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Proposito base per l'anno nuovo: smettere di postare ogni venti giorni minimo. Non ce la farò, sia chiaro, ma il buonsenso mi impone di provarci, perlomeno. Primo post del 2011 dunque buon anno, fedeli lettori di Under the Tangerine Tree, il vostro pop blog preferito. Prima recensione dedicata ad Arthur Smith, Jeff Hoffman e Scott Anderson, terzetto che, per comodità, quando si riunisce lo fa celandosi dietro allo pseudonimo Zombies of the Stratosphere. Band che, a dirla tutta, è nuova su queste pagine ma già conosciuta dal sottoscritto, che non mancò - e scusate la terza persona - di esaltare il loro esordio intitolato The Well Mannered Look in uno dei suoi precedenti outlets.
Ricordo le sensazioni dell'epoca, quando non potei fare a meno di sorprendermi avuto riguardo del luogo di provenienza dei Nostri. Sulle carte d'identità non c'era spazio per grossi dubbi: New York City era la città scritta a fianco della voce "residenza". Però poi, e qui sta il sorpresone, una volta messo nel lettore ciddì l'album emanava pure essenze british, evidentemente british. Un fascio di luce che risplendeva di Ray Davies e di Swingin' London oltrechè, naturalmente, di due voci alle quali la band si sarebbe rifatta per costruire il proprio nome; due voci che idealmente aprirono e chiusero la storia di trent'anni di psichedelia targata union jack: stiamo parlando ovviamente degli Zombies di St.Albans, Hertfordshire e dei Dukes of the Stratosphear. Ora, se i vostri rudimenti di pop psichedelico sono quelli che mi aspetto, non dovrebbe esservi difficile inquadrare le caratteristiche della band oggetto delle recensione odierna.
Ordinary People è un disco pregno di psych-pop suonato come Dio comanda, contenuto in dieci tracce che insieme costituiscono uno dei migliori esempi per il 2010 nel settore. E se il sopraccitato album d'esordio rappresentava il lato più smaccatamente Raydavisiano e metropolitano del genere, bisogna dire che questo secondo parto vira verso la periferia bucolica in chiaroscuro, così spesso si finisce in mezzo a sinistre ancorché melodiose ballate, mentre per il resto, oltre ai sempre centrali McCartney e Blunstone, i riferimenti più ovvi vanno in direzione Swindon, laddove risiedono gli XTC più pastorali. Basterebbe questo a centrare gli Zombies of the Stratosphere, ad inquadrare Ordinary People e a convincere gli appassionati ad acquistarlo senza porsi troppe domande. O almeno credo. Voglio però spendere due righe ulteriori per citare i pezzi migliori dell'album, che tra l'altro non sono nemmeno facili da trovare, vista l'ottima qualità generale. Dovessi per forza estrarne qualcuno, non escluderei certamente il tipico Zombies pop di Love Song 99 e men che meno l'iniziale Our Life in Shadow Falls, dove i riferimenti Partridge/Moulding/Tillbrook sono più che evidenti. Un posto al sole lo meritano senz'altro la title trak, suprema ballata nottambula, Peter Stokes, midtempo swing da cantastorie e soprattutto One Day Older, morbida ballata jangle spaventosamente commovente.
Il resto, immagino sarà evidente, è contorno con i fiocchi, anche se di contorno potrebbe sembrare lesivo parlare. Ci siamo capiti: se il più delicato tra i vari sottogeneri del pop psichedelico britannico è uno dei vostri passatempi prediletti, non esitate ad acquistare Ordinary People. Perchè sarebbe difficile, molto difficile, trovare un esemplare migliore in tutto l'anno appena conclusosi.
I fanatici di pure pop che già da qualche anno bazzicano la scena non si limitano a “conoscere” Mark Bacino: lo considerano una superstar. Status che francamente, e si intenda l’ammirazione per il soggetto, non poteva che meritarsi dopo aver dato alle stampe due tra i migliori esempi fonografici (Pop Job…The Long Player nel 1998 e The Million Dollar Milkshake nel 2003) di questo sotto-sottogenere musicale. Avuto riguardo alla discografia, e constatato dunque che Mark mancava dalle scene da un bel po’ di tempo, non possiamo che accogliere con soddisfazione il terzo pezzo del lotto, intitolato Queens English ed edito dalla Dream Crush records.
“Lavoro da anni nel mondo della musica, e principalmente lavoro per gli altri. Produco altri gruppi, arrangio brani altrui, ho delle scadenze da rispettare. Qualche anno fa tutto ciò ha iniziato ad andarmi stretto, mi sentivo strangolato dal business e non riuscivo più a percepire l’arte per come dovrebbe essere intesa. Avevo bisogno di spazio per me stesso e così ho deciso di dedicarmi ad un nuovo album tutto mio, senza pressioni, senza dover avere l’approvazione di nessuno. Volevo tornare a scrivere musica per pura passione, e questi sono i risultati”. I risultati confluiscono in un grande disco per intenditori. Senza snobismi, ma vale la pena ammetterlo. Un disco che dalla traccia tre, subito dopo la title-track, è talmente leggero che per poco non decolla, ma non si fraintenda il significato dell’affermazione. Un luogo comune tra i più atroci usa affermare che la musica leggera è per tutti i gusti e tutte le orecchie ma, che diamine, c’è musica leggera e musica leggera. Mark Bacino scrive AM pop ispirato agli anni ’70, quando ancora l’AM pop era una cosa seria. Lo inquadra in un contesto cittadino e newyorkcentrico, la Grande Mela essendo lo sfondo prediletto dalle undici tracce qui presenti. Un disco leggero, certo, ma sofisticato come pochi.
La title-track, dicevamo, apre di fatto le danze in un tripudio di powerpop dal volume alto, palesemente dedicato ai più pervicaci fans di certi Cheap Trick per un episodio da un paio di minuti scarsi che finisce per dimostrarsi il momento più sostenuto dell’intera opera. Perché da li in poi si parla decisamente un’altra lingua, fatta di docili trame strutturate in modalità-racconto e di un’ aggraziata sintassi che, sostenuta da una gamma musicale davvero varia e di gran livello, pesca a piene mani dal top della cultura popolar-musicale. Si veda Happy, riflessione personale e mattutina a lieto fine, con quegli effetti cinematici e cartoneschi che fanno tanto Randy Newman; oppure, per quel che vogliamo dimostrare, si ascolti Angeline & the Bensonhurst Boy ed il suo saltellante midtempo da balera trapunto di inebrianti fiati. Per togliere eventuali dubbi che inspiegabilmente fossero ancora presenti presso chi ascolta, sarà sufficiente dare una chance alla favolosa Bridge & Tunnel che, ne siamo sicuri, riscuoterebbe un convinto applauso se dovesse pervenire all’udito di Harry Nilsson, sissignori: liriche argute, classe da vendere e da spendere, ed un frammento AM pop da antologia del genere. Per sicurezza, inoltre, non sottovaluterei l’accoppiata formata da Muffin in the Oven e Who Are Yous, entrambe marchiate a fuoco da una caratteristica, e cioè la capacità di inserire grandi canzoni pop in un’atmosfera da musical, che Mark possiede e che già, a parere di chi scrive, rese Million Dollar Milkshake, il suo penultimo lavoro di studio, un grandissimo album.
Chiuderei la rassegna dei consigli con un omaggio ad un grande brano che forse tende ad uscire un po’ dal contesto. Blue Suit cambia di certo il feeling generale, è decisamente angolare rispetto alle compagne di viaggio, ma è omicida e sensuale come solo le grandi ballate sanno essere. Del resto, Mark Bacino non è uno che vende dischi tanto per venderli, né tantomeno scrive canzoni tanto per scriverle. E’ un tizio parsimonioso, Mark, e pazienza se tra un lavoro e l’altro possono passare anche sette lunghi anni. Sarà il massimo della banalità ma l’attesa, al cospetto di dischi come Queens English, è dolce e ci sta tutta; affrettare i tempi, quando i risultati finali sono questi, non è proprio il caso.
Povero blog, troppo poco tempo per lui, neanche gli ho fatto gli auguri per il terzo compleanno. E troppi dischi giacciono sulla scrivania in attesa di attenzioni che tardano ad arrivare. Troppe, infine, ed ormai consuete, scuse da far pervenire agli artisti che pazientemente aspettano da UTTT un segno di vita. Portate pazienza, per ora è così, più avanti speriamo vada meglio. Non è che nel frattempo i dischi belli abbiano smesso di uscire, anzi. Quello di cui finalmente riesco a parlare oggi, infatti, è una meraviglia totale, un raggio intenso di luce, un arcobaleno imprevisto nel bel mezzo di questo fradicio autunno. Manco a dirlo, il timbro sul retrocopertina reca l'effige della Kool Kat, label che, noncurante della crisi del settore, continua a rilanciare con uscite sempre più incantevoli.
Ma chi è William Duke? William è il nocchiere del progetto Bye Bye Blackbirds, poppers californiani che già un paio di volte, recentemente, hanno avuto modo di farsi apprezzare da queste parti. Già autore anni orsono di un riuscito album solista (The Ghost That Would Not Be - 2005), William deve avere nel tempo accumulato tonnellate di materiale d'alto pregio e non deve aver trovato buone ragioni per non pubblicare un altro disco in intimità, accompagnato da pochi amici fidati e trovando un sicuro alleato nel nel nobile animo di Ray Gianchetti. Risultato? Pop californiano erudito, luminescente, arioso. Scritto da Dio. E viene da pensare che questo 2010, che inaspettatamente è in pratica già finito, abbia avuto un occhio di particolare riguardo per il sunshine pop d'avanguardia, essendo i lavori di Seth Swirsky e quello di William nostro due mirabili candidati a posti d'eccellenza quando sarà tempo di compilare le classifiche di fine anno.
The Sunrise and the Night, dunque. Pop californiano che accarezza i territori sunshine senza però risultare precisamente identificabile, setacciato da momenti di serena introspezione che conferiscono al lavoro un nonsochè di intimo, di personale, di magico. It's Only the Beginning non poteva che aprire il disco, in modo soffice, grondando sentimento ed umori acustici. Formando, in coppia con The Great Escape, traccia numero tre, un binomio di ambientazione sixties folk come non ne se ne sentiva da tempo immemore. Tuttavia, il lato introverso di William è compensato dalle esplosioni colorate che fanno di Sunrise and the Night, come anticipavamo, un disco essenzialmente "California pop". Pop californiano mai eccessivamente faceto ma comunque estremamente brillante, tinteggiato da mille idee e decine di rivoli armonici. Tra le perle della collezione, svetta senz'altro Keep Me In Your Thoughts, calata nelle atmosfere del Golden State negli anni 70 ma reinterpretata alla maniera di Linus of Hollywood. Poi, citazioni più che doverose per A Moment in the Sun e per la title-track, che insieme compongono un'accoppiata west-coast sound da perdere la testa; per The Impending Happiness, che come prima immagine evoca Lennon, se Lennon dopo i Beatles si fosse trasferito a Frisco invece che a New York; per la sublime You're Young and You'll Forget, precisa intersezione tra atmosfere sunshine ed istinti country alla maniera dei migliori Pernice Brothers.
The Sunrise and the Night è un disco intenso, che non molla le emozioni dall'inizio alla fine; viscerale e al limite un pizzico frammentario, ma proprio per questo teso ed emozionante come poche altre cose quest'anno. Un disco che potrebbe fallire, attenzione, al primo tentativo, ma sul quale non insistere sarebbe criminale. Un tesoro nascosto. Forse quello nascosto meglio tra i migliori dischi in assoluto di quest'anno.
Tre singoli a 45 giri sparsi tra il 2008 ed il 2009. Poi tour italiani, europei, americani, due, di cui uno appena conclusosi dopo una ventina di date spese sulla costa occidentale. Il bagagliaio pieno di esperienza l'avevano, si trattava di infilare nell'autoradio un disco lungo, puntualmente arrivato. On a Bittersweet Ride rappresenta l'esordio sul formato 33 per il combo bergamasco/vicentino e, scusate la banalità, che esordio. Di suonar rock'n'roll son capaci tutti, soprattutto se di rock'n'roll minimale si tratta; poi, riuscire a divertire l'ascoltatore è una meta che in pochissimi raggiungono, e quei pochissimi dovrebbero essere evidenziati come meritano. Figuriamoci se si parla di Miss Chain & the Broken Heels poi, tra i pochissimi degni interpreti di un sottogenere musicale (il pop'n'roll), che in Italia non ha mai raccolto proseliti. Gruppi come questi, nella penisola, sono specie protette proprio perchè assolutamente demodè, fatto che ce li rende, se possibile, ancora più cari e che, sfortunatamente per loro, sarà garanzia di anonimato duraturo negli ambienti che contano del giardino di casa.
Il disco, una bomba, è licenziato dalla Screaming Apple, grandissima etichetta teutonica che da più di quindici anni delizia chi, come noi, si è sempre trovato a proprio agio in quell'intersezione sonora dove il garage ed il rock'n'roll di base incontrano il powerpop d'annata. E di pop'n'roll all'ennesima potenza stiamo parlando, un pop'n'roll piantato con la testa e con la mente in un passato invecchiato alla grande, senza rughe, vivace come un bambino al parco giochi, frizzante come una mattinata sull'oceano. Miss Chain ed i suoi tacchi rotti non suonano garage, non suonano powerpop, non suonano rock'n'roll puro: il loro è un impasto che sconvolge tutto ciò e lo ripropone in salsa - i ragazzi non me ne vorranno - praticamente beat. Si, l'ho detto e lo confermo: per quanto mi riguarda (e a ragion veduta, avendoli osservati anche qualche volta dal vivo), Miss Chain & the Broken Heels sono un gruppo beat, e questo è meraviglioso.
Per la precisione, Astrid (voce e chitarra), Disaster Silva (chitarra solista), Franz (basso) e suo fratello Brown (batteria), sono un gruppo di beat puramente anni sessanta che strizza più di un occhio alle pop bans femminili della golden age, aggiungendo una spruzzata di powerpop (powerpop ante-littream, per la precisione) che conferisce ai brani un pizzico (solo un pizzico) di modernità e potenza ritmica in più. Per rendere l'idea, qualora non fosse chiaro, fantastici ed eccitanti brani quali Roallercoster, Mary Ann, Flamingo (la mia personale favorita) e Common Shell rappresentano plasticamente quello che sarebbe potuto succedere se Shivvers e Go Go's fossero state sorprese a coverizzare i best-of di Shangri-La's, Chiffons e Crystals. Per staccare, in un paio di occasioni (soprattutto durante Old Man e Save Me) viene a galla la passione per certa americana-pop di cui alcuni membri del gruppo sembrano essere grandi fans, ed il tutto non fa che giovare alla riuscita di un disco veramente godibile, nell'accezione migliore del termine.
La scena italiana, quella vera, lontana dall'immondizia edulcorata del Mi-Ami e di Rock-it sta lentamente ma inesorabilmente rinascendo, e gruppi come Miss Chain & the Broken Heels ne sono una straordinaria dimostrazione. Tutto sommato, non credo serva aggiungere molto altro per convincervi a mettere le mani su uno dei dischi più divertenti, sbarazzini ed entusiasmanti di questo 2010.
Si, sono stato in vacanza. Del resto, anch'io mi ero un pò stancato di stare qui. No, non sono stato in California, non ne avrei avuto il tempo. E' bastato un soggiorno nella mia adorata Provenza, con la sua cucina d'arte ed i meravigliosi litorali di Cassis e Sanary-sur-Mer, per rimettermi al mondo. La California l'ho portata con me, dritta nell'autoradio, contenuta nelle diciotto pillole di Watercolor Day, il secondo album solista di quel geniaccio chiamato Seth Swirsky, uno che il Golden Satete lo sa raccontare e, cosa più importante, riesce a fare immaginare come pochi altri al mondo.
Sei anni, vola il tempo, sono passati da Instant Pleasure, il disco d'esordio di Swirsky che, ancora e soprattutto oggi, rimane per gli appassionati un punto di riferimento, perlopiù anacronistico, di un periodo si recente ma per molti aspetti lontanissimo, dove le charts "indipendenti" erano governate da Franz Ferdinand e batterie sincopate. Nel frattempo, Seth non se n'è certo rimasto con le mani in mano. E' del 2007, a metà strada, l'ormai celeberrimo She's About to Cross My Mind, album partorito insieme a Mike Ruekberg ed accreditato allo pseudonimo Red Button, capolavoro di classico merseybeat che tre anni orsono sconvolse l'intera comunità pop internazionale. Il bello è che Seth Swirsky lo aspetti e lui arriva, come una certezza ineluttabile, spavaldo di fronte all'obbligo di dover rispettare aspettative sempre più elevate, incapace di tradire l'ascoltatore. Sfiora l'esercizio retorico, mi perdonerete, dire che il disco che stiamo trattando non fa eccezione, e che anzi si candida da subito, e prepotentemente, per un posto sul podio della classifica riguardante i migliori dischi del 2010, se mai ce ne sarà una.
Watercolor Day è un'immersione totale nell'immaginario californiano, nelle sue storie e nei suoi colori. Una retrospettiva sulla celeberrima storiografia soft pop dello stato ed un esercizio di conservazione di un sound ben definito, d'origine controllata, un'esperienza multidimensionale ed un erudito parquet sonico e colorato messo a disposizione di un songwriting tra i migliori in circolazione, ai giorni nostri ed in un dato ambito. La title-track apre l'album alla perfezione, e le tempistiche saltellanti e tipicamente americane del brano ne fanno un oggetto si prezioso, ma abbastanza raro in un contesto che comunque lo supporta alla grande. Scheggie di genio già si intravvedono, se le propulsioni pseudo-country della traccia sfociano senza colpo ferire in un potente staccato prog-pop, dove gli inaspettati fiati sono confettura davvero deliziosa. Dal brano successivo si entra invece con decisione in quello che è il vulnus del disco, ossia la California vista da un balcone alle sei di pomeriggio. Provateci, ascoltando in cuffia Summer in Her Hair. Parlavamo di esperienza multidimensionale, e se avete capite cosa intendo sarà facile calarsi nella parte ascoltandola: si sentono i colori del Big Sur e si vedono chiaramente le note che hanno fatto la gloriosa storia del sunshine pop, con le sue rigogliose armonie vocali, i lussureggianti arrangiamenti e tutto l'armamentario d'ordinanza.
Ad aumentare il coefficiente di pregio dell'album concorre la notevole co-produzione di Rick Gallego, un altro libero docente in materia di pop californiano, e l'eleganza sofisticata degli ultimi Cloud Eleven, soprattutto i Cloud Eleven di Sweet Happy Life, sembra trovare d'accordo Swirsky, che gioca nel medesimo campo mentre esegue le originali melodie di Fading Away. E se Bryan Wilson non può che essere il punto di riferimento assoluto quando si parla di west coast sound, non si può dire che l'autore se la cavi male quando strizza l'occhio all'Inghilterra. Così Matchbook Cover è melodica, ma allo stesso tempo sommessa e un pò angolare come i tardi Beatles di Abbey Road, mentre She's Doing Fine, che per la verità durante lo svolgimento della strofa deve più di qualcosa a Wilson, si destreggia tra aperture melodiche mozzafiato intarsiandole con un refrain-tributo ad All You Need is Love.
Watercolor Day si potrebbe definire un album "lungo", viste le diciotto tracce in programma, ma è talmente godibile che, ogni qual volta lo si ascolta, sembra sempre troppo corto. La costruzione del lavoro è esemplare, e Seth stacca la spina, di tanto in tanto, con piccoli "interludi" geniali come Big Mistake, breve operetta da poco più di un minuto, dove il confine tra scherzo e sottile disimpegno nei cori da bar è sottile, ma ugualmente intrigante. Anche perchè l'umorismo pensante non fa difetto a Seth, che ci riprova con successo organizzando Sand Dollar, deliziosa melodia fanciullesca, quasi giocosa, uno dei momenti più adesivi dell'intero lavoro. E non vorrei annoiare il lettore, ma scrivo tanto perchè c'è tanto da dire. Per esempio, della buona inclinazione acustica dell'autore, che diventa minimale senza perdere un'oncia di grazia ed estasi melodica in Song for Heather e Living Room, e dobbiamo ancora citare i migliori episodi di un disco - si era capito - strepitoso. In Movie Set ci sono Lennon e McCartney, rapiti e ritrovati a tarda sera su una spiaggia della California meridionale, intenti a ricordare, un pò malinconicamente, i tempi andati insieme a Pete Ham ed ai Badfinger di Wish You Were Here. In I'm Just Sayin' c'è tutta la classe di Seth Swirsky, tutto il suo amore per il sunshine pop più contemplativo, tutta la sua capacità di coniugare strofe e ritornelli pensosi con stacchi improvvisamente allegri, piccole marcette intrise di schizzi colorati, dorate passarelle verso stati d'animo nuovi e migliori.
Molti di voi conoscono bene l'autore di questo piccolo capolavoro, sanno cosa aspettarsi e di dubbi difficilmente ne avranno. Tutti gli altri sappiano che siamo alle prese con un serio contendente per il titolo di "autore dell'anno", e che Watercolor Day è il più grande disco del 2010, almeno per il momento, e con grandi possibilità di arrivare in fondo imbattuto.