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venerdì 7 agosto 2009

Disco del Giorno 07-08-09: The Simple Carnival - Girls Aliens Food (2008; Sundrift)

Esistono artisti che in quaranta minuti sono in grado di cambiare decisamente l'umore di una persona. In meglio. Uno di questi è senz'altro Jeff Boller, che dietro alla pseudonimo The Simple Carnival ha realizzato un album, Girls Aliens Food, meritevole di lode e bacio in fronte. Un piccolo capolavoro, nel suo genere, e neanche tanto piccolo, poi. Un disco uscito nel 2008 che, diciamocelo, sarebbe entrato di prepotenza nella top 15 dello scorso anno, se lo avessi scoperto per tempo. Il vostro spirito ha bisogno di una sana dose di soft pop? Prego, servitevi. Jeff non aspetta altro, anche perchè Girls Aliens Food "doesn't rock, it pops!".

Il debutto di Simple Carnival è uno di quei prodotti che definire DIY è poco. Concepito, suonato e prodotto da Jeff nella sua casa di Delmont, Pennsylvania. Il parto sontuoso di un'idea ambiziosa, l'opera perfetta di un architetto pop indipendente con la mente calata nei più tiepidi anni Sessanta. Un concentrato di lussureggianti dipinti che non avrebbero sfigurato nella galleria del tardo Brian Wilson, ed avrebbero fatto scalpore in una mostra che avesse ospitato le opere di Bacharach e Todd Rundgren. Senza scherzi. Riferimenti moderni, dite? Bene, non so se per provenienza geografica, oppure perchè lo ha scritto il maestro Bruce Brodeen nella sua recensione del disco, il timbro di voce e la struttura melodica dei brani riporta alla mente - scusate se esagero - i Cherry Twister dei momenti più teneri oppure, ancora meglio, il tranquillo e geniale Steve Ward di Opening Night. Poi magari sono solo impressioni personali, ma io un disco così lo prendo e lo classifico al volo tra le migliori cose "strettamente pop" uscite da qualche anno a questa parte.

Girls Alien Food è un disco raffinato e strambo al quale ci si affeziona subito. L'apertura Really Really Weird è un'ipotetica istantanea di Ben Folds impegnato in un corso di sunshine pop retto da Brian Wilson. Keeping It Quiet, che poi è anche il mio pezzo preferito della collezione, rappresenta il momento in cui il canto di Boller si avvicina di più a quello vellutato ed indimenticabile di Steve Ward, mentre Caitlin's On The Beach, come si può immaginare, è un intelligente frammento di pop da spiaggia. Le stranezze di Jeff di tanto in tanto vengono fuori ma non disturbano, anzi. Così Cocktails è un'escursione strumentale pseudo-bossanova con tanto di kazoo in primo piano, e la strepitosa Over Coffee And Tea, dagli arrangiamenti realmente geniali, riesce a trovare la sintesi tra Brian Wilson, certe sensazioni "latine" e Paul McCartney, impacchettando il tutto in un'atmosfera tipicamente musical. Da provare assolutamente. Il resto è pop music d'avanguardia di grande categoria: Flirt, vocal pop etereo e vagamente trippy alla moda dei primi Cosmic Rough Riders; Nothing Will Ever Be As Good, estemporaneo e riuscitissimo intervallo acappella; Misery, altro pregiato gioiello del disco con il suo imperdibile botta e risposta nel ritornello condito da uno splendido gioco di sintetizzatori.

Voglia di pop stravagante e fuori dai canoni? Che però sia molto fruibile e si lasci cantare volentieri sotto la doccia? Ordinate subito Girls Aliens Food. Che disco, gente.

sabato 24 gennaio 2009

Disco del Giorno 24-01-09: Tenniscourts - Dig The New Sounds Of Tenniscourts (2008; The Sweet Science records)

Parlavamo della deadline, il giorno oltre il quale nessun disco sarebbe stato preso in considerazione per la classifica sul meglio del 2008. Fortunatamente all'ultimo istante utile mi è stato recapitato il nuovo album dei Tenniscourts, che un posticino in quota lo meriterebbe. I Tenniscourts, il cui primo album è stato osannato su queste pagine poco più di un anno fa, sono la creatura di Wes Hollywood, un'autentica icona nella scena powerpop di Chicago e in tutto il midwest. Scrivendo del loro lavoro d'esordio avevamo tentato di definirne il sound parlando di "Kinks filtrati e riprogrammati dall'esperienza del punk" o qualcosa del genere, ma se quella frase è ancora attuale ed adattabile a questo Dig The New Sounds Of Tenniscourts, bisogna riconoscere che c'è molto, molto di più.

Quello che è sicuro: ascoltando i Tenniscourts non salta all'occhio la provenienza geografica. Ascoltando i Tenniscourts si ha l'idea di una band di appassionati musicisti cresciuti ingollando enormi dosi di brit sound, e per brit intendo si Ray Davies, ma anche un bel pò di psichedelia leggera e guai a tralasciare l'epopea del brit-pop anni 90. Si sente subito. Forever True è una bomba ad orologeria di matrice inequivocabilmente Gallagher (provateci, a darmi torto), dove i fratelli Oasis sono però annegati in un barattolo di confettura powerpop. E se la partenza è maestosa, quello che segue non è da meno. Wes e i ragazzi (per la precisione, completano la lineup Spencer Matern al basso, Tom Shover alla batteria e Chris Thomson alle tastiere) adorano la concisione e sono dotati d'invidiabile capacità di sintesi: i brani non durano quasi mai più di tre minuti, ma quando c'è un songwriter come Hollywood, uno in grado di scrivere in venti secondi quello che ti rimane in testa per una settimana, non c'è tempo da perdere.

La sensazione generale che aleggia è essenzialmente una: tredici pezzi che fanno un gran bel disco, ma che prima di tutto stanno in piedi alla grande da soli. Wes Hollywood mi da l'idea di uno che ha selezionato tredici brani e ne ha lasciati fuori almeno cinque con cui svariate bands avrebbero marciato per qualche tempo. Comunque, tra quelli finiti sull'album, voglio segnalare perlomeno Nicotine Nights e Turn The Tide, dal sopracitato sound "kinks-post-frullatore punk" e il singolo Swimming Pool, powerpop classico dalle melodie abrasive. Ma anche il Ray Davies più giocondo che riecheggia nella spassosa Ordinary Life. E non posso tralasciare il Costello-sound di Love In The Night, oppure il fantastico mid-tempo di Falling, con quelle armonie "storte" che fanno tanto parapsichedelia britannica e quella chitarrina in levare durante una strofa da perdere la testa. Assolutamente da non perdere, infine, la chiusura affidata alla commovente Sleeping Animal e, in particolare, The Grove, puro brit-pop per il terzo millennio, con un cantato d'eccezione ed un ritornello, per così dire, spaccaossa.

Adesso che ci penso non prendo in mano una racchetta da tennis da quasi dieci anni, ma rimango un grande appassionato da poltrona. Ovviamente, grazie a grandi dischi come Dig The New Sounds Of Tenniscourts, ed alla vigilia della seconda e decisiva settimana degli Australian Open in corso a Melbourne, è sempre un piacere dare un'occhiata (ed un ascolto) ai Tenniscourts.

mercoledì 7 gennaio 2009

Disco del Giorno 07-01-09: White Star Liners - The Rural Electrification (2008; autoprodotto)

Non sono un fanatico della sperimentazione ad ogni costo. Non sono nemmeno un conservatore, ci mancherebbe, mi piacciono le nuove intuizioni e gli esperimenti quando sono fatti con gusto e cognizione. Tuttavia, nutro un'invincibile animosità nei confronti del fondamentalismo avanguardista e, in genere, verso tutti i generi musicali che si fregiano del prefisso "post". Ma post de che? Ci vuole talento, è troppo facile farsi solleticare dai commenti positivi di una stampa che aspetta solo la nuova sperimentale cazzata da dare in pasto agli ignari lettori. Qualcuno, però, fortunatamente, il talento per fare musica anticonvenzionale ottenendo dei risultati fantascientifici ce l'ha, per esempio ne sono dotati in quantitativi smisurati Jim Duncan e James Harvey da Liverpool, i White Star Liners.

Un grandissimo gruppo indipendente, autore di un album sensazionale ed inaspettato, uscito alla fine dell'anno e per questo ancora in tempo per fare sfracelli nel "best of 2008", dove si insedierà in una posizione tra le prime venti, se mai riuscirò a completare la classifica. Un disco, The Rural Electrification, dove si sperimentano nuovi percorsi e si innovano le grandi tradizioni della musica popolare, con grande rispetto e notevole capacità, però. I White Star Liners devono averlo studiato con precisione e pazienza certosina, quest'album di debutto. I suoni sono curati nei minimi dettagli, gli arrangiamenti e le sfumature di ogni sorta sono pennellati con tecnica, perizia ed amore per la materia, mentre gli accostamenti - spesso parecchio arditi - tra strumentazioni acustiche di matrice inevitabilmente folk e drumming elettronico sono costruiti con una delicatezza che definire sublime è perfino riduttivo.

The Rural Electrification inizia con una sommessa pianola che introduce Building Impossible Flying Machines ed incede per quattro minuti di etereo folk ristrutturato da stravaganze sintetiche e campionamenti sfumati, che fanno venire in mente i momenti più quieti dei Future Clouds And Radar. Digging For Bombs, invece, è un brano essenzialmente powerpop debitore dei Blur durante la strofa-capolavoro e addirittura dei migliori Silversun nel ritornello, vi giuro che è vero e non potete immaginare quanto sia bello poterlo dire. Se Keep Calm and Carry On è un'acustico in chiave sessantista con una sezione ritmica in qualche modo influenzata da un certo country d'annata, Tyre Pressure Was The Least Of His Problems è il capolavoro assoluto dell'intero disco: uno spaccato di Elliott Smith contaminato da una sublime batteria elettronica, camuffato da suoni e rumori delicatamente sintetici e travolgente nelle spaventose linee vocali.

L'indimenticato Elliott da Portland guida il sogno di Jim Duncan anche in The Cruellest Graveston, che richiama all'ordine anche alcune sonorità tipiche di quello che, all'inizio del millennio, furoreggiava sotto le insegne di "new acoustic movement"; ed un altro pezzo francamente eccezionale si chiama Sleep Like Stones, una travolgente cerimonia up-tempo che pesca dalla tradizione folk sessantista esibendo stacchi e bridge intellettualmente così avanti da mettere sotto tante, tantissime produzioni indie attuali.

I dodici episodi di Rural Electrification sono uno più incredibile dell'altro e le sorprese sono disseminate in ogni dove. Ascoltare, tanto per gradire, Bugs and Flames che, se non fosse per il drumming ostentatamente elettronico, potrebbe sembrare un pezzo dei Weezer periodo Green Album, quando ancora erano dotati di quell'inconfondibile guizzo melodico. E già che ci siete, godete senza remore del classicissimo sunshine folk strimpellato in Birthday Banners And Christmas Shivers per poi tuffarvi contro un nuovo muro di chitarre e melodie eccezionali stile Grandaddy nel penultimo atto, chiamato Dimmer Then Explode.

La definizione che gli stessi White Star Liners danno del loro suono sulla pagina MySpace della band è fantastica e ve la cito: "come suona? come un bitter tiepido gustato in un giardino di un pub del Sussex in autunno". Forse un pelo troppo immaginifico, ma può rendere l'idea. Aggiungo che, se i giornali musicali mainstream dessero loro spazio, potrebbero diventare delle potenziali star, e a pieno merito. Delicati, inusuali, affascinanti. Un grande disco consigliato a tutti.

sabato 3 gennaio 2009

Disco del Giorno 03-01-2009: Suinage - Shaking Hands (2008; Produzioni Sante)

Cerchiamo di iniziare alla grande questo 2009, per Dio! Io provo a darvi una mano presentandovi il nuovo disco di un'altra grande band Italiana. Chi sono? Ma i celebri Suinage, of course! La band arriva da Cantù, profonda Brianza, e Shaking Hands è il loro secondo lavoro di studio, che giunge ad oltre tre anni di distanza dall' ottimo extended play d'esordio 99 Things I Ignore. Il completamento dell'album ha richiesto mesi e mesi di attesa, ma adesso che finalmente è nelle nostre mani (anche se in realtà ho solo i files mp3, Ariel, sto ancora aspettando una copia) possiamo tranquillamente dire che non abbiamo aspettato invano. Anzi, direi proprio che ne è valsa ampiamente la pena.

E' sempre molto molto difficile recensire un disco quando si conoscono le persone che l'hanno fatto, perchè il rischio di sconfinare nella partigianeria è sempre dietro l'angolo. Per fortuna i ragazzi mi tolgono dall'imbarazzo, visto che Shaking Hands non solo è un ottimo disco, ma è un lavoro particolare, diverso e ricco di spunti, che per questi ed altri motivi potrà essere apprezzato sia dai seguaci regolari di questo blog, sia da chi non fa del pop una vera e propria ragione di vita.

Dicevamo, un lavoro particolare, pieno di invenzioni e molto intenso. Originale, soprattutto, nelle cose e nei suoni. Pilli Colombo (voce e chitarra), Ariel Dotti (basso) e Flavio Torzillo (batteria) costruiscono, urlano ed inventano un nuovo modo di suonare powerpop pur partendo da esplicite influenze che non di rado esplodono qua e là, senza che mai, nemmeno lontanamente, si sfiori la tentazione del plagio. Quello che colpisce al primo ascolto sono gli arrangiamenti che non ti aspetteresti, il grande lavoro sulle chitarre e lo stile di canto di Pilli Colombo. Bruce Brodeen (che se qualcuno ancora non lo conosce è il BOSS della Not Lame ed uno dei miei mentori assoluti in materia powerpop) afferma da tempi non sospetti che il cantato dei Suinage è un qualcosa di sospeso tra il Joe Jackson dei primi due album ed Adam Marsland. E, a prescindere dal fatto che mai avrei le palle di contraddire Bruce, devo ammettere che il punto è centratissimo. Si tratta, infatti, di uno stile di canto parecchio aggressivo, che caratterizza fortemente dodici brani sostanzialmente powerpop, anche se nel caso del trio canturino forse sarebbe più giusto parlare di power-rock'n'roll, potente e "sentito", che pesca più dalla filosofia che dal repertorio Replacements (fans del classico Westerberg sound prestate attenzione a questo disco) rivoltandola tuttavia come un calzino.

Un fantastico e potente riff di chitarra introduce la strepitosa apertura Toothbrush, che con la successiva Don't Pass Me By costituisce un uno-due d'esordio anfetaminico, muscolare, devastante pur nella sua movimentata melodicità, ed apre lo spazio ad altri dieci episodi senza cadute di tono, dove la tensione resta altissima. Anche nei brani più orientati verso vaghi scenari pop come Chump e Blacklist, dove emerge prepotente l'infatuazione che i ragazzi provano nei confronti dei Lemonheads, che diventa tripudio amoroso nei brani leggermente più tranquilli (si fa per dire), come All Eyes On Me, Underneath The Lives e la conclusiva There's No Time dove l'influenza anche del Dando solista diventa la stella polare e allo stesso tempo punto di partenza per altri tre piccoli gioielli sonici. Il bello dei Suinage è che riescono a far convivere quelli che sembrano essere gli opposti del rock'n'roll. L'attitudine, le melodie, i giri di chitarra dichiaratamente pop; appena accanto la voce urlata, l'assenza di filtri, la potenza estrema della sezione ritmica. E lo fanno all'interno dello stesso lavoro con una coesione che non si vede tutti i giorni. Provateci, voi, a far coesistere la quieta e poppeggiante July con la devastante title-track e con Dave, entrambe in equilibrio tra le ruvidezze della motown e la Minneapolis dei 'Mats, due brani eccelsi dove un grande lavoro di chitarra fa da contrappunto ad un basso dritto, compatto e compulsivo.

Sono orgoglioso di dire che con Shaking Hands ho trovato un grande album Italiano da inserire nella classifica dei migliori lp 2008, non so ancora in che posizione, ma di sicuro non è poco. La "scena" sta migliorando, bravi ragazzi, avanti così. Dischi come quello dei Suinage, con le recensioni che ottengono su fondamentali siti Americani, offrono un grande servizio a tutto il nostro insensibile e superficiale ambiente, giovando francamente parecchio. Stringiamo (e baciamo) le mani.

sabato 27 dicembre 2008

Disco del Giorno 27-12- 08: The Brilliant Mistakes - Distant Drumming (2008; Aunt Mimi records)

Una settimana di pausa per gestire gli impegni festivi è stata purtroppo necessaria, ma per farmi perdonare vi presento un album che dovreste segnare subito sulla vostra agenda nella sezione "prossimi acquisti". Ci sono sempre stati dischi che inizialmente non degnavo di uno sguardo ma che poi, per fortuna, mi sono "cresciuti addosso" fino a diventare indispensabili. Ce ne sono altri, invece, che sono entrati subito, di prepotenza, nel mio cuore. Al Primo ascolto. Al primo accordo. Ebbene, sono felice di affermare che Distant Drumming, il terzo lp dei newyorkesi Brilliant Mistakes (grandissimo nome, tanto per cominciare. Under The Tangerine Tree invierà un regalo a sorpresa a chi indovinerà da dove è stato preso), appartiene alla seconda categoria, e sebbene debba ancora ascoltare tanti (troppi?) dischi 2008 prima di compilare la temibile top 100, sono sicurissimo che entrerà a far parte dei primi cinque posti in classifica, probabilmente molto in alto.

Chi legge da qualche tempo questo blog sa che il mio genere preferito dopo il pop è l'americana, dunque chiunque riesca a mixare con successo le due cose, tendenzialmente diventa un autore gradito da queste parti. I Brilliant Mistakes, che ci crediate oppure no, sono il miglior gruppo in questo senso dell'anno, e forse non solo di quest'anno. Ogni singolo brano, tra i dieci che compongono Distant Drumming, è roba da emozioni forti. Le voci di Alan Walker (tastiere), Erik Philbrook (basso) e Paul Mauceri (batteria) si trovano con facilità disarmante, creando lussureggianti e raffinatissime strutture armoniche a tre parti, mentre il sound, spesso posato su gloriose strutture di Fender Rhodes ed Hammond B3, per tempi e cadenze si abbevera all'inesauribile fonte della storia alt.country americana. Il risultato dell'operazione, ancorchè intuibile, è sorprendente, davvero sorprendente, per gusto e freschezza, e la suprema abilità nella scrittura del trio di Brooklyn fa il resto. Le canzoni, come diciamo sempre, sono la sola cosa importante, e quelle di Distant Drumming fanno battere il cuore come poche volte accade.

L'ottimistica scoperta del mondo visto dagli occhi di un bambino di The Day I Found My Hands apre la serie, e cattura in un'istantanea di tre minuti il suono della band, ossia un concentrato melodico di ispirazione Squeeze posato con inusuale grazia su tempi e tempistiche americane foraggiate dai tardi Jayhawks. Walker, Philbrook e Mauceri suonano principalmente per loro stessi, esclusivamente per divertirsi e si sente. I brani esprimono gioia anche quando sono tristi ed evocano emozioni impagabili quando sembrano votati al completo disimpegno. Monday Morning, dallo spirito ovviamente country, presenta alcune linee armoniche che fanno pensare ad un possibile grande potenziale radiofonico, mentre Becoming è un prezioso e stravagante frammento sospeso tra le confidenti improvvisazioni pop di autori alla Matt Costa ed arrangiamenti easy che sconfinano nel lounge e nel bossanova. Ma la canzone migliore del disco, e una delle migliori dell'anno, si trova alla traccia numero quattro. La riflessiva parentesi di bilancio personale A Good Year For A Change, è lo spettacolo nello spettacolo, un commovente spaccato di perfezione pop, che ricorderebbe un introspettivo John Lennon se John Lennon fosse stato un autore americano.

I brani di Distant Drumming hanno un solo, essenziale "problema": quando ne finisce uno si rimane con la voglia di ascoltarlo altre sei volte, invece parte quello successivo che lascia la medesima sensazione e così via. Per questo motivo, benchè abbia ricevuto il disco un mese fa, ne parlo solo ora. E' stato fisso nell'autoradio, semplicemente non riuscivo a toglierlo. Perchè sono solo dieci canzonette, vero. Ma dieci canzonette irrinunciabili. Tra le altre, The Circle's Not Broken, il brano più energetico del lotto, e poi la commovente Water Falling Down, stupenda e fragile ballata dove la splendida voce di Walker è sorretta solo da delicati fraseggi di pianoforte e mandolino. E nemmeno è possibile tralasciare gioielli come The Words, piano-pop di grande classe e matrice Benfoldsiana, il pop & roll di Time In The Night e men che meno la stupenda Let's Pretend, saltellante americana a tre voci che mi ricorda la classe e l'ironia di grandi bands contemporanee come i Junebug. La chiusura è affidata alla soffice ballata Wake Up Your Heart, e come potete vedere, ho citato tutti i brani in scaletta.

Spero che questa recensione lasci trasparire almeno una parte della passione con cui è stata scritta. Non dovreste farvi ulteriori domande, né io dovrei dare ulteriori spiegazioni. Poi, è questione di gusti, ma se nella vostra dieta amate inserire del pop corretto in chiave americana non esitate ad acquistare subito il disco dell'anno.

lunedì 8 dicembre 2008

Disco del Giorno 08-12-08: The Smith Bros - Restless (2008; autoprodotto)

Attenzione, stiamo per parlare di un grande disco powerpop. I fanatici del genere nella sua accezione più pura stanno per incontrare uno dei loro dischi preferiti di quest'anno. O, perlomeno, lo spero. Gli Smith Bros arrivano da Cleveland, Ohio, e nemmeno mi avevano detto che mi avrebbero inviato il disco. Quando l'ho trovato nella mia buca delle lettere non sapevo onestamente che cosa aspettarmi, dal momento che mai avevo sentito una nota suonata dalla band e tantomeno ero a conoscenza della sua esistenza. Spulciando sui siti specializzati ho scoperto che Restless non rappresenta il debutto degli Smith Bros, che avevano esordito sette anni fa con un disco, chiamato "Lost", di cui Ray Gianchetti e Bruce Brodeen dicono meraviglie, ma che da allora non si era più avuta notizia di loro. L'entusiasmo con cui la comunità powerpop ha accolto questo nuovo ed inaspettato lavoro di studio mi ha convinto ad ascoltarli con grandissima attenzione e, devo ammetterlo, tale entusiasmo è più che giustificato.

Restless, come anticipavo, è un incredibile disco per puristi powerpop. Un album che si inserisce di diritto tra le migliori cose uscite quest'anno grazie ad una serie di canzoni sensazionali, solide, dalle armonie deliziose e dai ritornelli immediatamente adesivi. Le chitarre di Patrick Dollenmayer e Bryan Pack ringhiano al punto giusto, mentre la rotondissima e compatta sezione ritmica sostenuta dall'eccellente cantante/bassista Mike Clark e dal batterista Kris Phillips regala ai brani un'essenziale dose di soave potenza.

Si parte subito forte, e la strepitosa How Wrong You Are è un compendio powerpop di circa due minuti, dove il cantato - che mi ricorda molto lo stile del sommo Joe Pernice - è posato su un tappeto sonico reminescente di Teenage Fanclub e Gin Blossoms. Down To You, che onestamente mi sembra un pò snobbata dalla critica specializzata, convoglia influenze molto simili ma a parer mio è dotata di un ritornello ancora più indimenticabile (uno dei pezzi powerpop dell'anno?). In She's Under My Skin il paesaggio cambia nettamente, e le melodie oblique degne del miglior brit-pop anni 90 che ci accolgono mi fanno subito venire in mente gli Orchid Highway ed il loro fantastico album dello scorso anno (numero 4 nella mia classifica sui migliori dischi del 2007). Nel pantheon degli Smith Bros ci sono anche i Beach Boys, le armonizzazioni vocali nel chorus del lento Talk Of The Town ce lo confermano, e ci sono anche i Posies, che si manifestano qua e là durante Every Day Gets Better, di scorza più dura, mentre i Teenage Fanclub di Grand Prix sono un ottimo termine di paragone per Belong e per la clamorosa You Did It All. La title track è un grande esempio di jangle-rocker, mentre Little Things e la malinconica My Great Regrets sono dominate da un rilassato feeling west coast.

Per chiudere l'excursus su Restless, un lavoro assolutamente da non perdere e privo di punti deboli, è obbligatorio citare Too Long ed Indecision, dove i fratelli Smith tornano ad insegnare teoria e tecnica del powerpop e della chitarra crunchy durante una lezione che farà impazzire i fans di grandi "classici recenti" come Velvet Crush e Mayflies USA (qualcuno se li ricorda???). Quindi, dicevamo? ah, si. Restless è un altro sicuro top 20, non perdetevelo eccetera. Inizio seriamente a preoccuparmi per la gestione della classifica di fine anno. Ma averne di preoccupazioni simili...

lunedì 1 dicembre 2008

e.p. del Giorno 01-12-08: Justin Kline - Six Songs (2008; autoprodotto)

Così, quasi senza accorgerci, ci troviamo a Dicembre. Alla fine dell'anno mancano ancora trenta giorni ma è quasi ora di iniziare a tirare le somme, tenendo però presente che questo 2008 è stato prodigo di grandi dischi che il tempo tiranno ci ha permesso di ascoltare solo in parte, e per terminare di valutare l'enorme mole di albums ancora nei nostri "archivi" ci vorrà qualche tempo. Ergo, siccome voglio essere sicuro di aver preso in considerazione la maggior parte delle cose uscite quest'anno, non aspettatevi classifiche e graduatorie varie prima della fine di Febbraio (se va bene!). Tuttavia, qualche punto fermo incomincia ad esserci, e credo di andare abbastanza sul sicuro affermando che sul podio che accoglierà i migliori tre e.p. dell'anno ci sarà sicuramente Justin Kline. Proveniente da Murfreesboro, Tennessee, con questo Six Songs ep Kleine ha dato alle stampe un dischetto che semplicemente riassume la perfezione del vocal pop e del sunshine pop. E credo che i cultori di certe sonorità andranno letteralmente fuori di zucca acoltandolo.

Come dicevamo, l'aggettivo migliore per definire ogni singolo brano di Justin Kline è "perfetto". Perchè perfette sono le fantastiche armonie vocali, perfetto è il songwriting d'eccezione, perfette le soavi trame sonore. Se non vi fidate basterà premere il tasto play del vostro lettore cd (oppure del vostro iPod, una "novità" tecnologica che ancora non è in uso dalle parti di Under The Tangerine Tree) per rendervene conto. Essì, perchè subito sarete parte del festival melodioso inscenato da All I Need, dalle sue fantastiche armonie vocali multistrato e dalle magiche orchestrazioni che fanno del brano un manifesto del più puro pop vocale. Heart Attack, che arriva subito dopo, mantiene gli standard sonici ed emotivi sullo stesso livello e completa un uno-due di partenza davvero memorabile. I due brani descritti sono decisamente raccomandati a chi avesse amato (come me) due recenti e grandissimi autori pop come Devlin Murphy (ottimo il suo esordio uscito lo scorso anno, e attenzione al disco nuovo in uscita a breve) e Adrian Whitehead (autore di uno dei migliori lp usciti quest'anno), del quale Justin Kline ricorda in maniera spaventosa il timbro vocale.

La qualità media dei sei brani è così alta che per una volta mi astengo dallo scegliere le mie tracce preferite. How I Became The Wind è infatti è un'altra gemma, questa volta imperniata sui parametri di un brillantissimo piano-driven pop che a tratti mi fa tornare in mente la facilità di scrittura dei Jellyfish, mentre Kaleidoscope - forse non stilisticamente ma in quanto a struttura armonica ancora molto vicina a Whitehead - aggiunge qualche chitarra distorta che le fa lambire i territori powerpop. E ancora, l'ultimo spezzone del dischetto non tradisce le altissime aspettative grazie a Singing in The Air, in cui Justin rifinisce il suo pop d'autore con una twang guitar che conferisce al brano una sintassi americana e ci ricorda quale sia il suo stato di provenienza. Sunshine, infine, come ci si aspetterebbe dal titolo, chiude l'e.p. con un ritornello filologicamente perfetto che sembra estratto da un best of degli Association.

Six Songs è un dischetto meraviglioso, che se siete soliti seguire questo blog con regolarità difficilmente potrà deludervi. Justin l'ha fatta grossa, e a questo punto non può assolutamente tenerci per troppo tempo con il fiato sospeso nell' attesa del full-lenght.

PS: Il disco di Justin Kline è per ora disponibile solo in formato digitale, e potete scaricarlo legalmente da iTunes alla popolarissima cifra di 5.94 euro.

martedì 25 novembre 2008

Disco del Giorno 25-11-08: Greg Pope - Popmonster (2008; Octoberville records)

I fans del pop chitarristico più addentro ad un certo tipo di questioni sicuramente si ricorderanno degli Edmund's Crown da Nashville, il cui Regrets Of A Company Man fu uno dei grandi dischi usciti nel 2006. A circa due anni di distanza da quel lavoro si riaffaccia sulla scena Greg Pope, che degli Edmund's Crown è il leader, questa volta in versione solitaria con un album che senz'altro ambisce ad un posto nella top 20 di fine anno. Il lavoro si chiama Popmonster e il titolo si presta ad una duplice interpretazione, anche se solo una di esse è esatta. Scartata l'ipotesi che potrebbe portare a pensare ad una "mostruosità pop", accogliamo quella che rimanda ad un album "mostruosamente pop", sia per l'ovvia qualità dei brani, davvero impressionante, sia per la mole del materiale presente, ben sedici pezzi che assorbono le più diverse influenze dall'universo del guitar pop e le miscelano con cognizione di causa davvero inusuale.

Immaginate un possibile incrocio tra l'invasione britannica degli Who, la sensibilità pop dei Monkees, l'intelligenza compositiva di Jon Brion o Matthew Sweet ed una spruzzata, sottesa ma importante, di roots sound. Il tutto prodotto e suonato da Robert Pollard. Avrete un'idea verosimile di che cosa vi aspetta ascoltando Popmonster. Dopo che sarà partita Sky Burn Down, traccia numero uno, tutto sarà più nitido. Produzione satura all'inverosimile, sound potente, riffs di chitarra reiterati e voce sopra le righe fanno del brano una manna per chi è malato di Who - in versione superbuzz - e di grandi gruppi moderni come gli Shazam. Il tutto in poco più di due minuti, perchè questo tipo di rock'n'roll è essenziale, inutile perdere tempo. E Greg lo ha capito benissimo, visto che l'intero album si protrae per meno di quarantacinque minuti, che diviso sedici non fa nemmeno tre. I Got A Life, secondo episodio dell'album, è stata inquadrata alla perfezione da Aaron Kupferberg di Powerpopaholic, che la descrive come un pittoresco incrocio tra Matthew Sweet e - non abbiate paura - Lenny Kravitz sotto l'effetto di speed. In sostanza, puro rock'n'roll dopato da balera. Uno sballo, a modo suo.

Le radici degli Edmund's Crown (un precipitato di Big Star, Tom Petty e Replacements dai tratti melodici impagabili) riemergono in Lost My Friend (a mio parere, il brano più riuscito dell'album), in Playing Nashville e in Reason With You, caratterizzata da un fantastico lavoro di drumming non convenzionale che fa saltare sulla sedia. Poi, tra i tanti highlights, è obbligatorio segnalare almeno All Day Long, dove i tempi infernali, la produzione sporca e ancora un' ottima performance dietro ai tamburi di Pope (che suona e canta tutto) mi ricorda un mix tra i Cotton Mather più esplosivi e i Guided By Voices. Ma non sottovaluterei, fossi in voi, neppure la grandiosa ballata beatlesiana Only One You, il maestoso pop vagamente ELO di Magic Show (da paura la newaveggiante linea di basso che conclude il pezzo) e Little Things, che per non farci mancare nulla butta lì anche un pò di prezioso jangle rock.

Alla fine, mostruosamente pop o pop mostruso che sia, concorderete sul fatto che Popmoster è un album mostruosamente bello e, perdonatemi l'abuso di avverbi, assolutamente da ordinare. Subito. Quest'anno è stato davvero generoso con i cultori del pop indipendente, e fare una classifica di fine anno sarà, passatemelo, mostruosamente difficile.

sabato 15 novembre 2008

Disco del Giorno 15-11-08: The Rhinos - In Rhi-Fi (2008; Rainbow Quartz)

La pagina web dei Rhinos si presenta con l'inequivocabile manifesto scolpito nella frase "welcome to jangle heaven", giusto per preparare il potenziale ascoltatore. Si, perchè con il quintetto di Malmo, Svezia meridionale, le mezze misure non sono ammesse, e l'ascolto di questo loro secondo album è strettamente raccomandato solo a chi dei Byrds e del jangle-pop è un fanatico assoluto. Se però questo è il vostro caso, sappiate che i rinoceronti Svedesi sono uno dei migliori gruppi "McGuinn-oriented" in circolazione al momento.

In Rhi-Fi (forse l'unico difetto di un disco superbo risiede proprio nella scelta del titolo, per così dire curioso) giunge a ben cinque anni di distanza dall'esordio Year Of The Rhinos, anch'esso pubblicato dalla fondamentale etichetta Newyorkese Rainbow Quartz, che già tendeva a certificare la padronanza ed il talento della band nel gestire la Rickenbacker dodici corde e nello scriverci sopra canzoni fondamentalmente sixties pop di grande valore come Stop The Time, che fu uno dei pezzi più pregiati di tutto il 2003. Cinque anni sono tanti, e cominciavo a dubitare dell'esistenza stessa della band, che invece trovo in forma smagliante e notevolmente progredita soprattutto a livello di songwriting, anche se le coordinate-base del loro suono sono sostanzialmente le stesse e si concretizzano in un orgia jingle-jangle che rimarrà nella memoria degli amanti del genere per qualche tempo.

I primi due brani di In Rhi-Fi, Everything That She Believed e PTO, fanno chiaramente capire che ci si trova nel bel mezzo di un'enorme festa jingle-jangle dove sono invitati al ballo tutti coloro che considerano i Byrds uno dei gruppi fondamentali della storia del pop. After Love Has Gone immette un pizzico di folk protopsichedelico nella strofa-mantra prima di esplodere in un altro grandioso ritornello jangle, mentre Love (The Strangest Thing), dove la voce calda, profonda e molto coinvolta di Leif Svensson tocca punti di commozione pura, presenta un feeling quasi Smithsiano. I suoni cambiano sensibilmente nei due magnifici brani cantati da Lasse Hindeberg, ossia For Just Another Hour With You e Dead End, che sposano atmosfere sunshine pop di tendenza pianistica e faranno piangere di gioia i fans di Zombies e Left Banke.

Ma è ovviamente il jangle il piatto forte del menù, e il party continua con la strappalacrime Before I Set You Free, dove le dodici corde Rickenbacker ci piovono addosso come fossero zampilli di una dolce cascata, con Tell On You, uno dei pezzi più belli dell'intero disco e con My Town, aspra critica sociopolitica nei confronti della loro città, Malmo, da dove comunque non se ne andranno mai poichè ci hanno lasciato il cuore, o almeno così dicono. Il brano, eccelso, è impreziosito da un lussureggiante quartetto d'archi che prende la scena nello stacco e lo trascina tra le tante vette del disco.

Gli ultimi applausi li riserviamo a She Presents The News, toccante acustico dedicato all'annunciatrice del TG di Channel 5, a I'd Rather Be Sad ed ai suoi echi tardo-Beatlesiani e, infine, alla conclusiva Just Disappear, etno-pop tra i Balcani e l'India che rimanda certamente ai migliori lavori dei Kaleidoscope Americani. Lo slogan perfetto potrebbe essere "Welcome to the jangle", in effetti, ma visto che i Guns and Roses a giorni pubblicheranno l'attesissimo (ma da chi??) nuovo album di studio, forse è il caso di trovarne un altro e di rispolverarlo tra un pò...

domenica 9 novembre 2008

Disco del Giorno 09-11-2008: The Pranks - Modern Communication (2008; Screaming Apple)

Ormai la sentenza è inoppugnabile: la città che nei secoli dei secoli rimarrà famosa per aver dato i natali a Cobain, ai Mudhoney, ai Soundgarden e a quel devastante fenomeno musicale, stilistico e mediatico che fu il grunge si è reinventata città d'avanguardia per quanto riguarda il movimento powerpop. Pensate, addirittura esiste un blog chiamato "Seattle Powerpop", e non ci vuole molto a capire che per parlare di un genere di nicchia, per giunta proveniente da una sola città, il materiale deve essere tanto e di qualità. Infatti. Quest'anno abbiamo già avuto modo di parlare di grandi dischi usciti da Seattle come quelli di Doll Test e Shake Some Action!, e adesso abbiamo la fortuna di ascoltare Modern Communication, ossia l'album d'esordio dei devastanti Pranks.

Quando si disserta di pop associato alla "emerald city" non si può fare a meno di citare i Boss Martians di Evan Foster, forse il gruppo powerpop più famoso della città. Ebbene i Pranks sono la creatura di Erik Foster, il fratellino di Evan. Quest'ultimo si è occupato del basso e soprattutto è il responsabile della favolosa e potentissima produzione di un album che si insedia tranquillamente tra i migliori dischi powerpop dell'anno. Modern Communication è un lavoro melodico e preciso ma allo stesso tempo selvaggio come si conviene ad un disco fatto uscire dalla strepitosa label Tedesca Screaming Apple, e infatti le zuccherose melodie sempre associate a chitarre voluminose di scuola Weezer/True Love si alternano ad improvvisi assalti garage che sembrano figli della miglior tradizione rock'n'roll Scandinava, per un mix ad altissimo voltaggio elettrico.

La famiglia Foster deve avere impressa nel dna la tecnica necessaria per non sbagliare una melodia che sia una, e di rendere assolutamente accattivanti anche i giochi armonici più elementari. Non ci credete? Ve lo spiega meglio Your World Falls Down, traccia numero uno per due minuti scarsi di purissimo teen pop fatto di angst giovanilista, chitarre stellari e drumming da infarto. Simile alla title-track che arriva subito dopo con le canoniche chitarre disumane e un'altra ottima e nevrotica performance del batterista Mike Musburger. All I Ever Wanted inizia a lasciar trasparire l'inclinazione rock'n'roll della band. Il brano, ancora una volta breve e di intensità mostruosa, fa venire in mente i ciechi assalti garage-pop degli Hives primissima maniera (quelli di Barely Legal, gli unici veramente fenomenali) così come la successiva Every Minute Spent, che butta nel mix anche un pò di Ramones.

Tra i tanti highlights si fanno notare il weezer-pop di Spending Time, dal ritornello adesivo, il pop-punk che non esiterei a definire "alla MTX" di Everything I Can, introdotta da una fucilata garage nella strofa e Gonna Make It Worse, dalle chitarre istintivamente emo. Non ci sono soste, anche perchè i pezzi meno pregiati (tutti comunque di qualità più che buona) si chiamano Get Up And Get It e T.A.T.T., altri due esempi di brillante rock'n'roll schiacciasassi.

Divertimento, volumi alti, melodie imperdibili e furia teen. Così si suona rock'n'roll, eccheccazzo.

mercoledì 22 ottobre 2008

Disco del Giorno 22-10-08: Deluxe Leisure King - Miss Steak (2008; autoprodotto)

Quando si parla di "profondo Sud" riferendosi agli Stati Uniti d'America, storicamente si intende quella sezione sud-orientale che si estende dalla Virginia alla Georgia e che comprende le Carolinas, l'Alabama, il Mississippi ed il Tennessee. Quest'area geografica, da sempre, è una delle massime fucine di talenti applicati al powerpop, all'Americana e massimamente al jangle-rock, che da queste parti è religione sin dai tempi in cui i REM muovevano i primi passi in qualche scantinato di Athens. I Deluxe Leisure King, per l'appunto, arrivano dal profondo del profondo Sud. Mobile, Alabama, è infatti un'amena località balneare situata all'estremità meridionale dello stato, affacciata sul golfo del Messico. E quello che il terzetto guidato da Seth Cherniack propone è proprio ciò che ci si aspetta da un gruppo sudista: powerpop spesso guidato da chitarre jangle con tocchi di Americana sapientamente sparsi qua e là.

Deluxe Leisure King è un nome che già avevo imparato a conoscere un paio di anni fa, avendo messo le mani in tempo reale sul precedente ed ottimo Debbie Does Nothing nel 2006. Il sorriso che avevo stampato sulla faccia quando ascoltavo quell'album si è immediatamente ripresentato grazie a questo freschissimo e prelibatissimo nuovo lavoro di studio, brillantemente intitolato Miss Steak, dal momento che gli ingredienti di allora sono qui presenti in forze, e l'album è uno spasso per tutta la sua (breve) durata. Le liriche di Cherniak e soci rimangono saldamente ancorate al reale, con un approccio verista che neanche Verga. Sentite l'iniziale Welcome To The Neighborhood per avere un assaggio: "The man that lives behind me - feels so complete - He runs a dirty little business - from the corner of the street". E via così, con omaggi ad eroi personali (Aldo Ray) e digressioni sui pensieri e gli atteggiamenti delle cameriere (Superwaitress). Del resto, dice Cherniak, "siamo abituati a scrivere di cosa vediamo e del posto in cui viviamo". Pensiero condivisibile, visto che la quotidianità è l'unica fonte d'ispirazione che difficilmente fa mancare spunti degni di essere cantati. E se i testi sono "testi dossier", allo stesso modo e con la stessa attitudine la musica tende a badare al sodo. Il sound, infatti, appare grezzo al punto giusto, melodico, minimale e completamente refrattario alla "tappezzeria da studio".

La già citata Welcome To The Neighborhood apre le danze con un powerpop ridotto all'osso, prodotto giusto l'essenziale e marcato da linee di synth completamente folli. Poi arriva Like Breaking Glass, una fucilata power-pop-punk immersa in riferimenti Db's (non a caso uno dei più grandi gruppi sudisti powerpop di ogni epoca) ed azzeccatissime citazioni Ramonesiane. Sullo stesso stile si presenta Aldo Ray, mentre Life's A Breeze è puro rock'n'roll da (s)ballo. I Deluxe Leisure King, però, toccano l'apice quando giocano nel loro confortevole giardinetto jingle-jangle pensando ai Byrds e a Bobby Sutliff e a Michael Stipe ancora imberbe. Nasce così l'elettrizzante filastrocca Wanna Girl (Like That), arpeggi a dodici corde e divertimento puro (I want a girl who doesn't have tattoes...I want a girl who hates Tom Cruise). E così nasce Reverend Jim, di simile impatto, forse appena più malinconico.

La commistione tra jangle-rock ed Americana, come dicevamo, è sempre stata una prerogativa dei gruppi del sud. I Deluxe Leisure King non potevano certo esimersi dal continuare la tradizione, e così ecco Please Stop It, puro American folk e soprattutto Kinda Sorta Knew Me When, grande Americana con un grandissimo lavoro di pedal steel. Per il resto, come definire Mistake? Easy listening da urlo può andare bene.

Restano da fare le classiche raccomandazioni finali, ma sono scontate. Se del pop sudista a stelle e strisce avete fatto uno dei vostri passatempo preferiti fiondatevi ad acquistare una copia di Miss Steak. Un album da ascoltare d'estate davanti al barbecue oppure, d'inverno, sulle frequenze della vostra college radio preferita.

mercoledì 1 ottobre 2008

Kool news!

Sembra che il famigerato servizio postale stia ricominciando ad adempiere i propri doveri, anche se non propriamente a pieno regime. Poco male, ormai me ne sono fatto una ragione, anche perchè gli ultimi arrivi, ancorchè saltuari, sono di livello eccelso. Quest'oggi, per esempio, registriamo buone nuove da Seawell, New Jersey, quartier generale della Kool Kat records di Ray Gianchetti, la miglior etichetta power pop sul pianeta terra. Quanti dischi incredibili ci ha regalato Ray nel solo 2008? Una dozzina buona. E a questa dozzina dobbiamo aggiungere le ultime due nuovissime uscite, vale a dire Another Season Passes degli Strand e Goodnight To Everyone dei Jellybricks.

Lo abbiamo ripetuto alla nausea e sappiamo tutti a memoria che il power pop, almeno quello delle origini, visse i suoi periodi di massimo splendore nei primissimi anni Ottanta. Soprattutto negli States, ma non solo li, centinaia di gruppi provavano nei rispettivi scantinati a miscelare gli ingredianti di un genere che nel suo piccolo ha fatto la storia della musica. Quei ragazzi lo facevano perlopiù inconsapevolmente. Nessuno (o quasi nessuno) sapeva di suonare powerpop all'epoca. Era una cosa che veniva naturale, e che portava parecchi svantaggi a chi lo praticava. In un music-bizz quantomai focalizzato su generi musicali precisi, definiti ed inquadrabili in compartimenti precisi, quell'insieme di artisti, perlopiù sotterranei, che non nascondevano di essere influenzati contemporaneamente dal punk, dalla new wave e da tanto beatlopop, si trovavano regolarmente in quarta fila. Non avevano un look caratteristico, e questo era un problema. Però tra loro iniziarono a diffondersi a macchia d'olio le cravatte strette. Le skinny ties. Ora, skinny-tie powerpop è diventato un simbolo, una caratteristica, un modo per indicare in modo semplice e comprensibile uno stile musicale. Dicesi skinny-tie-powerpop quel tipo di powerpop che si rifà precisamente alle sonorità dell'epoca. Ai padri del genere. Ai Beat e ai 20/20. Non so se ci siamo capiti.

Gli Strand di quella scena (del sottobosco della scena) facevano parte, anche se dalle foto interne al disco non risultano indossare cravatte. Nascono ad Alexandria, in Virginia, nel 1982. Registrano un solo album, Seconds Waiting, nel 1984. Non lo ascolta nessuno, salvo diventare poi oggetto di culto, molto ricercato dai collezionisti, e chissà perchè la buona musica debba sempre invecchiare in botte prima di essere apprezzata. La band, formata da James Garner (voce e basso), Bill Lasley (voce e chitarra), John Hubbell (batteria e voce) e da Tommy Kemler (tastiere) scompare, ma non va in pensione. Tra la metà degli anni '80 e il 2007 i componenti scrivono ancora, e dieci nuovi brani vengono alla luce all'interno di un nuovo, fiammante album chiamato Another Season Passes. Un disco tutto giocato sull'asse Plimsouls-Beat, con gli Who sempre davanti ad indicare la strada. Una serie di brani pazzeschi, come l'iniziale Rising Tide o la grandiosa Not a Stranger, che ruba intro e melodia a Steppin' Stone, per sciogliersi poi in un ritornello che demolisce in un colpo solo gran parte della paccottaglia neo-garage in circolazione. Le canzoni, tutte, com'era caratteristico nell'83 suonano incredibilmente vive e genuine. Le chitarre ruggiscono, le melodie imperversano e la band è lì, davanti a voi, senza trucchi e senza la maschera di una produzione eccessiva. Certe cose mi commuovono sempre. Why'd You Call si sente che deve qualcosa al sixties-punk, ma ha la capacità di trasformarsi in un brano dal ritornello degno dei migliori Records.

Non vorrei spararla grossa ma credo che gli Strand, quest'anno, finiranno nella top 10. L'album non molla la presa un secondo, e tra classiche sonorità skinny-tie (appunto) e melodie da impazzire scorrono senza soluzione di continuità le varie Along For The Ride (fans dei Cryers fatevi sotto) e The Center, un uno-due da impazzire. C'è spazio per un lento spaccacuore (Begin Again) e per rivoli di Clashismo (Scared Streets 1 e 2). E come non innamorarsi dei synths che introducono la favolosa e new-waveggiante On Her Own?

La mini-bigrafia interna al disco termina così: "chiudete gli occhi, ascoltate e provate ad immaginare quando, tra l'84 ed il 2007, le singole canzoni sono state scritte. Giungerete alla conclusione che si tratta di musica senza tempo". Sottoscrivo in toto. Che emozioni, che grande disco.

I Jellybricks arrivano da Harrisburg, Pennsylvania e con questo Goodnight To Everyone toccano quota quattro album di studio, così come quattro anni sono passati dall'ultmo Power This, pubblicato nel 2004. La band, nota per la sua frenetica attività live, ha condiviso i palchi di mezza America con gruppi del calibro di Fountains Of Wayne e Barenaked Ladies. Mi piacerebbe vederli dal vivo, i Jellybricks. Se su cd riescono ad essere così tremendamente potenti, on stage devono essere quantomeno devastanti. Larry Kennedy, Garrick Chow, Bryce Connor e Tom Kristich suonano si powerpop, ma spesso si tratta di powerpop tanto melodico quanto "estremo", nel senso di anfetaminico e muscolare. No, non sono una hard-rock band. Le melodie sono potenti come le chitarre, e da esse sgorgano con una naturalezza che è propria solo di chi sa maneggiare alla grande il genere. Del resto sono stati prodotti da Saul Zonana, mica il primo scemo.

Pronti via, si parte con Eyes Wide, che è lì lì per sconfinare nei territori del pop-punk. La velocità non è quella, ma siamo ai confini. Immaginatevi un mix tra il pop dopato dei Wannadies, i Churchills (qualcuno se li ricorda?) e i Mega City Four ed avrete una vaga idea di quello che vi attende. La title-track rallenta un pò ma nel ritornllo torna esplosiva mantenendo il tasso armonico ai livelli consigliati. Stavolta mi vengono in mente altri Svedesi, i Merrymakers, oltre agli Smash Palace e ai sottovalutati Crash Into June. Il "tono muscolare" svetta ai massimi consentiti durante Broken Record e Up To You, quando il volume delle chitarre è alzato a 12, ma i brani migliori sono quelli vagamente jangle, in particolare More To Lose, dove gli arpeggi rickenbacker-pop hanno la meglio sui distorsori.

Per il resto, al terzo ascolto ci si rende conto che i Jellybricks amano seguire la stella polare di Matthew Sweet. E se, come me, siete dei fanatici del genio che partorì Girlfriend, non potete farvi scappare gemme come Nobody Else, che si sente che è prodotta ed influenzata da Zonana, Put It Down e la delicata conclusione Heartache Begins, perfetta per augurare buonanotte, e buon mal di cuore, a tutti.

sabato 27 settembre 2008

e.p. del Giorno 27-09-08: The Actual Facts - Pain/Pleasure (2008; autoprodotto)

Lo so, lo so, sono passati qualcosa come venticinque giorni dall'ultima recensione. No, non sono stato in vacanza. Semplicemente, sono stato vittima delle Poste Italiane, le quali, regolarmente, nelle settimane immediatamente successive alle vacanze di Natale e a quelle estive, tendono a non consegnare più la posta, almeno da queste parti. Il problema è che sono in attesa di tantissimi dischi di cui vi vorrei parlare, ma quando i servizi fondamentali per il cittadino non funzionano diventa impossibile uscirne, specialmente nel nostro paese. Come tutti sanno, infatti, le Poste sono da sempre presenti nella speciale classifica dei flagelli che affliggono la Penisola, ben piazzati al secondo posto tra Trenitalia e la rete autostradale. Ovviamente, il governo Berlusconi è fuori classifica, "hors catégorie", come il Tourmalet e il Peyresourde al Tour de France.

Passatemi lo sfogo, ora parliamo di musica e personaggi. Anche perchè la scorsa settimana sembra che le consegne abbiano iniziato a riprendere, con calma, lentamente, ma se non altro ho trovato nella mia buca delle lettere il secondo extended play degli Actual Facts di Brooklyn, stato di New York. Visto che parliamo di provenienza, è importante dire subito che la band non è completamente Americana. Il leader Tim Simmonds è infatti originario dell'Essex (Inghilterra) e vi assicuro che il fatto è di primaria importanza, a breve capirete il perchè. Bel tipo, in ogni caso, Simmonds. Innanzitutto ha raccolto la mia stima, simpatia ed amicizia perchè, a differenza dei soliti comunicati stampa che accompagnano i dischi, lui mi ha scritto una lettera a mano, in cui traccia una breve biografia personale, per una volta non esclusivamente didattica. Dice che è cresciuto guardando tonnellate di video di XTC, Undertones e Television alla tv Britannica, e tali visioni risulteranno essere una prepotente (e palese, aggiungo io) influenza per il suo songwriting. Dice anche che è andato a cercarsi su Wikipedia una foto di Villadossola, alto Verbano, il paese da cui vi scrivo, e che la trova molto affascinante. Non so che foto abbia visto Simmonds, onestamente. Per giunta, mi ha invitato a Brooklyn, nel caso la volessi visitare. Più di così.

Il colpaccio gli riesce appieno anche perchè il dischetto, intitolato Pain/Pleasure, è di eccezionale brillantezza compositiva, soprattutto se si ha riguardo del periodo storico a cui l'autore schiaccia l'occhio. Niente di più anacronistico, oggi fa più figo anche reinterpretare gli anni venti. Simmonds no, lui con la testa e forse anche con il corpo è completamente immerso nell'Albione della fine degli anni '70. Sconfina anche nei primissimi Ottanta, certo, ma il senso è sempre quello. E gli ascolti della gioventù si sono trasformati in religione. XTC e Undertones? Hai voglia. Per me anche un pò (un bel pò) Buzzcocks e Barracudas, per un concentrato di chiassoso punk-pop (volutamente punk-pop anzichè pop-punk, che ha tutto un altro significato) molto molto interessante.

Si comincia subito dal top, dal pezzo più devastante del lotto, dalla perla del disco. Si chiama Chaise Lounge e vi assicuro che se gli XTC fossero stati un gruppo della scena di Brixton nel '77 avrebbero suonato esattamente così. Con le chitarre sferraglianti e la voce bene al centro della scena, a suo modo epica, ma epica con gusto. La title-track, che arriva subito dopo, si basa su chitarre marce, incedere lento e pesante e melodie allucinate. Un pò Television, sicuro, ma se non fosse per l'accento cockney di Simmonds mi verrebbero persino in mente (anche se non vorrei sembrare eretico) i Velvet Underground. Con Cookie Is A Bad Girl, altro grande brano, riprendono il centro della scena melodie molto più pop, sempre screziate dagli XTC e dall'Inghilterra del periodo, però. Dai Barracudas di Don't Let Go, per esempio.

La seconda metà del dischetto (sei pezzi) si apre con Don't Shave Down There, un altro brano davvero entusiasmante e retrò che sconfina addirittura in sensazioni Buzzcocks/Clash/Stiff Little Fingers (!). Non pensavo si producesse ancora musica così. Infatti non si produce più, si autoproduce, e qualche volta viene anche molto bene. Così come viene bene Come On Over, traccia numero cinque, che da un riff iniziale molto "Waiting For My Man" (non ci posso fare niente, mi ricordano proprio Lou Reed, a volte), si espande in un altro grande ritornello di stile Moulding - Partridge. E si chiude, perchè anche e soprattutto le cose belle tendono a finire abbastanza velocemente, con A Hand To Hold. Chiusura perfetta perchè c'è tutto. Perchè è un Bignami di quello che fin qui abbiamo ascoltato. Perchè inizia con due minuti per sola chitarra selvaggia e voce da emozioni strazianti. E perchè la batteria, quando entra, lo fa all'improvviso, in modo meraviglioso. Perchè ci sono i Clash e il punk, il pop esistenzialista e l'onnipresente sindaco onorario di Swindon. La melodia, che poi è la cosa più importante, e la produzione sporca, decisa, sparata nello stomaco.

Non sottovalutate dischetti apparentemente insignificanti come questo. Ne escono decine di migliaia all'anno, vero. Ma tanti di questi, molti più di quanti possiate pensare, chiedono solo di essere ascoltati perchè lo meritano. Diciamoci la verità e smettiamola una volta per tutte di prenderci in giro: sono ben altri i prodotti che "saturano" il mercato e che dovrebbero essere cacciati a calci nel culo dai giornali e dalle playlist radiofoniche insieme ai loro sedicenti produttori. Questi sono dieci dollari spesi bene. Dieci dollari. Sapete cosa sono dieci dollari?

mercoledì 3 settembre 2008

Disco del Giorno 03-09-08: Andy Reed - Fast Forward (2008; Kool Kat Musik)

Ah, Andy Reed. Avevo intuito le sconfinate potenzialità del suo pop d'autore ascoltando il bellissimo ep d'esordio The Great Compression, uscito l'anno scorso, ma non pensavo potesse arrivare a tanto. Ah, Andy Reed. Produttore, ingegnere del suono, polistrumentista. Ma soprattutto cantautore di livello assoluto, decisamente sopra la media, e il suo Fast Forward è al momento ben posizionato nella mia top 5 annuale. Come si fa a non volergli bene? L'essenza dell'artista indipendente. Suona e canta e produce e mixa, con l'aiuto sporadico di qualche amico, e in effetti il disco suona intimista e confessionale ma nondimeno luminoso e consapevole. Nel complesso, penso che i lettori appassionati della componente più strettamente "pop" e meno "power" del powerpop rimarranno assolutamente sorpresi ed entusiasti.

L'album attacca con The Ballad Of...che, differentemente da quanto si potrebbe pensare leggendo il titolo, non è affatto una ballata ma un egregio numero up-tempo che mette in evidenza l'indiscutibile talento di Andy nel costruire girotondi vocal pop degni dei migliori Jim Boggia, Jon Brion e dello stesso Michael Penn. Il ritmo rallenta durante la ballata per pianoforte Crazy Things, dove Andy dimostra di saper scrivere, anche nei lentoni strappalacrime, ritornelli da paura senza scadere nel melenso né tantomeno nella tappezzeria melodrammatica. The Criminal, traccia numero tre - e uno dei migliori momenti di Fast Forward - è uno spaccato di superbo sunshine pop spruzzato di jingle-jangle e condito da arrangiamenti di flauto traverso di grandissima classe.

Dopo i primi colpi di genio il disco prosegue con due ballate acustiche sofferte e molto personali come Play e Novacaine, prima di tornare a ritmi più sostenuti con Thank You, un grande brano soft (power) pop che ricorda moltissimo alcuni lavori dei suoi colleghi Australiani Michael Carpenter e Adrian Whitehead, il cui impressionante esordio One Small Stepping Man (recensito su questo blog un paio di mesi fa) è uno dei dischi imperdibili di quest'anno. Se Thank You lascia spazio ad un pò di powerpop, la componente energetica è presente in massima misura in Tied Up, che per timbrica vocale, lavoro di chitarra e sapienza nell'uso dei sintetizzatori può ricordare un brano dei Farrah.

Si può dire che Fast Forward sia un album composto quasi interamente da perle, e a questo proposito giova il fatto che sia un disco breve, di appena dieci canzoni, dove le pause non sono ammesse. Per l'appunto, Around The Town è un altro pezzo per cui perdere la testa, con i suoi tempi country ed un uso del pianoforte consapevolmente "americano", e non so se ci siamo intesi. La commovente ballata Look After Me, per acustica, pianoforte e fragilissima voce, è probabilmente la migliore tra i lenti classici, mentre Feel Like Listening?, posta in chiusura dell'album, è un fantastico brano notturno dall'impressionante coda sparsa e vagamente psichedelica dove l'attitudine e le linee vocali sono chiaramente reminescenti del John Lennon più personale.

Cari lettori, Fast Forward è un altro disco da acquistare ad ogni costo, se non volete perdere un essenziale frammento partorito da questo incredibile 2008. E se amate il pop cantautorale flebile e melodico ai limiti del melodioso, le possibilità di rimanere delusi sono praticamente nulle. Andy Reed è un autore dotato di talento sopraffino e va bene che è solo al secondo disco solista, ma per ora, nella sua breve carriera, non ha sbagliato una virgola. Fidatevi ciecamente.

martedì 12 agosto 2008

Disco del Giorno 12-08-08: The Doll Test - Mosque Alarm Clock (2008; Unsmashable Records)

I Model Rockets sono stati una delle mie bands preferite nel corso degli ultimi dieci anni e i nuovi progetti dei loro componenti sono sempre assolutamente all'altezza. Lo scorso Dicembre ci siamo occupati del nuovo gruppo del leader John Ramberg, i Tripwires, il cui esordio è stato uno dei migliori dischi del 2007, mentre oggi parliamo dei Doll Test, ossia la creatura degli altri tre membri dei Rockets. L'ennesimo gruppo eccezionale proveniente da Seattle ritorna ad un anno e mezzo di distanza dall'ep d'esordio Gasoline & Banks, e lo fa in grande stile. La band formata da Scott Five (voce e chitarra), Boyd Remillard (basso), Graham Black (batteria), oltre che da Nick Millward (altra chitarra), suona powerpop mai uguale a se stesso, potente ma non aggressivo, sospinto da grandi trovate melodiche e da canzoni che si collocano sempre abbondantemente al di sopra della soglia di sufficienza.

Rispetto all'ep d'esordio, credo che i Doll Test abbiano compiuto decisi passi in avanti a livello di songwriting, sia per quanto riguarda la parte strettamente musicale, sia per la stesura delle liriche, spesso caratterizzate da visioni poetiche, ironiche ed immaginifiche sull'universo delle relazioni interpersonali (The Bell The Map The Stars, Every Night You Break My Heart), sulla complessità del districarsi da una vita non proprio divertente (I'd Rather Be Asleep), ma soprattutto sulla politica ed in particolare sull'isterismo collettivo degli Stati Uniti post 11 Settembre (The Decider). Il tutto a vantaggio di uno dei più interessanti dischi usciti in questo generosissimo anno di grzia 2008.

I Doll Test attaccano con I'd Rather Be Asleep, una sorta di coinvolgente antipasto powerpop alla Sloan speziato da chitarre crunchy e proseguono con Everything's Fine, dal potente tiro ritmico e dalle melodie di voce (e di un gran farfisa nel finale!) che richiamano ancora gli Sloan, i New Pornographers e i grandissimi concittadini Shake Some Action!, mentre le crude chitarre sferraglianti fanno tornare alla memoria l'etica rock'n'roll di Who e Kinks. Fall Away, docile ballata acustica e discretamente jingle-jangle calma le acque, che vengono subito rimescolate da The Bell The Map The Stars, veloce powerpop "stoppato" e impreziosito da arpeggi di dodici corde Rickenbacker che ricorda un pò i primi Model Rockets. My Future Self è uno dei brani migliori dell'album, e richiama un classico Dylan in pieno trip spoken words posato su una base suonata dall'amico McGuinn. A suo modo, geniale, e il livello si mantiene bello alto anche grazie a Ballad Of Your Blue-Eyed Boy, che con garbo e tanto buon gusto si rifà inequivocabilmente al miglior Lennon post-Beatles.

Chi ha adorato (come il sottoscritto) i Model Rockets di Tell The Kids The Cops Are Here credo che adorerà il merseybeat proposta da The Last Rung, e chi - in generale - non riesce a fare a meno della propria dose quotidiana di musica Britannica si innamorerà di Shoot The Tambourine Man, ingegnoso trait d'union tra i tardi Beatles e il primordiale britpop. Amphetamine è abbastanza allucinata da ricordare un pò Young e un pò Barrett, e The Decider accompagna le liriche di lucida accusa politica ad un appropriato, potente sound debitore dei primi Stones. Mosque Alarm Clock (questo il titolo dell'album) si chiude in grande stile con One Lie Too Many, che parla la stessa lingua che quarant'anni fa rese immortali Who, Small Faces e Pretty Things.

I Doll Test arricchiscono, con un album sublime, la lista di pretendenti ad un posto nella top 10 di fine anno ed hanno ottime probabilità di farcela. Del resto, quando si punta su un Model Rocket, la quota della scommessa è bassa ma la vincita sicura. Mi obbligo personalmente a rimborsare gli eventuali insoddisfatti dall'acquisto del disco.

giovedì 24 luglio 2008

Disco del Giorno 24-07-08: Adrian Whitehead - One Small Stepping Man (2008; Popboomerang)

Circa un mese fa, su Absolute Powerpop (uno dei migliori powerpop blogs al mondo), Steve Ferra eleggeva One Small Stepping Man, il disco d'esordio di Adrian Whitehead, miglior disco dell'anno. E alla fine del 2008 mancavano ancora sei mesi! Ora, non so assolutamente dirvi quale sarà il mio disco preferito a Natale, ma quello che stiamo per trattare è un album tremendamente bello, che un posto nella top ten se lo guadagnerà di sicuro. Adrian Whitehead da Melbourne, Australia, è dunque al primo disco da solista, dopo aver operato nella scena pop e powerpop del proprio paese soprattutto nelle vesti di sideman, essendo stato pianista per artisti quali Badloves, Sophie Koh e Even. E One Small Stepping Man è appunto un disco caratterizzato da favoloso piano pop, guidato da una voce angelica molto simile sia a quella del capostipite John Lennon (giusto un pò meno nasale) che a quelle dei discendenti Sean e Julian.

L'album inizia con Catlin's 60's Pop Song, un titolo quanto mai appropriato per una serie di canzoni devote alle armonie dei migliori songwriters anni sessanta e settanta, e bastano un paio di ascolti per capire che il Nostro sa maneggiare la materia come pochi altri artisti similari contemporanei. Il pezzo, dove i geniali arrangiamenti di pianoforte fungono da manifesto per l'intero lavoro, introduce altri nove brani senza pecche, sapientemente cantati, melodiosi ma mai stucchevoli anche quando capita che si protraggano oltre la canonica durata delle classiche canzoni "popolari". Saving Caroline è appunto un numero che tocca i sei minuti e riesce a non farli pesare, grazie ad una magnifica strofa acustica vagamente trippy che riporta ai tardi Beatles e ad un ritornello riproposto all'infinito che non si smetterebbe mai di ascoltare. Julia, uno dei pezzi migliori dell'album, è di simile impatto umorale ed artistico, ma Adrian sa farsi valere alla grande anche quando immette qualche briciola di chitarra e azzarda maestosi brani powerpop come Radio One (correte ad ascoltare il ritornello, vi sfido a smettere) e Ways Of Man, un pò più docile ma allo stesso modo folgorante.

You Are The Sun, un'altra strepitosa ballata pianistica, mi ricorda molto - anche per lo stile di canto - il grande Sean Lennon di Friendly Fire, mentre Spector's Dead rinfresca la memoria ai fanatici del miglior sunshine pop, ed è un brano che raccomando a chi avesse apprezzato Follow The Summer di Dave Dill, recensito su questo blog lo scorso mese di Maggio. Whitehead è in grado di abbassare i toni all'inverosimile senza perdere un'oncia di efficacia anche nel "chamber pop"di Elle (ecco, forse un pelo lunga, questo si), ma subito dopo riprende da dove aveva lasciato con Better Man, che fa emergere una sorta di McCartney in pieno trip powerpop da perdere la testa. Infine, Nothing's Changed, particolare spaccato acustico sorretto da intonatissimi jambe che mi ricorda, sia per le stupende invenzioni strumentali che per la fragile voce utilizzata, Robert Harrison versione Future Clouds And Radar.

Non so che altro aggiungere. Ho i miei gusti, le mie passioni, i miei vizi. Tutti opinabili, per carità, ma quando ritengo che un disco sia un potenziale top ten, tutto ciò che posso fare è invitarvi ad ascoltare i pezzi su MySpace o Cd Baby, perlomeno.

giovedì 3 luglio 2008

E.P. del Giorno 03-07-08: Daniel Ahearn - Pray For Me By Name (2008; Riparian Records)

Pray For Me By Name, e.p. d'esordio di Daniel Ahearn, è in qualche modo il frutto di una brutta vicenda capitata all'autore lo scorso anno. Infatti, in circostanze ignote, a Daniel è stato rubato l'intero equipaggiamento elettronico, boom box, tastiere, eccetera. Così, forse per ribellione alla malasorte, forse per necessità, ha deciso di scrivere solo canzoni che grossomodo si potessero accompagnare con un set (quasi) rigorosamente acustico. Che nel dramma si stesse nascondendo un colpo di fortuna?

Daniel Ahearn è stato membro fondatore della band Losangelina Ill Lit, gruppo che amava utilizzare sonorità di matrice folk per poi virarle in chiave elettronica, ma se vi aspettate di ascoltare qualcosa di simile in questo dischetto c'è il rischio che possiate rimanere delusi. Infatti, Pray For Me By Name è sempre ricco di riferimenti alla musica folk, cantautorale e americana, ma in questi episodi il sound è nudo, scarno ed essenziale, e gli esperimenti sono rimandati ad altre occasioni. Richiesto di specificare le proprie influenze, Daniel ha indicato come padri putativi Townes Van Zandt, Kris Kristofferson e John Prine ma, ancora una volta, chi dovesse aspettarsi un'aderenza stilistica al modello classico brevettato dai maestri del country Texano non credo rimarrebbe del tutto soddisfatto. Il disco è indubbiamente debitore del roots sound a stelle e strisce, ma ne pratica il lato più soft, acustico e - perchè no? - pop.

A dire la verità, ancora qualcosa di elettronico è rimasto, e allora qualcuno deve aver prestato a Daniel il rumoroso ma melodico sintetizzatore che guida nell'apertura Down For The Count, un brano folk suonato con la sensibilità pop di un Pete Yorn (per dirne una) e impreziosito da un sublime violino. E sinuosi archi restano prepotentemente al centro della scena nella meravigliosa Nowadays, un pezzo di puro alternative country che farebbe impazzire Ryan Adams, se solo avesse tempo di ascoltarlo. Per me, una delle canzoni dell'anno. In Jesus Saves, intimista e ovviamente confessionale, Daniel è solo con la sua chitarra acustica e un'occasionale e soffusa tastiera (in prestito anche questa?), in un emozionante frammento che esalta la sua limpida e fragile voce.

I cinque brani del disco sono caratterizzati da liriche che trattano temi semplici e micro-disperazioni quotidiane, ma sottotraccia si intuisce il credo nell'amore che vince su tutti i problemi di un mondo da cui si vorrebbe fuggire. E la musica insiste sulle coordinate di un'americana trasognata anche nelle ultime due tracce, San Vicente (grandioso il ritornello armonizzato in compagnia di Angela Correa) e Whitewashing, che aumentano il coefficiente country con un azzeccato pedal steel che le caratterizza e le eleva al livello delle altre tre sublimi canzoni.

Con semplicità, classe e passione di solito si ottengono grandi risultati, e Daniel Ahearn pare abbia centrato il bersaglio grosso. Per ora, l'extended play dell'anno.

(Daniel ha anche realizzato il video di Down For The Count. Io ve lo propongo, guardatelo!)

martedì 17 giugno 2008

Disco del Giorno 17-06-08: Chewy Marble - Modulations (2008; Side B Music)

Il mese scorso avevo scritto dell'uscita del nuovo album dei Chewy Marble e avevo promesso che ne avrei parlato più approfonditamente non appena ne fossi entrato in possesso. Quel giorno è finalmente arrivato e, dopo una settimana di ascolto, sono pronto ad esaltare Modulations, ad oggi uno dei migliori dischi di quest'anno. Il terzo studio-album della band Losangelina arriva a ben sette anni di distanza da Bowl Of Surreal, un periodo di tempo così lungo da avermi fatto dubitare che la band non esistesse più. Per fortuna i Chewy Marble sono ancora vivi, in grande forma, e questo nuovo lavoro è tranquillamente all'altezza, se non addirittura meglio, dei due dischi precedenti. Chi ha avuto la possibilità di ascoltarli può già rendersi conto del valore di questo cd.

Per chi non lo sapesse, i Chewy Marble sono stati creati a metà degli anni 90 da Brian Kassan, ammirato musicista di L.A., noto soprattutto per essere membro fondatore, bassista, tastierista e co-compositore degli immensi Wondermints, band che nel corso degli anni è diventata parte fondamentale della "struttura" di musicisti che segue Brian Wilson sia nei concerti che in studio. Il nucleo della band è completato dal cantante chitarrista Stu Forman e dal bassista Derrick Anderson, ma Kassan, nel registrare Modulations, si è avvalso della collaborazione di alcuni tra gli esponenti più in vista della scena powerpop di Los Angeles. Infatti, alla batteria si sono alternati Nelson Bragg (anche lui membro della Brian Wilson live band, di altri mille gruppi della scena locale e cantante/compositore solista di livello assoluto) e Jim Laspesa (tra l'altro batterista di Muffs e Baby Lemonade), mentre alla produzione, engineering e mixaggio hanno dato una mano Rick Hromadka dei Maple Mars, Steve Refling (produttore di Negro Problem e Martin Luther Lennon) e Rick Gallego dei Cloud Eleven. Con un team così, aspettarsi un ritorno in grande stile era il minimo, e Modulations è appunto un album tremendamente bello, che si giocherà fino all'ultimo un posto nella top 5 di fine anno.

Il brano introduttivo, nonchè singolo del disco, si intitola She Roxx, un pezzo che si discosta abbastanza dal fluido pop-sound tipico dei Chewy Marble. Trattasi infatti di college rock classico, sostenuto da dosi abbondanti di chitarre che ricordano tanto i Cheap Trick quanto i Weezer. E, del resto, il sound è appropriato ad una canzone che parla di una college-girl ("the biggest fox in school") che domina con la sua giacca di pelle, abusa del corteggiatore ascoltando gli Iron Maiden nella sua macchina e vorrebbe percuotere con violenza Britney Spears. Non male, diciamo, ma io ho amato i Chewy Marble per altri motivi e infatti il meglio deve ancora arrivare. Don't Look At The Sun, una bomba da cui sgorga in modo del tutto naturale una melodia irresistibile, è un brano powerpop dal grande tiro che coniuga alla perfezione armonie vocali di grande classe a chitarre ancora una volta "alzate a 11". Tuttavia, il classico songwriting di Kassan si fa strada dalla terza traccia in poi. Cross-Hatched World è il brano migliore del disco (e, non temo smentite, uno dei migliori dell'intero anno), con la sua cristallina melodia wilsoniana, marchio di fabbrica dei Wondermints e di un autore tra i più dotati per questo genere di cose. Un brano incredibile, e lo standard si mantiene molto elevato grazie a canzoni del calibro di Somewhere Else, psych-pop tra la California e l'Inghilterra degli Zombies e Flicker, superba ballata Beatlesiana che rappresenta un'altra delle preziose gemme del disco, mentre Picture The Finger è powerpop transgenerazionale, tra armonie vocali "sessantiste" e tessuto sonico corposo e "in your face" alla Big Star.

Le novità più evidenti dei "nuovi" Chewy Marble sono la presenza di due strumentali come Mental Toothache (dalle bizzarre ritmiche bossanova) e Moments, ma soprattutto il fatto che Kassan, a differenza degli album precedenti dove il cantato era esclusivo appannaggio di Forman, si appropri del microfono in qualche occasione, la dove le liriche sono più strettamente personali. Così abbiamo My Monster ("the monster in my brain just wants to be loved, no escape from a delirious mind"), una sorta di delirio dal testo particolarmente turbato posto su melodie tristi e sognanti. E poi My Dad, commossa ballata dedicata al padre scomparso, per finire con Clutter, altro ideale ponte sull'Atlantico per un viaggio che dalla west coast porta fino ai Pink Floyd immediatamente successivi a Barrett.

Non credo serva aggiungere altro per sollecitarvi l'acquisto di questo splendido album che, ribadisco, è per ora una delle cose più belle pubblicate quest'anno. Inoltre, qualora Modulations dovesse lasciare il segno anche su di voi, non perdete tempo e buttatevi a capofitto sui primi due, altrettanto meravigliosi, dischi dei Chewy Marble, ossia l'omonimo esordio del 1996 e il sopracitato Bowl Of Surreal, uscito nel 2001.

sabato 14 giugno 2008

Disco del Giorno 14-06-08: The Brigadier - The Rise & Fall Of Responsibility (2008; autoprodotto)

Esistono pochi artisti contemporanei in grado di riuscire a scrivere grandi album spaziando tra diversi stili e generi mantenendo una coesione assoluta. Ultimamente il maestro in questo senso è stato Steve Eggers dei Nines. Una "dimostrazione di forza" l'ha poi data il magnifico Robert Harrison con i Future Clouds & Radar lo scorso anno, in un disco che spaziava tra il chiaro e lo scuro, l'elettronica e il guitar pop, l'inferno e il paradiso. In questo ristretto gruppo di poliedrici menestrelli è d'ora in poi d'obbligo inserire il Gallese (ma residente a Brighton) Matt Williams, il brigadiere.

Apparso sotto i radar lo scorso anno grazie all'album di debutto View From The Bath, che già lasciava intravedere potenzialità enormi, The Brigadier decide di bissare in tempi brevi, rilanciando alla grande con il secondo studio album della sua breve carriera, chiamato The Rise & Fall Of Responsibility. Che, come il precedente, è rigorosamente indipendente e registrato in casa ma, perbacco, sembra uscire da un megastudio e prodotto dal produttore di grido del momento, tanto il suono è ricco ed il feeling generale maestoso. Ma, come si diceva, The Rise & Fall Of Responsibility è soprattutto un grande contenitore di poemi dalle mille fogge e colori, che svaria con nonchalance dal pop di chitarra alla new wave, influenzato ora da Jeff Lynne, ora da Demon Albarn, poi da Bacharach, e il tutto giova alla fantasia e alla freschezza dell'album senza nuocere assolutamente all'amalgama.

Pronti via, si parte con Growing Up Is Hard To Do, che sin dal riffone iniziale di chitarra manifesta profondo amore e rispetto per i Blur. Il pezzo è un eccellente apripista britpop che conduce a When I Will Be With You?, soffice sogno dai marcati tratti tipici del folk d'oltremanica anni settanta. The Language Of Love, che culmina in uno sfarzoso ritornello dai mille strati melodici, è un numero che rimembra certa new wave d'annata e certe cose degli ELO, mentre Une Soiree, dopo un intro vagamente "americana", spinge un maestoso piano pop dalle tinte un bel pò debitrici di Burt Bacharach. Altri highlights immancabili sono: The Melancholy Days, dove Williams ribadisce il suo amore per la new wave anche un pò danzereccia e per i synth in primo piano; This Is Why, un divertente numero di retro-piano-pop anni settanta e What Can't Be Fixed, un brano acusticheggiante con armonie vocali perlopiù clamorose e (ancora) un pizzico di americana concentrata nel delizioso assolo di chitarra. Come non bastasse, The Box In The Back Of My Mind, me-ra-vi-glio-so estratto di jingle-jangle Rickenbacker-pop, che si tuffa nel finale in un'orgia psichedelica da leccarsi i baffi.

Intendiamoci sulla definizione di pop progressivo. Scartata quella che si riferisce alla tendenza musicale che nei seventies diede all'Italia uno dei rari momenti di gloria in campo internazionale, accogliamo quella che incorpora il pop evoluto e tutti quei dischi che, ubiqui e meticci, partendo dalla cellula madre della popular music spaziano nell'indefinibile universo creato dall'ingegno di un autore bizzarro e versatile. In questa seconda categoria Matt Williams, il brigadiere, rientra di pieno titolo. Quanti bei dischi propone, questo 2008. Credo sia necessario fare un ulteriore sforzo economico e inserire The Rise & Fall Of Responsibility nella lista della spesa.

sabato 5 aprile 2008

Disco del Giorno 05-04-08: The Afternoons - Sweet Action (2008; Saturday Records)

Questo è un periodo veramente molto impegnativo per me e mi scuso con i sempre più numerosi lettori per non riuscire a postare molto spesso. Poco male, in ogni caso, visto che a breve spero di riprendere la normale routine e, comunque, la grande musica non ci abbandona mai e ottimi dischi continuano ad essere pubblicati di settimana in settimana.

Uno dei migliori album che io abbia sentito negli ultimi tre mesi è senza dubbio il quarto lavoro lungo dei Gallesi Afternoons chiamato Sweet Action, titolo preso in prestito da un giornale pornografico tedesco per donne (!). Il quintetto di Cardiff, formato da Richard Griffiths, Sarah Rapi, Pete Morgan, Paul Rapi e Jason Huxley mi aveva favorevolmente impressionato con il precedente album di studio, chiamato Rocket Summer ed uscito nel 2005, ma devo dire che in questi tre anni sono ulterirmente progrediti affinando il loro pop d'autore, perfetto per una soleggiata giornata primaverile come oggi. Si, perchè Sweet Action è un disco dall'umore variabile. A tratti solare, a tratti pensoso. Un pò troppo per essere definito il classico disco dell'estate, ma comunque sufficientemente rilassato per essere una buona colonna sonora mentre si ozia al tepore del primo Aprile osservando i ciliegi in fiore.

Soprattutto, però, è un disco stracolmo di pezzi pop perfetti. Dodici germogli che riassumono alla perfezione tutto ciò che ha influenzato la band nei suoi otto anni di vita. Si tratta di pop Inglese all'ennesima potenza fatto per gli Americani, se questo può significare qualcosa (Rocket Summer è andato sold out negli U.S.A.). Perchè nei momenti più teneri profuma d'Albione e di Belle & Sebastian (Where The Arrows Fall), ma anche di west coast ( The Ghosts Of Autumn e Winter Is Dead). E nei momenti più movimentati sa farsi rispettare a tutti i livelli. Sia quelli emotivamente esagerati dell'iniziale Second Chance e di We Could Start Over, che strizza l'occhio a Bowie e mi ricorda in modo impressionante i Brainstorm (qualcuno se li ricorda? Il più grande gruppo pop Lettone della storia!), sia in quelli più tipicamente power pop, con le melodie imperdibili ed i ritmi incalzanti di High Summer Lovers e Giving Up On You, che ricordano il suono di ottime powerpop bands contemporanee quali Broken West, Bigger Lovers e Tyde.

Altri brani imperdibili, tra i tanti, sono Touch And Go, con il suo tiro pazzesco e i synth in primo piano, ma soprattutto l'accoppiata Don't Turn Back (Open Your Eyes) e The Sun's Coming Out In Your Heart, dove è manifesta la passione per i Teenage Fanclub e la maestria con cui gli Afternoons sanno maneggiare la materia inventata dai maestri di Glasgow, correggendola per non far torto oltre l'Atlantico in chiave un pò più Byrdsiana (e aggiungendo, non sia mai, solo qualche sintetizzatore in più).

Gli Afternoons sono uno di quei gruppi che non deludono mai. Sanno scrivere pezzi pop pazzeschi usando formule semplici semplici e meriterebbero maggior fortuna. Banale, dite voi? Assolutamente vero, dico io. Sweet Action è uno dei migliori dischi "2008" che io abbia ascoltato e già da adesso lo candido ad un posto nella top 20 di fine anno.