giovedì 5 novembre 2009

Disco del Giorno 05-11-09: Parallax Project - I Hate Girls (2009; Kool Kat)

Michael Giblin è uno dei miei tanti piccoli eroi personali. Perchè? Per un motivo, essenzialmente. Mike, stimatissimo musicista proveniente dalla Pennsylvania con decine di esaltanti esperienze alle spalle, alla fine degli anni '90 è stato la spalla fondamentale di Steve Ward nella realizzazione di At Home With, il secondo album dei Cherry Twister, uno dei miei dischi powerpop preferiti di tutti i tempi. Dal 2002 Giblin ha avviato una sorta di progetto solista chiamato Parallax Project. Inizialmente la cosa aveva tutti i crismi dell'estemporaneità, ed un nucleo di musicisti abbastanza vasto si era reso disponibile per aiutare Michael nella registrazione del primo disco, intitolato Oblivious. In realtà poi le cose vanno come vanno, e messa assieme una band giusto per suonare al party di presentazione dell'album, i ragazzi si sono accorti di non essere niente male. Ne è nato un gruppo vero e proprio, che suona regolarmente nel nord-est americano e che prima di questo terzo lavoro di studio ha prodotto un altro disco, Perpetual Limbo, uscito nel 2005.

Il povero Mike deve avere problemi di cuore, se consideriamo che l'album di cui ci occupiamo oggi si intitola I Hate Girls. Ne più ne meno. Ma a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, il disco non è niente affatto cupo nè tantomeno malinconico. I Hate Girls, prodotto da Don Dixon (nientemeno) è un divertentissimo spaccato di powerpop vecchia scuola che pesca in pari misura dall'invasione britannica di Beatles e Who e dalla tradizionale scena americana a cavallo tra la fine dei settanta e i primi anni ottanta. Un lavoro estremamente solido che non ci metterà molto a rallegrare le vostre ore nel mezzo di questi primi giorni di autunno vero.

La starting track si chiama All The Same ed è un colpo di cannone, dove un riff palesemente beatlesiano viene sporcato da pura energia Faces. The Day After Tomorrow, traccia numero due, è intrisa di quel tipico storytelling concettuale che fa molto Tillbrook, mentre Easy è semplice, puro ed incondizionato pop con la P maiuscola, nudo come mamma l'ha fatto e perfetto per uno sfrenato sing-along. Gli Squeeze sembrano essere un'influenza imprescindibile per Mike da Mechanicsburg, che in ogni caso non riesce a levarsi di dosso la scimmia dei sixties targati union jack. Ne escono così prelibatezze come la title track e Waiting To Pull The Trigger, dove si possono immaginare gli onnipresenti Tillbrook e Difford capeggiare un'oscura formazione sessantista in debito con gli Who.

Grande merito dell'album è quello di non scendere di tono man mano che i brani passano. Perchè You & Me e la spettacolare Half intonacano di freschezza Costelliana le pareti dell'album, e Coming Around è un viscerale omaggio fatto di old school powerpop alla propria storia di turnista aggregato ai leggendari Plimsouls. Chicca finale, una grandiosa cover di Needle In A Haystach originariamente di Martha and the Vandella's.

L'album è licenziato dalla Kool Kat e la cosa è un'ulteriore garanzia di qualità. Superfluo dire che se acquisterete I Hate Girls dalla label di Ray Gianchetti riceverete in omaggio un cd-r ascoltando il quale potrete apprezzare i Parallax Project coverizzare alcuni gloriosi brani di Kinks, Velvet Underground, XTC e molti altri (grandissima la cover di A Well Respected Man!). Non esitate!

lunedì 26 ottobre 2009

Disco del Giorno 26-10-09: various artists - Souvenirs: Little Gems of Pop (2009; Sound Asleep)

Non sono mai riuscito a capire bene perchè gli anni 80 si prestino quasi esclusivamente ad interpretazioni ambigue. E'vero, sotto molti punti di vista gli eighties sono stati un fenomenale serbatoio di monnezza. Ma se si parla strettamente di musica, il discorso cambia. Voglio dire, i gruppi new wave dell'epoca in molti casi hanno mietuto successo e consensi più che giustificati. Il grosso problema è che troppa poca gente era a conoscenza di quanto succedeva negli scantinati di tutta America, sotto i primordiali McDonalds dove si accresceva l'inquietante fenomeno del paninarismo più edulcorato e superficiale. Lì, all'ombra di un mondo artistico che iniziava ad essere infame e votato più che altro ai soldoni del music biz, giovani congreghe senza alcuna speranza di agguantare il benché minimo successo si davano da fare e concretizzavano ciò che gente come Alex Chilton, Eric Carmen e Pete Ham aveva concepito dieci anni prima. Nasceva il powerpop consapevole di esserlo, anche se di "scena" vera e propria non si poteva parlare, vista la frammentazione estrema di cui era oggetto il fenomeno.

Il powerpop è sempre stato un genere di nicchia e, diciamocelo, anche un pò sfigato. In fondo, però, a noi che ne siamo cultori la cosa è sempre piaciuta e quando critichiamo i media di settore che non se lo filano lo facciamo quasi a bassa voce, perchè un pò siamo gelosi della nostra cultura e abbiamo una paura fottuta che qualcuno, intravvedendone le elevate potenzialità radiofoniche, ne abusi e, infine, rovini il nostro giocattolo. Forse è anche a causa (o grazie) a ragionamenti di questo tipo che il pop chitarristico è sempre rimasto nelle cantine e nelle camere da letto, in piccoli club e minuscole fanzines, con poche notabili eccezioni, nonostante tutto. Così è sempre una scoperta. Una gioia immensa. Un pozzo senza fondo. Tutti i giorni, volendo e studiando il giusto, si possono scoprire bands antiche mai sentite, in massima parte autrici di qualche singolo oppure di uno o forse due dischi, spesso stampati in pochissime copie e quasi sempre soggetti a vendite risibili. Il perchè non lo capirò mai, ma tant'è.

Per fortuna, a partire dalla metà degli anni '90, è sorto nella sparuta comunità powerpop il fenomeno delle compilations retrospettive, tutte intenzionate a dare nomi, volti ed ascolto a centinaia e centinaia di gruppi che definire minori sarebbe già un'esagerazione. Di grandi esempi ne abbiamo parecchi: i quattro volumi di Yellow Pills, giusto per citare la serie più "famosa". Oppure Poptopia, Bam Balam Explosion, Powerpearls e via dicendo. Oggi, dal profondo Nord, la sublime label svedese Sound Asleep, da quindici anni attiva nel supporto al migliore rock'n'roll melodico, ha messo assieme una mirabile raccolta di ventuno brani, contenenti alcuni geniali esempi dei vari frammenti che componevano il movimento powerpop nei meravigliosi anni 80. Il nome è azzeccato: Souvenirs, Little Gems Of Pop. Senza esagerare, di gemme qui ce ne sono a palate. Gruppi pop letteralmente enormi come Three Hour Tour, Choo Choo Train (i futuri Velvet Crush), Beatosonics, Jimmy Silva e i Pointed Sticks (presenti con l'inedita All My Clocks Stopped) si affiancano a personaggi meno conosciuti ma di grande talento come Hector, Flying Color, 2 Minutes 50 e a valorosi rappresentanti della scena post-mod dell'epoca come Manual Scan, Wishniaks e Leatherwoods in un festival che è pura essenza indie-powerpop anni 80 di primissimo livello.

Bisogna dire che Jerker Emanuelson (il titolare della Sound Asleep) ha fatto un grandissimo lavoro e che la selezione delle canzoni è sublime. Ad accrescere l'interesse concorre il fatto che parecchi brani siano tratti dai vinili originali conservando il suono caldo, l'emozione forte e la passione propria dell'epoca in cui furono incisi. Non approfittare di un'occasione del genere, quando ad un prezzo equivalente al costo di tre birre medie potete mettervi in casa una raccolta di questo tipo, sfiora il criminoso. Questi gruppi, questi grandi artisti dimenticati dalla storia, sono un piccolo manifesto di una scena fondamentale, un periodo d'oro che nel suo piccolo ha fatto scuola pur continuando a restare nascosto nella dolce penombra che alla fine un pò ci piace. L'interno del libretto contiene tanto di prefazione a cura di Bruce Brodeen della Not Lame, e qualcosa vorrà pur dire. Da ascoltare a volume sostenuto, magari in macchina cantando a squarciagola i ritornelli durante lo stop al semaforo mentre gli estranei, come consuetudine, vi guarderanno allibiti manco foste alieni. Il powerpop, che invenzione meravigliosa.

lunedì 19 ottobre 2009

Disco del Giorno 19-10-09: Strangefinger - Into the Blue (2009; Side B Music)

Sembra ieri, eppure l'estate è ormai finita da un pezzo. Come avrete notato, quest'anno il blog viene aggiornato abbastanza di rado, ma non è colpa mia, giuro! Tra impegni e casini vari mi ritrovo a recensire Into the Blue, disco d'esordio degli Strangefinger, fuori tempo massimo. Vi state chiedendo perchè? Sarà il titolo, oppure la copertina dell'album, probabilmente la brezza oceanica che si respira ascoltando il disco. Sarà quel che sarà, ma a me Into The Blue fa venire in mente l'estate. Occhio però, non vorrei essere frainteso. L'estate che si respira non è quella pregna di giustificati sentimenti frivoli di Surfin'USA. Piuttosto, siamo nel mezzo di una serata sulla west coast, dove la raffinata atmosfera marittima porta alla memoria sublimi convivi in compagnia di Steely Dan, Peter Frampton e dei Jellyfish più sognanti e meno barocchi a cui possiate pensare.

Strangefinger è la band messa assieme da Fred Lemke, passionale autore californiano che per realizzare questo disco ne ha dovute passare di tutti i colori, tra mancanza di fondi e varie vicissitudini personali che ad un certo punto pare lo abbiano spinto a vagabondare senza casa per un breve periodo. Ah, il romanticismo della musica! In realtà Fred in qualche modo il disco lo aveva pure realizzato, con produzione all'osso e mixaggio artigianale. Era il 2005 ed i più attenti tra di voi ricorderanno un album accreditato ad un certo "Fred" ed intitolato Sound Awake. Ebbene, quell'opera rispunta ora nella sua completezza (con un diverso mixaggio, un differente ordine delle tracce e l'aggiunta di alcune canzoni al posto di altre) grazie all'intervento risolutivo della Side B Music di Jerry Boyd, un'etichetta che grazie ad uscite fantastiche come i dischi di Chewy Marble e Chris English sta entrando nel novero delle labels garanzia di qualità. E non è finita, perchè i patimenti di Fred meritavano una giusta ricompensa. Alla regia di Into The Blue è infatti seduto Chris Manning dei Jellyfish, e credo sia superfluo aggiungere altro.

Le aspettative vengono ripagate in pieno da un disco di sostanziale piano pop di rara grazia, passione ed eleganza, brillantemente suonato e dalle superbe armonie vocali dove le tracce, per intelligente scelta "fuse" l'una all'altra, formano un'opera pop tra le più sofisticate dell'anno. Apre Sleep, drammatico pop per pianoforte dove c'è tutto Fred Lemke, in un mondo con troppe domande e risposte troppo fragili. E si prosegue con Tease, che insieme alla godibilissima Sunshine Between forma un'accoppiata jazzy pop di grande valore dimostrativo. La fase Jellyfish è incastonata tra le tracce tre e quattro: Good Night, che a dispetto del titolo è un vivace frammento che sembra estratto dalla colonna sonora di un musical e la spettacolare Piscettarius, che potrebbe essere tranquillamente scambiata per un pacato outtake di Bellybutton. Interessante, molto interessante, anche la naturalezza con cui Lemke riesce a rendere coese, grazie alle emozioni, due brani consecutivi dagli standard opposti come Colored In Snow, una disperata e sensazionale ballata, e Fuck You Stars, unico brano davvero rock del lotto dove Frank si ribella aspramente a madre, padre, lavoro e tutto ciò che gli sta attorno.

Ce ne sarebbe abbastanza per dare ad Into The Blue un bell'otto in pagella, ma non è per niente finita qui. Perchè prima che Moonshine - un minuto e mezzo di profonda riflessione strumentale - chiuda il disco, c'è spazio per altre tre piccole gemme come Sugar ed il suo mid-tempo pieno zeppo di soul, come Two Angels, stupenda ballata dalle tinte Dan/Frampton e come il super-singolo There's An Ocean, che potrebbe anche ricordare i Fastball calati nei seventies più soleggiati.

I più ingordi sappiano che oltre alle tredici tracce dell'album sono incluse anche le versioni radio-edit di Sleep, Piscettarius, System To The Grind, Two Angels e There's An Ocean. Più di così non so che dire, e se ancora non vi ho convinto non c'è altro che io possa fare. Se non raccomandarvi calorosissimamente un album in smoking che rappresenta il top dell'eleganza per questo duemilanove.

mercoledì 7 ottobre 2009

Live! Paul Collins' Beat + Radio Days (Oste, Domodossola, 04-10-09)

Domenica scorsa, il 4 Ottobre, si è verificato quello che per sempre ricorderò come l'evento dell'anno 2009. All'Oste di Domodossola ha suonato Paul Collins. Si, quel Paul Collins. Ovviamente, tutti i lettori di questo blog conosceranno come le proprie tasche uno dei padri del powerpop, personaggio seminale che per molti di noi rappresenta una vera e propria leggenda vivente, e se pensate che stia esagerando non so cosa farci.

Quando lo scorso Aprile Giulio, il proprietario del locale, accennava alla possibilità di "strappare" una data del tour Italiano di Paul, sono semplicemente rimasto basito. Quando poi, passate alcune settimane, detta possibilità si è trasformata in ufficialità, ho cominciato a contare i giorni che ci separavano dall'incredibile evento. Mancavano cinque mesi o forse più. E dire che avevo già avuto la fortuna di vederlo all'opera nell'Ottobre del 2008 al Taun di Fidenza, durante il suo mini-tour Italiano dello scorso anno. Ma stavolta era differente. Paul Collins, uno dei miei eroi, avrebbe suonato nel locale dove sono cresciuto, dove ho visto decine di concerti, dove ho passato centinaia di serate. In quella che si può tranquillamente definire la mia seconda casa. La chiusura del cerchio, ho pensato. Poi il giorno è effettivamente arrivato e, in un anticipo Fantozziano, mi sono messo ad aspettare il momento in cui avrei iniziato a mettere i dischi nel pre-show.

Paul Collins, la sua band ed i Radio Days sono arrivati intorno alle 17.30. A Fidenza, lo scorso anno, non avevo avuto modo di parlare con Paul. Stavolta, invece, vista l'atmosfera tranquilla e "casalinga", ho potuto constatare come sia possibile essere contemporaneamente eroi e persone estremamente gentili e disponibili. Fatto non trascurabile, visti gli atteggiamenti da star di alcuni musicanti odierni privi di storia e dotati di talento infinitamente inferiore. In ogni caso, verso le 18.30 ho potuto iniziare la serata, concedendomi per una volta una selezione prettamente powerpop. Nel frattempo, nel contesto di un aperitivo colossale, il locale ha iniziato a riempirsi e circa tre ore dopo i grandi Radio Days hanno preso possesso della scena.

Essendo stata quella di domenica l'ultima data del tour, mi aspettavo che i ragazzi fossero completamente svuotati di energie. Mi sbagliavo. Stravolti si, ma autori di una grande performance che nulla lasciava intendere in proposito. Anzi, se devo essere onesto, mi sono sembrati persino migliorati rispetto al concerto (sempre all'Oste) dello scorso Marzo. Gli impasti vocali sono ormai rifiniti a puntino e la band suona coesa e compatta. Sempre belli i vecchi pezzi del repertorio "Midnight Cemetery Rendezvous" come Don't Keep Me Waiting e i nuovi brani come I Belong To You, ormai sul punto di essere incisi, promettono estremamente bene. Ovviamente il gusto per la cover ad effetto non è in discussione, così I Wanna Be Your Boyfriend di Avril Lavigne, oops dei Rubinoos, ha scaldato il pubblico a dismisura ed è stata il ponte perfetto da percorrere verso l'evento.

Saranno state le 22.30, forse le 23 o più tardi - ormai avevo perso la percezione di spazio e tempo - quando Paul Collins si è piazzato dietro al microfono. Imbracciata la chitarra, il vecchio Paul ha spazzato via tutti aprendo il concerto con Hangin' On the Telephone, il leggendario primo ed unico singolo dei Nerves divenuto un marchettone sbanca-botteghini grazie alla notissima cover di Blondie. Poi il delirio. In un'atmosfera carica di tensione positiva, dentro ad un locale piccolo, senza palco, stipato all'inverosimile di gente in festa, Paul Collins ed il suo gruppo hanno iniziato ad inanellare gemme senza tempo massimamente tratte dal suo primo ed omonimo album The Beat, uno dei grandi capolavori del powerpop mondiale. Così in rassegna sono passate le varie Walking Out On Love, Work-A-Day World, Let Me Into Your Life, Working Too Hard (già dei Nerves) ed un'incredibile I Don't Fit In durante la quale credo di avere versato anche un paio di lacrime. Per il resto Paul ha selezionato accuratamente fantastici brani tratti da album successivi come The Kids Are The Same (la title track del secondo album dei Beat), Hellen Hellen, Hey Dj (con tanto di dedica al sottoscritto!) ed una versione devastante di She Doesn't Wanna Hang Around With You, tratta dall'ultimo album di studio Ribbons Of Gold.

Come tutti si aspettavano e, diciamocelo, si auguravano, a chiudere il concerto nella bolgia più totale ci hanno pensato USA e l'anthem generazionele Rock'n'Roll Girl, giusto per infliggere il colpo finale alle corde vocali di tutti i presenti. Poi, richiamato sul palco, Paul ha eseguito alla grande When You Find Out ed un'estesa versione di Look But Don't Touch con tanto di ballerine chiamate dal pubblico.

Trovare le parole per le conclusioni è difficile. Molto difficile. Una serata magica, avvolta in un'atmosfera magica, dove ho respirato per due ore buone l'essenza del puro divertimento legato ad un concerto dal vivo. L'assenza di palco e il fatto che il pubblico fosse praticamente mischiato alla band ha fatto il resto. "Wow, no stage, this is what rock'n'roll is supposed to be about!", ha esclamato un entusiasta Paul Collins all'inizio dello show. Yes, Paul, this is rock'n'roll and we love it. We love you. Thanks, sir.


giovedì 24 settembre 2009

Disco del Giorno 24-09-09: Marc Carroll - Dust Of Rumour (2009; High Noon)

Dopo aver salutato con estremo piacere il ritorno sulla scena di David Brookings, ecco che un'altra faccia molto nota torna a farsi viva dopo quattro anni di giustificata assenza. Stiamo parlando di Marc Carroll, stimato cantautore Dublinese giunto al quarto album di studio dopo i superbi Ten Of Swords (2001), All Wrongs Reversed (2003) e World On A Wire (2005). Negli ultimi quattro anni Marc ha dovuto ri-organizzare nuovamente la propria vita e così, dopo la lunga parentesi da residente a Londra ha esercitato l'opzione Americana, trasferendo armi e bagagli a Los Angeles. "Una città assolutamente particolare, che mi ispira moltissimo", ha di recente dichiarato Carroll, che ha concepito e partorito Dust Of Rumour interamente nel tepore della California meridionale. Non che le sonorità di questo nuovo album risultino particolarmente influenzate dal clima, che a Los Angeles tende ad essere decisamente più mite rispetto alla costa Irlandese, e se David Brookings vedeva il bicchiere mezzo pieno, bisogna dire che Carroll, invece, lo vede mezzo vuoto.

C'è infatti un feeling agrodolce che si estende sul disco, nonostante il mantra quasi propiziatorio di Love Will Rule Our Hearts che lo apre. Le liriche sono pregne di turbamento o, meglio, di riflessioni profonde, che si propagano senza sosta soprattutto nei brani più lenti ed intimisti. Always, per esempio, è un folk in qualche modo reminescente della tradizione celtica, scuro ed ossessivo così come Against My Will, sofferto e desolato lento punteggiato da malinconici archi. Non che Carroll si limiti a questo, sia chiaro. Perchè le qualità che lo hanno reso un grande jangleman sono ancora presenti in forze. Così non sorprendono grandi brani di ispirazione Byrds come Now Or Never, dove torna alla memoria il Bobby Sutliff più introspettivo oppure come You Just Might Be What I've Been Waiting For, altra perla jangle questa volta piena di speranza e di ingegnose soluzioni vocali tipiche di certi Teenage Fanclub.

What's Let Of My Mind, splendidamente adagiata su un tappeto sonoro in bilico tra west coast sound ed Americana, si guadagna la palma di brano con il miglior ritornello del disco, ricordandoci perchè Carroll sia un autore approvato anche da alcune leggende viventi come Dylan (rimasto talmente impressionato dalla cover di Gates Of Eden che Carroll registrò anni fa da inserire un link per il download sul proprio sito ufficiale) e Brian Wilson (toccato nel profondo da un indimenticabile brano chiamato Mr. Wilson che Marc, quando ancora suonava negli Hormones, gli dedicò). Non sono queste, penserete voi, le cose decisive per valutare un artista. Forse avete ragione, ma raccomandazioni tanto altolocate dovrebbero essere sufficienti a consiglirvi l'ascolto non solo di Dust Of Rumour, ma di tutta la discografia di Marc Carroll, giusto?

domenica 13 settembre 2009

Disco del Giorno 13-09-09: David Brookings - Glass Half Full (2009; autoprodotto)

David Brookings lo seguo da anni, precisamente dai tempi di The End Of An Error, secondo dei cinque album messi al mondo in otto anni dal prolifico autore di Memphis, Tennessee. Perchè mi sta simpatico, molto simpatico. Come non voler bene al faccione sorridente e paffuto che ci guarda dalla copertina di Glass Half Full? Impossibile. Ed è impossibile, forse addirittura disumano, non rendere l'onore delle armi ad un lavoro che fin dal titolo è un manifesto dell'ottimismo, del nonostante tutto, della joie de vivre.

Rispetto al predecessore Obsessed, immatricolato nel 2007, Glass Half Full è diverso soprattutto nelle liriche, che poi sono la fotografia dell'evoluzione di un uomo. Così è normalissimo, persino ovvio, passare dalla fine di un errore e dalle aspre - ancorché melodiche - liriche di "Go Away" (era il 2003) al periodo transitorio del bellissimo Chorus Verse The Bridge (2005). E se nel periodo Obsessed ci cantava "I'm Not Afraid" ora si capisce il perchè. David è un uomo completo, con tanto di moglie e figlioletto, come si intuisce ascoltando il mid-tempo della docile I Wish I Could Be With You, quasi un Ryan Adams periodo Gold in versione poppy, dove David, candido, narra della necessità di ingaggiare una babysitter. Così, l'eterno ragazzo che soleva lavorare come guida turistica ai celeberrimi Sun studios di Memphis (dove il disco è stato prodotto insieme a James Lott) è approdato a quello che probabilmente è il suo disco migliore per ora.

Ovvio, nessuno si aspetti rivoluzioni di alcun tipo. Perchè David è fatto così, docile, premuroso e dotato di spiccata sensibilità pop. Con una predisposizione a rendere luccicanti cose semplificate fino all'osso che lo rende unico. Un maestro della rima baciata, libero docente nel corso di canzoni sentimentali comparate. Del resto, non si può chiedere a uno così di diventare un duro, non avrebbe nessun senso. E probabilmente, in tal caso, non avremmo l'opportunità di cogliere germogli popolari come quelli che Brookings è in grado di seminare, garantendo per giunta un raccolto di pregio ogni due anni, tassativamente.

David anche questa volta è stato di parola, e di gustosi omaggi Half Glass Full è colmo. Don't Wake Me Up, per esempio, è tipico Brookings. (Power) pop dalla buona lena, dal cantato scanzonato e sognante al medesimo tempo, dalle chitarre leggere leggere per un feeling generale estremamente melodico ed "umano". This Time It's For Real è uno degli episodi migliori della discografia del cantautore di Memphis. Che rilancia, senza sforzo, buttando nel mazzo la sostenuta e valorosissima We Never Ever Spoke Again, un altro fantastico mid tempo come Love Goes Down The Drain ed un paio di lenti imperdibili come Flashlight Love e la consapevole Getting Older che, conoscendo David, sarà un ottimo tramite verso il prossimo disco di studio, atteso per l'autunno del 2011. Perchè ad alcune certezze è bello affezionarsi, ed è bello sapere che, comunque vada, personaggi come David Brookings difficilmente tradiranno quello che ci si aspetta da loro. Dedicategli un pezzettino del vostro cuore.

martedì 1 settembre 2009

e.p. del Giorno 01-09-09: The Offbeat - To The Rescue (2009; autoprodotto)

Il ritorno degli Offbeat, dopo il grande ed omonimo album di debutto recensito da UTTT lo scorso anno, porterà senz'altro una fresca ventata di gioia a tutti coloro che, come noi, si cibano quotidianamente di sixties pop di categoria. Diciamo a chi non lo sapesse, e ricordiamo a chi non ricordasse, che gli Offbeat sono un terzetto britannico composto da Tony Cox, ossia l'autore dell'ottimo lp intitolato Unpublished e recensito su queste pagine qualche mese fa, Darren Finlan e Nigel "prezzemolo" Clark, già frontman dei Dodgy e voce solista prestata proprio al compare Cox per il suo album di debutto.

Tutti i lettori più legati all'album d'esordio della band ricorderanno quel lavoro come un incrocio perfetto, riuscito ai limiti del miracoloso, tra il merseybeat più sentito ed emozionale dei club underground di Liverpool nel 1965 ed il miglior sunshine pop in voga nello stesso periodo. To The Rescue, che così a prima vista sarà uno degli extended play dell'anno, segue le stesse coordinate e iscrive di diritto gli Offbeat nel firmamento dei migliori gruppi modern-sixties del panorama internazionale, se è vero com'è vero che due indizi fanno quasi una prova.

E' She Can Make The Sunshine ad aprire il dischetto, e lo fa in maniera superba attingendo dal repertorio mid-Beatles, con un occhio di riguardo volto agli egregi arrangiamenti vocali che ne fanno un gradevolissimo brano da sing along. Someday Somehow, con il suo stomping beat, riporta a certe eccitanti sensazioni pre-garage, mentre il jangle-powerpop di Something About The Girl spinge facilmente il brano tra le cose più orecchiabili uscite quest'anno. Blue Sky, colma di supremo mersey/sunshine sound, è il brano più simile a quelli presenti tra i solchi del disco d'esordio e ha tutte le caretteristiche del "marchio di fabbrica", mentre il pop della conclusiva You & Me è arricchito da apprezzabilissimi aromi psych.

Non ci resta che ribadire quanto abbiamo detto ai tempi del loro album d'esordio: se dei Beatles e del sixties vocal pop avete fatto un credo, l'acquisto di To The Rescue è obbligatorio. Aggiungo che mi sembra di intravedere notevoli passi avanti a livello sia vocale che compositivo, quindi tirate voi le somme.