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venerdì 28 maggio 2021

Un venerdì da single: maggio 2021


Tanti volti noti nell'edizione di maggio!

David Myhr "And Now This"

David Myhr resta uno dei più importanti scrittori europei degli ultimi venticinque anni e sarei disposto a difendere questa tesi davanti ai critici più efferati. Splendente ai tempi degli inarrivabili Marrymakers, dopo un lungo periodo di iato Myhr ha rilasciato negli ultimi due lustri un paio di album che tutti ricordiamo bene. Del primo, "Soundshine", parlammo a tempo debito su queste pagine; il secondo, Lucky Day, uscì durante la nostra lunga pausa e ci siamo limitati ad ascoltarlo (e a cantarlo) per molti mesi. La formazione di Lucky Day, con il sommo Brad Jones a capitanarla, è di nuovo stata convocata per il nuovo EP "And Now This", un inaspettato ritorno alle origini power pop di "Bubblegun" anticipato dal favoloso singolo We Wanted To Shine. "Mi sono avvicinato solo di recente al mondo degli EP, su suggerimento di Brad Jones - ha detto David -, e devo dire che mi sto trovando alla grande. Questo è il primo di una trilogia, quello power pop. Il prossimo sarà quello acustico e il terzo chissà, aspettatevi di tutto, magari sarà quello drum'n'bass!". Paradossi a parte, non ci stupiremmo se a David riuscisse bene anche un'impresa del genere.

Nelson Bragg "I Want Love"

Tra le mille collaborazioni, partecipazioni e comparsate di cui è protagonista nell'universo pop, la più rilevante essendo quella di membro effettivo della touring band di Brian Wilson, il noto e ricercatissimo polistrumentista Nelson Bragg di tanto in tanto ritiene di esibire le proprie qualità da solista, seppur molto di rado. Due album, un terzo in collaborazione con Anny Celsi e il gran songwriter d'Irlanda Duncan Maitland nell'arco di una quindicina d'anni, e ora questo singolino, parte delle mai troppo applaudite infornate settimanali della Big Stir Records. I Want Love è una sontuosa riproposizione del classico di Elton John periodo Rocketman; l'autografa Lost All Of Our Sundays occupa in impeccabile stile sunshine l'immaginario lato B del singolino digitale. Entrambi i pezzi saranno inclusi nel nuovo album "Gratitude Blues", atteso - con la giusta trepidazione - per il prossimo settembre.

Joe Dilillo "Loser Girl"

Il noto produttore da Chicago, già in regia al servizio di Cheap Trick, Smokin' Popes e moltitudini di altri artisti locali e non, finalmente ha deciso di passare dall'altra parte del vetro. Aiutato niente popo' di meno che dai Lickerish Quartet, egli ha pensato che, almeno ogni tanto, riservare a sé stesso una tra le tante creature partorite non sarebbe stata una cattiva idea. Non sapendo quanto sporadica sarà l'operazione possiamo goderci Loser Girl, raffinatissimo pop d'autore nelle vesti di ballata dalle ingegnose progressioni melodiche, definita da chiccose finiture che potrebbero richiamare alla mente degli aficionados persino il Michael Penn di "March".

The Martial Arts "Getting Stranger By The Month"

Signori, questo è un ritorno coi fiocchi. I Martial Arts sono il progetto di Paul Kelly, autore scozzese negli anni coinvolto in altre prestigiose combriccole del sempre florido giro di Glasgow come BMX Bandits e Primary 5. Un progetto troppo spesso abbandonato: l'album "Your Sinclair", capolavoro immatricolato nel 2006, è stato per tredici anni l'unico vagito, peraltro clamoroso. Da qualche anno Kelly ha rispolverato lo pseudonimo: è del 2019 l'ep "I Used To Be The Martial Arts", giusto per rinfrescare la memoria, e ora è tempo di un nuovo mini, candidato al podio per la relativa classifica di fine anno. Power pop concepito da un talento che negli anni deve aver ascoltato le cose giuste, poi assemblare a questi livelli il miglior glam-pop dei seventies con certe estrosità al sapore Squeeze e qualche spruzzata wave è un altro paio di maniche. Altamente raccomandato.

Geoff Palmer "Many More Drugs"

Il New Hampshire continua a imperversare nell'universo del rock'n'roll americano, e sembra quasi che le due menti alla guida dei grandi e pluricitati Connection stiano facendo a gara per assicurarsi lo scettro destinato al re del garage-pop del New England. Già svariate volte abbiamo parlato del sommo Brad Marino, negli ultimi tempi prolificissimo anzichenò; stavolta è il turno dell'antico sodale Geoff Palmer, dominante nel 2019 con l'ottimo "Pulling Out All The Stops", disco peraltro condotto in un grandioso tour (anche europeo) nell'ottobre del 2019 con esiti entusiasmanti per chi, come scrive, ha avuto modo di stringere la mano ai membri della band. L'infuocato infuso è sempre quello: Stones più dediti all'anfetamina che ai tipici oppiacei miscelati in un'ideale speedball ad alto voltaggio con il miglior punk rock d'annata, che non dimentica di affezionarsi a melodie appiccicose come si conviene.

Dan Markell "Zoom In"

Bella scoperta questo Dan Markell, non ne avevamo mai sentito parlare e per fortuna ha pensato lui a contattarci. Zoom In, singolo che non sappiamo se sia destinato ad anticipare qualcosa di più corposo, è una traccia frizzante e bizzarra, barocca e stravagante; un coloratissimo frullato di Police, ELO, Jellyfish, certi XTC meno musoni e scanzonata raffinatezza pop all'ennesima potenza. Per la classe con cui l'autore azzarda l'improbabile pastiche il pezzo potrebbe persino richiamare i già citati, grandissimi Dowling Poole. Se solo gli utenti delle moderne sale da ballo apprezzassero la melodia eccentrica, parecchi dj verrebbero insolentiti dagli avventori richiedenti Dan Markell.

martedì 25 maggio 2021

Disco del Giorno: The Armoires "Incognito" (2020 - Big Stir)


Avevamo iniziato l'anno con il giusto piglio, e condotto inverno e buona parte di primavera in modo commendevole. Una fase colma di ritardi, vuoti, dischi accatastati sulla scrivania e arretrati non può tuttavia essere negata a UTTT, da tempo immemorabile il blog principe nel regno della procrastinazione. Spiace parlare solo adesso del nuovo disco degli Armoires, poiché in questo caso la tempistica, se non tutto, avrebbe rappresentato molto. "Incognito" è stato pubblicato ufficialmente il primo aprile, il famoso giorno del pesce, non a caso. L'uscita dell'album ha svelato uno scherzetto mica male ordito dalla coppia composta da Rex Broome e Christina Bulbenko, capi degli Armoires e - ormai dovreste saperlo bene - della benemerita Big Stir Records da Burbank, California.

  

In due parole, la storia è questa: com'è noto, Big Stir ogni santo fine settimana pubblica un singolo a doppia facciata digitale; singoli che a cadenza stagionale vengono raccolti nelle superbe "Waves" di cui abbiamo già avuto modo di parlare. Nel lungo periodo segnato dalla pandemia, un po' per diversivo e un po' per esplorare nuove strade e loro stessi, gli Armoires si sono divertiti a travestirsi: sotto mentite spoglie, ogni volta supportati da grandi artisti coinvolti nel gioco, essi hanno cambiato nome e celato l'identità, ma i cinque soggetti nascosti dietro a otto singoli tra quelli fatti uscire durante il lockdown erano proprio loro, gli Armoires. L'operazione, per il concetto costitutivo che ne ha dato il via, è molto interessante: Broome, Bulbenko, John Borack e soci ne hanno approfittato per esplorare sentieri che li hanno portati anche parecchio lontani dalla loro zona di confort ottenendo risultati eccellenti, e la varietà estrema della proposta non toglie un grammo di coerenza e coesione all'opera. Il condimento alla collezione, rappresentato da una manciata di opportune e riuscite cover, infiocchetta un pacchetto curioso e intrigante.

 

I primi due brani sono offerti dai fantomatici October Surprise: quello che dà il via al disco è una riuscita cover in salsa psichedelica del classico di John Cale Paris 1919, mentre (Just Can't See) The Attraction è un autografo frutto folk-pop. Poi entrano in scena i D.F.E., propensi ad addensare i livelli di crunch durante I Say We Take Off And Nuke The Site From Orbit. I sedicenti Chessie System, coadiuvati dal sempre eccellente Blake Jones, tuffano il disco in un abbeveratoio segnato dalla colonna sonora americana di Bagfoot Run e Homebound, e gli Zed Cats, da par loro, spostano il tiro sull'asse sixties garage organistico con Jackrabbit. Non è finita, poiché la platea aspetta ancora gli interventi dei clamorosi Gospel Swamps, abilissimi a maneggiare la complessa materia guitar pop in Great Distances, nonché dei Ceramic Age - il disegno in cui la mano degli autori Armoires è meno dissimulata - protagonisti nella rilassata ballata brit pop Ohma, Bring Your Light Into This Pace e nella sublime fillastrocca sessantesca Magenta Moon.

 

Gli strepitosi tributi a 20/20 e XTC nelle interpretazioni di The Nigt I Heard a Sream e Senses Working Overtime sono il fiocco su un disco estroso e ricchissimo, che spazia tra campi molto diversi tra loro eppure risulta pieno, consistente, omogeneo come pochi. Un album figlio di un'idea molto interessante, in cui gli Armoires dimostrano di saper trattare i mille rivoli della musica pop con intelligenza e luminose capacità scrittorie.

Big Stir Records | Bandcamp

venerdì 30 aprile 2021

Un venerdì da single: aprile 2021


Sandy McKnight with Fernando Perdomo "San Fernando Blitz"

Continua la proficua collaborazione tra lo storico bassista da Albany Sandy McKnight e il losangelino Fernando Perdomo: dopo l'ottimo "San Fernando Beat" uscito lo scorso anno ecco il quasi omonimo, e di molto migliore, "San Fernando Blitz", già candidato alle posizioni calde nella classifica di categoria 2021. Sei pezzi, lanciati da un uno-due iniziale destinato a rimanere impresso a fuoco nelle menti di molti: Living On The West Side è talmente coinvolgente a livello lirico da sostenere quello che pare un unico, esteso ritornello di due minuti e venti secondi pensato da Nick Lowe, e la successiva C'Mon C'Mon, esaltata dal grande lavoro chitarristico di Perdomo, vanta un pressing armonico volendo anche costelliano persino anomalo. Gli altri brani, anche quando il ritmo si attenua, concorrono a formare un dischetto che sareste folli a lasciarvi scappare, se è vero com'è vero che seguite queste pagine.

Kai Danzberg "Only You"

Il prolifico polistrumentista tedesco ha fatto sapere che quest'anno non ci dobbiamo aspettare un nuovo album, e vista l'abbondantissima produzione degli ultimi tempi un po' di riposo se lo è meritato. Ma quale riposo? Con le mani in mano Kai non sa sa stare, figuriamoci in confinamento, e allora un singolo digitale concedeteglielo, per far passare i mesi bui. Poco avvezzo a farsi inquadrare in un recinto di genere - "uno spreco, con tutte le cose belle che si possono suonare" - Kai stavolta ha optato per un giro sulla giostra bossanova: Only You è un brano improntato su scelte stilistiche azzardate ma nondimeno convincenti, anche perché la potenza canora, e l'intuito melodico, il solito, anche in questo caso imbottiscono il brano a livelli esponenziali.

The Foreign Films "The Fortune Teller (Pretty In The City)"

Il genietto Bill Majoros da Hamilton, Ontario, regista da ormai tre lustri e più dietro la cinepresa dei Foreign Films, sta guadando un periodo di creatività travolgente. Tra il primo disco, quel "Distant Star" che tanto follemente amammo nel 2007 e il successivo "The Record Collector", Majoros ha lasciato passare un tempo talmente lungo da annebbiare quasi il ricordo della pellicola. Poi gli argini si sono rotti: "Record Collector", appunto, nel 2018, "Ocean Moon" nel 2020 e ora questo singolo, non altro che un antipasto per iniziare ad assaporare "Starlight Serenade", quarto disco di studio in uscita il prossimo ventisette agosto. "Una traccia per portare in viaggio chi ascolta - ha detto Bill -, per illuminare l'anima. Per infondere un po' di bellezza e magia in un mondo dal cuore spezzato". Fortune Teller è una gemma, le premesse al prossimo passo lungo sono perlomeno discrete: ricchezza, eleganza e qualche vezzo dal sapore ELO in quattro minuti di pop d'autore miscelato a puntino.

Jim Trainor "Truth"

Truth è un gran pezzo, ma soprattutto un grande annuncio: "Staring Down The Sun", il tanto atteso lavoro lungo di Jim Trainor, ormai un habitué da queste parti, sta finalmente per uscire. La data da segnare in rosso sul calendario è quella di lunedì 3 maggio, l'attesa è stata lunga ma quasi esaurita. Nel corso dello scorso anno abbiamo potuto tessere lodi sperticate al singolo Sometimes e al grandioso EP "Half Glass Full", e Truth è un apripista che non delude le aspettative. Power pop al suo ispiratissimo meglio, fondato su una strofa di filologica ricerca Taxman pronta a esplodere in un ritornello di pura potenza melodica. Se gli standard dell'opera prossima saranno questi, e perché dovemmo dubitarne, la classifica sul meglio dell'anno avrà un inquilino pregiato alquanto.

Brad Marino "What Do You Know?"

Altro nuovo album in rampa di lancio per un altro amico di famiglia di UTTT. Altro nuovo singolo apripista, anche, e che singolo! Co-leader insieme al ben noto Geoff Palmer di quella fucina di talenti dal New Hampshire chiamata Connection, Brad è forse addirittura più prolifico dell'esimio socio. "False Alarm" è finito sul podio dedicato ai migliori singoli ed EP del 2020, anno in cui Mr.Marino ha pure contribuito alla saga dei rifacimenti ramonesiani, interpretando con successo un album insidioso come "Subterranean Jungle", ma adesso è già tempo di guardare avanti. Il punk rock stonesiano al solito alto voltaggio proposto da What Do You Know è stato scelto come primo estratto del nuovo lavoro di studio "Looking For Trouble", in uscita proprio oggi e già caldo sulle piastre per allietare le prime feste etiliche post-lockdown.

The Bishop's Daredevil Stunt Club "Tremor Control II"

Io faccio fatica a star dietro alla discografia in continuo aggiornamento del terzetto di Chicago, non so voi come ci riusciate. Tremor Control II è già il secondo singolo rilasciato dalla band nel 2021, per fortuna arrivano buone notizie. I Bishop's Daredevil Stunt Club sono stati definiti un generatore automatico di power pop da qualche parte sospeso tra Cars e Sloan: l'ultimo nato dà ulteriori conferme alla definizione, ma aggiunge una bella cucchiaiata di gradita epica Queen in salsa glam. Non crediamo di dover attendere troppo la prossima portata.

The Weeklings "April's Fool"

Il pezzo è stato naturalmente scritto per celebrare la dubbia festività del primo aprile e noi siamo in ritardo nel parlarne, ma il "Venerdì da Single" è organizzato così, cosa volete farci. In ogni caso, sembrava sgarbato non parlare del nuovo singolino della retro-band dal New Jersey, che a meno di un anno dall'uscita dell'acclamato "3" stempera l'attesa per il nuovo album con un'altra canzoncina abilissima a dimostrare, qualora fosse ancora necessario, l'assoluta abilità del quartetto nel maneggiare con tatto, credibilità e stile la miglior beatlemania d'annata. Completo e cravatta, conveniamo, raccomandando però scarpe morbide: si potrebbe dover ballare.

Fuzzed Out "Sitting With My Back On The Wall / My Own Worst Enemy"

Impossibilitati a girare per palchi, gli Sloan stanno sfruttando il tempo libero per dar sfogo alle molte canzoni accumulate negli anni e rimaste senza album, vista la sovrabbondanza di scrittori (e scritture) che bazzicano la banda di Halifax. Abbiamo ascoltato di recente il nuovo, ottimo disco dei Tuns di Chris Murphy, magari ne parleremo più diffusamente: per la stessa etichetta, la Murdercords, esce ora il singolo digitale a due tracce di Patrick Pentland, su coordinate leggermente diverse perché più rumorose. "Di solito abbiamo tre pezzi a testa sugli album degli Sloan - ha fatto sapere Pentland -, ma io tra un disco e l'altro ne scrivo almeno il quintuplo, quindi Fuzzed Out è un buon modo per far vedere loro la luce". Le melodie ci sono ancora eccome, ma la rotella dell'amplificatore è stata girata non di poco in senso orario. Suona tutto Patrick, eccezion fatta per la batteria, affidata a Dean Bantley. Più Sloan anche in assenza di Sloan, sicuramente un'altra buona novella.

martedì 27 aprile 2021

Disco del Giorno: The Sails "Bang! The Best Of The Sails" (2021 - Kool Kat)


I Sails sono la creatura di Michael Gagliano. Michael Gagliano, celandosi dietro lo pseudonimo Sails, era stato parecchio attivo nella seconda metà degli anni zero del terzo millennio. Due dischi sulla mitologica e compianta Rainbow Quartz di New York, più un import giapponese niente male. Poi una pausa, perché Galiano aveva altro da fare: interpretare John Lennon nel celebre musical itinerante "Let It Be", nello specifico, con tappe nei teatri dove i favolosi quattro avevano suonato per davvero. Nell'ultimo anno e mezzo Michael ha ripreso in mano il giocattolo e pubblicato addirittura due dischi, "Hot Mess" (2019) e "Dr. Michael's Medicine Bag" (2020). In pandemia il flusso creativo è aumentato esponenzialmente di portata, e sono arrivati altri singoli digitali, perfetti per risvegliare, soprattutto in Albione, la brama di Sails.

 

A quanto pare dovremmo attenderci qualcosa di nuovo entro la fine di quest'anno, massimo all'inizio del prossimo: intanto Ray Gianchetti ha deciso che sarebbe stato opportuno rinverdire i fasti degli antichi album fuori stampa, e ha pubblicato Bang!, il meglio dei Sails in più di quindici anni di onoratissima, ancorché saltuaria, carriera. La copertina dell'antologia dice abbastanza, anche se non proprio tutto. Caschetto, giacca e cravatta e frecce adornanti il nome sono la quintessenza della percezione che l'uomo della strada ha dell'estetica mod, e se parlare di mod revival quando ci si riferisce a una certa maniera del suono ha ancora - se l'ha mai avuta - una qualche rilevanza, essa s'incontra subito, nei paraggi di The Slow Down. Figlie di simili padri, ma percorrenti strade diverse, risultano essere anche la notevolissima title track, pervasa però d'influenze mersey soprattutto nel comparto armonico, In My Head, erede legittima di alcuni Small Faces proto-jangle, nonché The Losers, debitrice consapevole dei patriarchi Who. 

 

Le meticolose armonizzazioni di numeri più teneri quali Best Day e She's All That Matters lustrano la cornice del salotto dove troneggiano Everly Brothers e i primissimi Hollies, anche se i due brani preferiti sono in qualche modo posizionati sui versanti opposti della raccolta: I'm Only Bleeding, già miglior pezzo dell'anno 2010 per l'Underground Garage di Little Steven, è una tirata psichedelica incitata da un gran drumming keithmoonesco; Peter Shilton, dedicata a chi sapete bene, è una gemma jangle come se ne trovano poche, pure in un periodo fiorito per il genere come quello che stiamo attraversando. Una collezione essenziale per i lettori che ai tempi belli mancarono i Sails, in attesa discretamente trepida del promesso nuovo album.

lunedì 19 aprile 2021

Disco del Giorno: 3 A.M. Again "Come Back From The Sun" (2021 - Subjangle)


Probabilmente non avrete mai sentito parlare di 3 A.M. Again, ma di sicuro avete già letto di Michael Telles, nome apparso su queste pagine in passato, se avete prestato attenzione. L'insegnante del Massachussets fino alla scorsa estate si celava dietro lo pseudonimo Night Heron, e proprio dieci mesi fa non ci è stato difficile tessere le lodi di "I Heard You Dreaming", raffinatissima compilazione raccogliente l'opera omnia della vecchia versione di Telles. Cambiato nomignolo causa imperscrutabili questioni legali, l'autore ha invece tenuti ben fissati al proprio credo i criteri artistici che avevano definito la sua opera precedente, stile grafico compreso, come si può facilmente notare.

La benemerita Subjangle, etichetta di genere al momento faro della scena, con "Come Back From The Summer" ha replicato l'operazione "I Heard You Dreaming": un'altra antologia tesa a fare ordine e a facilitare la divulgazione discografica, stavolta racchiudente l'album "Forever Ending" e l'EP "Razed In Retreat", entrambi editi nel 2020, oltre a una generosa manciata di inediti. Da Michael Telles ormai sappiamo cosa aspettarci, e lui non delude: anche in quest'occasione l'ascoltatore sarà beneficato da una sequenza di brani acustici e tiepidi, tra etereo folk cantautorale, dream pop riservato e tenue psichedelia da contemplazione serale estiva. 

 

"Quiet Is The New Loud", la calma piatta come espressione massima di caos vivissimo, fu la locuzione erta a manifesto del movimento acustico d'inizio millennio; movimento in cui Telles si sarebbe trovato a casa. Magari, dopo aver bussato, avrebbe potuto esibire a mo' di biglietto da visita I Can Always Tell The Difference, non sappiamo quanto loud, sicuramente cosuccia quieta ai massimi livelli con un po' di jangle a fare da guarnizione. Rispetto ai più famosi alfieri di quel consorzio, Telles è più vago, più ondivago: Subjects And Objects e Here Comes The Rain sono nuvole stracciate perse nell'iperspazio esattamente come Not Willing, in cui fa capolino persino una rara, per quanto tenue, distorsione.

 

Driving Into Town e soprattutto Every Move valgono come classici esempi del peculiare dream pop acustico marchio di fabbrica della casa, mentre Painted From A Moving Train, No Help When You Were Young e la meravigliosa Hear It Ring sono altre gemme intarsiate di delicatissimo folk acustico. Un pizzico di pacata psichedelia è offerta da Bring Me Out; la tipica spolverata di strumentale bucolica da Frank And Mary e Bound To Sink. La perfetta ciliegina ha il suono di I'll Go Where I'm Needed e Does It Help?, binomio consacrato alla sei corde acustica che avrebbe fatto la sua bella figura incastonato in un sampler del 2001 tra Turin Brakes e I Am Kloot. "Come Back From The Summer" è disco da meditazione, buono per guardare i bambini giocare in una serata di tarda primavera. E un'altra operazione lodevolissima per la benemerita Subjangle di Darrin Lee.

Bandcamp | Jangle Pop Hub

lunedì 5 aprile 2021

Radio Tangerine #6


Il meglio del rock'n'roll melodico indipendente pubblicato nelle ultime settimane è Radio Tangerine!

martedì 30 marzo 2021

Disco del Giorno: Dolph Chaney "This Is Dolph Chaney" (2021 - Big Stir)


La veste grafica ricorda in pieno quella del classico best of, con i titoli delle canzoni messi in bella mostra sulla copertina frontale, eppure "This Is Dolph Chaney" è un disco vero e proprio, o forse no. Lodato dalla critica per l'ultimo album di studio "Permanent Rebuild" pubblicato proprio da Big Stir lo scorso anno, Dolph Chaney si è deciso a riprendere in mano qualche tonnellata di brani accatastati in magazzino nelle ultime tre decadi da scrittore. Li ha risuonati, selezionati, e i prescelti sono stati sottoposti a un vero restyling, a nuovi arrangiamenti, prima di essere affidati alle cure di un produttore vero, che nell'occasione, come in molte altre nell'ultimo periodo, ha le sembianze di prezzemolino-Nick Bertling, qui impegnato anche come polistrumentista. Il risultato è la raccolta di cui abbiamo il piacere di parlarvi oggi, che visti tutti gli annessi e connessi della vicenda risulta in tutto e per tutto essere un album nuovo di zecca.

 

L'etica fai da te che volente o nolente Chaney ha adottato negli ultimi trenta e più anni per molti versi continua a caratterizzarne le opere, nonostante il trattamento di bellezza loro somministrato. "Quando ho un'ispirazione scendo subito nello studio in taverna - ha avuto modo di dichiarare l'autore -, e cerco di catturarne l'essenza immediatamente, per preservarne la purezza, non importa se lo studio di registrazione e gli strumenti non sono di pregio assoluto". Il risultato di tale deontologia è sotto gli occhi di tutti, apprezzabile anzichenò: "This Is Dolph Chaney", in effetti una bella panoramica su gran parte della vita dell'artista, è una sequenza di canzoni raffinate, ben studiate e ben composte, che dicono molto sulle scelte dell'uomo, non solo a livello musicale. Un disco per adulti, avrebbero detto in altri tempi: adult oriented rock, per la precisione, rifinito, pensoso, riflessivo, anche quando si alzano i volumi delle chitarre. E bisogna dire che la varietà nella proposta non manca, anzi.

 

Status Unknown apre la trafila tra dissolvenze acustiche e lontani echi ipnotici, introducendo l'ascoltatore ai molti tumulti interiori che si incontreranno strada facendo. I Wanted You, sulla quale cadrebbe la nostra scelta dovessimo indicare un potenziale singolo, è un atto d'accusa, e una presa di coscienza, laddove il nemico da sconfiggere è la relazione tossica, dalla quale sarebbe meglio fuggire anche quando si fa di tutto per non scappare. Il brano è un eccezionale esempio di quanto Dolph sappia maneggiar bene sei corde e ritmi sostenuti, e ci ricorda le grandi pubblicazioni di Nick Piunti nonché i migliori momenti del Bob Mould solista, eroe confesso dell'autore.

 

Su simili coordinate chitarristiche muovono anche le lodevoli My Good Twin e Scales, con l'ultima abile a richiamare anche il Michael Stipe più rauco nell'esecuzione vocale, ma Chaney sa ampiamente il fatto suo anche (soprattutto?) quando si tratta di decelerare, come dimostrato dai toni tenui, sensibili e meditativi di Beat It, Meaningless e Under The Overpass, tutte a trazione acustica. Now I Am A Man, consuntivo esistenziale e timbro sull'avvenuta maturità non troppo inseguita, ma piuttosto imposta dalla dura realtà - "I had my firstprostate exam" - aggiunge un' introduzione jangle a un brano da modulazione di frequenza anni '80; Worship Song alza di nuovo il cursore dell'amplificatore per ricordare l'ultimo Mathhew Sweet; Cuddle Party è una frazione new wave adornata da linee di synth tanto sublimi nella loro semplicità. E come non citare la rimbalzante Pleasant Under Glass, dall'irresistibile incedere country per giunta adornato da cori a cura dei grandi Vapour Trails? Chiude i conti un'altra gemma pacata e psicologica come Graveyard Shift, perfetta chiosa di un disco piuttosto cerebrale, ponderato, cogitabondo, anche se le domande, alla fine del percorso, continuano a essere molto più numerose delle risposte.