avuto modo di ascoltare l'extended play dello scorso anno, ricordiamo che ne fecero la fortuna piccole pepite come la scintillante She Can Make the Sun Shine ed il suo classico impianto da sing along del periodo mid-Beatles. Poi Blue Sky, dove gli Offbeat imprimono a fuoco il loro marchio di fabbrica fatto di tradizionali standard Mersey illuminati da luce californiana e soprattutto Something About the Girl, clamoroso esempio di powerpop ante-litteram, uno dei migliori brani ascoltati in tutto lo scorso anno.

Chiarito il fatto che i brani citati, da soli, farebbero la fortuna di tantissimi album mediocri, Finlan e compagnia decidono di spaccare il cappello e di arricchirli con cinque canzoni di purezza astrale, e di raggiungere con esse le vette del loro livello compositivo. Citiamo, ad esempio, Where is the Girl, a parer mio il momento migliore dell'album, dove già dalle primissime note si intravvedono la compostezza e la confidenza melodica dei migliori Turtles. Sissignori, trattasi di vocal pop al suo meglio! E che dire della straordinaria When You Got Love? Che il suo midtempo, sottofondo ad intrecci armonici davvero sontuosi, porta alla mente ed al cuore il mai dimenticato ed omonimo album dei leggendari Blue, chi ha orecchie per intendere intenda. Con Word to the Wise e A Love to Last, la coppia di tracce successive, torniamo ai tempi dei tradizionali profumi merseybeat, fatti di paradigmi semplici, tempi da balera e poster di Mindbenders ed Herman's Hermits in cameretta.

La conclusione è affidata a Jennifer Sometimes, un acustico McCartiano perfetto per suggellare un disco che, in dosi molto generose, regala all'ascoltatore proprio quello che l'ascoltatore si aspetta e forse qualche cosa di più. Perchè va bene lo stile, ma alla fine, poi, contano le canzoni. Passo e chiudo con un avviso ai naviganti: coloro che già fossero in possesso dell'ep To the Rescue non si preoccupino. E' vero che ascoltando In Love Field riconosceranno cinque "vecchi" brani, ma Finlan e soci hanno ovviato al problema vendendo il disco al prezzo di un extended play. Un buon motivo in più per supportare, oltre che la musica indipendente, l'onestà intellettuale di tre ragazzi per bene.

sabato 28 agosto 2010

Disco del Giorno 28-08-10: The Britannicas - St (2010; Kool Kat)

Alcuni dischi si prendono ad occhi chiusi. Come quando si acquista un vino che non si conosce, basandosi su recensioni, dichiarazioni di amici che già l'hanno testato. Non mancando di notare, soprattutto, il marchio DOC bello stampato sull'etichetta, sinonimo di garanzia. Allo stesso modo, quando sul retrocopertina di un cd vediamo il gatto stilizzato, logo della Kool Kat records, magari non sappiamo che cosa stiamo per ascoltare, ma di sicuro sappiamo che sarà roba di qualità. Il disco dei Britannicas non fa eccezione, e se ci mettiamo pure che i tre membri della band sono personalità notissime nei salotti del powerpop-bene internazionale, il gioco è fatto. Dietro al nome Britannicas si celano infatti il chicaghese Herb Eimerman (Nerk Twins), l'australiano Joe Algeri (Jack and the Beanstalk oltre ad una miriade di progetti, anche da solista) e lo svedese Magnus Karlsson (Happydeadmen e Charade), nientemeno. I rumors vogliono che i tre abbiano assemblato l'album via internet, spedendosi l'un l'altro le rispettive parti registrate, dunque in modo non proprio ortodosso, ma valutandolo alla fine, l'omonimo debutto dei Britannicas, non si può dire che l'esperimento non sia riuscito, anzi.

Se un americano, un australiano e uno svedese decidono di chiamare la loro band The Britannicas un motivo ci deve essere. Potreste aspettarvi, come io mi sarei aspettato, una full immersion nella Swingin' London, oppure chessò un bel tuffo nel fiume Mersey, ma le cose non vanno proprio cosi. Ora, io non so quali fossero le intenzioni degli autori, e non si può dire che una certa qual influenza "Britannica", appunto, non aleggi nello spirito dei brani. Quello che penso tuttavia, è che l'album sia un ottimo esercizio di pop sessantista di impronta parecchio retrò, ma le grandi esperienze storiche che qui si ricordano sembrano essere legate massimamente alla grande tradizione folk e jangle rock americana, più che al beat di Sua Maestà la Regina. Poco male, tra l'altro, perchè il disco suona bene e fila via che è un piacere. Del resto, letti i nomi degli artisti responsabili del lavoro, di dubbi non ne avevamo.

I Byrds sono un termine di paragone irrinunciabile soprattutto nell'intensità di brani come Those Good Vibrations e Stars, ma è la percezione artistica generale a far comparire di tanto in tanto, e lungo tutto il disco, l'immagine in trasparenza di Roger McGuinn sullo sfondo. L'inghilterra, probabilmente, appare in tutto il suo fulgido splendore nel Ray Davies sound di Friday Night Alright, ma è lungo le intense cavalcate folk rock di Blue Sky Grey e di Love Trap che si percepisce il massimo livello di coesione del trio. Poi, certo, Arthur Lee nel bel mezzo di un trip garage avrebbe adorato una canzone come Girl from Malasana, e non si può, proprio non si riesce, a non adorare alla follia il torrido, cadenzato rock'n'roll da balera dell'entusiasmante Baby Say Yeah Yeah, che già dal titolo vi sfida a starvene fermi.

In definitiva, americane o inglesi che siano le vostre fonti di ispirazione primarie, sappiate che l'omonimo debutto dei Britannicas è un godibilissimo disco retrò, preciso per i molti tra noi che non si stufano mai di una bella melodia registrata in analogico. Poi, come dicevamo, ci sono autori ed etichette che si comprano ad occhi chiusi ed i Britannicas, in questo caso, sono un esempio di scuola.

lunedì 23 agosto 2010

Disco del Giorno 23-08-10: Seth Swirsky - Watercolor Day (2010; Grimble)

Si, sono stato in vacanza. Del resto, anch'io mi ero un pò stancato di stare qui. No, non sono stato in California, non ne avrei avuto il tempo. E' bastato un soggiorno nella mia adorata Provenza, con la sua cucina d'arte ed i meravigliosi litorali di Cassis e Sanary-sur-Mer, per rimettermi al mondo. La California l'ho portata con me, dritta nell'autoradio, contenuta nelle diciotto pillole di Watercolor Day, il secondo album solista di quel geniaccio chiamato Seth Swirsky, uno che il Golden Satete lo sa raccontare e, cosa più importante, riesce a fare immaginare come pochi altri al mondo.

Sei anni, vola il tempo, sono passati da Instant Pleasure, il disco d'esordio di Swirsky che, ancora e soprattutto oggi, rimane per gli appassionati un punto di riferimento, perlopiù anacronistico, di un periodo si recente ma per molti aspetti lontanissimo, dove le charts "indipendenti" erano governate da Franz Ferdinand e batterie sincopate. Nel frattempo, Seth non se n'è certo rimasto con le mani in mano. E' del 2007, a metà strada, l'ormai celeberrimo She's About to Cross My Mind, album partorito insieme a Mike Ruekberg ed accreditato allo pseudonimo Red Button, capolavoro di classico merseybeat che tre anni orsono sconvolse l'intera comunità pop internazionale. Il bello è che Seth Swirsky lo aspetti e lui arriva, come una certezza ineluttabile, spavaldo di fronte all'obbligo di dover rispettare aspettative sempre più elevate, incapace di tradire l'ascoltatore. Sfiora l'esercizio retorico, mi perdonerete, dire che il disco che stiamo trattando non fa eccezione, e che anzi si candida da subito, e prepotentemente, per un posto sul podio della classifica riguardante i migliori dischi del 2010, se mai ce ne sarà una.

Watercolor Day è un'immersione totale nell'immaginario californiano, nelle sue storie e nei suoi colori. Una retrospettiva sulla celeberrima storiografia soft pop dello stato ed un esercizio di conservazione di un sound ben definito, d'origine controllata, un'esperienza multidimensionale ed un erudito parquet sonico e colorato messo a disposizione di un songwriting tra i migliori in circolazione, ai giorni nostri ed in un dato ambito. La title-track apre l'album alla perfezione, e le tempistiche saltellanti e tipicamente americane del brano ne fanno un oggetto si prezioso, ma abbastanza raro in un contesto che comunque lo supporta alla grande. Scheggie di genio già si intravvedono, se le propulsioni pseudo-country della traccia sfociano senza colpo ferire in un potente staccato prog-pop, dove gli inaspettati fiati sono confettura davvero deliziosa. Dal brano successivo si entra invece con decisione in quello che è il vulnus del disco, ossia la California vista da un balcone alle sei di pomeriggio. Provateci, ascoltando in cuffia Summer in Her Hair. Parlavamo di esperienza multidimensionale, e se avete capite cosa intendo sarà facile calarsi nella parte ascoltandola: si sentono i colori del Big Sur e si vedono chiaramente le note che hanno fatto la gloriosa storia del sunshine pop, con le sue rigogliose armonie vocali, i lussureggianti arrangiamenti e tutto l'armamentario d'ordinanza.

Ad aumentare il coefficiente di pregio dell'album concorre la notevole co-produzione di Rick Gallego, un altro libero docente in materia di pop californiano, e l'eleganza sofisticata degli ultimi Cloud Eleven, soprattutto i Cloud Eleven di Sweet Happy Life, sembra trovare d'accordo Swirsky, che gioca nel medesimo campo mentre esegue le originali melodie di Fading Away. E se Bryan Wilson non può che essere il punto di riferimento assoluto quando si parla di west coast sound, non si può dire che l'autore se la cavi male quando strizza l'occhio all'Inghilterra. Così Matchbook Cover è melodica, ma allo stesso tempo sommessa e un pò angolare come i tardi Beatles di Abbey Road, mentre She's Doing Fine, che per la verità durante lo svolgimento della strofa deve più di qualcosa a Wilson, si destreggia tra aperture melodiche mozzafiato intarsiandole con un refrain-tributo ad All You Need is Love.

Watercolor Day si potrebbe definire un album "lungo", viste le diciotto tracce in programma, ma è talmente godibile che, ogni qual volta lo si ascolta, sembra sempre troppo corto. La costruzione del lavoro è esemplare, e Seth stacca la spina, di tanto in tanto, con piccoli "interludi" geniali come Big Mistake, breve operetta da poco più di un minuto, dove il confine tra scherzo e sottile disimpegno nei cori da bar è sottile, ma ugualmente intrigante. Anche perchè l'umorismo pensante non fa difetto a Seth, che ci riprova con successo organizzando Sand Dollar, deliziosa melodia fanciullesca, quasi giocosa, uno dei momenti più adesivi dell'intero lavoro. E non vorrei annoiare il lettore, ma scrivo tanto perchè c'è tanto da dire. Per esempio, della buona inclinazione acustica dell'autore, che diventa minimale senza perdere un'oncia di grazia ed estasi melodica in Song for Heather e Living Room, e dobbiamo ancora citare i migliori episodi di un disco - si era capito - strepitoso. In Movie Set ci sono Lennon e McCartney, rapiti e ritrovati a tarda sera su una spiaggia della California meridionale, intenti a ricordare, un pò malinconicamente, i tempi andati insieme a Pete Ham ed ai Badfinger di Wish You Were Here. In I'm Just Sayin' c'è tutta la classe di Seth Swirsky, tutto il suo amore per il sunshine pop più contemplativo, tutta la sua capacità di coniugare strofe e ritornelli pensosi con stacchi improvvisamente allegri, piccole marcette intrise di schizzi colorati, dorate passarelle verso stati d'animo nuovi e migliori.

Molti di voi conoscono bene l'autore di questo piccolo capolavoro, sanno cosa aspettarsi e di dubbi difficilmente ne avranno. Tutti gli altri sappiano che siamo alle prese con un serio contendente per il titolo di "autore dell'anno", e che Watercolor Day è il più grande disco del 2010, almeno per il momento, e con grandi possibilità di arrivare in fondo imbattuto.

lunedì 26 luglio 2010

Da mettere in valigia, (o nell' iPod), partendo per le vacanze.

Tre ottimi dischi per sopportare le code ai caselli autostradali durante questi primi veri giorni di esodo estivo.

Jackdaw4 - The Eternal Struggle for Justice (2010; Phantom). Willie Dowling è ormai, fondamentalmente, uno degli autori più rispettati dall'intero panoramo musicale britannico. I fanatici cultori di pop indipendente lo idolatrano a causa dei due primi studio album dei Jackdaw4, considerati dalla comunità sommi esempi di powerpop emancipato e maturato al sole del terzo millennio. Il jet-set se lo mangia con gli occhi già dai tempi dei fantastici e sottovalutatissimi Honeycrack, e tutti lo vogliono come autore dei propri pezzi o, semplicemente, come turnista. Tra i mille impegni, progetti, partecipazioni, Dowling ogni tanto se ne esce con un album proprio, e questo nuovissimo The Eternal Struggle for Justice la dice lunga sulla qualità sfarzosa della sua scrittura, contenuta come sempre dall'involucro di un progetto atipico e sfacciatamente ambizioso. Personalmente, volendo appiccicare un' etichetta a fianco del marchio Jackdaw4, sono sempre stato propenso a definire i contenuti come splendidi ed irrazionali esempi di pop progressivo, dove l'autore, libero da costrizioni ed allergico ai canoni, libera in una sorta di nudità artistica tutto ciò che la mente trasmette al cuore. Tra Jellyfish, Queen, XTC e mettendoci molto del proprio, ma insomma avrete capito deove si va a parare. Everyone Becomes the Road They Take e Sold It All rientrano tra le migliori recenti produzioni dell'amato filone che comprende i superbi dischi di Fun. e Bryan Scary, mentre gli episodi migliori, a mio parere rappresentati da Pornography e da The Great Unknown, sono fluorescenti e rivoluzionari esempi di post-blurismo maggiorato, se capite cosa stia intendendo. Il marchio Jackdaw4 è una garanzia, non c'è molto altro da aggiungere. (www.myspace.com/jackdaw4)

Justin Kline - Triangle ep (2010; autoprodotto). Chi segue questo blog da qualche tempo conosce Justin Kline, autore pop extraordinaire già secondo nella nostra classifica dedicata ai migliori ep del 2008. Triangle è il secondo lavoro di studio per il fenomeno di Murfreesboro, un talento tra i più fulgidi di questi ultimi anni in fatto di powerpop cantautorale. Powerpop fino ad un certo punto, poi. Trattasi di pop, certo, di pop d'autore all'ennesima potenza. Eleganza ed efficacia e quattro brani (pochi, peccato) stilisticamente perfetti e cantati come meglio non si sarebbe potuto. In particolare, vere e proprie gemme quali Allison, We Cannot Be Friends, Baby You're a Mess e Please Go Away, recuperano, basandosi su uno dei migliori songwriting melodici del momento, la purezza astrale e strettamente pop dei migliori album similari degli ultimi 5 anni. Le armonie melanconiche che in appena due ep e dieci pezzi scarsi sono riuscite a diventare il suo marchio di fabbrica sgorgano maestose, abbinate magistralmente ad un soleggiato pop di gran classe per un gioco di chiaro-scuro davvero notevole. Inutile dire che, dopo due ep, ci aspetteremmo un album, possibilmente favoloso. Su cui Justin, peraltro, stava lavorando. Peccato che i ladri, irrotti nello studio di Nashville dove stava registrando, gli abbiano sottratto equipaggiamento e, soprattutto, l'unico master con i brani del nuovo disco. Nell'attesa di registrare di nuovo, Triangle è un antipasto molto gustoso per placare l'appetito in attesa del capolavoro che verrà. (www.myspace.com/justinkline)


The New Normal - The Sprightly Sounds of the New Normal (2003; Old3C). Originariamente uscito nel 2003 ed appena ristampato dalla benemerita Old3C, The Sprightly Sounds of rappresenta il parto (per ora, l'unico) dei New Normal, sorta di super-gruppo di Seattle guidato da Mike Ritt e fomentato da ospiti quantomeno illustri quali Jim Sangster e Tad Hutchinson degli Young Fresh Fellows, mentre Scott McCaughey, che in un progetto pop di Seattle non poteva mancare, fa capolino con un paio di cameo qua e là. Il risultato, non potendo essere scadente visto il pedigree dei personaggi in questione, è un disco breve, a metà tra un e.p. ed un long player, dove Ritt e soci sciorinano il loro amore viscerale per il pop'n'roll nordamericano più spigliato e, prestando attenzione alle liriche, spiritoso. Schiacciato il bottone, si è subito travolti dal rock'n'roll rovente di Your Damn Uncle, ed il livello si mantiene torrido durante la brevissima sparata punk di Chez Me. Ritt denota capacità evidenti nell'uso del linguaggio jangle nel trittico It's Our Time/Never Never Man/(I.W.G.H.) One More Chance, e l'ottima rilettura di Keep Searchin' rende giustizia al classico di Del Shannon. Il brano migliore è in fondo, allorquando The King of Gortex ci ricorda come mai, per cosi tanti anni, abbiamo amato alla follia bands come i Fellows e gli Smugglers. (www.myspace.com/thenewnormal)

venerdì 23 luglio 2010

Disco del Giorno 23-07-10: Maple Mars - Galaxyland (2010; Kool Kat)

A tre anni di distanza dal gustosissimo Beautiful Mess ritornano i Maple Mars, che poi in sostanza significa che a tornare è Rick Hromadka, originale autore losangelino che dei Maple Mars è in pratica la mente unica. Si parla dei quartieri pop della Città degli Angeli, ed avendo in mente le tinte pastello del precedente album di studio ci si potrebbe/dovrebbe aspettare il solito concentrato di "liquido sole californiano" che in quaranta e passa anni di storia ha deviato milioni di appassionati trascinandoli dai Byrds ai Cloud Eleven. L'apertura The Excursion semra un buon viatico in tal senso, forse meno soft di quanto ci si aspettasse, certo, ma pur sempre uno standard pop-psych di quelli che a Hromadka riescono sempre bene. Il fatto è che stavolta Rick ha voluto dare sfogo a tutta la propria creatività, senza limitarsi a sviluppare la parte di essa che molti di noi hanno imparato ad apprezzare nel corso degli anni (e degli album).

Galaxyland, sorta di album concettuale dedicato ad un'ipotetica città spaziale, migra infatti ovunque sia possibile cercare tracce di vita pop, senza disdegnare nulla e mantenendo in ogni caso una coesione di fondo che conferisce forza e credibilità all'intera collezione. Se le preferenze dell'autore sono naturalmente dirette alla psichedelia melodica della già citata traccia inaugurale, di New Day e di Trascendental Guidance, bisogna rendere omaggio ai tentativi di esplorazione anche floydiani di Prelude: New Day e ad altre divagazioni sul tema che alla vigilia non erano per nulla scontate. Parliamone. Starting Over (Again) aggiunge al pacchetto dosi supplementari chitarristiche che sconfinano nei territori occupati anni fa dai Cheap Trick. Nel frattempo, Borrowed Sunshine pare il titolo perfetto per un brano che sembra estratto da una chart britpop del '96, ed Head Turner dimostra quanto tatto abbia Rick nel trattare delicati frammenti acustici. Il bello arriva in fondo, però, perchè il brano migliore della raccolta, almeno per il sottoscritto, è senza dubbio Somewhere Back There, tormentone bubblegum dove sembra di assistere ad una performance dei Jellyfish fronteggiati da Matthew Smith.

In conclusione, Galaxyland è un album che mi sento di consigliare a varie categorie di appassionati e, chiaramente, a tutti quelli che oggigiorno, quando si parla di pop chitarristico, si possono definire onnivori. Rick Hromadka rimane uno dei maestri della scena di L.A. in fatto di pop psichedelico, ma in questo caso ha deciso di non accontentarsi e ha dimostrato di essere, passatemi la definizione cestistica, uno dei migliori all arounder della costa occidentale.