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mercoledì 23 aprile 2008

Disco del Giorno 23-04-08: The Offbeat - The Offbeat (2005; autoprodotto)

Finalmente il mio pc è pronto e funziona molto meglio di prima, quindi festeggerei postando immediatamente una recensione!

Questo blog si occupa soprattutto di dischi indipendenti, un pò per scelta (di roba "mainstream" sono già piene le pagine web e non), un pò per necessità (la musica migliore tutto sommato proviene ancora e sempre dall'underground) e di dischi, ogni mese, ne ascoltiamo parecchi. Tuttavia, c'è sempre qualcosa che sfugge persino alle attenzioni di tanti attenti cultori del pop sotterraneo. E questo è proprio il caso degli Offbeat, fantomatico combo Inglese autore di un CD-R stracolmo di pop sessantista assolutamente favoloso.

Gli Offbeat non sono un gruppo ordinario, lo si capisce subito e non sto parlando della loro musica, o almeno non solo. Innanzitutto, su internet non si trovano informazioni né tantomeno recensioni su di loro, eccezion fatta per il sito della Kool Kat che me li ha fatti scoprire e dove si apprende che la band è guidata dal duo Britannico Tony Cox / Darren Finlan. Stop. Sul cd non sono presenti altre informazioni e - assolutamente incredibile per una band del ventunesimo secolo - i ragazzi non sono dotati di pagina MySpace! Poco male, perchè le tredici tracce presenti in questo omonimo debutto bastano e avanzano.

Peccato solo che, ancora una volta, ci tocchi imprecare contro questo maledetto mondo, dal momento che gli Offbeat, con il disco pronto da tre anni, non siano riusciti a trovare uno straccio di etichetta ed abbiano infine deciso di promuoverlo da soli in formato cd-r (con il solo aiuto di Ray Gianchetti della Kool Kat, appunto. Grazie Ray!). Perchè imprecare? Perchè mi viene da piangere pensando che un disco come questo sia così incredibilmente difficile da scoprire, persino per lo sparuto gruppo di seguaci infaticabili dei sottogeneri che tanto amiamo. Per fortuna, però, siamo riusciti ad intercettarlo noi e spero che non vogliate lasciarvi sfuggire l'occasione di accaparrarvelo anche voialtri...

Offbeat è il classico album che di primo acchito fa pensare "wow, ma questa dev'essere la ristampa di un disco del '66". Perchè lo stile è quello, inconfutabile e consiglio ai fans dei Beatles periodo Hard Day's Night / Help! di non lasciarselo sfuggire, perchè rappresenta una delle uscite più succose del genere pubblicate ultimamente. Poi c'è il suono, incredibile, che arriva diretto da un'epoca favolosa e scomparsa, eppure ricreata qui, magicamente, con una registrazione analogica da paura ed un uso talmente sapiente della strumentazione vintage, con sitar e synth annessi e connessi, da far dubitare seriamente sulla veridicità della data d'uscita. Eppure, ed è necessario sottolinearlo, Offbeat non suona come un plagio e men che meno risulta stantio, stanco o vecchio. Le melodie sono luminose, le voci perfette e le canzoni, infine, sono canzoni stupende.

Canzoni come l'iniziale Lonely Girl, dove i Beatles pre psichedelia si innamorano del sunshine pop dei Millenium...oppure come Keep It Real, dove il duo di Liverpool da invece completo sfogo alla propria passione per il sunshine pop, in una dolcissima ballata dal ritornello estasiante in puro stile Association o 5th Dimension. Non solo, gli Offbeat fanno pieno centro anche quando si cimentano con un pò di psichedelia: un brano come Welcome to My World è un esempio lampante, per non parlare della spettacolosa Say The Word, guidata da uno straniante sitar e da un melodioso pianoforte. E un pò di jingle-jangle non vogliamo mettercelo? Fallen è una festa Byrdsiana in salsa Hip da applausi e non finisce qui. C'è spazio per Chills, sofisticata ballata uggiosa degna dei migliori (soft) fab four e persino per l'easy listening di Let's Go!, mentre Jamelia rappresenta per il sottoscritto il top dell'album: una fucilata dove sembra di ascoltare Macca impegnato in un esercizio power pop ante-litteram, impreziosita da un ritornello impagabile e da un clamoroso falsettone finale che porta a casa il pezzo alla grandissima. Per chiudere, nel caso le idee di chi ascolta non fossero chiare, gli Offbeat scelgono Here Comes Summer, sorta di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso che si conclude in un garage dove i Monkees stanno coverizzando Meet The Beatles.

Il consiglio finale che posso darvi è semplice: cliccate sul link della Kool Kat qui a sinistra e ordinate subito l'omonimo, meraviglioso, disco di debutto degli Offbeat. Se dei Beatles avete fatto i vostri eroi indiscussi l'acquisto è obbligatorio. Ovviamente, l'invito è esteso a tutti i cultori del sixties pop con un minimo d'amor proprio.

giovedì 17 aprile 2008

Problemi tecnici...

Oltre ai vari impegni di questo periodo, ci si è messo pure il mio dannato pc a darmi grattacapi. Spero che l'assistenza me lo restituisca al più presto perchè ho un sacco di dischi da recensire!

giovedì 10 aprile 2008

Disco del Giorno 10-04-08: Tim Morrow - Back To Delton (2007; Britneil Music)

Tim Morrow è un esperto cantautore pop originario di Battle Creek, Michigan, da anni residente a Los Angeles. La sua lunghissima esperienza come compositore l'ha portato a registrare un infinito album d'esordio solista (22 pezzi!) che non cala mai di tono, ma anzi rimane solido e gradevole dall'inizio alla fine e questo è un grande merito, poichè tenere alta la tensione emotiva (e l'attenzione dell'ascoltatore) per un tempo totale di ottantasei minuti non è cosa facile.

Nella sua carriera, iniziata nei primissimi anni 7o, quando scriveva i primi pezzi di proprio pugno, Tim ha suonato in alcune bands: gli USS ("perchè aveva lo stesso effetto del nome YES...") quando ancora viveva nel Michigan, ma si può dire che abbia iniziato a suonare seriamente solo una volta trasferitosi nel Golden State. E' li, infatti, che incontra colui che negli anni diventerà il suo "partner" favorito: Jerry Juden, con il quale forma una band chiamata Most, un progetto che per qualche anno suona con una certa continuità nei dintorni di L.A. Ma l'esperienza più significativa e soddisfacente Morrow la vive da quando, nel 1996, ritrova Juden e forma gli Shamus Twins, grandioso terzetto powerpop il cui (per ora) unico ed omonimo album uscito nel 2004 è uno dei grandi dischi neo-vintage degli ultimi quattro anni.

Oltre a suonare il basso e a cantare per gli Shamus Twins, Tim Morrow negli ultimi dieci anni ha scritto una trentina di canzoni, ventidue delle quali sono appunto finite su Back To Delton, il suo esordio da solista. Come dicevo prima, pur avendo l'estensione temporale di un doppio LP, il disco è infarcito di canzoni così gradevoli e da melodie così accattivanti da non scadere mai in qualcosa che si avvicini alla noia. Inoltre, avendo così tanti pezzi "a disposizione", l'autore ha potuto mostrare la propria innegabile capacità di scrivere grandi brani visitando parecchie sfaccettature della pop music, anche se ovviamente l'influenza powerpop è quella che si fa sentire con più forza e i fans di Beatles - chiaro - e di Rooks, Raspberries e Red Kross vari troveranno pane per i loro denti. Senza dimenticare che anche i maniaci di Tom Petty, almeno in qualche frangente, si divertiranno parecchio.

Back To Delton è lungo e per questo difficile da analizzare in toto, ma gli highlights sono talmente tanti che vale la pena di citare solo quelli! Il disco parte con la title-track, un brano che ricorda una versione hardcore proprio di Tom Petty (un'impressione che torna anche ascoltando Writing Lullabies e Do We Need A Miracle). Ma sono i brani più strettamente powerpop a banchettare a piacimento. Car Radio, una delle vette del disco, ricorda alcune tra le migliori cose dei Rooks e Running il miglior Andy Bopp con i suoi Myracle Brah. Grandi brani come You Better (altro highlight clamoroso) e She's Not Gonna Like It sono chiari e riusciti omaggi al regno dei primi Beatles, che piaceranno particolarmente a chi fosse rimasto colpito da Under The Radar dei Goldbergs, recensito su questo blog due settimane fa. She Knows Where She's Going è un numero tra i preferiti del sottoscritto, ricordando in maniera plateale proprio il suono degli Shamus Twins e aggiungendo un non so che di Redd Kross che si sente sempre meno spesso, ma che fa sempre particolarmente piacere ascoltare. La ballata "americana" Almost Christmas e gli accenni pseudo-psichedelici di Give It sono due riusciti esempi della poliedricità di Morrow, ma il brano migliore del disco credo sia Slow Things Down, dove un ritornello zuccheroso ma non melenso è l'epicentro di un incontro perfetto tra la ballata di Paul McCartney, le potenti melodie di Eric Carmen e l'inconfondibile cantato di Robert Harrison.

Sono dischi come Back To Delton (edito dalla Britneil Music nel 2007) che mi fanno pensare che sarebbe cosa buona e giusta aspettare Giugno prima di compilare la classifica dei migliori dischi dell'anno precedente. E non fatevi spaventare dalla sua longhezza, piuttosto prendetelo come fosse un doppio ed ascoltatelo in due volte separate, anche se vi garantisco che difficilmente - una volta messo nel lettore - riuscirete a toglierlo per prendervi una pausa.

sabato 5 aprile 2008

Disco del Giorno 05-04-08: The Afternoons - Sweet Action (2008; Saturday Records)

Questo è un periodo veramente molto impegnativo per me e mi scuso con i sempre più numerosi lettori per non riuscire a postare molto spesso. Poco male, in ogni caso, visto che a breve spero di riprendere la normale routine e, comunque, la grande musica non ci abbandona mai e ottimi dischi continuano ad essere pubblicati di settimana in settimana.

Uno dei migliori album che io abbia sentito negli ultimi tre mesi è senza dubbio il quarto lavoro lungo dei Gallesi Afternoons chiamato Sweet Action, titolo preso in prestito da un giornale pornografico tedesco per donne (!). Il quintetto di Cardiff, formato da Richard Griffiths, Sarah Rapi, Pete Morgan, Paul Rapi e Jason Huxley mi aveva favorevolmente impressionato con il precedente album di studio, chiamato Rocket Summer ed uscito nel 2005, ma devo dire che in questi tre anni sono ulterirmente progrediti affinando il loro pop d'autore, perfetto per una soleggiata giornata primaverile come oggi. Si, perchè Sweet Action è un disco dall'umore variabile. A tratti solare, a tratti pensoso. Un pò troppo per essere definito il classico disco dell'estate, ma comunque sufficientemente rilassato per essere una buona colonna sonora mentre si ozia al tepore del primo Aprile osservando i ciliegi in fiore.

Soprattutto, però, è un disco stracolmo di pezzi pop perfetti. Dodici germogli che riassumono alla perfezione tutto ciò che ha influenzato la band nei suoi otto anni di vita. Si tratta di pop Inglese all'ennesima potenza fatto per gli Americani, se questo può significare qualcosa (Rocket Summer è andato sold out negli U.S.A.). Perchè nei momenti più teneri profuma d'Albione e di Belle & Sebastian (Where The Arrows Fall), ma anche di west coast ( The Ghosts Of Autumn e Winter Is Dead). E nei momenti più movimentati sa farsi rispettare a tutti i livelli. Sia quelli emotivamente esagerati dell'iniziale Second Chance e di We Could Start Over, che strizza l'occhio a Bowie e mi ricorda in modo impressionante i Brainstorm (qualcuno se li ricorda? Il più grande gruppo pop Lettone della storia!), sia in quelli più tipicamente power pop, con le melodie imperdibili ed i ritmi incalzanti di High Summer Lovers e Giving Up On You, che ricordano il suono di ottime powerpop bands contemporanee quali Broken West, Bigger Lovers e Tyde.

Altri brani imperdibili, tra i tanti, sono Touch And Go, con il suo tiro pazzesco e i synth in primo piano, ma soprattutto l'accoppiata Don't Turn Back (Open Your Eyes) e The Sun's Coming Out In Your Heart, dove è manifesta la passione per i Teenage Fanclub e la maestria con cui gli Afternoons sanno maneggiare la materia inventata dai maestri di Glasgow, correggendola per non far torto oltre l'Atlantico in chiave un pò più Byrdsiana (e aggiungendo, non sia mai, solo qualche sintetizzatore in più).

Gli Afternoons sono uno di quei gruppi che non deludono mai. Sanno scrivere pezzi pop pazzeschi usando formule semplici semplici e meriterebbero maggior fortuna. Banale, dite voi? Assolutamente vero, dico io. Sweet Action è uno dei migliori dischi "2008" che io abbia ascoltato e già da adesso lo candido ad un posto nella top 20 di fine anno.

venerdì 28 marzo 2008

Disco del Giorno 28-03-08: The Goldbergs - Under The Radar (2008; Kool Kat Musik)

The Goldbergs è lo pseudonimo che il cantante - chitarrista - compositore Andy Goldberg si è scelto per titolare la propria carriera solista, dopo la (provvisoria?) fine del suo gruppo degli anni 90, i fenomenali Sun Kings (imperdibile il loro album Stupid Grin del 1999). Con il nome Goldbergs, in ogni caso, Andy ha esordito nel 2006 con il clamoroso album Hook, Lines And Sinkers, indiscutibilmente uno dei migliori dischi power pop di quell'anno. E meno di due anni dopo, ecco che vediamo piombare nella redazione di Under The Tangerine Tree il secondogenito Under The Radar!

Quando gli esordi sono sontuosi, c'è sempre la paura di rimanere delusi dai secondi dischi che, la storia insegna, sono sempre i più difficili da gestire per gli artisti. Ma nemmeno sto a dirvi che questo secondo figlio di Andy Goldberg (che nel registrare il disco si è avvalso della collaborazione di vari musicisti dell'area di New York) è tranquillamente sugli stessi livelli del precedente e anzi nel complesso risulta addirittura più solido. Certo, di primo acchito si potrebbe pensare che manchino le hit istantanee alla It Girl o alla True Believer che in Hooks, Lines & Sinkers erano immediatamente visibili, mentre qui è la qualità media a saltare all'occhio. Attenzione, però: è vero che serviranno tre - quattro ascolti, ma ad un certo punto inizieranno a manifestarsi anche in Under The Radar i potenziali singoloni...

Come Feel The Sun (aridajje...), classico powerpop mozzafiato che coniuga in tre minuti scarsi i riff dei Rubinoos con le potenti melodie alla Michael Carpenter. O come Better Times, che ad oggi è il mio brano preferito del disco, un grande pezzo merseybeat alla Searchers o, se volete riferimenti più recenti, alla Model Rockets periodo Tell The Kids The Cops Are Here. Altre highlights sono il lentone spezzacuori In Her Eyes; la grandiosa "sparata" powerpop I'm A Hero (Waiting To Happen), che ricorda le produzioni più tirate di Walter Clevanger e forse di Adam Schmitt; l'iniziale Please Won't You Please, con un sound molto vicino a quello dei Red Button (il cui She's About To Cross My Mind si è piazzato al decimo posto nella mia top 100 dello scorso anno) e la coppia di brani Harrisoniani composta da Missing You e dalla finale A Hand To Hold, gran bel brano acustico infiocchettato da un grazioso ukulele.

Nell'ultimo articolo, si consigliavano gli Squires Of The Subterrain ai fans dei Beatles presi tra Help e Sgt.Peppers. Andy Goldberg, in una recente intervista, ha dichiarato di essere andato fuori di testa per la musica a 5 anni, dopo aver ascoltato per un numero imprecisato di volte la copia di Meet The Beatles appartenente ai suoi genitori e che quella influenza non l'ha mai abbandonato. Per cui ci siamo capiti, no? Sotto a chi tocca. Under The Radar è fino ad ora uno dei migliori dischi del 2008 e credo che lo sarà anche alla fine dell'anno.

martedì 25 marzo 2008

Disco del Giorno 25-03-08: Squires Of The Subterrain - Feel The Sun (2008; Rocket Racket)

Devo ammettere di essere un fan sfegatato di Christopher Earl Zajkowski, ovvero la mente e il braccio degli Squires Of The Subterrain, sin da quando mi capitò di sentire per caso la delirante e magnifica gemma psych-pop He's A Good Man, tratta dall'album Lemon Malarkey uscito ormai tre anni fa. Da allora ho cercato di reperire l'intera discografia e devo ammettere che mai mi hanno deluso, anzi sono diventati uno dei miei gruppi pop-psichedelici contemporanei preferiti.

Christopher Earl, nato Zajkowski da origini inequivocabilmente Polacche, è il genio ribelle dietro agli Squires, che poi sono composti da lui e...basta. Batterista eccentrico già dal 1979, quando con alcuni compagni di liceo si dilettava con gli Essentials, Cristopher è stato nel corso degli anni ottanta e novanta uno dei più ubiqui polistrumentisti di Rochester, nello stato di New York. Tra un progetto garage ed uno dance-rock, il Nostro sfogava la sua passione per le più strambe innovazioni musicali della seconda metà degli anni Sessanta nella sua cantina (o, come dice lui stesso, nei suoi sotterranei, da qui il nome The Squires Of the Subterrain), incidendo su scassati quattro e otto piste le sue strampalate intuizioni, che diventano nel corso della prima metà degli anni Novanta una serie di album in cd-r ovviamente autoprodotti e in tirature limitatissime. Che non erano niente male, però. Tanto che Zajkowski, sempre per la propria etichetta Rocket Racket tenta di farli conoscere un pò meglio agli appassionati pubblicando un cd vero e proprio, dove egli stesso raccoglie il meglio di quegli anni, chiamato Pop In A Cd. E' in quel momento (era il 1998), che incomincia a raccogliere qualche apprezzamento da critica, pubblico e - soprattutto - da Pete Miller. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Pete Miller è passato alla storia con il nome di Big Boy Pete, eccentrico e leggendario eroe del pop psichedelico Inglese negli anni ruggenti. Big Boy si innamora dello schizofrenico songwriting di Zajkowski e da quel momento i due iniziano a collaborare, lasciando ai posteri lavori come Big Boy Pete Treats, album in cui Cristopher Earl "coverizza" e/o ri-arrangia alcune demo del "maestro" e Rock It Racket (uscito l'anno scorso), dove i due si dividano l'album a metà suonando sei pezzi a testa. Anche quando gli Squires pubblicano dischi propri, è Pete Miller a produrli. Oltre alla "compilation" Pop in a CD e ai dischi con Big Boy Pete, negli ultimi cinque anni gli Squires Of The Subterrain hanno pubblicato altri due megnifici dischi: Strawberries On Sunday nel 2003, dove Zajkowski esterna il grande amore per i fab four del periodo Help/Rubber Soul e Lemon Malarkey, tuttora il mio preferito, nel 2005, un pò più spostato sulle coordinate dello psych-pop Britannico del 1967.

Con questo Feel the Sun gli Squires Of The Subterrain si spostano di qualche mese ancora verso la fine del decennio d'oro. Qui siamo in piena influenza Sgt.Peppers e lo si capisce sin dall'iniziale title track, dove la struttura è palesemente "A Day in The Life", con l'intro soft e vagamente psichedelico, uno stacchetto rock'n'roll e un altro - tanto per gradire - ruvido e scomposto alla Neutral Milk Hotel/ Olivia Tremor Control per sei minuti di follia compositiva. Alexander Mannequin è un sostanziale sequel di I Am The Walrus riuscito molto bene, mentre On The Lawns, Sweater e Evil Head sono tre riusciti esempi di perfetto piano - pop sessantista "in battere" alla Benefit Of Mr.Kite, così come Opholstery, che in più è introdotta da un deviato theremin. Concerning Helen White è una stoccata di primordiale power pop, se si possono intendere powerpop i pezzi più spediti di Zombies e Kaleidoscope uk. Altri brani meritevoli di segnalazione sono Her Story, dove sono ancora le influenze "Odissey and Oracle" a fare capolino, lo squassante psych'n'roll di Terrified e la ballata Bed Of Roses, dove Zajkowski dimostra di saper scrivere anche dei pezzi canonici senza risultare scontato e, conoscendo il personaggio, ci mancherebbe altro.

Io degli Squires sono un fan e per questo non vorrei risultare di parte. Ma se adorate come me i Beatles presi tra il 65 ed il 68...beh diciamo dei Beatles un pò più folli, gli Squires Of The Subterrain non vi deluderanno, questo è poco ma è sicuro.

venerdì 21 marzo 2008

Disco del Giorno 21-03-08: The Rollo Treadway - The Rollo Treadway (2008; autoprodotto)

A volte capita di ascoltare un disco talmente meraviglioso da innamorarsene subito e non essere più in grado di mollarlo. A me è capitato ascoltando questo omonimo debutto del quintetto di Brooklyn chiamato The Rollo Treadway. Il nome deriva dal personaggio interpretato da Buster Keaton nel film muto "Il Navigatore" del 1924, ed è uno dei rarissimi casi di concept album moderno riuscito veramente con i fiocchi. Sono infatti lontani anni luce i tempi in cui se si sentiva parlare di album "monotematico" si andava abbastanza sul sicuro, ma i tempi di SF Sorrow sono andati per sempre ed i concept delle ultime due decadi e mezzo sono stati per la maggior parte un'accozzaglia di canzoni noiose e boriosette. Del resto sono progetti ambiziosi che possono "rendere" solo se dietro c'è una grande ispirazione. E poi l'argomento, il filo logico, deve avere un senso. I Rollo Treadway ne hanno scelto uno piuttosto inusuale. Non capita tutti i giorni, infatti, di ascoltare un disco che per la maggior parte del tempo parla di due bambini rapiti, partendo da vari punti di vista: quello dei bimbi stessi in Kidnapped e quello dei rapitori che scrivono ai genitori la richiesta di riscatto in Dear Mr.Doe. E' tutto molto originale ed intelligente, in questo disco. Dall'argomento trattato alla confezione in cartone con un sistema di chiusura che mi ha lasciato interdetto per dieci minuti buoni. Dall'assenza totale di informazioni all'interno del disco, dove i titoli delle tredici canzoni sono nascostissimi, alla grafica caotica e allo stesso tempo minimale e irresistibile.

Poi c'è la parte più strettamente riguardante la musica, che fa tutta la differenza del mondo. I Rollo Treadway (David Sandholm, Tyler Wenzel, Jorg Kruckel, Nick Hundley e Blake Flaming) suonano un sunshine pop di classe impagabile, leggero e soave che contrasta nettamente con le liriche molto scure che lo accompagnano. I fans dei Byrds, certamente, ma soprattutto di Association, Turtles e Millenium non potranno non togliersi il cappello, davanti ad un disco che sembra veramente essere stato prodotto nel 1965. Per dirla tutta, a parer mio solo i Wondermints, tra i gruppi relativamente recenti, hanno raggiunto certi livelli compositivi e stilistici interpretando un genere difficilissimo da proporre oggi.

Invece i pezzi sono uno più bello dell'altro. I parametri, come dicevamo, legano il disco alle migliori produzioni soft-pop degli anni sessanta. L'album, comunque, riesce a mantenere un elevatissimo tasso di originalità e le invenzioni melodiche sono disseminate in ogni dove. La prima traccia, che introduce il discorso e che dunque non può che chiamarsi Kidnapped, è una geniale apertura che ricorda i Beatles di Ticket To Ride assemblati ai migliori Byrds. Le influenze soft pop classico, alla Association e Left Banke, la fanno da padrone in brani come Rua Gararu 188, nella magnifica Dear Mr.Doe e in The Children Of Table 34, mentre il sunshine pop puro, quello più vicino ai maestri Curt Boettcher e Sandy Salisbury, è stato mandato a memoria e riprodotto con stile ineccepibile in alcuni tra i brani migliori dell'album come You Laugh I Cry e All Heads Turn. Coast's Clear, altro picco creativo di un album privo di cadute di tono, muove sulle stesse coordinate aggiungendo un tocco alla Hollies periodo Butterfly (ricordate Pegasus?).Oltretutto, i cinque di Brooklyn dimostrano una suprema maestria anche quando si tratta di virare su percorsi appena psichedelici. Così Friday's Child e Charlie sono esaltanti fraseggi psych-pop come potevano essere psych-pop gli Zombies, per dire.

Non c'è molto altro da aggiungere. I Rollo Treadway sono una delle più clamorose scoperte degli ultimi sei mesi, hanno scritto un disco che contenderà fino alla fine un posto nella 2008 top 10 e lo hanno confezionato alla grande. Anche l'occhio vuole la sua parte, del resto, e se avete conservato un minimo di quel gusto di possedere il feticcio, tipico dei malati collezionisti di musica, Rollo Treadway è il classico disco che non ci si può limitare a scaricare da internet...