Questi sono trenta brani pubblicati nel 2019 che ci permettiamo di suggerire per compilare un' edificante playlist. Non necessariamente i migliori dell'anno, anche perché alcune cosucce che avremmo volentieri inserito non hanno trovato asilo su Spotify. Trenta ottimi frammenti pop, in ogni caso, per segnalare ancora una volta l'ottimo momento vissuto dalla "nostra" musica nell'indifferenza generale.
Proviamo a ripartire, per l'ennesima volta. Tenterò di aggiornare il blog con cadenze accettabili da ora in avanti, ma non è assolutamente una promessa. Per inaugurare questa nuova fase ci poteva essere di meglio che servire la Top of The (Power) Pops 2019? Forse si, ma a me non è venuto in mente nulla.
Tagliando ulteriori cerimonie inutili, ecco a voi i migliori 25 dischi pubblicati lo scorso anno secondo il vecchio caro UTTT.
NB: L'ordine è decrescente per creare l'opportuna suspense. Tra parentesi l'etichetta editrice, se ce n'è una. A ogni album in classifica corrisponderà un link che vi condurrà dritti al luogo d'acquisto. Supportate gli artisti, comprate la loro musica.
Con il grandissimo disco di Nick Frater, il preferito per l'anno appena andato in archivio da queste parti, si chiude la nostra Top of The (Power Pops) 2019. Che sia di buon auspicio per una mia più frequente presenza sul blog. Buon 2020 miei cari.
La classifica riguardante i migliori dischi pop del 2014 inaugura POP CRAVING, il mio nuovo blog, ed è stata pubblicata oggi. Andate a leggerla qui! Buon anno a tutti!
Oggi se n'è andato l'autore di uno dei dischi a cui sono più affezionato in assoluto. Chris White, solo omonimo del bassista degli Zombies, diede alla luce il sublime Mouth Music nel 1976 per la Charisma, regalando all'umanita, che non seppe apprezzare dimenticandolo troppo presto, uno dei più fulgidi saggi di ispirazione beachboysiana mai pubblicati. Riposa in pace, Chris.
Il logo colorato di psichedelico arancio e l'esclusiva pubblicazione in vinile; le tracce, ben sedici, brevi e brevissime, che sanno di petali di fiori multicolore e di entusiasmo di un'epoca lontana. Di Inghilterra, soprattutto, di profonda Inghilterra. Si ode, lontano, il lieto fracasso del Magical Mystery Tour e si vede, in trasparenza, in fondo al corridoio, la sagoma del cappellaio matto, naturalmente intento a ridere di gusto. Da dove proviene, dunque, uno dei migliori dischi usciti nel 2014? Dalla Svizzera, of course. Da Berna, per la precisione. Balduin è un genietto solo al comando, approdato al personale capolavoro All In A Dream dopo essersi sporcato le mani in una lunga gavetta, cominciata nel 2001 e vissuta in sei (!) dischi che non conosco e che dovrò fare miei quanto prima.
Come nelle migliori declinazioni di un genere che fa della cura del proprio aspetto un fondamento d'imprescindibile importanza, All In A Dream è un album cesellato in ogni più remoto andito: dalla voce, in perfetta sintonia con il clima retrò e pacatamente alterato dei brani, ai magistrali arrangiamenti, con cui l'autore amalgama come per magia i mille orpelli che, manco a dirlo, maneggia senza aiuti esterni. Brani come Mirror Mirror e Hole In The Sky tracciano una strada dal cui percorso si evince in modo piuttosto chiaro che Balduin è artista prettamente lirico, intento a fare e a disfare il proprio fagotto mentre va e torna da intensi viaggi onirici. Kite Come Back, una delle tracce preferite da chi scrive, sposta invece il fascio di luce sull'epoca ispiratrice, e l'ascoltatore appassionato non potrà frenare la lacrimuccia ripensando ai fasti di mezzo secolo fa e ai Tomorrow e agli Apple e ai July.
Detto della propensione dello svizzero a tener legati i fili del circo con un raffinato sistema di tastiere, urge indirizzare l'attenzione su Father, profonda riflessione lennonista, sulla gitarella acustica con xilofono Glamour Forest, sulla barrettiana Pretty Size e sulla psichedelica ed entusiasmante You Can Never Pipe My Fancy From My Dear, dove l'autore dimostra una naturale destrezza nell'uso del fondamentale del sitar. The Music, discretamente evocativa sin dal titolo, ci riporta con il suo harpsichord al mito della Toytown e alle strane fogge dei suoi bizzarri abitanti, fungendo da simbolo assoluto di All In A Dream, senza dubbio il disco psych-pop di questo 2014 in dirittura d'arrivo.
Fai un demo, fatto bene, come si faceva una volta. Poi inizi a farlo
girare, e i pezzi effettivamente sono belli, si vede che di talento ce
n'è. Ti ascoltano. Sono talmente soddisfatti che decidono di aiutarti
sporcandocisi le mani, prima uno e poi l'altro, finché non viene fuori
un team eccezionale. La meritocrazia rappresenta un concetto che ogni
tanto trova applicazione pratica, e bisogna dire che RanDair Porter l'opportunità se l'è meritata tutta. Ransom and the Subset
è il suo progetto originale, anche se l'uomo tende a precisare che la
band è attiva e concreta ed è composta pure da Rene Guist, Jon Momolo e
Patrick Coy. Senza voler nulla togliere, però, ai bravi musicisti di
Seattle, bisogna dire che il fascio di luce va spostato sui personaggi
seduti dall'altra parte della consolle. Si, perché a lustrare la
gradevolissima materia prima sono intervenuti nientemeno che Duck Carlisle, quello dei Major Labels, e Brian King, che molti di voi non ricorderanno ma se dico Oranjuly,
quarto miglior disco su queste pagine nel 2010, la memoria dovrebbe
tornar a funzionare. E non è finita qui. Perché scorgendo le note del
disco scopriamo che Jody Porter dei Fountains Of Wayne ci ha messo la chitarra in Sticking Onto You, e persino Mike Musburger, storico batterista dei concittadini Posies, ha voluto sedersi dietro ai tamburi durante le registrazioni di Leaving With You.
A
cosa dobbiamo una simile adunanza di menti eccezionali? Certamente
RanDair è un ottimo diplomatico, e si sa far voler bene, ma nulla
sarebbe stato possibile se al centro di tutto non ci fossero state
undici canzoni davvero notevoli, di quelle che ti fanno gola al pensiero
di lavorarci su. Abbiamo detto della partecipazione di Jody Porter: ecco, non per essere scontato, ma No Time To Lose, il
secondo album dei "Subset", è uno dei migliori dischi d'orientamento
Fountains of Wayne che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni.
Se brani come Leaving With You rappresentano un tributo piuttosto
evidente agli esordi della band di riferimento, va detto che
l'eccezionale somiglianza diventa splendido riconoscimento nei lenti
come Baby Cry e come la traccia che da nome al disco. Altrove, i
ragazzi sanno volgere a proprio favore anche i brani a presa un pò meno
rapida come Questions, guidata da un piano e da una melodia piuttosto angolare, e dimostrano, durante la poderosa One For Me, che il powerpop moderno potrebbe essere un genere ampiamente televisivo, se solo esistessero ancora le televisioni musicali. Million Out Of Me e We'll Get By,
con le loro travolgenti parti liriche, le grandi dinamiche ed una
sezione ritmica davvero inventiva mi ricordano gli insuperabili brani
che popolavano il primo album dei Valley Lodge, uno dei migliori dischi
di genere del millennio, mentre Annie, superba traccia introduttiva nonché presumibile singolo, è perfetta ad aprire le danze di When Will I See You, che con le melodie migliori del disco risulta essere, a mio avviso, il singolo in pectore di un album che il lettore abituale di questo blog può tranquillamente comprarsi a scatola chiusa.
Dall'Olanda magari non usciranno decine di gruppi pop ogni semestre, ma quelli che escono fanno immancabilemente impazzire i nostri recettori. La band-sorpresa dello scorso anno sono stati i fantasmagorici soft-poppers Maureens; quest'anno, pur senza toccarne le vette d'eccellenza, ed agendo invero in modo parecchio più piacione, è il turno dei Sunday Sun, quartetto di Amsterdam dedito ad un patinatissimo pop che sarebbe pronto pronto per sovvertire le tendenze radiofoniche del momento. Questo almeno nelle intenzioni; poi tra il dire e il fare c'è di mezzo questo mondo, che non credo si accorgerà di loro.