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venerdì 17 agosto 2012

Disco del Giorno 17-08-12: The Roseline - Vast As Sky (2012; Ninth Street Opus)


Se di alternative country bisogna far scorpacciate, che la terrina rechi alternative country di estrema qualità. Temo siano passati, ahimè, gli anni d’oro del revival di genere ; passati da anni con percepibili conseguenze sul sistema e sui miei ascolti privati. Mentre fino a poco più di un lustro fa era sufficiente gettare la lenza per estrarre dal mare magnum della No Depression un disco di sublime americana, ora la ricerca dev’essere profonda e ponderata, e forse è meglio così.

Per fortuna, gli autori dei bei tempi andati di tanto in tanto si palesano. Così, l’apparizione di Colin Halliburton e del suo moniker Roseline ha fatto scattare l’allarme negli ambienti più addentro ad un certo tipo di questioni. Nostalgici cowboys metropolitani, qui c’è tutto ciò che serve per ascoltare, godere, far passare l’estate e rinchiudersi in qualche taverna col calare dell’autunno per rimuginare sull’amore che svanisce ed evapora  insieme ad alcuni compari di band e sbronze colossali che inopinatamente, senza preavviso, decidono di avere un figlio e ritirarsi a vita privata appendendo le Gretsch al chiodo. Ogni riferimento al privato di Colin è puramente voluto, anche perché , davvero, il tutto traspare da un disco sottile e soffice come l’anima di un ragazzo che per il palcoscenico non si sente portato e che preferisce registrare in casa, tra un the ed un sonnellino, piuttosto che in uno studio foriero di ansie da prestazione e spaventosi fantasmi.

Vast As Sky è un bel disco di americana melodica, di delicata maniera e di profondità abissale. Poi si sente che gli ascolti devono aver toccato i Frog Holler e certi Whiskeytown, più i primi che i secondi, ma cercare ad ogni costo una specifica musa ispiratrice sarebbe esercizio piuttosto vano.  La Ninth Street Opus di Berkeley, che ha apprezzato, elargisce etichetta e qualche fondo strutturale. Il resto ce lo mette Colin, sostenuto da due o tre amici stretti e dal suo inossidabile cuore infranto.
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giovedì 26 luglio 2012

e.p. del Giorno 26-07-12: John Lefler- Shout Fire (2012; autoprodotto)


Shout Fire è stato scritto durante un'opprimente estate texana; nel lavoro non sono presenti canzoni d'amore, ed i coniglietti sulla copertina non rappresentano nulla di tenero, ma piuttosto un senso di generale irrequietezza e difficoltà.

John Lefler è inquieto; non si sa se per calura o per antiteticità rispetto alle distorte interpretazioni del quotidiano che lo circondano, ma è inquieto. Probabilmente non per amore, visto che in questo caso non se ne parla, sempre che non se ne parli per carità di patria. Eppure canta della Good Life nella soffice traccia due, l'episodio meglio riuscito del disco che pacificamente narra del "tutto sommato", adagiandosi comoda su prelibati tappeti west coast. E costa ovest sia, ma in un contesto sonico e strutturale che poco ha a che vedere con le origini della materia. Mr Lefler, per sua stessa ammissione, affidandosi alle sapienti mani del fratellone Bill, decide infatti di discostarsi dal guitar pop  classico che bene o male permeava l'eccellente album d'esordio Better By Design, erigendo attorno a Shout Fire delle barriere soniche assolutamente moderne, con risultati non male.

Molto più spesso rispetto al disco d'esordio, tra l'altro, i brani che compongono l'extended play oggetto della trattazione odierna virano parecchio sul personale, e l'intimismo dei testi non può che riflettersi sulla percezione generale del tutto. Non che non ci siano brani upbeat, che anzi occupano la metà del dischetto, ma il senso non è quello. L'andazzo della title track, il ritmo compulsivo di Shelter In Place ed il chiaro tributo ai Crowded House, ancorché vitaminizzato, dell'ottima Dead Technology livellano l'adrenalina di un lavoro sparso e privato, che delega il proprio sunto concettuale a Broken People, accorata digressione circa la condizione di difficoltà in cui l'uomo vive ed è costretto a perpetuare nei secoli dei secoli.

John Lefler, uno che nella vita di tutti i giorni suona la chitarra per i Dashboard Confessional, conferma di cavarsela benone anche stando per i fatti propri, e ascoltata la produzione solista, si comprende come le soluzioni melodiche del suo gruppo di origine siano ampiamente ascrivibili a suo merito. Qualora la cosa dovesse lasciarvi indifferenti, e del resto l'ho scritto solo per dovere di cronaca, fidatevi dei sei brani che compongono Shout Fire; un dischetto che, fossi in voi, mi porterei a casa.

mercoledì 27 giugno 2012

Disco del Giorno 27-06-12: Jared Lekites - Star Map (2012; autoprodotto)


Come un qualsiasi Sisinnio Poddi, l'agricoltore sardo che negli anni settanta, arando come d' abitudine il proprio campo, trovò i Giganti di Monte Prama divenuti poi patrimonio UNESCO, noi di UTTT, con la stessa inconsapevolezza, grattando la superficie degli innumerevoli blog, giornali e siti musicali che quotidianamente visitiamo, di potenziale patrimonio dell'umanità powerpop ne abbiamo trovato uno bello serio. Lui si chiama Jared Lekites, viene dalla California meridionale e con Star Map, il primo lavoro lungo in catalogo, si installa con prepotenza in testa alla classifica dei rookie dell'anno, gettando un deciso guanto di sfida anche per quella che riguarderà la classifica generale.

Jared mastica pane e Brian Wilson da sempre e, per grazia ricevuta, scrive canzoni che sono ammantate di pura magia. Possiamo inserirlo nel novero degli eredi migliori del sommo poeta che incise Pet Sounds? Si, possiamo, decisamente. Non vi servirà molto per fidarvi del commento esaltato che state leggendo poiché, assicuro, un ascolto di Star Map sarà sufficiente a farvi rendere conto che il cavallo è di razza, ed il disco una gemma imperdibile.

Too Far Gone ha nella strofa una melodia che sembra uscita da Today!, ed il tremendo uptempo che ne scandisce le battute impone all'ascoltatore il tasto replay senza che nessuno possa opporre alcuna resistenza. La title track, sconcertante nel suo genio strutturale e nelle clamorose ed improvvise variazioni di tempo e clima, chiarisce come mai si stia parlando di eredità, ed inserisce senza dubbio il giovane signor Lekites tra i figli magari non ancora riconosciuti, ma certamente naturali, del capo dei Beach Boys. E anche quando imbraccia ritornelli acustici, forse soprattutto durante questi deliziosi momenti, Jared sciorina fiabe senza tempo per adolescenti e non, parafrasando la naturale sintesi delle "teenage symphonies to god", come Rainy Day e come la commovente For Lack Of A Better Heart, mia personale prediletta nell'intero disco.

Per concludere di citare il meglio di un lavoretto a dir poco delizioso, non tralascerei If You Ain't Lonely, il brano "diverso" di Star Map con le sue tempistiche che quasi quai sembrano ryhthm'n'blues, ed Along The Lines Of Love, per ora ballata dell'anno che riesce a crescere e ad intenerire per tutti e sei i minuti della sua durata. Il resto, a partire dall'ottima cover di Girl Don't Tell Me firmata indovinate voi da chi, è contorno con fiocchi e controfiocchi, roba con cui tanti autori comporrebbero i migliori albums delle proprie discografie, il tutto a rendere Star Map, per quando mi riguarda, il miglior album 2012 nella categoria "wilsonesque" e, forse, proprio il migliore in assoluto, al momento.

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lunedì 18 giugno 2012

Disco del Giorno 18-06-12: The Corner Laughers - Poppy Seeds (2012; Mystery Lawn)


Ormai di casa da queste parti, i Corner Laughers da Frisco tornano a trovarci a due anni di distanza da Ultraviolet Garden, eccellente secondo album uscito già due anni fa. Terzo lavoro complessivo per l'adorabile Karla Kane ed i suoi compagni di ventura, che stavolta sono il marito Khoi Huynh al basso, Charlie Crabtree dietro ai tamburi, KC Bowman alla chitarra a parziale sostituzione di Angela Silletto, co-fondatrice del sodalizio che, comunque presente in una manciata di brani, ha deciso di abbandonare band e stato di residenza a metà delle registrazioni. Poppy Seeds, rispetto ai precedenti episodi firmati Corner Laughers, mantiene le incredibili caratteristiche adesive pur cambiando, seppur leggerissimamente, modo di intendere il loro sublime concetto di popular music. 

Meno sfacciato dell'esordio Tomb Of Leopards e più chiaramente pop rispetto all'americaneggiante Ultraviolet Garden, questo nuovo lavoro sprinta con più convinzione su rettilinei twee, come chiaramente si intende ascoltando Bells Of El Camino e Sugar Skull, senza tuttavia tralasciare il classico Laughers' sound alla Grasshopers Clock, dove Karla stende il proprio eccezionale wordplay sulle consuete ed irresistibili melodie della casa. Per il resto, ed il resto è veramente tanto, si segnalino il primordiale midtempo anche un po' Cub di Rainy Day, l'approccio “fun fun fun” di Transamerica Pyramid, la canzone d'amore dedicata alla natia Bay Area ed al suo caratteristico Perfect Weather. Come ci si sarebbe potuto aspettare, il contorno è raffinato dal talento che Karla esprime ogni qual vota si trovi con un ukulele tra le mani, ma stavolta, per non farsi mancare nulla, il sigillo lo mettono le clamorose collaborazioni con l'ubiquo Allan Clapp, con il maestro psichedelico Anton Barbeau e, non me ne vogliano gli altri, soprattutto con il fenomeno Mike Viola, che duetta a piacimento nella cavalcata western 8:18

In Poppy Seeds, i Corner Laughers regalano esattamente ciò che ci si aspetta da loro: dodici gemme di pop intarsiato di twee ed americana; arricchito da bizzarrie liriche che fanno molto XTC; una voce che se non è un incrocio tra la miglior Kristy MacColl ed Amy Rigby poco ci manca ed una capacità di trattenere l'ascoltatore in una sorta di dolce trans agonistica per una mezzoretta di pura delizia. Se ciò non vi basta, non so che dire. Nomination per la top list di fine anno più che assicurata.

giovedì 7 giugno 2012

Disco del Giorno 07-06-12: artisti vari - The New Sell Out (2012; Futureman)


Dite pure quello che volete, tanto pressoché nulla riuscirà a scalfire la mia ferrea convinzione: Sell Out è il miglior album degli Who, punto e basta. Quel magico mix tra hits istantanee, stravaganti e magnetici segmenti psych-pop, acuti pensierini acustici e consueto strapotere radiofonico non aveva precedenti e non avrà successori nella pur clamorosa discografia del combo londinese. Sell Out voleva essere un tributo alle stazioni radiofoniche pirata in voga in quegli anni, e fu concepito come programma radio, per l'appunto, con tanto di jingles e stacchi pubblicitari che legavano un brano a quello successivo. E che jingles! Il tutto a comporre un'opera, perché di opera si tratta, assolutamente geniale.

Quasi dodici anni or sono, la Futurman records di Rick McBrien assemblava un clamoroso tributo a The Who Sell Out, ingaggiando per l'operazione un paio di dozzine di bands ed artisti scelti tra la créme della scena pop e powerpop. Il risultato, per qualche strana ragione, è rimasto a prendere polvere per molto tempo nei cassetti dei desideri dell'etichetta, e riesumato solamente qualche settimana fa. D'attendere ne è valsa la pena, senza alcun dubbio, poiché  The New Sell Out è uno dei migliori tribute albums mai usciti, e non sto scherzando.

Dall'apertura spaccaossa, Armenia City In The Sky firmata dai grandi Paranoid Lovesick, è un turbinio di canzoni ovviamente immense e reinterpretate nel miglior modo possibile. Il livello è sovrumano, e alcuni jingles rifatti in maniera inaspettatamente grandiosa e verosimile non fanno eccezione, ma dovendo citare almeno gli highlights non possiamo certo tralasciare il magnifico soft-psych di Our Love Was, graziosamente reinterpretato dagli Splitsville; la top 10 hit I Can See For Miles, in cui gli Shazam sembrano sentirsi davvero a proprio agio; la personale favorita Glittering Girl, ben restaurata dai Flashing Lights; le fillastrocche Medac, addirittura esaltata da un ispiratissimo Brendan Benson, e Silas Stingy, a cura degli Zumpano. Poi, il trattamento "west coast" riservato dai Cloud Eleven (con Rick Hromadka e Nelson Bragg in formazione) a Relax, la coda lisergica di Glow Girl affidata ai Vandalias e potremmo andare avanti.

Non lo faremo, perché il consiglio per l'acquisto sembra già convincente, o almeno lo spero. Sappiate che, purtroppo e per ora, The New Sell Out è disponibile solo in formato digitale ed in vendita per la popolarissima cifra di 7 dollari su Bandcamp (link qui sotto). Non abbiate dubbi, tuttavia, poiché è vero che ancora non so se le compilazioni troveranno posto nella classifica di fine anno, ma, qualora dovessero, un posto nella top 10 spetterà quasi certamente a questo paradisiaco tributo.

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domenica 3 giugno 2012

Singer-songwriter-sunday.

Due cantautori molto diversi tra loro per questa serena domenica di pioggia.


Young Hines - Give Me My Change (2012; Readymade Music) Prima uscita per la nuovissima casa discografica di Brendan Benson, un ascolto bisognava darglielo per forza: Brendan, con tutto quello che in questi anni ci ha regalato, se lo merita. Risultato? Domanda e risposta molto difficili. Diciamo che forse, per godersi appieno Give Me My Change, bisognerebbe essere fans fondamentalisti di quella scena mainstream rock'n'roll che tra Libertines, White Stripes e tutto ciò che c'è stato di mezzo ha tagliato in due i primissimi anni del nuovo millennio. Ciò che ne esce non è male, ed il talento non fa certo difetto ad Hines, anche se, tutto sommato, egli è padre del classico disco che sarebbe stato molto più appetibile se commercializzato in un'altra epoca storica. Infatti, tra un occhiolino volto a quella musa ispiratrice ed un chiaro omaggio a quel notabile simbolo radiofonico, l'autore riesce meglio laddove decide di giocarsela con personalità, ed i momenti più interessanti dell'album arrivano con Just Say No, vagamente profumata di 70's glam, e soprattutto con l'accoppiata No One Knows / Young Again, scheletriche ma soddisfacenti nel loro minimalismo blues. All in all, come direbbero gli anglosassoni, solo (o quasi) per maniaci del genere. (Official website | Bandcamp)

Adam McBride-Smith - Traveller's Moon (2012; Wild Honey) Altro centro pieno per la nostrana Wild Honey e per il suo ultimo acquisto, Adam McBride-Smith, giunto al secondo lavoro di studio dopo l'ottimo Good And Gone, pubblicato ormai quattro anni orsono.  Nato in Oklahoma da famiglia texana, cresciuto a New York ed infine stabilizzatosi a Parigi, Adam è il tipico esempio di cantastorie del sud; un giramondo legato mani e piedi alla propria terra d'origine ma tuttavia abilissimo nel fotografare viaggi, luoghi e persone; dotato di una particolare qualità che, specialmente in un genere come questo, tende a fare tutta la differenza del mondo: il signor Mcbride-Smith, signori, sa scrivere grandi canzoni, adornate da testi coltissimi, per giunta. Nel quartier generale di UTTT siamo sempre stati fans dell'alternative country fatto come si deve, e devo dire che quest'anno il panorama di settore era per ora piuttosto scarno. Ci pensa il buon Adam, che tra tiepide riflessioni acustiche e rare escursioni appena più poppeggianti, infila un paio di saltellanti girotondi dixie, battezzati Blue e Too Cool, davvero niente male. Il resto è tenera malinconia ed un duetto (You're Only One, con l'amica d'infanzia Marisa Frantz) da applauso sfrenato. (Official website | Bandcamp)

mercoledì 30 maggio 2012

Disco del Giorno 30-05-2012: Squires Of The Subterrain - Sandbox (2012; Rocket Racket)


Già presentato al pubblico di Under The Tangerine Tree qualche anno fa, ai tempi dell'uscita di Feel The Sun, riecco tra noi Christopher Earl. Padre dell'ennesimo album in una discografia interminabile sotto le insegne Squires Of The Subterrain, il buon Chris, dopo aver speso una carriera a giocherellare con i Beatles, decide in questo nuovissimo Sandbox di inseguire il sogno dell'unico gruppo che sia mai stato capace di gareggiare con i Fab Four. Il nome dell'album dovrebbe darvi rassicuranti risposte e farvi intendere che, se dei Beach Boys avete amato tutto, l'ultimo Squires Of The Subterrain rappresenta qualcosa che non potrete in alcun modo non mettervi in casa.

L'ironia di cui il buon Chris ha riempito i testi di una vita è una delle poche liaisons con il suo passato di autore pazzerello, mentre il resto è un safari tra le sonorità che, dall'inizio alla fine, riempirono la carriera di uno dei nostri gruppi-faro. Idling The Sun e Surfin' Indiana, in apertura, sono un sentito omaggio alla fase inaugurale, quella più frivola e danzereccia, dell'epopea beachboysiana, ma chi si aspettasse un percorso strutturato sui canoni ortodossi di Barbara Ann e Fun Fun Fun sbaglierebbe di grosso. Il fulcro dell'album, nonché la sua parte più interessante, infatti, si diletta ad amoreggiare con il Pet Sound pieno, trasognato ed illuminante che, senza  timore di equivoci, permea le varie (I Still) Mow Your Lawn, Fun House e Lisa's Tower, mentre altrove, con tonalità neanche troppo differenti, sono colorate Endless Winter, vagamente cinematica e davvero brillante nella sua sgargiante produzione, e soprattutto The Cheatin' Gibson Girl, sofficissimo midtempo felicemente narcotizzato da suadenti raggi ultravioletti che della storia nulla stravolgono e tutto il meglio prendono.

Ogni tanto, durante il tragitto, si divaga anche: la vaga psichedelia di Woodrow Wilson in questo senso è un esempio; gli allucinati arrangiamenti vocali imposti a Rising Water un altro. Pur tuttavia, la conclusiva For Five Minutes There ci riporta sul tema principale, ancorando la fine all'inizio e facendo capire che, non fosse ancora chiaro, gli amanti di tutto ciò che riguarda l'enciclopedia Wilson-Love dovrebbero smettere di leggere ed acquistare una copia di Sandbox subito.

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