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martedì 30 giugno 2009

Disco del Giorno 30-06-09: Secret Powers & the Electric Family Choir - St (2009; Square Tire Music)

"Ho suonato la chitarra nei Seeds con Sky Saxon, e continuava a raccontarmi di questo strano culto di cui era parte negli anni '60 alle Hawaii. I santoni erano vestiti in modo assurdo, da Mosè, da Santa Claus o da altri personaggi misteriosi. Ho pensato che sarebbe stato divertente registrare il nuovo disco parodizzando quei culti psichedelici". Così parlò Schmed Maynes, ossia la mente pensante che si cela dietro al progetto Secret Powers. Il cui secondo album, Secret Powers and the Electric Family Choir, è un capolavoro senza se e senza ma fatto di qualcosa come venti episodi. Un pò lunghetto, ho pensato inizialmente. E Invece no, perchè - oltre ad una brevissima introduzione - sette episodi non sono altro che frasi bizzarre dello "zio Schmed" che, nelle vesti di santone, dispensa concetti astratti sulla vita ultraterrena e altre varie amenità. Divertenti all'inizio, fastidiose interruzioni tra un (grande) brano e l'altro dopo i primi cinque ascolti.

Forse non è stato carino iniziare la recensione parlando della nota (relativamente) negativa del disco. O forse si, così ci siamo levati il dente e possiamo iniziare a tessere le lodi di un album da perdere la testa, che tutti i fans di Jeff Lynne e Jellyfish dovrebbero assolutamente assicurarsi nel minor tempo possibile. Perchè i dodici brani effettivi che ne fanno parte sono immensi, classici ed innovativi, istrionici e rassicuranti al tempo stesso. Un piccolo capolavoro che svetta su tutti gli album che ho avuto modo di ascoltare in questa prima metà di 2009. Abbiamo citato Jeff Lynne e fidatevi, la segnalazione è quantomai golosa ed appropriata per tutti quelli che ( e sono sicuro, tra di voi ce ne sono tanti) per anni hanno pregato all'altare dell' Electric Light Orchestra. Non solo, o non precisamente. I manoscritti dello zio Schmed sono piuttosto un caloroso e stupefacente tributo ai brani che il vecchio Jeff incise ai tempi degli ELO, se però gli avesse scritti ai tempi dei Move. Confusi? No, perchè? Trattasi di estremo sixties pop decorato da arrangiamenti lussureggianti, talvolta quasi progressivi ed esaltati da una grande produzione svolta dallo stesso Maynes nel suo studio privato di Missoula, Montana.

Detto che la traccia numero 1 è una breve introduzione strumentale e che la seconda rappresenta il primo dei "podcast" indemoniati del santone Schmed, i poteri segreti iniziano a sprigionarsi dalla traccia numero tre, Orange Trees, chiaro esempio di psichedelia folk-pop sospesa in un etere magico dove la cura maniacale per gli accorgimenti vocali conferisce al brano uno stupefacente sapore astratto e fuori dal tempo. Maryann, calata in un clima gradevolmente sunshine, contempla un' immaginaria session tra Lynne e Ben Folds avvenuta, diciamo, nel 1966, mentre By The Sea, con tanto di gabbiani e bassa marea in sottofondo è un piccolo omaggio folk dalle tinte pastello. Poi, subito dopo, Schmed giganteggia pennellando due incredibili delizie sentimentali e marcatamente Beatlesiane come Heavy e Misery. E addirittura ci esalta esibendo un capolavoro assoluto come Lazy Men: i Beach Boys e - ancora lui - Lynne, sconvolti in una centrifuga protoprogressiva.

Certe volte è impossibile essere sintetici. Perchè mai, dopotutto, dovrei tralasciare un grandissimo esempio di angloamericana come Ghost Town? Oppure soprassedere su un breve ed intensissimo sonetto come Treat Your Mother Nice? Impossibile. Ed è impossibile non comprendere l'importanza di Something About The Girl, uno dei pezzi psych-powerpop definitivi di quest'anno. La perfezione della cultura pop racchiusa nei "solchi" di Secret Powers And The Electric Family Choir si completa con il trittico esoterico che chiude l'album. One Less Star è psychedelic pop cucinato con classe suprema, You Know It's Time è una piccola e preziosa installazione floydiana mentre Both Sides Of The Candle, ultimo capitolo della storia, richiama l'abituale Lynne impegnato in una performance heavy psych.

All'inizio di questa recensione abbiamo parlato di Sky Saxon. Come molti di voi sapranno il leggendario leader dei Seeds se n'è andato lo scorso 26 Giugno, nell'indifferenza generale dei media di settore troppo occupati a santificare Michael Jackson. Ebbene un disco come questo rappresenta il più bel tributo alla memoria di Sky al quale, siamo sicuri, i Secret Powers sarebbero piaciuti da impazzire.

martedì 9 giugno 2009

Disco del Giorno 08-06-09: Tony Cox - Unpublished (2009; autoprodotto)

Uno dice "adesso mi metto ad ascoltare un pò di musica sixties, però ho voglia di qualcosa di nuovo". L'altro risponde "non ti appanicare, ho qui con me il disco di un tale Inglese chiamato Tony Cox, pronto a soddisfare i tuoi desideri". Si, perchè a differenza di quanto dicono le malelingue, la scena neo-sixties mondiale è ora e sempre foriera di nuovi ed eccitanti artisti, pronti a perpetrare la tradizione nei secoli dei secoli amen.

Cox è un talentuoso cantautore Londinese, anzi, sarebbe più corretto definirlo semplicemente "autore", visto che leggendo la sua biografia si apprende che il suo scopo è quello di scrivere "le migliori canzoni possibili per gli artisti più meritevoli". E ciò pare evidente ascoltando Unpublished, l'album a cui dobbiamo questa recensione. Il disco infatti, benchè scritto, studiato e suonato da Tony Cox, è cantato da Nigel Clark, un nome non completamente sconosciuto da queste parti, visto che qualche anno fa si rese protagonista di un disco (21st Century Man) che ricordiamo volentieri. Che sia una scelta oppure una necessità dettata dalla mancanza di doti canore non è dato sapere, anche perchè poi ciò che ci interessa è la deliziosa qualità delle undici canzoni che insieme formano Unpublished.

Un disco calato nel revival pop sessantista dalla testa ai piedi, in grado di sviscerare le varie tinte dell'epoca (dal sunshine al popolare puro, dal jangle folk alla psichedelia leggera) con freschezza e tatto senza mai raschiare il fondo del barile. Che si apre con il sunshine rivisto in chiave moderna di Sweet Elaine per proseguire nei territori powerbeat di Feel Real Love e di quella cannonata chiamata Jamelia, vero apex dell'album insieme all'elegante pop vocale espresso dall'incredibile Chills. Il resto (se si eccettuano gli esperimenti non troppo riusciti in Life Is Hardcore) è contorno da gran signori, grazie agli aromi sprigionati dalle chitarre jangle della commovente Fallen, dal pop tinteggiato di soffice psichedelia in Welcome To My World e dai Beach Boys del ventunesimo secolo che sembrano richiamati dalla conclusiva Can't Leave To Soon.

Sarà anche un periodo triste per il nostro Paese e per l'Europa tutta, che le elezioni dello scorso weekend ci hanno riconsegnato più superficiale, xenofoba ed intollerante di quanto ci aspettassimo. Fortunatamente la buona musica e la miglior cultura in generale sono patrimonio esclusivo degli uomini giusti, ed artisti come Tony Cox danno un piccolo ma fondamentale contributo nel risollevarci dalla depressione cosmica a cui siamo costretti in giornate come questa. Grazie.

mercoledì 27 maggio 2009

Un pò di roba nuova...E scusate il ritardo...

Sto trascurando il mio amato blog, e non va assolutamente bene. Il fatto è che sono veramente troppo impegnato. Speriamo che questo periodo passi presto perchè se è vero che ho poco tempo per scrivere, è anche vero che un pò di tempo per ascoltare mi è rimasto. Ho accumulato tanti dischi che mi sono ripromesso di recensire entro un mese, e ovviamente mi scuso con gli artisti che chissà da quanto tempo stanno attendendo che Under The Tangerine Tree parli di loro. Grazie per l'infinita pazienza, oltre che per l'ottima musica. Cerchiamo dunque di accelerare, e tracciamo un'interessante ancorchè breve panoramica su tre dischi freschi di uscita che mi sento di consigliare...

Chris McKay & the Critical Darlings - Satisfactionista (2009; Side B Music). Album di debutto per questa band proveniente da Athens, Georgia, vera e propria Mecca del pop sudista a stelle e strisce. Dal calderone infinito del pop-rock indipendente made in USA saltano sempre fuori cose sconosciute ed interessanti, poi la cosa difficile è andare a scovarle. Questa volta, come molte altre, ha provveduto David Bash, che inserendoli nel programma dell'International Pop Overthrow di Atlanta 2008 li ha esposti alla sparuta platea di appassionati. Satisfactionista dovrebbe essere il loro album d'esordio, che curiosamente è andato fuori stampa il giorno in cui è stato pubblicato, e buon per loro. La faccenda ha in ogni caso accresciuto la mia curiosità sul disco, che McKay mi ha gentilmente concesso di scaricare. Non male, non male. Tra le melodie acustiche ed eteree in stile Turin Brakes / Crowded House dell'iniziale An Uncertain Flight e il rock emozionale e carico di soul (nel senso proprio di anima, non tanto in termini musicali) di Scared Of Myself e The Only Way, tutto sommato il figurone la fanno i pezzi espressamente pop come Waiting For The Siren e soprattutto Rage On, powerpop essenziale e zuccheroso all'ennesima potenza, da non perdere assolutamente. Molto buona anche la graziosa ballata From Now Until Then nonchè la pianistica e conclusiva Unseen. Produce Dave Barbe, pluridecorata leggenda locale già dietro alle quinte di REM e Drive By Truckers.(www.myspace.com/criticaldarlings )

Lane Steinberg - Passion & Faith (2009; Transparency). Non ho la benchè minima idea di quali saranno i migliori dischi del 2009, ma di sicuro posso dire una cosa. Passion & Faith, terza opera di Lane Steinberg, sarà sicuramente uno dei più interessanti e in ogni caso il più curioso. Qualcuno dice che mr. Steinberg sia come un pacco-dono: non puoi mai avere la certezza di cosa ci troverai dentro. Il vecchio Lane è stato fulminato sulla via di Minas Geiras, Brasile, ed è stato irrimediabilmente contagiato dalle sonorità progressive verdeoro anni settanta. Si sente. E però, si sente anche il background di Lennonista della prima ora, bagaglio imprescindibile dell'autore. Risultato? Un disco inusuale, molto bello e molto intenso. Non era facile asscociare quattro cover del Club the Esquinha (il famoso collettivo di musicisti brasileiri dei seventies) cantate in lingua originale al pop di chiara matrice anglosassone che governa la maggior parte del disco. Eppur ci riesce, forse anche perchè i due stili si guardano, si annusano e finiscono per piacersi. Così Milton Nascimento riesce a profumare seppur vagamente di Rundgren, mentre Lennon pare frullato dal collettivo in un mixer contenente brazilian prog, jazz e bossanova. Per non farci mancare niente, Lane propone un'incredibile ed assurda jam sul tema di Dark Star dei Grateful Dead, suonata interamente da lui e davvero ben riuscita. Non fate i prevenuti e dategli almeno un ascolto perchè merita veramente tanto. (www.myspace.com/lanesteinberg )

Calico Brothers - Tell It To The Sun (2009; autoprodotto). E' tornata la combriccola dei Calicos, che gioia! Uno dei nostri gruppi Neozelandesi preferiti del momento ha messo insieme l'album lungo che tanto speravamo uscisse, e neanche ci hanno fatto attendere troppo, visto che il loro strepitoso ep d'esordio è vecchio di nemmeno dodici mesi. I più attenti tra di voi ricorderanno quanto qui ad UTTT abbiamo adorato quel dischetto, che lo scorso anno ha finito la sua corsa al numero 3 nella classifica di categoria. Diciamo subito che Tell It To The Sun non solo propone la stessa strabiliante capacità di spacciare melodie e grandi canzoni, ma certifica un'ulteriore solidità che la band ha saputo raggiungere a livello squisitamente compositivo. Il tutto è sempre giocato sull'asse Petty-Harrison-Lynne ma il clima generale, rispetto all'ep d'esordio, sembra essere ancora più indirizzato verso la componente folk e americana del loro linguaggio. In ogni caso, è un discone senza pecche e pure ricco di svariati spunti clamorosi. Non sto esagerando, giuro. Perchè per i nostri gusti e per le nostre passioni non possiamo rimanere indifferenti davanti all'americana perfetta della title-track, o della sgargiante grazia folk di Always Say I'd Do. E, ancora, ci beiamo della straziante e bellissima estasi acustica di Up For Air. Senza contare che i fratelli Calico, quando di tanto in tanto decidono di dare gas al loro motore pop, sono capaci di piazzare colpi da KO come Weight Around My Heart, roba che già su Woodface avrebbe fatto un figurone, mentre su Time On Heart avrebbe fatto impallidire il 90% dei brani scritti da Neil Finn. (www.myspace.com/calicobrothers )

martedì 5 maggio 2009

Disco del Giorno 05-05-09: Valley Lodge - Semester At Sea (2009; Thistime records)

Il grande giorno è arrivato. Finalmente, direte voi, visto che l'ultimo post risale addirittura allo scorso quindici Aprile...Ho le mie giustificazioni, però! In primis, questo è un periodo veramente incasinato per me, e in secondo luogo ho ricevuto il mese scorso il nuovo album dei Valley Lodge! E allora? E allora Semester At Sea, uscito a quattro anni di distanza dall'omonimo e primogenito disco della banda Newyorkese, andava studiato per bene prima di trasmettervi opinioni inesatte, o meglio incomplete. Certo, tutti i dischi andrebbero ascoltati e riascoltati prima di scrivere qualcosa a loro riguardo, ma alcuni di più. E il disco dei Valley Lodge, visto quello che il loro album precedente rappresenta per tutti i fanatici del powerpop, indubbiamente necessitava di qualche riflessione supplementare.

Il punto è questo. L'album d'esordio giunse come un abbaliante regalo inaspettato durante l'autunno del 2005, e ancora oggi è saldamente al primo posto nella mia (e non solo nella mia) classifica riguardante i migliori album di puro powerpop del decennio corrente. In casi come questo le aspettative dell'ascoltatore hanno enormi possibilità di rimanere deluse, perchè partire con un capolavoro ed avere poi "l'obbligo morale" di pareggiarlo porta dritti alla crisi del secondo album, al "sophomore slump", come dicono gli americani riferendosi ai dischi rock'n'roll e alle ex matricole del campionato NBA che si apprestano ad affrontare la stagione della consacrazione. Ebbene, ad un primo ascolto la delusione è stata fortissima, incredibile, devastante. Ma come è possibile, mi dicevo. Uno dei lavori che più ho atteso negli ultimi anni non può essere così privo di spunti, uguale a se stesso, unidimensionale. E ancora, come scritto da Steve di Absolute Powerpop nella sua recensione di Semester At Sea (emotivamente molto molto simile a quello che penso e ho pensato io), dove sono finiti gli estrosi e divertentissimi falsetti che Dave Hill estraeva a sorpresa dal cilindro a metà strofa? E quei ritornelli-capolavoro? Non poteva essere così. Devo ascoltarlo ancora. Dargli tutte le possibilità che si merita, pensavo. Solo quando sarò più che sicuro di quello che penso screditerò un disco dei Valley Lodge.

Ho fatto bene. Perchè il ragionamento che stavo facendo seguiva un binario sbagliato. Dave Hill e John Kimbrough semplicemente non hanno tentato di fare un sequel del loro primo album. Una scelta coraggiosa e giusta, perchè avrebbero rischiato di rimanere schiacciati dal loro stesso capolavoro. Hanno imboccato una strada differente: il suono è più duro, più veloce, più glam. Le melodie, ancora poderose e stuzziacate dal genio vocale di Hill, rimangono più nascoste dietro ai granitici muri di chitarra ma ci sono, eccome se ci sono, e risplendono come quattro anni fa. E' vero, i falsetti random, marchio di fabbrica di "Valley Lodge", vengono utilizzati con parsimonia, ma quando irrimediabilmente irrompono nel mix ci fanno ricordare perchè la band rappresenta - ancora oggi - una delle massime espressioni del powerpop dell'ultimo lustro e non solo.

Parlo a chi, come me, ha amato e consumato a furia di ascolti il loro primo disco. Non commettete l'imperdonabile errore di abbandonare Semester At Sea dopo i primi asscolti perchè sarebbe delittuoso. E perdereste l'opportunità di adorare uno dei pezzi d'apertura più melodicamente devastanti a memoria d'uomo come Break Your Heart. Di muovere il testone trascinati dagli impagabili riffoni di The Door, It's A Shame e If You Love Me. Di cantare a squarciagola l'incredibile Comin'Around, che sul primo album sarebbe stata a pennello. Di gioire, in ogni caso (e anche in questo sono assolutamente d'accordo con Steve di AbPow) ascoltando uno dei migliori dischi di questo 2009.

E' superfluo dire, ma lo scrivo lo stesso, che qualsisi problematica relativa all'ascolto di Semester At Sea non toccherà chi non ha avuto la fortuna di sentire il primo Valley Lodge. In tal caso, è probabile che inizierete subito ad amare questo stupendo disco. E'chiaro che il percorso a ritroso è molto meno irto di ostacoli, e assimilare il capolavoro del 2005 sarà facile come bere un bicchier d'acqua. Un pò vi invidio.

mercoledì 15 aprile 2009

Disco del Giorno 15-04-09: The Campbell Stokes Sunshine Recorder - Makes Your Ears Smile (2009; Jack O' The Green)

Sembra che la gentilezza, la pacatezza e la caratteristica di esprimere concetti ostentando un sereno sorriso sulle labbra siano sempre stati fattori nemici del rock'n'roll. Essendo un "popper" fanatico, non ho mai condiviso tutto questo. E tanto meno l'ha condiviso, durante tutta la sua luminosa carriera, Andy Morten. Chi è Andy Morten? Credo e spero che almeno qualcuno tra voi abituali lettori di UTTT ne abbiano sentito parlare in passato. Andy, infatti, è stato il batterista dei Bronco Bullfrog, una delle migliori guitar pop bands Britanniche degli ultimi quindici anni. Un gruppo a cui ancora e soprattutto oggi - a cinque anni dal loro ultimo lavoro di studio Oak Apple Day - sono molto affezionato. Anche perchè, oltre ad aver amato i loro splendidi dischi e l'eccezionale sensibilità delle loro canzoni, ebbi la fortuna di conoscerli a Londra nell'estate del 2002 ad un set acustico che tennero dalle parti di Denmark Street.

Io e il mio compagno di viaggio (che poi addirittura scattò al gruppo la foto presente nel booklet del loro "best of" What People Did Before TV) dopo il concerto ci sedemmo al loro tavolo per quattro chiacchere e quattrocento birre, e addirittura i Broncos ci invitarono alle loro prove il giorno seguente. Fu un'esperienza indimenticabile che rafforzò la stima e la passione verso la band, mi spinse ad intervistarli per la mia fanzine cartacea dell'epoca e mi permise di capire molte cose riguardanti l'etica e l'essenza del pop che fino ad allora mi erano sfuggite. Capii che si possono trattare anche temi scuri e tormentati senza per forza fare la faccia depressa. Scoprii decine di gruppi ed artisti sixties che mai avevo sentito nominare.

Capirete perchè è con sommo entusiasmo che annuncio l'uscita del primo disco da solista di Andy Morten (che dei Bronco Bullfrog era batterista e principale compositore), intitolato Makes Your Ears Smile ed attribuito allo pseudonimo The Campbell Stokes Sunshine Recorder (che ho scoperto essere un rilevatore della luce solare ideato da John Francis Campbell nel 1853). Andy, dietro giustificate pressioni di amici e parenti, ha ri-registrato i dieci brani che compongono l'album tra il 2oo6 e il 2007, pescando dall'infinito repertorio di demo scritte nel corso degli anni per i suoi gruppi (oltre ai Bronco Bullfrog ci sono anche i grandi Nerve) e poi per vari motivi abbandonate. Quello che ne è venuto fuori è un grandissimo album, e del resto di dubbi ne avevo pochi. La prima traccia, brillantemente intitolate Track One, disegna il tracciato ad altri nove brani che non esito a definire sontuosi. Il brano è un concentrato di powerpop impeccabile da due minuti e mezzo durante il quale Andy spiega con passione la propria visione della musica pop. E ad un inizio così sconvolgentemente bello non potevano che seguire altri episodi che rasentano la perfezione. E infatti le tracce numero due e numero tre sono impressionanti. She Looks Good In The Sun, con quei tipici coretti che mi fanno tuttora adorare i Bronco Bullfrog, è un esempio preciso di come dovrebbe suonare un brano sunshine brit pop. Tony Hazzard, una fillastrocca introdotta da un geniale kazoo dedicata al "celebre" songwriter sixties Inglese, è forse il mio brano preferito dell'intero disco poichè evidenzia al massimo le caratteristiche di dolcezza e raffinata semplicità che da sempre mi fanno amare il songwriting di Andy.

Makes Your Ears Smile è un gioiellino che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stato considerato un piccolo capolavoro e che invece, anche questa volta, non riuscirò a capire come mai nessuno lo degnerà di un ascolto. Vorrà dire che come al solito in pochi beneficeremo di potenziali singoli spacca-classifiche come Bye-Bye Mrs Bumble e del suo ritmo incalzante da powerpop ante-litteram. Oppure della mini-suite Everybody Loves The Good Times, quattro brani in uno memori dei migliori Pretty Things. E poi, tanta altra roba: Feel the Sunshine, pauroso incrocio tra jingle jangle e (ovviamente) sunshine pop; Olivia's Plaything, dalle sublimi cadenze Americana; TV Jingle Man, altro esempio incredibile di sixties powerpop all'enesima potenza.

Ho citato otto brani su dieci e You Can Make Me Smile e No Name #7, le canzoni che completano il disco, non è che siano da meno, anzi. Credo però di avervi già dato fin troppe informazioni, e qualcuno tra voi avrebbe già dovuto abbandonare la recensione da un pò per fiondarsi al primo mailorder specializzato per ordinarne una copia. Perchè quello di cui vi sto parlando è un lavoro mostruoso che - poco ma sicuro - finirà nella top ten di fine anno. Il suo Andy l'ha fatto, eccome se l'ha fatto, ora tocca a voi. Sappiate che la redazione di Under the Tangerine Tree rimborserà chiunque non sarà soddisfatto dall'acquisto dell'album.

martedì 31 marzo 2009

Argentinian powerpoppers!

Il powerpop è un "prodotto" sempre più globale, ancorchè di estrema nicchia. Nel corso di quest'anno e mezzo di vita abbiamo parlato di gruppi provenienti da ogni dove, ma non ci aspettavamo di trovarci a trattare contemporaneamente tre grandissimi gruppi provenienti dalla terra di Maradona, Manu Ginobili e Leo Messi. Che sia l'alba di un'esplosione del nostro genere preferito simile a quella che abbiamo visto nascere (e continuiamo a veder progredire) in Spagna? E' presto per dirlo, forse. Ciò che è sicuro è l'evidente qualità di tre album usciti tra il 2008 e il 2009, uno dei quali sarà secondo UTTT uno dei dischi definitivi di quest'anno. Ma andiamo a scoprire con ordine questa nuova, inaspettata ed elettrizzante ondata di "Argentinian powerpop"!

Baby Scream - Ups and Downs (2008; F.W.A.C.). Baby Scream è sostanzialmente un one-man-thing gestito da Juan Mazzola, argentino purosangue trapiantato a Londra. Il suo disco d'esordio è il classico esempio di album che avrebbe meritato un posto nella mia classifica di fine 2008, ma purtroppo l'ho scoperto troppo tardi. Mi perdoni, Juan, perchè il suo disco è un eccellente esempio di pop acustico immerso capo e piedi nel tepore dei tardi anni sessanta. Tra le proprie influenze il signor Mazzola cita Marc Bolan, Teenage Fanclub e Radiohead. Io i Teenage Fanclub (i primissimi Teenage Fanclub) effettivamente li sento durante Walls Crumbling Down. Bolan così così. I Radiohead, per fortuna no. Meno Male. Sento invece una psichedelia soft ammodernata alla maniera dell'ultimo Rick Gallego nella piccola perla Suddenly, mentre nell'acustica One More Chance lo stile ed il timbro di voce mi riportano al Robert Harrison periodo The Big Picture o alle cose più "laid-back" dei Deleted Waveform Gatherings. La title-track è un esercizio acustico classico fatto molto bene e molto poco retorico, ma Juan Mazzola sa il fatto suo anche nelle rare volte in cui alza il volume delle chitarre, così Everyday (I Die A Little Bit) è una gradevolissima canzone che mi farebbe pensare agli Strokes, se Julian Casablancas fosse un powerpop songwriter. Per favore, garantite a Juan un ascolto. Nessuno se ne pentirà. (www.myspace.com/babyscream)

The Kavanaghs - The Kavanaghs (2009; Eternal Sunday records). Provengono invece da Rosario i Kavanaghs, sensazionale quartetto formato da Alejandro Pin, Diego Vazquez, Tiago Galindez e da Julio Leidi. Il loro omonimo album d'esordio - non ancora pubblicato ma che il gruppo mi ha gentilmente mandato in "preview" - sarà ricordato negli anni a venire come uno dei classici del 2009. La miscela che i Kavanaghs propongono affonda le radici nella miglior tradizione Beatlesiana d'annata, con riferimenti spicci al periodo Help!/Rubber Soul/Revolver e a tutto quello che i tre capolavori citati hanno lasciato in eredità ai lustri seguenti. Ergo: dosi massicce di Pete Ham sound e di Badfinger in generale nel mezzo di squisiti spaccati di grande pop music come il singolo All The Time, oppure come l'apertura killer The Wrong Side Of The Way. Alcuni brani, tipo Friday On My Mind, che già per l'omonimia con il capolavoro che tutti conosciamo bene merita una menzione d'onore, mi lasciano addirittura allibito. Per struttura dell'incredibile songwriting e per le nenie melodiose e beatlesiane fino all'osso. Tra gli altri brani favoriti (difficili da scegliere vista la qualità generale) si collocano la McCartiana You Know, il powerpop sospeso tra Raspberries e soprattutto Records di The Simple Things, la spassosa e teatrale Hyde Park e la summa del vocal pop sessantista Beachboysiano di It Seems That I'm Not Getting Things Quite Right. Voci magnifiche, strumentazione ed etica di scrittura rigorosamente vintage ma, soprattutto, grande classe e grandissime canzoni. Ripeto, The Kavanaghs sarà uno dei grandi dischi del 2009 e il suggerimento, benchè ovvio e scontato, è necessario: non lasciateveli scappare! (www.myspace.com/thekavanaghs)

Vinilo - Vinilo (2008; autoprodotto). Spulciando e studiando il nuovo movimento powerpop argentino mi sono imbattuto nei Vinilo. Sono venuto a conoscenza della loro esistenza non molto tempo fa leggendo una recensione del loro omonimo disco sulla bibbia, ossia il catalogo online che Bruce Brodeen stila ogni due settimane circa per la Not Lame. Ancora non posseggo fisicamente il disco completo, ma spero di riuscire ad acquistarlo quanto prima, perchè da ciò che si intuisce ascoltando i brani sulla pagina MySpace del gruppo non dev'essere niente male. I Vinilo, un "quattro teste" composto da Hernan Burset, Fernando Cerone, Emiliano Rojas e Ricardo Verdirame, a differenza dei ricercati ed eleganti Baby Scream e Kavanaghs suonano quel tipo di powerpop potente, divertente e caciarone che unisce il tradizionale stile di gruppi come i Knack e - per certi versi - gli ELO alle chiassose chitarre di certo glam anni 70. Se avete gradito i dischi di recenti gruppi "motown" come Romeo Flynns, Respectables e non vi dispiace se il vostro pop è macchiato da qualche chitarrona alzata un pò più del dovuto, qui c'è pane per i vostri denti. Il cantato è in spagnolo e loro sulla copertina appaiono saltellanti, cazzari ed accompagnati da flying V in bella vista. Tre elementi che non lasciano alcun dubbio: powerpop energico, casinista e disimpegno puro. Grande la cover di No Matter What. Altra bella scoperta. (www.myspace.com/vinilo99)

sabato 21 marzo 2009

Disco del Giorno 21-03-09: Modern Skirts - All Of Us In Our Night (2009; autoprodotto)

Le gonnelline moderne furono uno storico simbolo di un'epoca rivoluzionaria. I Modern Skirts, quattro ragazzi da Athens, Georgia, città sudista da sempre al servizio della patria quando si tratta di covare grandissime pop bands, non sono propriamente rivoluzionari. Semplicemente, sono una delle migliori formazioni di pop puro che io abbia sentito negli ultimi anni. Il disco con cui esordirono nel 2005, chiamato Catalogue Of Generous Men, mi aveva lasciato di stucco - in senso buono - e la gioia con cui ho accolto il pacco inviatomi dalla Team Clermont e contenente questo nuovissimo All Of Us In Hour Night è stata indescrivibile.

Si si, però che cosa suonano? Essenza di musica popolaresca sgrezzata e raffinata all'ennesima potenza da composizioni cristalline, essenziali e gloriose. La formazione base composta da voce, basso, piano e batteria (la chitarra è occasionale) caratterizza fortemente il sound del gruppo. Così è persino ovvio, ma sorattutto piacevole, ascoltare le luminose melodie pianopoppistiche di derivazione Folds / Argument della fantastica apertura Chanel e del brano più in vista del lotto, l'incredibile Radio Breaks che - anche per assonanza con il titolo - è il classico brano "radio-ready". Il suono e le atmosfere sono assolutamente adorabili anche quando vengono fuori le chitarre e contestualmente il feeling scende a compromessi elegantemente minimali. Così Soft Pedals è una graziosa nenia acustica che sembra tratta dal primo Kings Of Convenience, e la canzone-gemella Chokehold, che immediatamente segue, riduce un grande ritornello ai minimi storici, così come ridotta all'essenziale è la geniale batteria elettronica che ne sorregge l'architettura.

Uno spettacolo per le orecchie, e fa niente se qualche critica superficiale di troppo è venuta fuori dalle recensioni del disco che ho letto. Perchè All Of Us In Our Night è chiaramente un album al di sopra di ogni sospetto. Che mai si adagia su se setesso e anzi continua ad innovarsi ed innovare. L'obliqua Yugo, per esempio, potrebbe essere un' outtake - perchè chiamarla scarto sarebbe molto offensivo - di The Great Escape dei Blur, mentre in Face Down vedo chiaramente riflesso nello specchietto retrovisore il Rivers Cuomo ai tempi di Pinkerton (e, del resto, in Everyday ci vedo il Rivers leggermente meno afflitto del Blue Album). E se Motorcade, da cantare a squarciagola ubriachi fuori da un pub nel calore della Georgia settentrionale, è addirittura reminescente di Billy Bragg, Conversational è una filastrocca lo-fi per chitarra acustica che mi procura brividi e lacrime di gioia.

I Modern Skirts sono il classico gruppo che non avrebbe alcun problema a sfondare nelle radio, perchè sono fatti apposta e - cosa non trascurabile - suonano, scrivono e cantano meglio del 98% degli "artisti" diffusi in modulazione di frequenza. Forse un tentativo di non oscurarli è stato fatto, visto che alla produzione collaborano nientepopòdimenoche Mike Mills (si, quello dei R.E.M.) e Dave Lowery (si, quel Dave Lowery) ma, tutto sommato, non mi dispiacerebbe custodire insieme a voi un piccolo segreto come questo ancora per un pò. Ah, dimenticavo: All Of Us In Our Night è il secondo grande disco 2009. Due su due, sembra che l'annata sia adatta ad un altro ottimo raccolto.