
lunedì 31 gennaio 2011
More Kool News.

mercoledì 26 gennaio 2011
Disco del Giorno 26-01-11: Lannie Flowers - Circles (2010; Aaron Ave)
"I don't know where I'm going, all I know is I'm not knowing, going round in circles all the time". Periodo complicato, dunque, per il musicista di Dallas. Oddio, che non fosse un personaggio semplicissimo tendevamo a saperlo già da un paio di anni, dai tempi in cui pubblicò Same Old Story, il suo album di debutto. Disco dell’anno per Power Pop Station, consisteva in una sorta di medley tra 36 (!) pezzi tutti di durata inferiore ai due minuti. Progetto ambiziosetto e ben riuscito, approvato dalla critica e dagli ascoltatori, che dunque attendevano questo nuovo Circles pronti ad aspettarsi qualsiasi cosa. Ma Lannie Flowers, anche in questa occasione, ha preferito spiazzare tutti quanti, partorendo un nuovo lavoro che è un pedissequo, semplice, gioioso tributo ai genitori del pop chitarristico dei seventies, ed in qualche caso un omaggio ai progenitori del genere. Più pop with power che powerpop, Circles è un’opera fatta di quindici brani durante i quali Lannie dimostra di sapersela cavare anche con la forma-canzone spiccia, senza che gli sia per forza necessario indossare l’abito dell’istrione.
Quindici tracce, dicevamo, energia a mille, pochissimi fronzoli: tutto questo è Circles, un lavoro che dal powerpop delle origini affitta le propensioni melodiche, ma che nella sostanza evidenzia chiari retaggi sixties rock e via etere, si ascolti il singolone Turn Up Your Radio per comprendere, sarebbe stato a pennello in una diffusione AM nel 1979. Lannie Flowers si gioca tutto sulla commistione tra l’andazzo pop che il disco mantiene dall’inizio alla fine e le sfumature grezze e terra a terra che ne arrangiano i contorni. Risultati? Buoni, molto buoni, soprattutto se un album compatto, che tiri avanti deciso senza guardare in faccia a nessuno, intarsiato di canzoni sempre croccanti e privo di pause e stonature è quello che fa per voi. Certo, vi aspettereste delle coordinate che aiutino ad identificarne i concetti base. Ebbene, nonostante Circles sia un lavoro difficilmente inquadrabile, e correndo il rischio di prendermi le uova marce, direi che provando ad immaginare i Cheap Trick impegnati ad interpretare un repertorio di cover Stonesiane mentre Zander tenta di impersonificare Eric Burdon…Beh, mi rendo conto delle difficoltà, ma il risultato potrebbe essere tra quelli verosimili.
Pezzi pregiati? La title track, dove le sofferte linee melodiche potrebbero essere state scritte da un primordiale Rivers Cuomo e la già citata Turn Up Your Radio, naturalmente. E poi Where Does Love Go, dalla scrittura intelligente e cangiante nella sua apparente semplicità, ma soprattutto Looking For You, elementare midtempo powerpop utile a ricordare come mai, anche quando si presenta in veste così cruda, amiamo alla follia questo sottogenere. Ripeto: chi avesse scoperto Lannie Flowers ascoltando Same Old Story resetti tutto e si prepari a godere di un album agli antipodi. Tutti gli altri si concedano una spensierata corsa in autostrada con Circles a bomba nell’autoradio.
giovedì 13 gennaio 2011
Disco del Giorno 13-01-11: Radio Days - C'Est La Vie (2010; Tannen)
La vita è una bestia paradossale, hai voglia a prenderla per le corna. Per anni non sono riuscito ad acquistare un solo disco italiano per un semplice motivo: non esistevano dischi italiani che si meritassero di essere acquistati, punto. Un po’ mi vergognavo, anche: “è mai possibile che tutti gli stati del mondo siano rappresentati sulle compilation dell’International Pop Overthrow, di Bam Balam, di Popboomerang, tranne l’Italia? Come abbiamo fatto a cacciarci in questa situazione assurda e mortificante?”. Mah. Certo è che i fatti stavano cosi e poi, ad un certo punto, il destino ci ha restituito tutto di un colpo. Non vorrei esagerare, non è nel mio stile, ma mi avvicino alla verità affermando che, ad oggi, potremmo sederci a testa alta al tavolo di un ipotetico G-8 powerpop mondiale. Parliamo solo dei dischi usciti dalla penisola negli ultimi due anni: Record’s, Miss Chain & the Broken Heels, June, Temponauts, Bad Love Experience, Suinage e chissà quanti altri. Roba di qualità, di spessore sinceramente internazionale. Per chiudere il cerchio non potevano mancare loro, ed infatti ci troviamo finalmente tra le mani il nuovissimo disco dei Radio Days.
Avendoli visti svariate volte dal vivo ed avendo pertanto ascoltato diverse anteprime dei dieci brani che formano C’Est la Vie, il dubbio che il nuovo album potesse essere un fiasco non mi ha nemmeno sfiorato. Passi avanti a livello di songwriting rispetto ai tempi di Midnight Cemetary Rendezvous? Incalcolabili. Le scorie punk rock, che comunque da queste parti non abbiamo mai disprezzato, sembrano essere state definitivamente espulse, e nonostante qualche parere contrario letto scorrendo altre recensioni, i Radio Days non sembrano nemmeno troppo contaminati dall’esplosione skinny tie dei tardi settanta, perlomeno in linea generale. Il suono, lo dico dopo decine di ascolti, è si piuttosto classico, ma senza esagerare. Chi scrive che i Radio Days sono una copia di Paul Collins, o bluffa oppure non ha ascoltato il disco e si è accontentato di constatare che i ragazzi hanno aperto per due tour consecutivi i concerti della leggenda del powerpop USA. Se è per quello i Radio Days hanno aperto anche ai Rubinoos, ma vogliamo dire che assomigliano ai Rubinoos? Non è il caso, andiamo con ordine.
C’Est la Vie è un disco breve, molto intenso, curato in modo direi maniacale, senza cadute di tono ma soprattutto di stile. Credo si chiami powerpop, intendasi powerpop bello ancorato alla seconda metà degli anni ’90 quello di Spinning Round the Wheel, la traccia che introduce il disco. Un apripista a livello strutturale, perfetto ad introdurre le quattro tracce che seguono. So Far So Close è uno dei migliori episodi dell’album, supportato da un potente lavoro delle chitarre e dalle geniali intuizioni di un drumming ossessivo. Anche qui il periodo di riferimento non può non essere quello a cavallo del secolo, ed i gruppi d’esempio, che in questo caso mi compiaccio particolarmente di citare, sono Sloan, Velvet Crush e gli Smith Brothers presi fuori dal trip Teenage Fanclub. Sleep It Off è il classico istantaneo, il singolone per antonomasia, il brano che si canticchia dopo il primo ascolto. Rivers Cuomo ne sarebbe fiero, e se come me avete adorato alcuni tra i migliori seguaci dei Weezer di dieci anni fa quali Ultimate Fakebook, Ozma e Snug non potrete più farne a meno molto facilmente.
E’ bello perché non ci sono cadute di tono, perciò senza prendere fiato vi consiglio di bervi Evelyn Town, filastrocca vagamente vaudeville che stempera i toni insieme all’eccezionale The Meaning of Fire, easy listening d’annata per sognanti sing along. La componente vintage powerpop c’è comunque, e a parere di chi scrive esce in tutta la sua efficacia durante Elizabeth e soprattutto lungo Enemies for Friends, guidata da un riff irresistibile che rappresenta uno splendido omaggio, non so se consapevole o meno, alla memoria del compianto Doug Fieger, uno dei giganti di tutta questa storia. Per chiudere, una citazione se la guadagna Dirty Tricks, rock’n’roll “antemico” e modernista che, se ancora non li avete visti dal vivo, dovrebbe indurvi a prendere la macchina e a dirigervi verso il loro primo concerto utile sgommando.
Il senso è sempre quello: si cerca di non essere di parte, ma dischi come C’Est la Vie rendono il compito estremamente agevole. E’ bello constatare ancora una volta che una band di casa nostra ha realizzato non un grande disco italiano, ma un grande disco punto.
lunedì 10 gennaio 2011
Disco del Giorno 10-01-11: Zombies of the Stratosphere - Ordinary People (2010; autoprodotto)
Proposito base per l'anno nuovo: smettere di postare ogni venti giorni minimo. Non ce la farò, sia chiaro, ma il buonsenso mi impone di provarci, perlomeno. Primo post del 2011 dunque buon anno, fedeli lettori di Under the Tangerine Tree, il vostro pop blog preferito. Prima recensione dedicata ad Arthur Smith, Jeff Hoffman e Scott Anderson, terzetto che, per comodità, quando si riunisce lo fa celandosi dietro allo pseudonimo Zombies of the Stratosphere. Band che, a dirla tutta, è nuova su queste pagine ma già conosciuta dal sottoscritto, che non mancò - e scusate la terza persona - di esaltare il loro esordio intitolato The Well Mannered Look in uno dei suoi precedenti outlets.
Ricordo le sensazioni dell'epoca, quando non potei fare a meno di sorprendermi avuto riguardo del luogo di provenienza dei Nostri. Sulle carte d'identità non c'era spazio per grossi dubbi: New York City era la città scritta a fianco della voce "residenza". Però poi, e qui sta il sorpresone, una volta messo nel lettore ciddì l'album emanava pure essenze british, evidentemente british. Un fascio di luce che risplendeva di Ray Davies e di Swingin' London oltrechè, naturalmente, di due voci alle quali la band si sarebbe rifatta per costruire il proprio nome; due voci che idealmente aprirono e chiusero la storia di trent'anni di psichedelia targata union jack: stiamo parlando ovviamente degli Zombies di St.Albans, Hertfordshire e dei Dukes of the Stratosphear. Ora, se i vostri rudimenti di pop psichedelico sono quelli che mi aspetto, non dovrebbe esservi difficile inquadrare le caratteristiche della band oggetto delle recensione odierna.
Ordinary People è un disco pregno di psych-pop suonato come Dio comanda, contenuto in dieci tracce che insieme costituiscono uno dei migliori esempi per il 2010 nel settore. E se il sopraccitato album d'esordio rappresentava il lato più smaccatamente Raydavisiano e metropolitano del genere, bisogna dire che questo secondo parto vira verso la periferia bucolica in chiaroscuro, così spesso si finisce in mezzo a sinistre ancorché melodiose ballate, mentre per il resto, oltre ai sempre centrali McCartney e Blunstone, i riferimenti più ovvi vanno in direzione Swindon, laddove risiedono gli XTC più pastorali. Basterebbe questo a centrare gli Zombies of the Stratosphere, ad inquadrare Ordinary People e a convincere gli appassionati ad acquistarlo senza porsi troppe domande. O almeno credo. Voglio però spendere due righe ulteriori per citare i pezzi migliori dell'album, che tra l'altro non sono nemmeno facili da trovare, vista l'ottima qualità generale. Dovessi per forza estrarne qualcuno, non escluderei certamente il tipico Zombies pop di Love Song 99 e men che meno l'iniziale Our Life in Shadow Falls, dove i riferimenti Partridge/Moulding/Tillbrook sono più che evidenti. Un posto al sole lo meritano senz'altro la title trak, suprema ballata nottambula, Peter Stokes, midtempo swing da cantastorie e soprattutto One Day Older, morbida ballata jangle spaventosamente commovente.
Il resto, immagino sarà evidente, è contorno con i fiocchi, anche se di contorno potrebbe sembrare lesivo parlare. Ci siamo capiti: se il più delicato tra i vari sottogeneri del pop psichedelico britannico è uno dei vostri passatempi prediletti, non esitate ad acquistare Ordinary People. Perchè sarebbe difficile, molto difficile, trovare un esemplare migliore in tutto l'anno appena conclusosi.
lunedì 20 dicembre 2010
Appunti prenatalizi.
David Leonard - The Quickening (2010; Another Whirled Record). L'abito, almeno nel mondo della musica, non sempre fa il monaco. E menomale. Passato l'impatto con la coperina, orrenda, scopriamo l'album di David Leonard, che non dispiace affatto. Come al solito, ci si starà chiedendo : David chi? Me lo sono chiesto anch'io. Mr. Leonard è un veterano della scena newyorkese, che nelle ultime tre decadi ha abitato nelle vesti di musicista/turnista collaborando con artisti del calibro di James Cotton, Cindy Lauper (?) e Chuck Berry, nientemeno, anche se i musicofili gli riconoscono merito soprattutto per essere uno storico membro della touring band di Richard Lloyd. The Quickening è il secondo lavoro tutto suo (il primo è datato addirittura 1984), anche se durante le sessions si è avvalso della collaborazione di volti piuttosto noti a Nuova York, tra cui Chris Spedding e Rick Derringer. Dieci tracce, di cui sette originali, oscillanti tra potenti pop rockers da top fourty e ballatone sentimentali e corpulente. L'accostamento, molto pericoloso e avaro di soddisfazioni nella maggior parte dei casi, qui riesce per l'esperienza dell'autore, a cui la situazione non sfugge mai di mano evitando pertanto derive nell'epica magniloquente. La trascinante ballata The Ship Has Sailed ed il poderoso rock melodico dell'upbeat ed iniziale True Tonight risultano essere gli episodi migliori di un lavoro completato dalle cover di She's A Woman dei Beatles, rimodellata in versione ultraestesa, del classico Dylan di My Back Pages e di una versione acustica di I Had to Tell You, originariamente pensata e scritta da Roky Erickson. Tra l'altro, David risulta essere stato il primo chitarrista dei nostri adorati Brilliant Mistakes (il loro album è stato secondo nella classifica dei migliori dischi del 2008) e questo ce lo rende ancor più simpatico. Un ascolto dateglielo senza paura. (www.cdbaby.com/cd/dleonard)
Chris Murphy - Look at This/Remember That (2010; Big Radio). Spesso, quando si parla di pop australiano, da qualche parte c'è lo zampino di Michael Carpenter. Autore di spessore mondiale, produttore extraordinaire, turnista ricercatissimo. E, ultimamente, proprietario di etichetta indipendente. Due uscite, appunto, per la Big Radio records, e sembra superfluo dirlo, ma fossi in voi approfitterei del pretesto natalizio per mettervele subito in casa senza stare a pensarci su troppo. La prima è chiamata Look at This/Remember That ed accreditata a Chris Murphy, uno che, tanto per rendere l'idea, da anni se ne va in giro accompagnato dalla nomea di "miglior vocalist dell'area di Perth". Il disco è precisamente una sorta di compilation, dove alcuni nuovi brani sono accostati con maestria a vecchie canzoni, a loro volta ri-arrangiate e smaltate di nuova produzione da Michael Carpenter medesimo. Per quanto riguarda i contenuti, siamo al cospetto di una collezione di brani ispirati al più classico vocal rock radiofonico, con proprietà così attrattive e popolari da poter essere apprezzato in egual misura dal rocker e dalla massaia. Trattasi di complimento, questo è chiaro. L'approccio può essere smaccatamente pop (Your Pretty Little Head), più chitarristico (l'iniziale Here She Comes), o addirittura filo-blues (Come and Get Me), ma l'anima, il soul, è sempre in primo piano (The Bigger They Are). Se in Australia è considerato un grandissimo, un motivo ci sarà. Come detto, buono per grandi e piccini. (www.myspace.com/chrismurphy)
giovedì 2 dicembre 2010
Disco del Giorno 02-12-10: Mark Bacino - Queens English (2010; Dream Crush)
I fanatici di pure pop che già da qualche anno bazzicano la scena non si limitano a “conoscere” Mark Bacino: lo considerano una superstar. Status che francamente, e si intenda l’ammirazione per il soggetto, non poteva che meritarsi dopo aver dato alle stampe due tra i migliori esempi fonografici (Pop Job…The Long Player nel 1998 e The Million Dollar Milkshake nel 2003) di questo sotto-sottogenere musicale. Avuto riguardo alla discografia, e constatato dunque che Mark mancava dalle scene da un bel po’ di tempo, non possiamo che accogliere con soddisfazione il terzo pezzo del lotto, intitolato Queens English ed edito dalla Dream Crush records.
“Lavoro da anni nel mondo della musica, e principalmente lavoro per gli altri. Produco altri gruppi, arrangio brani altrui, ho delle scadenze da rispettare. Qualche anno fa tutto ciò ha iniziato ad andarmi stretto, mi sentivo strangolato dal business e non riuscivo più a percepire l’arte per come dovrebbe essere intesa. Avevo bisogno di spazio per me stesso e così ho deciso di dedicarmi ad un nuovo album tutto mio, senza pressioni, senza dover avere l’approvazione di nessuno. Volevo tornare a scrivere musica per pura passione, e questi sono i risultati”. I risultati confluiscono in un grande disco per intenditori. Senza snobismi, ma vale la pena ammetterlo. Un disco che dalla traccia tre, subito dopo la title-track, è talmente leggero che per poco non decolla, ma non si fraintenda il significato dell’affermazione. Un luogo comune tra i più atroci usa affermare che la musica leggera è per tutti i gusti e tutte le orecchie ma, che diamine, c’è musica leggera e musica leggera. Mark Bacino scrive AM pop ispirato agli anni ’70, quando ancora l’AM pop era una cosa seria. Lo inquadra in un contesto cittadino e newyorkcentrico, la Grande Mela essendo lo sfondo prediletto dalle undici tracce qui presenti. Un disco leggero, certo, ma sofisticato come pochi.
La title-track, dicevamo, apre di fatto le danze in un tripudio di powerpop dal volume alto, palesemente dedicato ai più pervicaci fans di certi Cheap Trick per un episodio da un paio di minuti scarsi che finisce per dimostrarsi il momento più sostenuto dell’intera opera. Perché da li in poi si parla decisamente un’altra lingua, fatta di docili trame strutturate in modalità-racconto e di un’ aggraziata sintassi che, sostenuta da una gamma musicale davvero varia e di gran livello, pesca a piene mani dal top della cultura popolar-musicale. Si veda Happy, riflessione personale e mattutina a lieto fine, con quegli effetti cinematici e cartoneschi che fanno tanto Randy Newman; oppure, per quel che vogliamo dimostrare, si ascolti Angeline & the Bensonhurst Boy ed il suo saltellante midtempo da balera trapunto di inebrianti fiati. Per togliere eventuali dubbi che inspiegabilmente fossero ancora presenti presso chi ascolta, sarà sufficiente dare una chance alla favolosa Bridge & Tunnel che, ne siamo sicuri, riscuoterebbe un convinto applauso se dovesse pervenire all’udito di Harry Nilsson, sissignori: liriche argute, classe da vendere e da spendere, ed un frammento AM pop da antologia del genere. Per sicurezza, inoltre, non sottovaluterei l’accoppiata formata da Muffin in the Oven e Who Are Yous, entrambe marchiate a fuoco da una caratteristica, e cioè la capacità di inserire grandi canzoni pop in un’atmosfera da musical, che Mark possiede e che già, a parere di chi scrive, rese Million Dollar Milkshake, il suo penultimo lavoro di studio, un grandissimo album.
Chiuderei la rassegna dei consigli con un omaggio ad un grande brano che forse tende ad uscire un po’ dal contesto. Blue Suit cambia di certo il feeling generale, è decisamente angolare rispetto alle compagne di viaggio, ma è omicida e sensuale come solo le grandi ballate sanno essere. Del resto, Mark Bacino non è uno che vende dischi tanto per venderli, né tantomeno scrive canzoni tanto per scriverle. E’ un tizio parsimonioso, Mark, e pazienza se tra un lavoro e l’altro possono passare anche sette lunghi anni. Sarà il massimo della banalità ma l’attesa, al cospetto di dischi come Queens English, è dolce e ci sta tutta; affrettare i tempi, quando i risultati finali sono questi, non è proprio il caso.
giovedì 25 novembre 2010
Quirky Thursday.



