Finalmente, solo per voi affezionatissimi lettori di questo blog, ecco pronto il quarto volume di Radio Tangerine, la compilation comprendente tutto ciò che non potete perdervi del rock'n'roll melodico indipendente pubblicato negli ultimi mesi. A stretto giro di giorni - quindici, al massimo - arriveranno anche playlist e classifiche dedicate al meglio di questo strano 2020. Come sempre, è stato un piacere!
venerdì 18 dicembre 2020
Radio Tangerine #4
Finalmente, solo per voi affezionatissimi lettori di questo blog, ecco pronto il quarto volume di Radio Tangerine, la compilation comprendente tutto ciò che non potete perdervi del rock'n'roll melodico indipendente pubblicato negli ultimi mesi. A stretto giro di giorni - quindici, al massimo - arriveranno anche playlist e classifiche dedicate al meglio di questo strano 2020. Come sempre, è stato un piacere!
giovedì 10 dicembre 2020
Disco del Giorno: Mom "Pleasure Island" (2020 - autoprodotto)
mercoledì 25 novembre 2020
Disco del Giorno: Joe Giddings "Better From Here" (2020 - Kool Kat)
Anno di grazia 1999: il liceo, il millennium bug, la trascurabilissima predica urbi et orbi di Karol Wojtyla dedicata all'inizio del nuovo millennio. In coda a quello vecchio, tuttavia, usciva un disco destinato a rimanere nella memoria - oltreché nelle imperiture classifiche - di ogni fanatico di power pop. "Songs For The Whole Family" sarebbe rimasto l'unico album nella carriera di una band di Atlanta chiamata Star Collector, nome opportunamente preso in prestito da una discreta canzone dei Monkees. Che tempi. Il quartetto, democraticamente composto da membri eccellenti nel dividersi onori e oneri di canto e scrittura, incise nel 2000 una versione del classico di Macca My Brave Face, che finì su uno splendido tributo dedicato al Beatle scalzo dal titolo "Coming Up!", prima di sciogliersi a seguito di una brutta faccenda provocata - ma toh? - da una casa discografica al solito rapace.
Il capo della banda si chiamava Joe Giddings, trasferitosi in Georgia dalla natia città di New London, Connecticut. La cruenta fine della sua creatura contribuì a imporgli una scura depressione oltre al conseguente rigetto per ogni forma di scrittura, ma la parentesi buia non si prolungò molto. Ripresi in mano chitarre e GarageBand, Joe ha ricominciato a comporre, mettendo presto insieme una collezione di canzoni private, e con ogni probabilità destinate a restare tali non ci fosse stato il provvidenziale intervento del sommo Bruce Brodden, boss della rimpiantissima Not Lame Records e forse, non è un azzardo affermarlo, del power pop americano tutto in quegli anni. Il suo entusiasmo indusse Joe Giddings a pubblicare un album, dietro al comprensibile pseudonimo di JTG Implosion: l'implosione di un autore che pensava di aver smarrito la strada maestra, ma "All the People Some of The Time", classe duemiladue, suona tuttora come un rigoglioso esempio di scrittura pop devota ai santi Manning e Sturmer.
Seguì un altro trasloco, stavolta a Los Angeles, e saltuarie tracce apparse sulle più varie piattaforme digitali, spesso poco prima di essere rimosse, esse non soddisfacendo l'esigente autore. Poi la quadra, una serie di canzoni convincenti, il progetto di un album sorto nel 2016 e infine realizzatosi, quattro lunghi anni dopo, grazie all'intervento di un altro angelo del powerpop, il mai abbastanza lodato Ray Gianchetti della Kool Kat records da Seawell, New Jersey. "Better From Here" è una fortuna. Uno scrigno pieno di tesori. Undici brani che nascono dall'ineludibile fonte dei Fab Four, per proseguire entro gli argini della miglior pop music degli ultimi cinquant'anni. "I don't wanna sing like the Beatles again, but i'm gonna do it anyway", promette Joe all'inizio del disco. Derivativo e felice di esserlo? Sì, e vi conviene lasciarlo fare.
Se ogni promessa è debito, Joe Giddings è debitore solvibile. Così la robusta title track aizza l'album regalando le migliori premesse possibili, prima che la criptica Always Raining Somewhere dia un primo saggio del vanto della casa, l'innata duttilità nel maneggiare le insidie che la musica popolare sempre propone. Il brano è sublime esemplare alt.country, guidato da chitarre soffici e sempre più jangle mano a mano che il pezzo declina verso la splendida conclusione.
Quando si sanno scrivere storie le canzoni vengono meglio: lo dimostra Amity Horror, quadretto lirico che pare disegnato da Chris Difford sulle basi di un power pop chitarristico ispirato ai migliori Velvet Crush. Altrove - si può indirizzare lo sguardo pressoché ovunque senza timore di rimanere delusi dal panorama - Gone So Far fa risplendere l'argenteria di Tom Petty, foraggiata da armonie giganti e da sequenze genialoidi d'accordi, mentre Alone But As One pare il commendevole risultato di un approfondito studio della filologia Mersey.
Se ciò non fosse sufficiente a consigliarvi l'ascolto, ma tenendo fede al proposito di non abusare della pazienza del lettore, val la pena di segnalare ancora il corposissimo glam pop alla saccarina di If I Don't Have Love, incitata da un sistema di cori debitore della migliore Electric Light Orchestra, e l'ingegnosa ed esilarante Billy Said the F*** Word, che vedremmo in buona compagnia nel giardino di Welcome Interstate Managers. Joe Giddings saluta con la simbolica Final Track, denotando una sospettabilissima sapienza nel maneggiare la delicata seta della sartoria Elliott Smith. Speriamo sia un arrivederci. Possibilmente presto, stavolta.
sabato 31 ottobre 2020
Addio James Broad. Ci hai lasciato con un altro grande album
Il dramma di quest'incommentabile duemilaventi non accenna ad attenuarsi, e la pugnalata stavolta è inferta da un male incurabile. James Broad ha perso la sua battaglia impari con un cancro terminale all'intestino, e ha detto addio martedì scorso in un letto dell'ospedale in cui si stava sottoponendo a sfiancanti sessioni di chemioterapia. James ha formato i Silver Sun a Camden Town nel 1995, diventando l'autore e il cantante di una delle band più importanti degli ultimi trent'anni per quanto riguarda il nostro mondo, la nostra musica. Due album major, pubblicati da Polydor, etichetta in quel momento assestata di band vendibili nell'allora auspicabile seconda ondata britpop, peraltro presto arenatasi. Si separarono con poche cerimonie, alla fine di un rapporto lacerato dai problemi economici dell'etichetta e dallo scarso successo di pubblico raccolto dai due capolavori della band, il disco omonimo del 1997 e il supremo "Neo Wave", uscito l'anno dopo.
Qualche show, lo scioglimento, l'esperienza individuale di James Broad celata sotto lo pseudonimo Bullets e poi una fila di album indipendenti: "Disappear Here", "Dad's Weird Dream", "A Lick and A Promise". Sporadici e solisti, tutto suonato, cantato e prodotto da James, nonostante l'utilizzo dell'antico moniker. Fino all'ultimo "Switzerland", svelato lo scorso aprile, disponibile solo in formato digitale anche se avrebbe meritato come poche altre produzioni coeve l'alloggio in un formato fisico. James era già malato, ancora non lo sapevo. Ci ha lasciato con un altro grande disco, forse il migliore dai tempi di "Disappear Here", colmo di classico Silver-Sun-sound ("Silver Sound", mi permettevo di dire, cercando di definire il suono di gruppi che negli anni hanno provato a ispirarsi alla scrittura di James Broad) ad altissimo contenuto chitarristico, in cui le inarrivabili e imperiture armonie vocali sono l'ombrellino nel cocktail di cui siamo diventati irrimediabilmente dipendenti. Brani sfacciati dai riff post glam come Earth Girls Are Easy; tipici esempi di speed bubblegum come Fireworks, God Room, Original Girl; lenti spaccacuore come Photograph.
Un album inattaccabile, oggettivamente degno di un posto almeno nella top ten di fine anno; un lascito da conservare gelosamente, sperando di meritarcelo. Sono persino troppo triste per scrivere un necrologio. Meglio un'apologia dell'ultimo disco scritto da James Broad. Sei mesi dopo Adam Schlesinger ci ha lasciato un altro dei grandissimi.
mercoledì 21 ottobre 2020
Disco del Giorno: Greg Pope "Wishing On A Dark Star" (2020 - Octoberville)
martedì 13 ottobre 2020
Too Little Time (aggiornamento d'inizio autunno)
Le Crystal Furs sono un queer-indie-trio al femminile proveniente dall'area di Portland giunto al terzo album, il primo per una "vera" casa discografica. Il loro pop d'assalto guitarcentrico è l'intrigante tappeto sonico per coltissimi testi che ragionano sull'ansia di stare al mondo, sull'architettura, sulle complicazioni amorose. Queercore, alt. rock, punk e pop sessantesco sono le basi utili a trattare le complicate resistenze sociali alle diverse scelte sociali, ai diritti LGBT, a chiunque decida di non seguire un percorso di vita ritenuto conforme. Ma conforme a cosa? "Beautiful and True" è un grande album. Sempre da casa Subjangle escono gli Alpine Subs, sestetto da Chicago al secondo disco di studio trapunto di chitarre jangle e da tiepide sensazioni tardo-estive. Le tacche del rilevatore di qualità si colorano di rosso, e "Sweetheaven" minaccia di occupare un posto di riguardo nella classifica di fine anno. Definiti come un sinuoso incrocio tra i Pink Flyd dei medi anni settanta e i primissimi Stone Roses, gli Alpine Subs nuotano tra chitarre cristalline, tenui percussioni sixties e favolose armonie vocali tripartite, con qualche spruzzata di americana a confezionare un vera gemma!
Indirizziamo il navigatore satellitare sulla California, area in cui si sta imponendo la Paisley Shirt, un nome, una citazione dall'antolgia Dan Treacey, una garanzia. Specializzata in produzioni lo-fi bedroom pop su cassetta, la label ha da poco licenziato il disco lungo dei Tony Jay, combo da San Francisco che ben rappresenta l'etica e l'estetica dell'etichetta. "A Wave In The Dark" parla di film horror, videogiochi e della vita dell'elusivo e simbolico Tony Jay, "tizio dai lunghi capelli neri, dal pallido viso ornato da spesso eyeliner sugli occhi, sempre con una giacchetta di pelle nera e delle Nike bianche indosso". Melodie soffuse, delicate, beneficate da una produzione gracchiante; talmente leggere che per poco non decollano. Un disco che provoca lacrime facili e i cui proventi verranno in parte devoluti alla TGI, Transgender Gender-variant and Intersex Justice Project Mission. Non bastasse la splendida musica, possiamo destinare qualche dollaro a una nobilissima causa.
Mike Ramos dei Tony Jay guida insieme alla sodale Karina Gill il progetto Flowertown, all'esordio con il mini album "Theresa Street" appena dato alle stampe. Anche in questo caso la scala cromatica s'inquadra su colori tenui: i duetti lui/lei tra Ramos e Gill rappresentano ampia parte della cifra stilistica che connota sei canzoni scritte molto bene e in punta di fioretto, tra dream pop e slowcore, se capite ciò che stiamo intendendo. La fedeltà è sempre bassa, of course. Meravigliosamente bassa, in casi come questo.
"Timing is everything, come dicono quelli che la sanno lunga". Turnista, musicista, songwriter "gregario" in giro per il mondo a praticare il mestiere da più di venticinque anni, Christopher Peifer ha pubblicato il suo primissimo disco da solista proprio nel bel mezzo della pandemia, ma non si è scoraggiato. Influenzato dai capolavori "che hanno superato con margine il test del tempo come "Taking Liberties" di Elvis Costello", il signor Peifer da New York ha messo insieme una gradevole raccolta di canzoni da due minuti e mezzo di media, da cui grondano influenze perlopiù confesse: parliamo di Bash & Pop, Bob Mould, Nick Lowe, Big Star, Sloan... e forse di un goccetto di tequila. Il superalcolico ne ha sottese alcune, esibite altre, ma insomma dovrebbe essere tutto chiaro. L'album si chiama "Suicide Mission", titolo un pizzico cupo e non necessariamente rivelatore. Ma due ascolti li merita senza dubbi.
Si chiuda il pastone, il mio vecchio caporedattore chiamava così pezzi di questa foggia, tornando in California, per esaltare com'è giusto il nuovo disco di Marshall Holland, giunto a sei anni di distanza da quello prima, prelibato, firmato insieme agli Exceteras. Se l'uomo non crea il disco, il disco si crea da solo, e la miccia ancora una volta l'ha innescata la pandemia: "Mi sono trovato in lockdown, triste per me e per la tragica fase che stava attraversando l'umanità, e sono stato travolto da un impulso creativo". Che impulso, signore e signori. "Paper Airplane", pubblicato dalla Mystery Lawn del professor Allen Clapp (Orange Peels), ci accompagna in un viaggio che lambisce i territori soft pop in cui regnavano Left Banke e Association nei tardi anni sessanta, dominati da un suono profondamente melodico qui ringiovanito da spunti power pop e - l'iniziale Our Fate insegna - disegni new wave dalla forte carica espressiva. Alcune superbe iniziative cantautorali e altri schizzi che paiono usciti da un libercolo toytown fanno da contorno a un altro disco utilissimo a rendere meno angosciante il tetro duemilaventi fortunatamente in via di conclusione.
venerdì 18 settembre 2020
Un Venerdì da single #6
The Sensible Gray Cells " So Long"
Quando nessuno più se l'aspettava, a sette anni di distanza da "Postcards from Britain", ecco il nuovo fiammante singolo di Ray Burns e soci. Ci mettono il loro tempo, sono fatti così, ma se lo chiamano Captain Sensible, quel Captain Sensible, lo si può anche perdonare. Con lui ancora Paul Gray, già nei Damned e in Eddy & the Hot Rods, tanto per accrescere il chilometrico curriculum della banda. La canzone troverà posto nei migliori dj set se mai ripartiranno e nella colonna sonora del vostro abbeveratoio preferito: punk'n'roll dalle tinte americane da spaccarsi l'osso del collo. Dal divertimento, of course.
Skooshny "Deep Dive"
E dopo quasi vent'anni di silenzio tornano anche i misteriosi e amatissimi Skooshny da LA, con un EP su Market Square che sembra il risultato di un riordino in cantina. Tre demo di stampo ultra lo-fi accompagnano due pezzi capofila che paiono demo appena più levigate, ma dal fruscio emerge ciò che per quarantacinque anni abbiamo imparato a leggere dalla penna di Bruce Wagner, David Vonogrond e Mark Breyer: elegantissima e delicata musica pop per palati fini.
The Toms "Selections From The 1979 Sessions"
Tom Marolda, il polistrumentista dal New Jersey, il produttore, il mito, registrò nel corso dei famosi tre giorni benedetti del 1979 il leggendario debutto omonimo a quadretti bianchi e rossi, pietra miliare del genere e oggetto di culto per tutti i collezionisti di pop music del mondo. Nel settembre dello stesso anno egli incise altre quattordici tracce destinate a rimanere in soffitta per una quarantina d'anni. Oggi quella session è riemersa e la sempre benemerita label spagnola You Are The Cosmos ha pubblicato una selezione di quattro episodi tratti da quell'esperienza, mirabilmente confezionati in questo EP obbligatorio. I Toms concorrono essi stessi alla definizione del genere power pop. Ascoltando Angela Christmas e That Could Change Tomorrow si capisce bene il perché.
The Top Boost "Tell Me That You're Mine"
Ancora You Are The Cosmos ma dal New Jersey ci spostiamo a Vancouver, British Columbia. Terzo singolo per il talentuosissimo duo chiamato Top Boost: la title track è un country pop d'assalto marchiato da melodie irresistibili, mentre la b-side, occupata da Early Morning, è seducente ballata dalle chitarre jangle a dimostrare ancora una volta che i singolini lato a-lato b rimangono l'invenzione più importante compiuta dall'essere umano.
Your Friend Jebb "Change Of The Season"
Singolo di debutto per un super-pop-combo che per ora - ne abbiamo visti diversi in quest'annata senza senso - è una semplice collaborazione online tra Owen Radford, Tyler Green e Arthur Roberts (Posies, nientemeno). I tre sono qui coadiuvati dalla grandissima Lisa Mychols nella traccia che dà il titolo al dischetto, notevole upbeat pop beneficato da ampie armonie vocali, mentre in Sound The Alarmed, sull'altro lato, Terry Draper (Klaatu, of course) è impegnato in una sentita digressione minimalista per chitarra e voce. Nomi grossi, un po' di retta bisogna dargliela.
Mom "Don't Leave My Heart"
Secondo singolo, a tre mesi di distanza dal già celebrato Tonight, per questo grandioso terzetto svedese, in attesa dell'album "Pleasure Island" in uscita la prossima settimana. I Mom rimangono una delle scoperte dell'anno e i due pezzi qui esibiti confermano le aspettative. Il loro infuso di bubblegum, skinny-tie power pop e soprattutto glam-pop anni '70 è una gioia per i fanatici di Nick Gilder, Quick e Milk'n'Cookies, e la capacità di scrivere melodie appiccicose come poche altre fa il resto. I due singolini sono roba grossa, e l'album, se l'andazzo è questo, abiterà i piani alti della classifica di fine anno.
The Mayflowers "Sunflower Girl"
Mancava da un po' il buon Osamu Satoyama, leader di una banda tra le migliori della florida scena power pop giapponese. Qui coadiuvati nella stesura delle liriche da Gary Frenay dei Flashcubes, e in attesa di un nuovo lavoro lungo che non dovrebbe tardare molto, i Mayflowers - che già dovrebbero essere noti ai lettori di queste pagine - deliziano tutti con una nuovissima canzone la cui recensione è perfino superflua, e semplicemente vale a ricordarci perché amiamo così tanto il loro power pop influenzato dai richiami dell'impero britannico.







