CD Baby | iTunes
mercoledì 30 maggio 2012
Disco del Giorno 30-05-2012: Squires Of The Subterrain - Sandbox (2012; Rocket Racket)
CD Baby | iTunes
martedì 22 maggio 2012
Disco del Giorno 22-05-12: The Lemon Clocks - Now Is The Time (2012; Jam)
sabato 12 maggio 2012
Disco del Giorno 12-05-2012: David Myhr - Soundshine (2012; Lojinx)
Uno di quei momenti importanti per davvero, da segnare sul calendario di casa per ricordarsi di festeggiare la ricorrenza negli anni a venire. Per calendario si intende il calendario powerpop; la data da ricordare è il giorno d'uscita di Soundshine, prima opera da solista firmata David Myhr. David chi? Una leggenda vivente, anima e mente dei Merrymakers, negli anni '90. Specificazioni non ne dovrebbero servire, se state leggendo questo blog, ma a scanso di equivoci, ed esprimendo un parere del tutto personale ma credo condivisibilissimo ed in effetti condiviso da moltitudini di poppers, la banda svedese di cui sopra, oltre ad aver raggiunto un successo internazionale di discreta portata verso la fine degli anni '90, incidendo l'epocale album Bubblegun rimarrà per sempre nella capitolo dedicato alle autorità, quando gli storici del futuro commenteranno i migliori gruppi del secolo scorso.
domenica 29 aprile 2012
Mini reviews di fine mese.
Your Gracious Host - 1Up 2Down (2012; Meccanic) Tom Curless fa bingo, ma a vincere il piatto
non è certo lui solo. Quarto lavoro di studio a nome Your Gracious Host, e
se avete presente gli altri dovreste essere lieti di trovare 1Up 2Down nei
vostri retailers preferiti. Il progetto è sempre più un affare solitario del
buon Tom, che più si isola, più alza smodatamente il volume dell'amplificatore
ed il coefficiente di power nella sua oliatissima macchina pop. Stavolta,
passare accanto alle varie Made To Suffer, Have I Been Lied To e
all'ottima To Be Kind significa affrontare un viaggio molto più
angolare del solito e sperimentare un suono solido ed urgente, comunque melodico
ma solo a tratti. Diciamo Posies, quelli più imperturbabili; diciamo Auer e
Stringfellow impegnati a coverizzare il repertorio più rocker di Alex Chilton,
e non è difficile da immaginare. How Many Times e Think About
The Future completano con le loro strambe scelte melodiche, mentre Sacred
Eyes chiude, stavolta delicatamente, un disco compatto ed egoista, perché
non cerca il colpo ad effetto e, alla fine, avercene di autori così. (CD Baby | MySpace)giovedì 5 aprile 2012
Disco del Giorno 05-04-12: Sweet Diss and The Comebacks - Emerald City Love Song (2012; autoprodotto)
E poi, come sempre, rimani sorpreso. Ascolti due-trecento dischi nuovi ogni anno, la maggioranza dei quali appartenenti alla grande famiglia pop, da almeno quindici anni. Com'è possibile che Emerald City Love Song sia il secondo album di Sweet Diss And The Comebacks? E il primo? Com'è potuto passare inosservato sotto al naso dei nostri potentissimi radar? Perché poi ci pensi, e ti dici che se hai mancato una band così, chissà cosa (e quanto) d'altro ti sei perso. In attesa di fare ammenda tentando di recuperare il primogenito, prepariamoci a tessere smisurate lodi nei riguardi di Nate Reinauer e della sua seconda creazione; un disco, pop nel senso più rotondo del termine, che si candida fin d'ora ad occupare una posizione di prestigio nella classifica sui migliori LPs dell'anno corrente. Seattle ci ha sempre abituati bene, sfornando pop bands seminali in quantità, sin da quando la città degli smeraldi, appunto, era famosa più per le camicie di flanella e l'angst esistenziale che per le Rickenbacker e i sintetizzatori vintage. Sweet Diss perpetra la tradizione dedicando idealmente l'album alla città d'origine, disegnandone quadretti di vita quotidiana ed installando addirittura, sul finire del disco, una suite in sei episodi denominata Seattle's Best. Nate e soci prediligono il color pastello, non lesinano sul coefficiente di zuccheri nelle loro canzoni, esibiscono sublimi e studiatissime performance vocali e, insomma, scrivono alla grande. In una parola? powerpop, come dev'essere inteso un album powerpop ai giorni nostri, in tutti i sensi. Basterà poco per capirsi, diciamo i primi novanta secondi del disco, occupati da Twenty-Something, geniale e dolcissimo bilancio post-adolescenziale impiattato acappella che, come una potentissima calamita, imporrà massima attenzione sulla grande opera pop che sta per iniziare.
La prima traccia vera e propria, Never Stop Wooing You, è altamente rappresentativa dei concetti sovraesposti, con le sue sfrigolanti chitarre, il balletto tra strofe e ritornelli istantaneamente orecchiabili ed un'incredibile capacità di farsi canticchiare subito dopo il primissimo ascolto, alla maniera di altre top-pop-bands statunitensi degli ultimi quindici anni come Rosenbergs e Sparkwood, solo per rendere un'ancorchè approssimativa idea. E se come al solito, essendo al limite un pizzico patetici, dobbiamo protestare come vecchie zie rimembranti i bei tempi in cui canzoni come queste sarebbero state facilmente 45 radiofonici, dobbiamo dire che simili rimostranze sono quantomai calzanti applicate ad un disco come questo ed a stupefacenti brani come Maybe Someday, più veloce e più collegiale, diciamo un giusto mix tra i primi All American Rejects ed i grandi e dimenticati Ultimate Fakebook; come Dear Small Town, rappresentante la cosa più vicina ai Silversun che mi sia capitato di sentire ultimamente; soprattutto come il manifesto Hey Indie Girl, ballata mid tempo un po' Weezer che ospita la frase “You're into folk, and i'm still playing powerpop”, un breve enunciato per un oceano di divergenze concettuali tra due mondi mai come oggi distanti anni luce.
Il resto del disco rimane su altissimi standard con You Make My Day e l'idea di un soleggiato ed acustico west coast sound reinterpretato, però, da bands europee come Ricky e Thrills e poi con Kmk, saltellante storiella cinematica segnata da profondi legami affettivi con Harry Nilsson, Randy Newman e il più recente Mark Bacino. In fondo, come anticipato, spazio al Seattle's Best, sei episodi a comporre una geniale suite un po' pop, un po' musical broadwayano dove spicca Subliminal Girl, forse l'episodio più riuscito di un disco esplosivo, a far immaginare una bizzarra e detonante collaborazione tra Ray Davies in modalità menestrello e Roger Manning dopo i Jellyfish.
Non si fosse capito, siamo in odore di alta top ten in un anno, tra l'altro, che giunto appena al suo primo quarto di vita ha fatto intendere che ci sarà ressa in zona medaglia, alla fine. Ogni fanatico di powerpop dovrebbe già aver capito tutto, perché trattasi di disco che sarà oggetto di discussione per molti anni a venire. Gli altri si accodino, non se ne pentiranno.
NB: Il disco è stato realizzato "fisicamente" solo in Giappone. Nel resto del mondo, per ora, Emerald City Love Song è reperibile in formato digitale su iTunes.
sabato 10 marzo 2012
I recuperi del sabato.
Vie - Noises From The Cat Room (2011; Maggie) Vie ci ha messo quattordici anni, sostanzialmente una vita, per assemblare i quattordici frammenti che compongono questa deliziosa cesta di canzoni. Una vita frullata ed analizzata sotto molteplici punti di vista; un numero ed un simbolo, il quattordici, of course, e una lettera, la lettera c, come un'ossessione. Il filo conduttore, dedicato a tre fanciulle, lo tirano Oh Carly, adorabile powerpop da cameretta che apre il disco, e Oh Christine, sontuosa gemma upbeat che svetta di netto sul resto dell'opera. Già che c'era, per completare il trittico, Vie ci piazza Oh Caroline, riuscita cover dei Cheap Trick, ed il gioco è fatto. Abile quando si tratta di gestire una ballata, vedasi la strepitosa My Love, l'autore losangelino è padrone del classico disco che - se lo avessi avuto sottomano qualche mese prima - avrebbe probabilmente trovato un posto nella mia classifica sui migliori dischi del 2011. (CD Baby | iTunes)
Scott Brookman - A Song For Me, A Song For You (2009; autoprodotto) Alcuni album, troppi album, rimangono intrappolati nelle gabbie del tempo tiranno. Un disco del 2009 come questo, così particolare nella sua quieta sfacciataggine, avrebbe meritato sicuramente maggiore attenzione "mediatica". Che ci vuoi fare, il destino della pop music di spessore è rimanere negli scantinati. Pop music si, ma la visione di Scott Brookman è estremamente personale. Mettete in pentola Steely Dan, abbondando pure, e raffinate con pizzichi di Randy Newman, Todd Rundgren di qualità mid-seventies e 10cc a piacere. Irrorate il tutto con argutissimi arrangiamenti Bacharacheschi ricordandovi di consultare, di tanto in tanto, il meritorio ricettario scritto da Carl e Brian Wilson. Soffice, spiazzante ed intelligente musica tutta da scoprire; sostanzialmente pop ma aperta a mille contaminazioni jazzy, songwriting hammondista e persino bossanova. Il tutto, anche se non ce lo si apetterebbe, risulta digeribile in un lampo. Un plauso al coraggio ed un altro al gran risultato che alla fine ne esce. (CD Baby | Bandcamp)mercoledì 29 febbraio 2012
Disco del Giorno 29-02-2012: Bad Love Experience - Pacifico (2012; Black Candy)
Giorgio Vasari, dovendo applicare le proprie teorie sul manierismo alla carriera dei Bad Love Experience, direbbe senza dubbio che i ragazzi livornesi, avendo già raggiunto il proprio ideale di bello, abbiano smesso di prendere a modello la natura, così finemente raccontata nelle loro precedenti opere, per proiettare le stesse in un universo nuovo e reinterpretandole alla luce di un' invenzione copiosa di tutte le cose, non trascurando la nuova vaghezza dei colori, incamminandosi su un sentiero vario e bizzarro senza per questo dimenticare il proficuo tratto percorso.Qualche anno è passato, dai giorni piovosi ed urbani del loro disco d'esordio, ma sembra passato molto di più. In realtà, non fosse per quello stile di canto che abbiamo avuto modo di apprezzare e conoscere, stenteremmo a credere che le due parti principali della loro discografia provengano dalla stessa era geologica. Se il concetto di natura che sgorgava da Rainy Days emanava naturalmente dalla recente storia indipendente britannica, la nuova maniera che inzuppa Pacifico esalta ciò che delle precedenti sinfonie stava alla base, stavolta slegando lacci e lacciuoli e lasciando libero sfogo ad una fantasia che nel periodo di scrittura dell'opera dev'essere stata molto più che fervida.
Pacifico, di nome ma non necessariamente di fatto, è un'esperienza perlopiù psichedelica nel senso filosofico del termine, e lo si capisce fin dall'inizio. The Kids Have Lost The War è un tema svolto in quattro parti, il tutto a sottolineare il significato di concetto, inscenato come avrebbero potuto inscenarlo i Pretty Things del '69 se avessero registrato oggi e avessero avuto l'opportunità di studiare su quell'incredibile compendio chiamato Smile i principi base dell'architettura pop sperimentale. In mezzo ai quattro capitoli, sapientemente divisi tra l'inizio e la fine del disco, c'è di tutto. Justin Perkins, dietro alle quinte, riesce a dare grande impulso al complesso corpus di strumenti, voci, arrangiamenti e sublimi chincaglierie che affolla il disco, così il trittico Old Oak Wood-Dream Eater- Cotton Candy spariglia a piacimento ed illibidinisce con il suo storytelling un po' zingaro dominato da blasfeme fisarmoniche. Il tutto ha un senso, e sorprende l'omogeneità con cui Devil In Town, dove pare di percepire Barrett dietro alla scrittura dei Kula Shaker, si amalgami senza sforzo alla brezza west coast, pacifica, un po' sinuosa ed un po' serpeggiante di That Country Road.
C'è spazio per il trip semiesteso di Dawn Ode, simbolicamente scelto come primo singolo del disco e per un improvviso ritorno all'ideale brit rock corrente di Rotten Roots; per il sound etereo ed iperspaziale della mini-suite The Princess and The Stable Boy e per la sodale Samba To Hell, parentesi quietamente stralunata che introduce alle ultime due parti de I ragazzi hanno perso la guerra, e così alla fine del viaggio.
Pacifico, a differenza di quello che il titolo potrebbe fare pensare, non è un disco semplice. Un po' tormentato, parecchio psicoattivo ma nondimeno lucido nella propria follia strutturale, il secondo lavoro lungo dei Bad Love Experience ha i suoi momenti solari, ma ha bisogno di voi e del vostro attento ascolto. Potrebbe sfuggirvi, potreste perderne l'essenza e non lo merita. Scordatevi l'accessibilità del precedente Rainy Days e, ben disposti, tuffatevi senza preconcetti nella nuova maniera del quartetto livornese.


