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Qualche anno fa pareva una boutade. Una cosa impossibile, un progetto senza senso. Dettato più dall’orgoglio che dalla ragione. Oggi no, oggi si può. Avessi tempo e soprattutto soldi a disposizione, il primo volume della serie Italian Pop Overthrow andrebbe in porto con una tracklist di livello mondiale. Non sono mai stato particolarmente nazionalista e di certo non lo diventerò ora, ma ancora una volta devo convenire su un fatto: la scena pop italiana gode di inspiegabile ed entusiasmante salute. A dare ulteriore linfa a questa convinzione ci pensa un manipolo di sardi tarantolati, che dall’Isola esportano uno dei più frizzanti, eccentrici, esaltanti esempi di beat pop che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi cinque anni.
Loro si chiamano Love Boat, e questo Love Is Gone è il secondo album di studio dopo il notevole esordio Imaginary Beatings of Love, disco che aveva prepotentemente portato sulle mappe del pop europeo questo terzetto di ex garagers cagliaritani. Si preme il tasto play e si finisce in un beach party nel bel mezzo della scalmanatissima ora dell’aperitivo, in un tourbillon di sabbia trasportata dalla brezza marina, di sudore e di alcool. Ma soprattutto di grande rock’n’roll. Love Is Gone è un disco beat pop, questo lo abbiamo detto. Un beat pop tutto giocato sugli originali dialoghi tra chitarre acustiche ed elettriche, sparato in faccia senza i fronzoli di produzione che in contesti simili di solito infastidiscono non poco. Volete chiamarlo lo-fi? Non siamo troppo lontani. Diciamo che si tratta di rock’n’roll melodico alla Alien Snatch, che non a caso è l’etichetta discografica della band. Amiamo cose del genere.
My Cousin’s Place, spettacolo puro, apre le danze, connotando immediatamente tutto quello che c’è da scoprire. La voce melodiosa e la tonalità impossibile di Andrea; gli arrangiamenti sontuosi che tengono in ordine un disco sempre sospeso tra lo stupore di intuizioni melodiche geniali ed il caos controllato più assoluto. E si balla, con l’incontrollabile Cannonball e con le tremende sbandate di american r’n’r che fanno di Pleased To Be Gray una delle pietre preziose del disco. Il climax western continua a tirare le fila di Wooden Spoon, mentre Modern Ties abbassa i toni sembrando quasi riflettere, prima che le conclusive quattro canzoni spettinino definitivamente l’ascoltatore. Tra queste ultime un sentito plauso lo merita Telling Jokes, una bomba ad orologeria dove emerge in tutta la sua nitidezza il talento di questi folli ragazzi per la letteratura rock’n’roll. Il passaggio strofa-ritornello, la regola più antica della musica popolare, è gestito con tanto e tale genio da lasciare a bocca aperta e perché no, da spedire i Love Boat nella classifica che riguarderà i migliori dischi del 2011.
Nove pezzi, zero riempitivi, una dose di divertimento sufficiente a passare tutta l’estate con un sorriso idiota stampato in faccia. Il rock’n’roll, che vi piaccia o meno, è questo. Spettinatevi il ciuffo ogni tanto, posers. E fatevele due risate.


Shmed Maynes è ormai un resident sulle pagine di Under The Tangerne Tree e, cosa più importante, un habitué delle classifiche di fine stagione. Due top ten in tre anni sono tanta roba, e siccome non sono il solo a pensarla così (per credere, pregasi di visionare le analoghe classifiche di David Bash e di Powerpopaholic), possiamo ragionevolmente affermare questo: i Secret Powers sono una tra le realtà più importanti della scena pop d’inizio millennio, senza storie.
Ne ha fatta di strada, Shmed, in tutti i sensi. Da Los Angeles, dove sulla carta d’identità, alla voce “occupazione o lavoro”, compariva la nota “chitarrista turnista per la band di Sky Saxon, quello dei Seeds”, a Missoula, Montana, in un cheto ambiente agreste dove pensare e registrare in proprio musica popolare contaminata da elementi di puro genio.
“Tutto quello che un coltivatore di rose dovrebbe sapere”. Questo l’enigmatico titolo del quarto album di studio dei Secret Powers, che senza sorpresa scopriamo essere combriccola di pollici verdi. Un album dove però, per essere chiari, le evidenze superano di gran lunga gli enigmi. Solito discorso: pop progressivo all’ennesima potenza, dove un genietto che nel testamento di Jeff Lynne la farà da padrone, piazza un'altra raccolta di gioielli che verosimilmente troverà spazio tra i primi dieci, una volta che l’anno 2011 sarà terminato. L’inizio, come di consueto quando a prendere la parola è Maynes, è di quelli che inchiodano alla sedia. Godetevi la struttura di Generation Ship, e ditemi se non vi vengono in mente i grandi momenti musicati dall’Orchestra della Corrente Elettrica. E se gli ELO, o meglio, se la storia di Lynne è la guida da consultare nei momenti difficili, provate a sostenere che Shmed Maynes sia una persona monotona. Tarantula, traccia numero due, vero e proprio inno nazionale per gli aracnofobici come il sottoscritto, potrebbe far pensare, con un piccolo azzardo e un po’ d’immaginazione, ad un brano retroattivo firmato Nielsen/Zender ed interpretato dai Move.
La prima parte del disco è miracolosa, e la title track, con un testo preso pari pari da un libro di botanica, è il paradigma del pop progressivo (verrebbe da dire “progressista”) del terzo millennio. Candy, altra succosa prelibatezza, è un dolce e swingheggiante sunshine pop in battere, mentre I’ll Be Home è un piccolo omaggio, peraltro commovente, alla cultura western. La seconda parte dell’album, con cui comunque il 90% dei gruppi camperebbe per decenni, non è esattamente all’altezza della prima ma non mi lamenterei, sarebbe stato troppo. Detto questo, la parte debole di What Every Rose-Grower Should Know ospita quella che a parere di chi scrive è la migliore canzone dell’intero album. Queen Of Bizzarre è tutto quello che una pop song rivoluzionaria può essere. Di incarnazione in incarnazione, c’è tutto: hard pop extravaganza, certo, però con una linea melodica da canticchiare sotto la doccia dopo il primo ascolto.
Niente, difficile concludere, ma permettetemi: Se Maynes e soci non sbagliano un colpo, un motivo ci sarà. Oggi, i Secret Powers sono tra i tre/quattro gruppi apparteneti alla vera scena pop degli scantinati americani che siamo sicuri di tramandare ai posteri, quando una futura Not Lame si riferirà ad una band del 2025 dicendo “questi mi ricordano Shmed. Shmed Maynes”. Enciclopedici.
Il blog è attivo da più di tre anni, e solo ora realizzo che in tutto questo tempo avrei dovuto (e potuto) parlare decisamente di più di Jeremy Morris, della sua sconfinata discografia e della fondamentale casa discografica/mail order da lui gestita. Jeremy, come semplicemente tutti lo chiamano nella comunità powerpop a stelle e strisce, è un vero e proprio santone della materia, un importantissimo punto di riferimento per tutta la scena da più di vent’anni. Ed un vero uomo dal cuore d’oro. Oltre ad essere un musicista/autore/produttore di grandissima classe, Jeremy è noto per il suo grande impegno nel sociale; impegno che profonde diffusamente anche attraverso la Jam records, la sua etichetta discografica.
Sweet Relief è una raccolta di grandi artisti powerpop provenienti da tutto il globo. Trattasi del secondo volume, essendo il primo uscito nel 2006 sottoforma di tripla compilation i cui ricavi sono stati destinati alle vittime dell’uragano Katrina che devastò le zone costiere di Louisiana, Texas e Mississippi nel 2005. Anche questa seconda uscita, intitolata Hearts On Fire, si propone il medesimo obbiettivo, ed i ricavi delle vendite verranno, più genericamente, destinate alle vittime di catastrofi naturali. Mi sembra ovvio sottolineare come un’iniziativa del genere, promossa da una delle etichette per noi più importanti, andrebbe supportata a prescindere. C’è un incentivo però, e che incentivo, rappresentato dalla proposta musicale, di livello spaziale. 24 tracce, 24 artisti tra i più importanti sulla scena guitar pop internazionale. Una qualità allucinante, una sequenza che nessun lettore di questo blog può permettersi di perdere. Una compilation tra le migliori degli ultimi quindici anni.
Si parte con la title trak, Hearts On Fire appunto, esteso e psichedelico infuso Beatlesiano scritto dal boss Jeremy Morris appositamente per questa raccolta. E si prosegue con un esaltante alternarsi di powerpop old school (Gravelberrys, Records, Lolas, DM3), geniali performance di artisti neoclassici (l’obliquo Greg Pope, gli alfieri del garage pop Grip Weeds, il professor Nelson Bragg, i leggendari Cosmic Rough Riders), il meglio del soft pop in circolazione (il sommo Seth Swirsky, le magnifiche sorprese Paisley and Charlie). Chiaramente, essendoci di mezzo Jeremy, il jangle pop, intendasi il jangle-pop migliore del pianeta Terra, la fa da padrone. Così, senza soluzione di continuità, possiamo veder brillare autentici gioielli di puro Rickenbacker pop firmati da bands del calibro di Tangerines, Primary 5, Junipers, Dropkick; da artisti come Daniel Wylie e, piacevolissima sorpresa, dai Temponauts, uno dei migliori gruppi Italiani in assoluto, che essendo stati scelti per questa raccolta entrano di diritto nell’organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo del jangle pop.
Otto nazioni rappresentanti il meglio del pop internazionale ed una nobile causa. Stavolta l’acquisto non è consigliato, è tassativo. Bypassate la copertina orrenda e non fate scemenze.

04. Oranjuly - st. Brian E. King, da Boston, si è limitato ad unire in un'unica parola il suo colore preferito ed il suo mese di nascita, per fabbricarsi il nome d'arte. Semplice, no? Esatto. Tutto il resto, invece, complicatissimo. Di solito parliamo di one man tour de force quando un uomo solo al comando pensa, compone, arrangia, incide. Questo è il caso. Dieci brani registrati durante un periodo infinito che inizia nel 2005, ed un lavoro uscito tardi perchè DOVEVA essere perfetto. Permettetemi, obbiettivo centrato. Da queste parti siamo enormi fans di tutto quello che è vistoso e sopra le righe, se legato al pop di base e scritto con gusto e genio. In una parola, siamo drogati di pop barocco ed i Jellyfish rappresentano una stella polare, da interpellare nei momenti difficili. Del resto, ricordate chi ha vinto la classifica sui migliori dischi del 2009, vero? Non credo servano ulteriori delucidazioni. Armonie vocali allucinanti, repentini cambi di atmosfera, ritornelli indelebili. Un brano vale l'altro, a questi livelli, ma ascoltate If I Could Break Your Heart per credere.
03. Secret Powers - Lies and Fairy Tales. Nella capanna dello zio Schmed si lavora come forsennati. Eggià, sembra ieri, come si dice, eppure siamo a tre album in tre anni. Il penultimo, Secret Powers and the Electric Family Choir, lo conoscete bene, in quanto UTTT lo scelse come ottavo classificato nella graduatoria concernente i migliori dischi del 2009. Troppi artisti quando producono tanto riflettono poco, a scapito della qualità. Vista la posizione in classifica, sembra superfluo sottolineare che ciò non avviene, quando si ha a che fare con Schmed Maynes e soci. Ancora una volta scritto, prodotto ed arrangiato nella pseudo-comune di Missoula, Montana; ancora una volta un classico. Ancora una volta, inutile dirlo, tredici tracce piene di gioioso, abbondante, glorioso pop concepito da una mente sovradimensionata ed incline allo spettacolo puro. Gli anglosassoni direbbero delightful, noi semplicemente delizioso. Se avete amato il predecessore, questo è ancora più bello. Se non lo conoscete, pensate ad una versione moderna e riaggiornata della miglior Electric Light Orchestra. Sconvolgente.
02. Hans Rotenberry & Brad Jones - Mountain Jack. Quando poi, sulla copertina di un album, vedi scritti i nomi di due tuoi eroi personali, non c'è molto da fare. La tentazione di dare loro un voto alto c'è, perchè negli ultimi quindici anni hanno fatto troppo per te, se lo meritano, non puoi stroncarli. Poi, quasi impaurito, ascolti effettivamente il disco. E scopri che è una bomba, chiaro come il sole. Hans Rotenberry è stato il leader degli Shazam, la band sospettata di aver inaugurato l'intera, peraltro fiorentissima, scena powerpop di Nashville. Brad Jones è tra i più importanti, geniali, talentuosi produttori di guitar pop degli ultimi vent'anni, non si può certo dire di no. Oddio, anche in qualità di autore qualche merito sul campo se l'è preso, ed il suo Gift Flake, album datato 1995, è uno dei dischi pop più belli e sottovalutati degli anni 90. La fusione, dunque. Risultati? Incendiari, dicevamo. Forse, tra qualche anno parleremo di Mountain Jack come si parla di un classico. Nell'immediato, godiamoci una serie di purissime perle in qualche modo a loro agio tra il pop britannico di respiro sessantista firmato Jones e la scrittura occasionalmente - e meravigliosamente - country/folk di Rotenberry. Ed un capolavoro assoluto di nome A Likely Lad.
01. Farrah - st . Ho la vaga sensazione da tempo, ed ora credo sia arrivato il momento di esternarla: i Farrah sono il miglior gruppo powerpop europeo in attività. Non lo dico a caso, questo è certo. Quarto album di studio, quarto capolavoro di genere. Jez Ashurst ha le chiavi di uno scrigno in cui è custodita la formula per la golden line perfetta, e non esagero. I tre predecessori di questo omonimo, favoloso disco erano grandi opere prettamente powerpop, e soprattutto l'esordio Moustache dovrebbe far parte di qualsiasi rispettabile collezione musicale, perlomeno della collezione musicale di un lettore medio di UTTT, ma ho il sospetto che quest'ultimo lavoro sia addirittura meglio. Powerpop? Hai voglia. Ma c'è di più. Jez e soci questa volta esplorano varie sfaccettature della musica popalare, mantenendo quel feeling generale ed arrotondando il tutto in un album vario ma coeso, immediato ma assolutamente sorprendente. Ci sono i classici Farrah di Stereotypes e You Missed the Boat e ci sono quelli evoluti, impegnati in un Jellyfishing tra i più redditizzi degli ultimi anni del singolo Swing & Roundabouts e della clamorosa If You Were Mine. C'è l'indie folk di Best of Me e c'è pure Scarborough, semplicemente il pezzo alt. country migliore dell'anno. Capolavoro.