mercoledì 26 dicembre 2007

2007 Top 3 Eps!

Tra domani e dopodomani, finalmente, dovrei riuscire a postare la prima parte della classifica dei 100 migliori dischi 2007. Intanto, ecco a voi il podio per quanto riguarda gli EP di quest'anno...

03. Josh Fields - Josh Fields. Benchè in molti considerino il disco di questo artista Californiano un album vero e proprio, perchè avendo sette canzoni sarebbe troppo lungo per essere un Ep, a me sembra troppo breve per considerarlo un full-lenght. In realtà ci troviamo di fronte al classico mini-album che ognuno valuta come meglio crede. Ciò che è importante, del resto, sono i contenuti. E quelli dell'omonimo disco di Josh Fields, uscito dal nulla lo scorso Febbraio, sono di prim'ordine. Puro powerpop tra Cheap Trick (ma non così potente) e Jellyfish (ma non così Queen); chiaramente radiofonico se le radio fossero ancora una cosa seria, propone ununo-due iniziale (Clock Keeps Ticking e Steal The Air) da lasciare senza fiato, tanto i gloriosi ritornelli e le armonie vocali in generale sono poderosi!

02. Satisfaction - Cougar, Sharks & Flying Sparks. Di questo già ne abbiamo parlato il mese scorso. Ancora L.A. e ancora grandissima musica. Ancora più grande. Se i pelandroni arroganti che gestiscono l'industria discografica si accorgessero di loro, i vari Strokes e Franz Ferdinand smetterebbero di dormire sonni tranquilli. Il liricismo d'azzardo alla Harry Nilsson, un grande pezzo come Walk Away Sunny Day e uno dei tre-quattro pezzi dell'anno come So We'llJust Take The Night bastano e avanzano a straconsigliarne l'immediato acquisto.

01. The Treasury - The Treasury. Ovviamente. Sei pezzi allucinanti. Ne avesse avuti anche solo altri due, non importa se belli o brutti, sarebbe stato tranquillamente un top 10 anche nella classifica degli album. Ryan, Clay, Michael e Evan da Asheville, North Carolina, nati come una cover band dei Beatles qualche anno fa, saranno il gruppo dell'anno quando qualcuno deciderà di buttare fuori il loro disco "lungo". Ma già ci sono andati vicini con questo omonimo EP d'esordio, che davvero vanta un pezzo più bello dell'altro e, non a caso, gli "addetti ai lavori" come David di Rock'n'Roll Report e Steve di Absolute PowerPop lo hanno indicato come EP dell'anno per distacco. What's Forever, traccia d'apertura, parte con un potente intro strumentale che imprevedibilmente si scioglie in quello che potrebbe essere uno dei migliori pezzi degli Sloan o dei Posies -e non scherzo- con il suo favoloso ritornello (da top 10 nella playlist?); All For Love è un meraviglioso frammento di pop psichedelico che farà innamorare i fanatici di Rainbow Quartz sound e che ricorda il suono di uno dei miei dischi preferiti di quest'anno, l'omonimo degli Orchid Highway; Talk Talk Talk è classico sixties powerpop; Don't Look Now è una bellissima slow-burning-ballad; in Running Out Of Time i Velvet Crush o -ancora- gli Sloan si cimentano in una riuscita cover di Magical Mystery Tour; nella fantastica "chiusura" Memory Lane tornano alla mente i Superdrag e ancor di più i Fountains Of Wayne, quelli migliori, non certo quelli dell'ultimo, deprimente Traffic & Weather. Non ho altro da aggiungere. Del resto i Treasury hanno vinto gli Under The Tangerine Tree's Awards per il miglior extended-play del 2007. Mi sembra sufficiente, no?

martedì 25 dicembre 2007

Under The Christmas Tree...

Nel tentativo di completare l'agognato classificone dei migliori 100 dischi del 2007, oggi mi sono messo a spulciare tra tutti gli albums della mia collezione usciti quest'anno e ho deciso di postare una manciata di "consigli per gli acquisti" (con relativi brevissimi commenti). I titoli sottoindicati sono tutti meritevoli della massima attenzione quindi, visto che è Natale, vi invito ad investite subito una parte della paghetta! A margine di ogni mini-recensione mi sono permesso di segnalare le canzoni migliori (almeno secondo me) così, se vi fiderete, visto che siamo nell'era del digital download potrete scaricare anche singolarmente queste gemme che entreranno di sicuro a far parte della playlist annuale di Under The Tangerine Tree!

Grand Atlantic "This Is Grand Atlantic". Ennesima grande uscita per la magnifica etichetta Australiana Popboomerang. This Is Grand Atlantic è uno dei migliori dischi Aussie di quest'anno, il che è tutto dire. Sospeso tra reminescenze classiche tra Beach Boys e Fab 4, il full lenght d'esordio di questo quintetto di Brisbane non risulta per niente nostalgico ma anzi è un bellissimo disco di pop moderno che affascinerà gli amanti della ballata psichedelica così come quelli del singolone pop rock alla Gallaghers. Tracce consigliate: Coolite, Beautiful Tragedy, Burning Brighter, Slappin'On The Cuffs. (www.myspace.com/grandatlantic)

The Wonderful Guinea Pigs "Self-Titled". Ennesima espressione della celeberrima scena powerpop Svedese, i magnifici maialini della Guinea sciorinano un interessante powerpop modello Teenage Fanclub influenzato da Posies e Big Star, dove le chitarre acustiche spesso presenti nel sottofondo rimandano -almeno nei brani più lenti- a certo Elliott Smith, eroe dichiarato della band. Il disco è stato prodotto solo in formato cd-r, anche perchè a quanto ho capito, di soldi gliene girano pochi....Avete un'etichetta e aspettate un eccellente powerpop combo a basso costo? Scritturateli! Tracce Consigliate: Mirror To Mirror, The Uncertainty. (www.myspace.com/thewonderfulguineapigs)

Population Game "This Room's Too Small For Two Of Us". Justin Avery, Brett Farkas, Joe Ayoub e Jevin Hunter sono quatrtro folli di L.A. dediti ad un originale pastiche di Jellyfish, Police, Queen e certe tamarrate alla Aerosmith. La voce di Avery è sempre in primissimo piano e molto al di sopra delle righe, certi brani sono veramente un pò troppo osè ma un paio di pezzi tra cui la strabiliante apertura Untouchable valgono ampiamente il modico esborso necessario per accaparrarsi This Room Is Too Small For Two Of Us. Tracce consigliate: Untouchable, All 75 Last Minute Favors. (www.myspace.com/populationgame)

Doug Burr "On Promenade". Questo cantautore proveniente da Denton, Texas, è stata una delle ultime grosse sorprese di quest'anno e uno dei migliori singer/songwriters esordienti di tutto il 2007. On Promenade è un disco intenso, emozionante, da vivere con il cuore in gola. Si tratta di country-folk indipendente che richiama in egual misura Neil Young e Will Oldham, del quale ricorda la forte carica emotiva. Andate alla sua pagina MySpace e dategli un ascolto, potrebbe sorprendere. Tracce consigliate: Slow Southern Home, Graniteville, Thing About Trouble. (www.myspace.com/dougburr)

Jeremy Fisher "Goodbye Blue Monday". Ah, Jeremy Fisher! Uno dei miei cantautori preferiti degli ultimi cinque-sei anni è tornato con il nuovo Goodbye Blue Monday. Il suo predecessore, Let It Shine, è finito secondo nella classifica dei miei dischi preferiti del 2005, dunque potete capire quanto io adori questo ragazzo di Vancouver sebbene il nuovo album non sia sullo stesso livello del precedente. Volete sapere cosa suona? Beh, io vedo in lui la migliore versione pop di Dylan degli ultimi dieci anni! Non è chiaro? Andate ad ascoltare i sampler dei suoi brani su MySpace, CD Baby e ovunque sia possibile. Ma subito! Tracce consigliate: Scar Than Never Heals, American Girls, Cigarette. (www.myspace.com/jeremyfisher)

domenica 23 dicembre 2007

Disco del Giorno 24-12-07: Dropkick - Turning Circles (2007; Taylored)

Tutte le volte che la mia top 100 albums del 2007 sembra bene o male definita, neanche a farlo apposta ascolto un nuovo grande disco, che immancabilmente spariglia tutto quanto. Questa volta la responsabilità è dei Dropkick, ennesima espressione di fantastico guitar pop proveniente dalle highlands Scozzesi, che con l'uscita di Turning Circles toccano quota 5 albums di studio.

Fino al precedente Obvious, uscito lo scorso anno, le coordinate soniche di questo quartetto di Glasgow erano inequivocabilmente "Fannies", data la devozione assoluta alle leggende autrici di Grand Prix e Bandwagonesque, tanto che un noto critico locale, recensendoli, è arrivato ad affermare: "i Dropkick stanno ai Teenage Fanclub come qualsisi creativo di centrocampo argentino sta a Maradona!". Ed anche se è bene dire che Turning Circles è ancora abbondantemente influenzato dalla più grande band Scozzese di tutti i tempi, qui il risultato è meticcio. Sarà che Alastair Taylor, che fino al precedente disco gestiva i Dropkick come una one man band, ora si fregia della collaborazione di Andrew Taylor, il quale, oltre ad accrescere il country feeling del gruppo con un sapiente uso di banjo e armonica, presta anche voce (e scrittura) al pezzo più introspettivo dell'album, la magnifica Avenues.

Turning Circles è in buona sostanza un disco guitar-pop e alt.country toccato dalla mano di dio, derivativo quanto si vuole ma dove -accipicchia- un pezzo buttato li tanto per riempire non esiste proprio. La traccia d'apertura, Only For Yourself, è perfetta per il ruolo assegnatole, con il suo ritornello killer e le sue trame che incrociano voci folk e classiche ritmiche powerpop. I Teenage Fanclub sono ancora la guida, dicevamo. Brani come Give It Back, Can't Help It, 15th December e Wouldn't Hurt To Wait non sono però dei meri plagi, sono grandissimi esempi di pop chitarristico che in pochi oggi riescono a proporre a questi livelli. Rewind è un altro highlight a dodici corde tra Harrison ed i Bluetones in botta Americana, mentre Turning è il capolavoro, dove le liriche strambe si appoggiano ad uno squillante banjo che spinge un ritornello da favola con cui molte MTV bands del cazzo probabilmente marcerebbero per anni. Il nuovo country vibe è soffuso ma onnipresente. Così l'irresistibile Last To Know è di quei roots-pop che pagano il tributo a Sweetheart Of The Rodeo sul quale non sfigurerebbero. Won't Be There è un piccolo gioiello di folk alla Everly Brothers, mentre Avenues, brano citato in apertura di recensione, capovolge i parametri del disco con liriche oscure e turbate, un intro per sola voce e chitarra che solo quando l'atmosfera è tesa il giusto esplode in un potente, lungo finale per full band.

Benchè non esattamente innovativi (e non che ciò mi importi un granchè, tra l'altro. Chi sarebbero i gruppi innovativi meritevoli di tutela e stima, i Radiohead? Allora siamo a posto...) i Dropkick sono una grandissima band che sa scrivere melodie perfette nella loro cristallina semplicità e sarebbe delittuoso non inserire Turning Circles tra i migliori dischi di quest'anno.

lunedì 17 dicembre 2007

Disco del Giorno 17-12-07: Honey Majestic 4 Revolver - The Woman That Changed The Boy (2007; Crise Records)

(La recensione dell'album dei miei concittadini Honey Majestic 4 Revolver è la prima che il mio vecchio amico Renè scrive per questo blog. Immenso esperto di pop music e illuminato scrittore, Renè offrirà di tanto in tanto ad Under The Tangerine Tree la sua preziosa collaborazione. Grazie Renè!).

In viaggio dentro una stella, superando i confini della mente per usare la testa, con la loro lingua nel nostro orecchio, il pulsare della libertà risveglia il nostro patrimonio culturale, il sangue, le voci; entriamo in una stanza piena di specchi, ricca di profumi nascosti; nasce un sospetto … diventa realtà.
Togliamoci le stimmate della banalità e come "genieri" appassionati che piangono di gioia rivogliamo il "tutto compreso", le "visioni", le "good vibrations", l’abbraccio dell’istinto, del rumore secondo i pricipi di una misteriosa fisica universale.
La musica quotidiana ridetermina i propri confini, ritorna in auge lo stile, anni ottanta come settanta come sessanta, gli HONEY MAJESTIC 4 REVOLVER ristabiliscono l’etica, creano un autentico antidoto contro la non musica.
Dopo tutte le rivisitazioni e le reinvenzioni possibili, dopo le contaminazioni e le contraffazioni, dopo la musica per non-musicisti, ecco, tra sassi e ciotoli, una pepita contenere una materia radioattiva, inesauribile, che non imbroglia o imbarazza ma entusiasma: è il ROUGH SOUND.
"Paesi dai bellissimi colori e fiori che incontrano l'anima e proiettano le ore, fratelli e soldati caduti in anni freddi che onorano l'anima e si diffondono nell'ombra."

IN THE AIR

Espressionismo sessantottesco che apre la fila luccicante a note "magre" ma ricche di violenza espressiva, tra pensieri trattenuti e urla soffocate come quella di Frances Farmer, la protagonista della bellissima copertina del disco, "la ragazzaccia di West Seattle", dalla personalità impetuosa, ostinata, magnetica e dalla bellezza folgorante. Una felicità disintegrata a soli 27 anni dal fallimento del matrimonio, dalla dipendenza alla benzedrina. E’ ribelle ed anticonformista, attivista politica, irritante alla destra di Seattle, che, con l’aiuto della mostruosa madre, la elimina arrestandola e consegnandola nelle mani della potentissima lobby psichiatrica, che di lei farà scempio distruggendola sistematicamente con "torture psichiatriche" come lo shock insulinico o l’elettroshock o l’idroterapia.
Kurt COBAIN le dedicherà la stupenda "Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle".

Come alcuni preziosi ingredienti della vita, la loro musica non aggiunge o toglie nulla alla realtà, alla coscienza, agli stati d’animo. Semplicemente li amplifica, una esperienza estrema dove la forza creativa è in gioco, dove si coglie l’aspetto assoluto, canzoni-come-scariche-elettriche, che non affidano il loro successo all’arzigogolìo virtuosistico, emissioni di adrenalina come sensazioni da esprimere. Si costruisce una colonna sonora che si traduce in un flusso di note e accordi che sollecitano le piccolissime fessure della nostra mente, una sorta di catarsi in cui il rock si ricostituisce secondo nuovi e sorprendenti criteri.
Dai colori di In The Air, al sound istintivo e perverso di You Don't Care. Dalla meravigliosa pazzia di vita quotidiana di Mr. Bellamy, alla rollingstoniana potenza e ruvidità di Karma e Back To Karma. Dal tributo allo spirito di Muswell Hill di sana impostazione pop di Day By Day, agli strilli di disperazione contemporanea sotto forma di ottima routine rock’n’roll di Come To Me(Vieni da me per scoprire ciò che arriva dopo il suono, ciò che si crea sullo sfondo, come prima lezione da imparare a scuola affinchè si apra lo zoo…). Dal forbito tessuto psichedelico come la trama di un disperato sogno di Fly Away, alla eruzione incandescente di Everything Falls Apart, dalla fibra sonora ulcerata di rock e acida quanto basta a inquietare abitanti dai pallidi occhi di Cracking Out, alla intrigante favola pop britannica di Relax on strizzando l’occhio ai Fab Four (tanto per non fare esempi). Dalla bellezza espressiva di The Voice dalla vena interiore assorta e ripiegata che fruga in un recente passato, all’incubo di I Gotta partorito dal grembo creativo del rock semplice, micidiale come un revolver, mortale come la sedia elettrica, provocatorio che ti trapana il cervello come un Black & Decker , pulsante alienato disperato appassionato.

IL GIOCO E’ FATTO !

Disintossicarsi e rieducarsi, soprattutto chi crede di conoscere tutto deve stare attento; il prodotto è ad alta concentrazione, bisogna seguire scrupolosamente le avvertenze e le modalità d’uso. E’ un suono di città, un provocatore notturno, una prostituta un po’ sadica e perversa, toccata da una luce abbagliante, in perfetta aderenza con le immagini che suscita, un clima post-moderno che si tinge di nuovo millennio pur restando sempre attaccato al passato, maestro ed ispiratore. Il feedback chitarristico usato dalla band e sparso qua e là è un altro strumento, che distorce le melodie e giustifica quello che si sta facendo, ritualizza e bilancia il sound camminando sul filo del rasoio.

"I Gotta Bubble Gum, I Gotta Damned Sound, I Gotta Trouble Ground, I Gotta Human Sound, I Gotta Fucking Down, I Gotta Final Bound, I Gotta Honey Crew, I Gotta Crash and True, I Gotta Eater Sound, I Gotta Cowboys Band, I Gotta Underground, I Gotta Fucking Sound..."

"Ma io posso farlo per me o per il tuo cervello ... vieni con me sulla terra ".

I GOTTA.

Renè

www.myspace.com/hm4r

sabato 15 dicembre 2007

Disco del Giorno 16-12-07: The Tripwires - Makes You Look Around (2007; Paisley Pop)

Grandiosa notizia per tutti voi, antichi fans del pop chitarristico! Ridete di gioia e preparatevi a sborsare qualche dollaro E' uscito l'album d'esordio dei Tripwires!!! Chi sono? I Tripwires, da Seattle, sono il nuovo progetto di John Ramberg, ossia il deus ex-machina dei fantasmagorici Model Rockets, band che durante gli anni '9o e l'inizio del secolo nuovo ha imperversato nella scena confermandosi più volte come il più grande gruppo neo-Merseybeat al mondo.

Dopo aver fatto uscire quattro grandi dischi ed essere stato più volte in tour in Europa (soprattutto in Spagna) con i Model Rockets, Ramberg ha iniziato a lavorare a nuovi brani da solista aiutato dal drummer Bill Rieflin (ex R.E.M. e Minus 5), ma la nuova avventura ha preso immediatamente la piega di un progetto vero e proprio e così, chiamati a bordo gli illustri amici di una vita, ecco i Tripwires. La formazione, innanzitutto, già qualche legittima speranza la crea, visto che ci troviamo al cospetto, oltre che di Mr.Ramberg, anche dei seguenti personaggi: John Sangster (già ingegnere del suono per i Posies, tanto per dire), Jim Sangster (membro di lunghissima data delle leggende powerpop locali Young Fresh Fellows) e Mark Pickerel (che oltre ad aver suonato con Screeming Trees e Neko Case ora guida il roots-combo Mark Pickerel and His Praying Hands). In più, come forma solenne di garanzia, da una mano Scott McCaughey (il leader dei Minus 5) e alla produzione sovraintende Kurt Bloch, che nella sua sconfinata carriera vanta produzioni per gruppi quali Supersuckers e Fastbacks, tra gli altri.

Makes You Look Around, l'album d'esordio dei Tripwires, è un disco sostanzialmente rock'n'roll che, come giustamente notato da alcuni recensori americani, salda un imponente debito con Nick Lowe e Dave Edmunds. Alcune atmosfere ricordano in maniera lampante l'Elvis Costello dei primi tempi, anche se secondo me, rileggendo molti commenti riguardanti l'album in questione, non si è colta in toto la continuità con i Model Rockets di Tell The Kids The Cops Are Here o di Pilot Country Suite. Se è vero, infatti, che brani come l'iniziale Lessonpony sono pure scorribande rockarolla, è anche vero che frammenti quali Arm Twister, I Don't Care Who You Are, Comedienne e Johnny Get Gone ripercorrono la strada maestra del miglior pop da ballo Inglese pre-sessantasei. Le melodie studiate da John Ramberg sono come al solito infallibili, gli arrangiamenti sono filologicamente inoppugnabili e le canzoni, nella loro semplice fattura, sono dei piccoli gioielli. Rispetto ai dischi dei tardi Rockets si può forse notare una maggiore inclinazione alla varietà: oltre al classico Rickenbacker beat sono infatti eseguite alcune primizie Alt.Country sperimentale come l'ingegnosa Monument, mentre in altri casi è un intraprendente guitar pop d'autore, simile a qualcosa che ricorda molto da vicino i Redd Kross a farla da padrone, e brani come la perfetta Big Electric Light, come How The Mighty Have oppure la splendente I Hear This Music sono esempi favolosi in questo senso. Poi, come detto, c'è una nuova voglia di avvicinarsi al rock'n'roll delle origini che oltre alla già citata canzone d'apertura traspare dal rythm'n'blues di Sold Yer Guitar Blues e -soprattutto- dalla bella cover di Tulane firmata Chuck Berry.

Makes You Look Around, cercando di trarre delle conclusioni, è un ottimo regalo che John Ramberg ha desiso di fare a me e a tutti voi per Natale. Ed è arrivato giusto in tempo per prendere posto alla tavolata dei primi venti album in classifica nella 2007 Top 100 che sto ormai ultimando. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Del resto, fortunatamente esistono ancora autori capaci di farsi amare quasi a scatola chiusa e, gente, Ramberg è di sicuro tra questi. Imperdibile.

www.thetripwires.com
www.myspace.com/thetripwires

lunedì 10 dicembre 2007

Disco del Giorno 10-12-07: The Janglemen - Tearjerker & 9 Others (2007; autoprodotto)

Nel caotico labirinto delle uscite discografiche indipendenti molto spesso avere un bel nome che catturi all'istante l'attenzione del pubblico aiuta non poco. E un grande fan dei Byrds come me non poteva che essere accalappiato da un gruppo che ha deciso di chiamarsi in questo modo. I Janglemen sono un terzetto di New York composto dal cantante-chitarrista Glenn Wall, dal bassista John Biscuti e dal batterista Mike Parascandola (ancora emigranti Italiani a bordo di una formazione powerpop, dunque!). Con un nome del genere mi aspettavo un'aderenza alla materia inventata da Roger McGuinn quantomeno pedissequa, come è ovvio. Non che i Janglemen non siano abbondantemente influenzati dal 12-strings sound, ma l'approccio è tutt'altro che classico.

Tearjerker & 9 Others è un disco breve, compatto, dove i brani durano raramente più di due minuti e mezzo e dove i brani jingle-jangle convivono con attimi di classico powerpop Californiano anni novanta, gingilli west-coast, rock'n'roll da ballo, frammenti di paisleypop e quant'altro. Her & I, traccia d'apertura, è classico powerpop Americano che ricorda veramente moltissimo una band dalla breve storia ma dal grande impatto, i Receiver di Ken West (qualcuno si ricorda del loro immenso primo e ultimo omonimo album uscito per la Not Lame??). Il jangle-pop puro si trova in Paper Suitcase e nella graziosa Can't Make Up My Mind (About You). Perchè in altri episodi come Tearjerker le dodici corde sono assorbite in un contesto dai forti richiami "ottanta", quasi new wave pop, per dire, mentre altri come Unlike Yesterday sono intrisi di lampi di luce west-coast. I pezzi migliori del disco sono però My Baby Died (On Valentine's Day) e New And Different Ways, situate sul finire del disco, dove il powerpop degli albori, quello ancora marchiato a fuoco dall'esperienza del tardo punk melodico dei primi anni ottanta incrocia il Paisley e -non potrete dire che non avevo ragione- il primo, immenso Dan Treacy. Jen, brano di chiusura, chiude idealmente il cerchio con un assalto powerpop da esempio di scuola senza fronzoli ma, attenzione, senza la minima imperfezione.

Tearjerker & 9 Others magari non entrerà nemmeno nella mia "2007 top 100 albums list" che sto faticosamente preparando, però se siete in cerca di un disco breve, a presa immediata, melodico ma affatto melenso e disimpegnato il giusto dategli una chance, i Janglemen potrebbero fare al caso vostro.

www.myspace.com/janglemen

sabato 8 dicembre 2007

Disco del Giorno 08-12-07: The Nines - Gran Jukle's Field (2007; T.A.S. Gold)

Questi dieci giorni di assenza dal blog non ci volevano proprio, visto che avevo preso l'ottima abitudine di scrivere un pò più spesso. Rincasato, dopo dieci giorni spesi tra Milano e Pavia, ho trovato subito una piacevolissima sorpresa, se non altro...Eggià, perchè è finalmente arrivato via posta celere (ma celere un cazzo poi, ho pagato cinque dollari extra e ci ha comunque messo venti giorni) Gran Jukle's Field, nientemeno che il nuovo album dei Nines.

David Bash, ossia il cervello dietro all'International Pop Overthrow, ha classificato i tre precedenti dischi del progetto canadese dominato da Steve Eggers (Wonderworld Of Colourful del 1999, Properties Of Sound del 2001 e Calling Distance Stations uscito l'anno scorso) al primo, secondo e ancora primo posto nelle classifiche dei rispettivi anni d'uscita, quindi...

Un mesetto fa, avendo sentito appena quattro pezzi attraverso la loro pagina MySpace, già tessevo le lodi dell'ingegnosissimo pop barocco e progressivo, da sempre marchio di fabbrica dell'Eggers sound, dunque non ho molto da aggiungere. Se non che molti tra i dodici episodi potrebbero finire al numero 3 nella classifica singoli di Mojo come già avvenne per Doesn't Matter What I Do ai tempi di Properties Of Sound. Oppure che Don't Be A Fool (gli E.L.O. più dance riportati in vita), Insanity (l'intro del disco sospinto da uno squassante Queen sound), Chantel Elizabeth (un'autentica operetta pop) e Virginia (che definirei "Americana progressista") sono pezzi clamorosi che riprendono da dove i Beatles, ma soprattutto i Wings hanno lasciato (prego ascoltare Find Our Way Back Home, una sorta di versione country di All Togrther Now!!). Che per chi ha amato i Jellyfish, Jeff Lynne e, perchè no, l'Elton John di Goodbye Yellow Brick Road si tratterà di autentica manna.

Aaron Kupferberg di Powerpopaholic lo ha già indicato come il disco pop dell'anno, io per ora mi limito ad assicurare a Gran Jukle's Field un posto alto tra i primi dieci. Ad Amplifier magazine non sono proprio dei cretini, in ogni caso, e recensendo questo disco sapete cosa sottolineano? Beh, è facile, che Steve Eggers è un genio.

www.myspace.com/ninespop

giovedì 29 novembre 2007

Disco del Giorno 29-11-07: The Pillbugs - Monclovia (2007; Rainbow Quartz)

Certe volte, è un grosso problema per le bands definire il proprio stile. Non per i Pillbugs, che a precisa domanda rispondono: "i Pillbugs sono il gruppo più psichedelico del mondo!". Ora, non sono molto d'accordo con quest'autodefinizione. Al massimo potrei concedere che la band di Toledo, Ohio, è una delle più belle realtà del panorama pop-psych dell'ultimo decennio e uno dei miei gruppi attuali preferiti, e non credo sia poco. Dalla loro, oltre a quattro grandissimi dischi, hanno sempre avuto la capacità di non passare inosservati. Infatti, tra le altre particolarità, sono stati uno dei pochissimi gruppi della storia ad esordire con un doppio album di soli inediti (l'omonimo Pillbugs, del 1997) e forse l'unico a proporre una copertina in tridimensione (3-D Popcycle Dream, del 2001). Di certo, dunque, non stiamo parlando di gente ordinaria.

Il 2007 è stato un anno piuttosto impegnativo per il complesso formato da Mark Mikel (voce e chitarra ma anche tastiere e sitar), Mark Kelley (basso e voce), Dave Murnen (voce e percussioni), Dan Chalmers (batteria) e Scott Tabner (chitarra). A quattro anni dall'uscita di Happy Birthday, infatti, i Pillbugs prima hanno fatto uscire il quarto album Buzz For Aldrin (ancora doppio), e qualche settimana fa questo Monclovia.

Dopo i Makes Nice un altro gruppo neo-sixties rilascia due dischi nello stesso anno, dunque? Non proprio. Monclovia è infatti una sorta di best of. Una raccolta che però si apre con due inediti-bomba, non due riempitivi, che rendono obbligatorio l'acquisto anche ai fans di lunga data già in possesso dell'intera discografia. Here's To The End Of The World è un viaggio multidimensionale condotto da un gran sitar e da chitarre stile Revolver che rompe di prepotenza la classica strutura strofa-ritornello, innescando cavalcate che ricordano i Traffic inframezzate da cori Eleanor Rigby in un vortice di sobbalzi ritmici e cambi spazio-temporali...L'altro inedito, Faceless Wonder, è invece un brano pop perfetto, più ordinario e pre-psichedelico, che in meno di tre minuti condensa melodie assolutamente gloriose. Gli altri dieci pezzi sono, come detto, un sunto sul meglio dei primi tre album (solo Buzz For Aldrin, essendo appena uscito, non è rappresentato) e, benchè contesti aspramente l'assenza della title track del terzo album Happy Birthday, devo riconoscere che la crema della discografia è quasi tutta presente: il meraviglioso sitar-psych di 4 Seconds Nightmare In a 5 Seconds Dream, la British Invasion riportata ai fasti dei giorni belli in All In Good Time e il pop psichedelico Inglese alla Tomorrow che sgorga da Charlie Blue rappresentano il top per il sottoscritto, ma trattandosi di un best-of di una band tanto entusiasmante risulta assai complesso scegliere.

A tutti i fans, ancora di più a chi non ha mai avuto il piacere e in generale a tutti gli appassionati di psychedelic-pop Inglese periodo '67/'69 stra-consiglio l'acquisto di Monclovia. Perchè i pezzi che già conoscevamo sono sempre favolosi e gli inediti sono imperdibili. Perchè i Pillbugs sono uno dei migliori gruppi contemporanei. Perchè, ulteriore incentivo, costa pure poco. Non andate a fare i complimenti a Mark Mikel per la produzione dicendogli che sembra di ascoltare una band anni sessanta, però. Vi risponderebbe -e lo ha già fatto- dicendovi "E' ovvio, noi non potremmo mai usare i merdosi equipaggiamenti anni ottanta o novanta. Noi siamo con i piedi ben piantati nel futuro".

http://www.thepillbugs.com/
www.myspace.com/thepillbugs

sabato 24 novembre 2007

Disco del Giorno 24-11-07: John Moremen - Vertical (2007; Popstatic)

Avete presente la definizione classica di persona prolifica? John Moremen potrebbe stare nel dizionario dei sinonimi e dei contrari vicino alla voce "onnipresenza". Cento ne fa, cento ne pensa. Nel corso degli anni ha collaborato con mirabili artisti Californiani, suonando la batteria per gli Orange Peels e la chitarra per Roy Levoy che, per chi non lo sapesse, era il leggendario frontman dei Flaming Groovies. Poi, oltre alla stabile collaborazione con i Neighbors, per non farsi mancare nulla, di tanto in tanto presta le sue qualità di drummer a svariate formazioni di roots pop come Linemen e Las Train Home. Ma nonostante tutto, e scusate se è poco, in questo momento le cose rilevanti sono altre.

Da sedici anni Johnny "prezzemolo" Moremen fa uscire dischi -non molti, per la verità- a suo nome e, tanto per tenersi impegnato, quest'anno ha licenziato le ristampe dell'omonimo esordio solitario (uscito solo su cassetta nel 1991) e di Punch Me In (1996). Più Vertical, che ristampa non è. O meglio, doveva uscire nel 2002 ma poi è stato fatto solo un E.P., mentre gli altri brani di quelle sessions sono rimasti fino ad oggi inediti. Ora, io quell'extended play non ho ancora avuto la fortuna di ascoltarlo, ma se i nove brani che compongono Vertical sono degli scarti allora non so proprio che cosa pensare!

In ogni caso, nel 2002 Moremen forma un'estemporanea "band" che lo supporta in studio. Al basso arriva il produttore Chris Xefos, mentre alla batteria c'è un tale noto ai più con lo pseudonimo DJ Bonebrake, niente di meno che l'ex drummer degli X. Premesse ottime, dunque, e disco assolutamente all'altezza. Vertical è un capolavoro di powerpop semiacustico che già dalle prime battute entusiasma l'ascoltatore con un trittico eccezionale: No Time To Be Waiting, Hold On To Me e soprattutto Having A Dream hanno melodie eccezzionali, un tiro rilevante pur rimanendo delicatissime e un approccio alla materia che solo un docente della pop music può impartire.
John è un originario di Seattle trapiantato a San Francisco, e credo abbia i numeri giusti per stare sullo stesso piano dei migliori popwriters Californiani dei quali, a tratti, ricalca lo stile. Per esempio, a Moremen, Michael Penn deve essere piaciuto molto. E certamente Matthew Sweet esercita una rilevante influenza nella già citata, splendida Hold On To Me e nella piccola gemma You've Seen Me. Certo è che se tra me e Vertical è stato amore a prima vista, molto merito va anche al fatto che in qualche modo i ricordi corrono a Steve Ward e chi, come il sottoscritto, ha letteralmente venerato lui e gli insuperabili Cherry Twister non può non adorare Twist In Place (guarda caso), Spinning Around e in generale l'intero disco, vera e propria chicca di questo piovoso autunno.

Ad essere sincero, Vertical è l'unica cosa che io abbia mai sentito di John Moremen, ma se gli standard sono questi conviene andare a scoprire tutta la sua storia. Ovviamente serve almeno un mesetto di ferie, però...

www.myspace.com/johnmoremen

domenica 18 novembre 2007

Disco del Giorno 18-11-07: Mr.D - Wings & Wheels (2007; autoprodotto)

Perfetta colonna sonora per un ozioso pomeriggio primaverile da passare sotto al tiepido sole Californiano di quella stagione, ovviamente Wings & Wheels, album primo di Mr.D (Paul McLinden), è stato registrato a Glasgow. Essì, perchè da quando sono nati i Teenage Fanclub, quindi all'incirca nel 1990, le highlands sono diventate foriere di decine e decine di fantastici gruppi ispirati dal west-cost sound e quasi tutti caratterizzati da una qualità sinceramente ottima. Infatti, quando leggo una recensione, ormai sono portato a pensare: "dunque, qui c'è scritto che sono Scozzesi e somigliano ai Byrds. Lo compro!". E anche in questo caso il disco non sfugge alla prassi.

I brani di Wings & Wheels (perchè "wings take you somewhere, wheels bring you home") in origine erano venti e alcuni di essi si potevano ascoltare solo tramite la pagina MySpace di Paul. Una storia come tutte le altre. Poi, fortunatamente, qualcuno con abbastanza buon gusto lo ha incitato a registrare i pezzi in maniera "decente" e Mr.D, una volta messi assieme abbastanza soldi per prenotare venti ore di studio, ha selezionato e registrato le dieci tracce che compongono questo album d'esordio. Un disco tranquillo, sereno, pacifico e leggero, che ricorda i momenti più fievoli e romantici dei Fannies senza risultare melenso. Facendo dei paragoni con altre bands contemporanee, subito salta all'occhio l'incredibile somiglianza di stile e di voce con i grandi Primary5, il gruppo di Paul Quinn, che come tutti i fans sanno, è stato batterista dei Teenage Fanclub in Grand Prix, Thirteen e Howdy! e che qui da una mano nella produzione. Però Mr.D, essendo californiano fino al midollo, tra una carezza e un Jingle-Jangle, piazza anche una bella pedal steel nella bellissima Someone, Somewhere, vera perla del disco, un brano dove i Byrds incontrano i grandi classici degli America. Altri pezzi che balzano all'immediata attenzione sono Only Fools Fall In Love, I'll Keep Looking Around e Pick It Up, brani che i fans dei Thrills divoreranno anche perchè, a parte Big Sur e un altro paio di brani del loro primo disco, i Thrills non hanno mai scritto con questa raffinatezza. Inoltre, se come me avete amato i vecchi Cosmic Rough Riders e tuttora seguite con attenzione e passione i piccoli capolavori da solista di Daniel Wylie, qui c'è davvero pane per i vostri denti.

Il signor D. ha scritto Wings & Wheels di notte, e di notte suggerisce di ascoltarlo. Io ci ho provato e mi sembra una soluzione corretta. Ovviamente a meno che non vantiate una terrazza sul lungomare di Monterey o un appartamento nel centro della sunny Glasgow. In questi casi, secondo me rende anche di giorno.

www.myspace.com/misterdreadmusic

giovedì 15 novembre 2007

Disco del Giorno 15-11-07: Danny McDonald - Last Man's Tucker (2007; autoprodotto)

Danny McDonald è senza dubbio uno dei più grandi e sottovalutati musicisti Australiani. Già membro di ottime powerpop bands come P76 e Jericho e collaboratore di leggende della musica locale come Dom Mariani, Danny ha da poco fatto uscire il suo terzo lavoro da solista, intitolato Last Man's Tucker. A scanso di equivoci, il disco di cui stiamo parlando non c'entra assolutamente nulla con i lavori precedenti, almeno a livello di impatto. E' come se avesse voluto provare a se stesso di poter uscire con successo dal suo schema classico, che peraltro ne ha fatto uno degli artisti australiani più apprezzati a livello underground e di metterci la faccia il più possibile. Che vuol dire? E' come se avesse scritto le linee dei propri classici pezzi nel suo home studio, ma poi si fosse dimenticato di arrangiarli per la band e, in un impulso intimista ed introspettivo, le avesse registrate seduta stante, con l'aiuto di una chitarra acustica e saltuariamente di un'armonica a bocca. Il risultato è inaspettato e -lasciatemelo dire- strabiliante. Tutti e dieci i brani, nessuno escluso (giusto una nota particolare per la splendida That's Just Traralgon), convincono ampiamente e la ricchezza della sua voce permette di riempire un enorme spazio vuoto che, con le bands di cui è stato leader, non era certo abituato a lasciare. L'ho accennato e lo ripeto, Last Man's Tucker è un disco solitario e introspettivo, vero, ma non disperato e anzi pregno di aperture melodiche in qualche modo "west coast", che si ricollega alla grande tradizione dei migliori "troubadour acustici" e credo sarà molto apprezzato dai fans di Ryan Adams e Brendan Benson in flip acustico, Phil Angotti e degli ultimi, sofisticati Cloud Eleven di Sweet Happy Life. Notevole anche la produzione, che definirei (come piace dire a me) "in your face", molto intonata al minimalismo del disco.

Anche se siete fanatici integralisti del powerpop puro e non vi aspettavate un disco del genere da parte di uno dei vostri autori preferiti, il mio consiglio è quello di dargli una chance, potreste altrimenti perdere per sempre la possibilità di conoscere ed apprezzare un lato finora oscuro di un grandissimo artista. Del resto quando uno le canzoni le sa scrivere, le sa scrivere sempre. L'unico problema è che devo cercare ulteriore spazio per far posto a Last Man's Tucker tra i primi 30 in classifica...

http://www.dannymcdonald.com.au/

martedì 13 novembre 2007

Disco del Giorno 13-11-07: David Celia - This Isn't Here (2007; autoprodotto)

David Celia, ad oggi, è uno dei miei cantautori preferiti e This Isn't Here, suo secondo studio album, è uno dei pretendenti al titolo di disco dell'anno. Un serissimo pretendente. I più attenti tra i lettori di questo blog si chiederanno come mai, allora, lo recensisco solo adesso, visto che l'uscita ufficiale risale allo scorso Febbraio...Beh, è un classico di quando si ascoltano dischi che si amano particolarmente. Ci si mette sempre un pò di più, perchè si ha paura di non rendere sufficiente giustizia al disco di cui si parla. Ma oggi ho deciso di provarci, sicuro che David, semmai decidesse di leggere questa recensione, non me ne vorrà qualora non dovesse riuscire bene...

Per chi non ne ha mai sentito parlare, David Celia è un singer/songwriter Canadese con base a Toronto, Ontario. All'inizio del 2001 compie il suo esordio discografico con il gruppo Invisible Inc. (favoloso il loro unico CD Poor Folks Are Welcome) di cui è cantante e compositore. Un anno e mezzo dopo, arriva anche l'esordio da solista, con il fantastico Organica, uscito nel 2002, il disco che me lo ha fatto scoprire. Era pop intelligente, non convenzionale, eccentrico e melodioso. Un grande disco. Cinque anni relativamente silenziosi sono passati da quel momento, ma finalmente oggi possiamo goderci il nuovo, sfavillante This Isn't Here.

Rispetto ad Organica, si nota subito l'ulteriore crescita del compositore, e non era affatto scontato visto il livello molto alto che già aveva raggiunto agli esordi. This Isn't Here è un capolavoro di sintassi Americana, fatto di stilosi (nel senso migliore del termine) tratteggi country e folk contenuti in un involucro pop di altissimo ordine. Appena parte l'armonica di Evidently True, primo brano del disco, si intuisce subito che, nonostante le strutture siano ampiamente riconducibili ai classici della roots music (Graham Parsons?), ci troviamo di fronte ad un autore dal talento superiore alla media. Classe cristallina che sgorga da Best Thing Ever, il cosiddetto singolo del disco: tre accordi semplici semplici, melodia da magone, pezzo capolavoro. Il background di David Celia si sente. Il folk bucolico di Simon And Garfunkel si palesa in Speak To Me. Il country-rock alla Parsons ma anche un pò Tweedy di cero ispira Infinity. I Beatles di Rubber Soul si fanno sentire nella title track, così bella nella sua melodia sognante e nelle liriche pensose e filosofiche, in She's a Waterfall, rifacimento di un vecchio brano degli invisible Inc. e in Plain To See. I Found You è una meraviglia strumentale per sola chitarra, ma il vero "highlight" dell'album è Cactus, un country-folk d'avanguardia dedicata ai "Cactus people", che - spiegato da lui stesso- sono quelli che non le mandano a dire e tantomeno temono le conseguenze di ciò che dicono.

Ciò che importa dire qui è che tutto quello che David Celia canta o suona è -sebbene stilisticamente inquadrabile- prettamente personale. Lui potrebbe tranquillamente definirsi un virtuoso della chitarra ma mette la tecnica al servizio delle canzoni e non viceversa. Sa come centrare l'obbiettivo al primo colpo con strutture musicali complesse e ancora più complesse armonie a tre parti vocali. Sebbene sia pervicacemente legato alla cultura DIY e autoproduca i suoi lavori sa come si tira fuori un album di straordinario rootsy pop caldo e a presa rapida, subito efficace ma contemporaneamente intenso e riflessivo. Tutto questo, probabilmente, si può riassumere in una frase che ho trovato in rete spulciando tra le varie recensioni di This Isn't Here e che così definisce l'essenza di David Celia: "Feelgood-but-think kind of music". Perfetto. Io avrei solo modificato il finale e avrei scritto "great music". Un gioiello.

www.davidcelia.com
www.myspace.com/davidcelia

lunedì 12 novembre 2007

Disco del giorno 12-11-07: Seven Doors Hotel - Seven Doors Hotel (2007; Underhill records)

C'era una volta una terra, meravigliosa, da dove -ahimè- uscivano solo bands di metallo estremo. Mentre nella vicina Svezia si è sempre prodotta dell'ottima Pop music, in Norvegia coloro che osavano fischiettare una melodia erano delle vere e proprie mosche bianche. Certo, di gruppi buoni, specie dagli anni novanta in avanti, ce ne sono stati, vedi Dipsomaniacs e Chocolate Overdose e più avanti American Suitcase e Popium, ma si trattava di eccezioni, appunto. Oggi, invece, grandi formazioni melodiche imperversano anche nella terra dei fiordi, e con risultati notevolissimi. Il fatto è che accanto a bands in qualche modo riconducibili all'universo psych-pop, particolarmente fertile da queste parti e rappresentato da fantastici artisti quali Deleted Waveform Garherings, Dog Age e Lovethugs, si sta facendo largo una scena ispirata in qualche modo alla "classica" americana. Il miglior interprete alt.country Norvegese che fin qui conoscevo era il grande Sergeant Petter, che vanta tre super-dischi usciti per l'Olandese Excelsior recordings, ma oggi il suo trono è seriamente insidiato da questo quintetto di Oslo chiamato Seven Doors Hotel.

In questo omonimo debutto, il gruppo guidato dal cantante/compositore Alexander Lindback propone dieci grandi canzoni basate su un solidissimo alt.country dalle mille sfaccettature che deve molto a Jayhawks (Mark Olson ha co-scritto un paio di brani e pianifica un tour Spagnolo con la band) e Cracker senza però mancare di personalità e che in tutte le sue varie incarnazioni tende a colpire dritto al cuore e allo stomaco. La cruda voce in perfetto stile southern di Lindback è una meraviglia posata sulle pacate tinte folk di Carrie Me, God & I e The Finest Wine, così come sulle atmosfere molto più "tese" di All Those Dances e della conclusiva Cya dove aleggia maestosa la lezione di Neil Young. L'atmosfera generale è malinconica e in qualche modo traspare anche nei tre pezzi "movimentati" del lotto, cioè Old Hotel, Heavy Metal e Still In Tune. Queste ultime, tra l'altro, sono esempi perfetti di come il powerpop e l'americana possano convivere meravigliosamente in una sola canzone, prendendo ritmo e melodie dell'uno, stile di canto e fantastico organetto country dell'altro. Let's not play heavy metal again, please!

www.sevendoorshotel.com

domenica 11 novembre 2007

November Fall #2



Il duo di Burlington, Vermont, composto da Sean Hutton e Bill Rogers e noto ai più sotto lo pseudonimo Raquel's Boys, dopo aver compiaciuto le platee con l'ingegnoso sunshine pop presente in dosi massicce nei primi due dischi Music for The Girl You Love e The Spy Business, se ne esce con il nuovo album Mondo Fun. Le coordinate cambiano completamente, e le influenze sixties lasciano spazio a nuove divagazioni glam settanta-ottanta, in un turbinio di echi Sweet e T.Rex ma pure Redd Kross, dove le origini Beachboysiane degli esordi ancora un pochino si vedono, anche se decisamente sbiadite...Il disco non è neanche male, anche se personalmente li preferivo nelle loro antiche vesti...

Molto più convincente è il terzo album di studio di Tony Low, membro fondatore dell'ottimo gruppo di New York Cheepskates. Time Across The Page è il classico disco che cresce ascolto dopo scolto, anche se brani come la geniale apertura Winter Of Black Ice colpiscono subito al cuore. Ce n'è per tutti i gusti, jingle-jangle (Where Are You Now), psichedelia soft (La già citata Winter Of Black Ice) e folk-rock (Spirals). Il disco mi piace in modo particolare perchè, oltre alle canzoni oggettivamente molto belle, la voce di Tony mi ricorda in modo impressionante quella di Jelle Paulusma dei miei adorati Olandesi Daryll-Ann. Se avete apprezzato il disco da solista di Paulusma o i Daryll-Ann di Happy Traum o Trailer Tales non potete mancare Times Across The Page.


E che bello, infine, anche il nuovo (beh, proprio nuovo no, è uscito nel 2006 ma io l'ho recuperato solo adesso...) disco dei Far From Kansas, il cui nome fa pensare ad un classico combo di country classico da Nashville. Parzialmente è vero, nel senso che le influenze alt.country ci sono pure, ma mischiate ad un indie rock melodico intelligente e non pacchiano. Tutti dicono che il leader del gruppo J.D. Levin sia il nipote del cantante dei Wallflowers, cioè Jakob Dylan. Ma se sia vero non si sa, e del resto chi se ne frega. Ciò che importa, invece, è che The Ghost Inside You sia un disco molto bello, dove Levin mischia il suo amore per i singer-songwriters degli anni sessanta e settanta con il rock vagamente roots alla Ryan Adams e -perchè no- forse un pizzico alla Springsteen. La voce è veramente bella e pezzi come Steinbeck's America, la title track e Golden Gate hanno l'abilità di offrire all'ascoltatore un'oretta di rilassante, ottima musica cantautorale innovativa che non è così semplice da trovare in giro, al giorno d'oggi.

www.myspace.com/tonylowmusic
http://www.farfromkansas.net/

sabato 10 novembre 2007

Disco del giorno 10-11-07: The Makes Nice - This Time Tomorrow (2007; Frenetic records)

Josh Smith deve essere un personaggio strano. Già il fatto di essere il leader di gruppi cosiddetti heavy, ma possiamo pure chiamarli metal, come Drunk Horse e Fucking Champs e contemporaneamente essere residente a Berkeley, città-campus nel bel mezzo della Bay Area, non è una cosa normale. Passare dall'essere un metallaro ad essere pervicace cultore della musica sixties, poi, può anche capitare. Magari un pò meno facilmente il cambio di rotta si intraprende solo per aver visto un concerto di un gruppo di ventenni. O forse è proprio questa la forza del rock'n'roll? Bah. Il signor Smith, essendosi evidentemente rotto le scatole dell'heavy metal, necessita di un divertissement, qualcosa di più fresco, meno stantio. Vuole un "batterista soul fuori di testa" per fondare un gruppo R&B strumentale e lo trova in Jack Matthew. Poi, una sera, durante un party ad Oakland, vede suonare i Mothballs, gruppo di ragazzini che suonano un incendiario sixties-punk ed è estasiato dal titolare della quattro corde, Aaron Burnham. E' colpo di fulmine. Quando poi, verso la fine del set, i Mothballs attaccano con la cover di Woman degli Zombies, Smith capisce quello che va fatto. Tre e-mail, due telefonate ed ecco formato il nucleo sulle orme dei classici power-trio. Dodici mesi di prove più tardi nascono ufficialmente i Makes Nice.

All'inizio del corrente anno, i tre pubblicano il disco d'esordio Candy Wrapper and Twelve Other Songs. Circa un mese fa, a soli dieci mesi di distanza, nella più classica delle usanze sixties di produrre uno o più dischi all'anno, ecco il nuovo This Time Tomorrow.

Spesso parliamo di grandi dischi neo-sixties e chi ha letto qualche volta il mio blog sa della mia sconfinata passione per questo tipo di sonorità. Ma in questo caso non parliamo di un disco con suoni neo-sixties, parliamo di un disco che, per come si presenta, dopo dieci secondi di ascolto fa pensare ad una serie di brani effettivamente registrati tra il '66 ed il '69 e che per qualche motivo sono rimasti sconosciuti fino ad ora, quando qualche discografico ha deciso di assemblarli e di portarli alla luce del sole. Sembra di sentire una raccolta di singoli ed inediti di qualche sconosciuta band apparsa sul volume "Americano" dei Nuggets. Il suono è sporco, chiaramente (e rigorosamente) registrato in anaologico, lucidato da melodie vocali che sarebbe errato non definire pop. Quattordici pezzi veramente notevoli sospesi tra un sound che ricorda palesemente Small Faces e Who in primis, però con le linee melodiche dei Big Star di Radio City. Non ci sono momenti di rilassamento, la tensione è sempre alle stelle e le varie Melody Please, Don't You Understand, Waterworld e When It's All Gone, ma potrei citarne altre, centrano il bersaglio con una precisione ed un'assenza di retorica veramente super per un genere in questo senso così pericoloso. Una citazione a parte la merita Do It Again, traccia numero due, che -non solo secondo me- potrebbe essere uno dei più grandi singoli dell'anno. Speriamo solo che qualcuno tiri fuori i soldi per produrlo in formato 7", con una sola b-side, come si usava una volta. Perchè un pezzo così, con quei suoni e quell'attacco, se lo meriterebbe decisamente.

www.myspace.com/themakesnice

venerdì 9 novembre 2007

Disco del giorno 09-11-07: Satisfaction - Cougars, Sharks and Flying Sparks - e.p.(2007; autoprodotto)

(Non sono stato in grado di trovare immagini della copertina online e tantomeno una foto della band, o meglio, ne ho trovata una ma non si può copiare sul blog! Appena troverò qualcosa provvederò a risolvere questo increscioso contrattempo)

Questa è una grandissima scoperta! Peccato sia solo un EP di 5 pezzi. Però che pezzi! I Satisfaction, cioè Michael Rosas (voce e chitarra), Matthew Fletcher (tastiere), Aaron Wahlman (basso) e James Fletcher (batteria), sono un eccentrico combo di Orange County, California. Scrivono testi ambigui e spiritosi e li cantano in modo vagamente sexy; non a caso, tra i loro top friends sulla pagina MySpace ce n'è uno con il cappello e lo sguardo inquietante che rende bene l'idea. Quel personaggino è Harry Nilsson...Musicalmente il loro è il classico genere indie rock/pop che generalmente definirei fichetto (e a seconda dei casi, fichetto buono o fichetto e basta) che somiglia un pò agli Strokes, un pò agli Spoon, un pò ai dannati Franz Ferdinand, ma con una sensibilità pop che le tre facoltose bands sopracitate neanche si sognano. Attenzione attenzione: So We'll Just Take The Night a mio modesto parere è uno dei tre-quattro pezzi dell'anno, con un geniale intro di chitarra che al primo ascolto mi ha fatto pensare "cazzo, ma questo è Link Wray?" che subito si trasforma nella canzone indie rock perfetta con una strofa che fa saltare sulla sedia e ritornello killer. Vi giuro, un pezzo assurdo. Poi c'è Walk Away Sunny Day, che ricorda veramente tanto gli Strokes, avendo un cantato parecchio sullo stile di Casablancas, sia come impostazione vocale che come tipo di registrazione. Il fatto è che gli Strokes, dopo Is This It?, un pezzo così buono non l'hanno più scritto. I tre restanti brani di Cougars, Sharks and Flying Sparks, stilisticamente simili al favoloso uno-due iniziale, si attestano su livelli inferiori, e ci mancherebbe pure, ma comunque molto buoni. Signori, il 2007 è ormai quasi completo e quello dei Satisfaction per ora è l'extended play dell'anno. A quando un Lp?

www.satisfactionmusic.com

giovedì 8 novembre 2007

Disco del Giorno 08-11-07: Frank Marzano - But Enough About Me (2007; autoprodotto)

Inizierei a discutere di questo disco partendo da una nota di inutile ma nondimeno doveroso patriottismo. Dai tempi dei Rain Parade di Matt Piucci oppure, ancor prima e ancor meglio, da quelli dei Beau Brummels di Sal Valentino, quanto hanno dato le radici Italiane al Pop chitarristico? E soprattutto, trattasi di fuga di cervelli anche nel campo del rock melodico, visto e considerato che nel Belpaese la desertificazione del pop avanza a livello impressionante? Non lo so e in ogni caso devo farmene una ragione, visto che il nostro Frank è comunque Americano, nato a Chicago da padre probabilmente Abruzzese e cantautore di supernicchia di quelli che mi fanno venire i goccioloni agli occhi. Indipendenza nell'accezione pura del termine, quella che contrasta in modo inequivocabile l'etichetta Indie appiccicata addosso ai Neo-MTV-Rock'n'Rollers, che di indipendente non hanno nemmeno il taglio di capelli. Ma da dove salta fuori questo quarantacinquenne Italo-Americano che dal nome potrebbe essere benissimo un personaggio di John Fante? Nei primi anni ottanta, al liceo, già suona e compone. E' in quel periodo che fonda i Childhood's End, band che fino al '91 suona regolarmente nell'area attorno alla metropoli dell'Illinois. Poi si trasferisce in Pennsylvania, a Edinboro, e inizia a raccogliere materiale per l'esordio da solista, Foul Weather Friend, uscito nel 1999. Otto anni dopo, ecco il degno successore But Enough About Me nel mio lettore cd. La gestazione dei dischi di Frank è sempre particolarmente lunga, visti e considerati i sei anni passati (era il 2001) dall'inizio delle registrazioni, eppure il risultato è maledettamente semplice. Il fatto è che il Nostro ci tiene a che sia tutto in ordine, non un bridge fuori posto, non un frammento di melodia superfluo. A Girl Named Sam a me ricorderebbe Gene Clark se Gene Clark fosse stata una persona serena, e in tutti gli altri quindici episodi del disco si sente la spinta propulsiva di Liverpool. Non manca la ballata southern (Ladies' Night), e nemmeno il rock'n roll sfrenato (Let's Get Married In Vegas). Soprattutto si nota l'amore viscerale per quella tipologia di sunshine-pop alla Klaatu, presente in dosi massicce nelle varie Hard To Get e Makin' Up For Lost Time e per Brian Wilson, che presenzia solitario in To Both For Us e in compagnia degli altri Beach Boys in She's At The Beach. Album godibilissimo e di un'immediatezza unica, pregno di testi assolutamente "real life" che trattano - anche con un pò di ironia, vedi Hot Mama - tematiche quotidiane, dall'amore distrutto alla gioia di diventare padre. Banale, certo, ma assolutamente vero. Per farvi capire l'essenza di Frank Marzano - che nel disco suona ogni strumento - concludo questa recensione con una sua frase che bene rende l'idea: "Se saprò meritarmi di suonare al Carnagie Hall, ottimo, sarei la persona più felice del mondo...Se invece tutto ciò che riuscirò a fare sarà suonare all'angolo di una strada ad Edinboro, Pennsylvania, sarò altrettanto felice e farò volentieri anche quello". Averne di personaggi così.

http://www.frankmarzano.com/

mercoledì 7 novembre 2007

Disco del Giorno 07-11-07: Tenniscourts - Tenniscourts (2oo7; PopUlysses)

Ho appena sentito un bel disco. Non un capolavoro indimenticabile, ma si sa, i giorni tra Lunedì e Mercoledì, specie di pomeriggio, sono giornate grigie e ostiche, dunque dodici brani di powerpop dalla presa rapida e dalle potenti melodie ci stanno molto bene e risollevano l'umore. I Tenniscourts sono un gruppo di Chicago con la capacità innata di costruire melodie favolose in due minuti. Come nell'incipit dell'omonimo album: Girls Like This dura un minuto e cinquantasei secondi. Ma sono istanti travolgenti. Chitarre sferraglianti e drumming nervoso e poderoso a supportare delle linee vocali che non si scollano dal cervello. E' bello perchè i pezzi sono scritti bene. La formuletta powerpop funziona, però poi ti accorgi che brani come Dead End Street, Victoria And Monica e She's Out Of Control, oltre alla già citata "introduzione" sembrano i Kinks di Village Green se Village Green fosse stato registrato nell'82, quando certo Punk andava a mescolarsi con il neonato Paisley underground. Benone. Poi? Release My Love sarebbe un pezzo apprezzato dai più se solo l'avessero scritto i fratelli Gallagher e Human Being ha un gran bello spunto psych-pop che mi ricorda i grandi Telepathic Butterflies. Il resto è un signor contorno, che vanta il pregio indiscutibile di non cadere mai nella medocrità o, forse peggio, nella noia. Ancora una volta, vale la pena di ricordare che dischi di questo tipo forse non rimarranno per sempre indelebili nella memoria dei cultori del genere ma, credetemi, almeno ogni tanto è un piacere passare una mezzoretta sui Tenniscourts!!

www.myspace.com/thetenniscourts

martedì 6 novembre 2007

Disco del Giorno 06-11-2007: Mark Norris & The Backpeddlers - Stranded Between Stations (2007; Harvest Sum recordings)

La domanda più inquietante su Stranded Between Stations la potete trovare sulla pagina MySpace di Mark Norris: "Come può suonare un album registrato in una soffitta durante il terribile inverno di Buffalo?". Forse un pelo malinconico, questo si. Di certo non straziante. Sicuramente, parola di Mark, i pezzi registrati negli scorsi due anni necessitavano di arrangiamenti più soft e gentili rispetto agli assalti power-pop della band che Norris ha guidato per dieci anni. Come quale? Ma i grandi Girlpope, ovvio! Così ci troviamo a fronteggiare un disco che già al primo ascolto è sublime, ma che contemporaneamente è anche un "grower" e ascolto dopo ascolto cresce a dismisura. Sarà che brani come l'apertura Last Regrets, un pò Steve Wynn, così sottilmente lo-fi mi fa impazzire; oppure sarà colpa del fantasma di Gene Clark che aleggia alle spalle di To Old Relations. Non lo so, il piatto è molto ricco. E vario, pure. Dall'upbeat powerpop di Handclaps a Wrong Again, tinteggiata da Jeff Tweedy, c'è l'imbarazzo della scelta. In più, come se non bastasse, dopo il "fallimento" dei Girlpope Norris aveva quasi deciso di mollare la musica. Poi, in diciotto mesi, salta fuori con dieci pezzi come questi. Sarà mica che scrivere sapendo di non dover incidere sia così rigenerante?

www.myspace.com/marknorrisandthebackpeddlers

lunedì 5 novembre 2007

November Fall #1

I Tellers, giovanissimo duo Brussellese (precisamente di Bousvald) è salito agli onori (oneri?) della cronaca per aver prestato la loro Second Category allo spot della stampante Canon. Innanzitutto, pur detestando la categoria devo, quando non ne posso fare a meno, complimentarmi con il creativo pubblicitario o chi per lui ha scovato tale canzoncina, che non voleva saperne di uscire dalla testa del sottoscritto e mi ha spinto a cercare (e trovare) l'omonimo Ep d'esordio in cui, come immaginerete, Second Category era contenuta. Il dischetto conteneva altre cinque canzoni, orecchiabili scheggie pop minimali e divertentissime(soprattutto l'apertura More) ancorchè frammentarie. Il cantato, diciamo così, Inglese, ineluttabilmente ridisegnato da un fortissimo accento Francese, non so perchè ma ci sta bene, e dire che ho sempre sostenuto che chi non è in grado di cantare in modo decoroso in lingua Inglese dovrebbe cantare nella propria.....Bene, premesso ciò, annuncio in via ufficiale l'uscita, prevista per il prossimo sei di Novembre, del disco lungo dei Tellers, che si chiamerà Hands Full Of Ink e conterrà ben sedici canzoni le migliori delle quali saranno le già citate More e Second Category, Hugo e The Darkest Door, anche se ancora il disco (che ho già grazie ai miei agganci...) non l'ho proprio ascoltato benissimio. Il loro stile è stato definito da più fonti come un classico Pete Doherty intento a reinterpretare Paul Simon e la definizione io la accetterei. Ripeto, l'album è insieme intimo e divertentissimo, leggero come una piuma e consigliato a grandi e piccini. Tra l'altro, dovessero piacervi, i Tellers sbarcheranno dalle nostre parti alla fine di Novembre e più precisamente a Torino, all'Hiroshima Mon Amour il 23 e il giorno seguente al Corallo di Reggio Emilia all'interno di un intensissimo tour Europeo. Il potere della pubblicità...



La scena powerpop mondiale continua a sfornare dischi uno più bello dell'altro. Noto da un pò di anni la tendenza a pubblicare in autunno la maggior quantità di album di qualità, scusate se la frase non è fluentissima ma il concetto che voglio esprimere lo richiede. Voglio dire, il 2007 (stiamo parlando solo dell'ampia scena in qualche modo legata al Power Pop) non è che fino alla fine dell'estate abbia regalato chissà quali dischi e, ad eccezione dell'album di David Celia (in realtà uscito agli sgoccioli del 2006 ma che io considero un "2007" per quanto riguarda le varie classifiche annuali) e a quello (doppio) dei Future Clouds And Radar, non molti altri dischi sarebbero potuti entrare ai primi venti posti della Power Pop Chart del 2006 e anche del 2005, ad esempio. Ma si sa, bisogna aspettare i mesi in cui le fogli cadono e le giacche di pelle da rocker escono finalmente dagli armadi per esprimere giudizi completi. Puntualmente, ad inizio Ottobre hanno iniziato ad arrivare una serie di dischi assurdi, nell'accezione migliore del termine. Farò qui un excursus approssimativo sul top of the pop di queste ultime settimane...i Nines hanno fatto un disco nuovo?? Oh si. Sto ancora attendendo con frenesia che il nuovo Gran Jukle's Field arrivi nella mia casella della posta ma ancora niente. Ulteriori news in proposito arriveranno molto presto (speriamo); in tanto il mio consiglio è di andarvi a sentire sulla loro pagina MySpace, che linkerò qui sotto, quattro pezzi tratti dal loro ultimo disco, dove brillano gemme assolute come Don't Be A Fool, che parecchio ricorda gli ELO più dance, Dance Just For Me, grandiosa love song dedicata ad un strip teaser e Insanity (che dovrebbe aprire il disco) con il classico coro barocco e armonie a tonnellate. Bleu (L.E.O.) e Jason Falkner (Grays, Jellyfish) collaborano davanti e dietro al mixer, fate un pò voi, tutto sommato.

Non siete ancora corsi a prenotare una copia? Allora aspettate la fine di questo post così quando vi buttate sul catalogo Kool Kat fate un ordine unico e risparmiate sulle spese di spedizione! Dunque, tre anni fa usciva lo splendido album d'esordio di un gruppo Londinese chiamato Jackdaw4, la comunità powerpop ebbe un sussulto e attorno a quel disco, che se non ricordo male si chiamava Gramophone Logic, ci fu un gran casino. Un paio di settimane fa ecco che dal nulla, o meglio, dalla newsletter di David Bash sul forum Audities, ecco spuntare la notizia dell'uscita di Bipolar Diversions, vale a dire il disco sophomore dei Jackdaw4. Siete fans sfegatati dei Jellyfish? Niente...Almeno dei Queen? Bingo! Bipolar Diversions, con canzoni geniali quali Sooma (All This Vision), Frobisher's Last Stand, e Illuminati ricreano quel fantasmagorico universo 70's prog-pop che con Mercury beveva dalla stessa fonte dei Beach Boys. State attendendo da anni un altro grandissimo disco "alla" Jellyfish? Andate su questo ad occhi chiusi, perchè è il miglior disco del genere negli ultimi cinque anni insieme a quello omonimo dei Checkpoint Charley del 2005. Magnifico!

Chiudiamo questa parentesi di bombe con quella che personalmente ritengo essere la più importante....A tutti noi (a me di sicuro, perlomeno) i Cotton Mather, spariti nel 2001, mancano terribilmente, ritenendo tuttora il loro Kontiki uno dei due-tre dischi migliori di tutti gli anni novanta. Già in Febbraio le nostre ferite sono state lenite alla grande dall'uscita di Future Clouds And Radar, il sublime doppio cd che ha inaspettatamente fatto segnare il ritorno sulla scena di Robert Harrison (e del bassista Josh Graveline). Oggi, e questo è meraviglioso, possiamo vantare ben due progetti post-Cotton Mather nello stesso anno! Essì, perchè l'altra metà della band di Austin, ossia il chitarrista Whit Williams ed il batterista Dana Myzer (insieme -addirittura- a Ron Flynt della celebre power pop band 20/20) ha dato alla vita un nuovo progetto. Quello che doveva essere solo un episodio, una sessione per registrare un brano da piazzare su una compilation, si è trasformato in Euphonia, cioè dodici brani nuovi di zecca pubblicati sotto lo pseudonimo Stockton!! Beh, che dire? Innanzitutto si tratta di un album musicalmente molto più vicino ai Cotton Mather rispetto a quello nuovo (comunque assolutamente favoloso) dell'ex leader Harrison. Un fan come me si commuove davanti a Free Drinks, classico psych pop alla Cotton Mather periodo The Big Picture e pure al cospetto di My Foreign Legion (che per qualche motivo già dal titolo mi ricorda la vecchia band, forse proprio perchè è un "titolo" alla Cotton Mather). I primi quattro pezzi-killer del disco lasciano senza fiato: infatti si prosegue con Pipe Dream Blues, strafatta di rootsy-psichedelia come ai bei tempi di Kontiki, e si arriva a Dreamworld, il pezzo migliore in assoluto, con una prepotente melodia di strofa/ritornello e quella chitarra di Williams (che ho sempre ritenuto fondamentale per il complessivo suono dei Mather), spesso suonata e registrata -e non solo in questo pezzo -alla Beatles di Because o Rain. Va poi a finire che See Rock City, Lowbrow e Change The Locks, che probabilmente sarebbero le canzoni regine in un sacco di dischi, qui combattono per la quinta posizione!!! A scanso di equivoci, ci troviamo al cospetto di un serio contendente per una delle prime cinque posizioni nella mia personalissima chart di quest'anno, e c'è odore di podio....Grandioso!!!!!

www.ninespop.com
www.jackdaw4.com
www.myspace.com/stocktonmusic

Disco del Giorno 03-11-2007: Splitsville - Let's Go! The Best Of (2007; Zip records)

Era da un bel pò di tempo che non avevo il piacere di recensire un best of di un gruppo indipendente che adoro, forse l'ultimo era stato quello di Martin Luther Lennon, ma era il 2005, quindi...E' stata una piacevole sorpresa apprendere dell'uscita di Let's Go! The Best Of Splitsville, pubblicato giusto il mese scorso dalla Californiana Zip records. Il gruppo si formò nel 1994, quando ancora il cantante-chitarrista Matt Huseman ed il suo socio Ira Katz fronteggiavano una rispettata power-pop band, con alle spalle anche un album per major, i Greenberry Woods. Il fratello di Matt, Brandt, che nei Woods stava al basso, fu invitato ad accomodarsi dietro ai tamburi, cosa che peraltro mai aveva provato a fare in vita sua, mentre al basso venne inserito il tecnico del suono Paul Krysiak e gli Splitsville nacquero così, in due minuti, un divertissement tanto per fare i cazzoni, e neanche poco. Il primo lavoro lo intitolarono Splitsville U.S.A., unico album non rappresentato in questo Best Of. Registrato a casa di Paul in due giorni, Splitsville U.S.A. è costellato di canzoni dai testi assurdi ("Come back to the 5 and dime, Larry Storch, Larry Storch"), dalla produzione per lo meno approssimativa, "salvato" dalle grandi intuizioni melodiche che caratterizzavano il powerpop-punk dei loro esordi. Era il '95. Un anno dopo, nel 1996, i quattro di Baltimore, MD (ma quanti gruppi eccezionali escono da quella città?!?) firmarono con l'etichetta indipendente di New York Big Deal. Contemporaneamente, i Greenberry Woods si sciolsero e gli Splitsville diventarono l'occupazione principale dei fratelli Huseman e di Krysiak, che decisero di continuare come trio. Ciò significò un cambiamento in chiave più seria della band, che in un certo senso iniziò in questo momento la propria carriera, con la produzione del secondo disco intitolato Ultrasound. E proprio con un pezzo di Ultrasound si apre questo best of. Let's Go! -brano che da pure il titolo alla raccolta- è un assalto furioso di un minuto e mezzo, più pop punk che power pop, in linea con lo spirito che all'epoca rappresentava la band, ripreso in modo efficacissimo e sintetizzato in una frase da Jacke Ford, "uomo" che si è occupato di scrivere una manciata di aneddoti nello (scarno, peccato...) booklet di Let's Go!: "All night jam and breakfast vodka". I brani presenti in questo Best Of, anche se meno volutamente cazzari, rimangono abbastanza volti al divertimento più puro, con un sound scassato tra il garage, il punk e il pop, ben inquadrabile nelle varie The Misfits, Yearbook e The Kids Who Kill For Sugar, anche se un tentativo di smarcarsi dalle logiche "no-frills" è già riscontrabile in brani (appena) più sofisticati come Home e Ponce de Leon. L'incedere di questa compilation è inevitabilmente legata a doppio filo con la biografia e, soprattutto, con la discografia degli Splitsville, visto che anche i brani del disco di cui stiamo parlando la seguono in modo pedissequo. Tocca allora parlare del periodo Repeater. Il terzo lavoro di studio, sfortunatamente, uscì pochi mesi prima che la loro etichetta Newyorchese fallisse, lasiando scomodi strascichi soprattutto sul versante promozionale del disco della svolta, definitivamente smarcato dalle sonorità grezze ed impulsive degli esordi e più imparentato con quello dei Greenberry Woods. Day Job, I Concentrate On You, Why It Can't Be ma soprattutto la splendida Big Red Sun si adagiano su rassicuranti tappeti intarsiati di classico powerpop, che fanno sì tornare alla memoria la band d'origine ma che inevitabilmente ricordano anche i gruppi che proprio in quel periodo (era il 1998) la facevano da padroni nella scena "college" come Weezer e Fountains Of Wayne. I brani tratti da Repeater, in tutto sei (oltre a quelli sopracitati compaiono pure Manna e Joan Of Arc) segnarono un radicale cambiamento anche nelle tematiche, più imperniate sulla dura realtà (Dayjob, Why It Can't Be?) che sulle colazioni a base di vodka. La vera svolta, quella realmente radicale, doveva ancora venire, però. Nel 1999, in occasione di quel grandioso indie-pop festival Losangelino che si chiamava Poptopia! gli Splitsville registrarono un e.p. di quattro brani intitolato Pet Soul, con chiari riferimenti sia nel titolo che nei suoni alle pietre miliari Pet Sounds e Rubber Soul. Nel 2001, quei quattro brani, insieme ad altri sei nuovi pezzi e alla cover di I'll Never Fall In Love Again di Bacharach andarono a completare il quarto album di studio, The Complete Pet Soul, fatto uscire dalla Spagnola Houston Party, il disco che me li ha fatti conoscere e che ancora oggi è il mio personale favorito. Il sound, come detto, cambia nettamente e le profonde, finissime orchestrazioni alla Brian Wilson dei brani presenti sull'originale e.p. si intersecano splendidamente con gli alti profili folk-rock di Rubber Soul. Per questa raccolta, tra quegli undici brani sono stati selezionati, oltre all'intro Ouverture: Forever e Pretty People, due grandiosi esempi di come i Beatles avrebbero potuto suonare power pop; Sunshiny Daydream, notevole tributo a Lovin' Spoonfull e Millenium; Caroline Knows e quella sorta di mini-operetta di Wilsoniana memoria chiamata -appunto- The Love Songs Of B.Douglas Wilson, una delle vette dell'intero lotto insieme alla spettacolosa ballata Tuesday Through Saturday, anche'essa tratta da Pet Souls. L'ultima parte della storia riguarda il più recente album, Incorporated, uscito nel 2003 sempre per la Houston Party e il primo per la band in versione quartetto dopo l'aggiunta -avvenuta in occasione del tour di Pet Soul- di un altro chitarrista, Tony Waddy. I sei brani che qui lo rappresentano (White Dwarf, Brink, Headache, The Mentalist, Sasha e I Wish I Never Met You) fanno segnare un ritorno a sonorità più orientate verso un power pop di stampo moderno, con parecchie chitarre e sempre fradicio di brillanti armonie vocali più Weezer che Teenage Fanclub. Tra queste ultime canzoni, I Wish I Never Met You, che non starebbe male su un disco di Matthew Sweet, è quella che più volentieri ci accompagna nell'attesa del nuovo studio-album degli Splitsville che, a quanto ne so, prima o poi uscirà. Nel frattempo, se non siete a conoscenza di quest'ottima band del Maryland oppure non avete avuto modo di seguirne le intere vicende, vi consiglio l'acquisto di Let's Go!, davvero il meglio degli Splitsville visto che i 25 pezzi che lo compongono -scelti direttamente dai membri del gruppo- sono effettivamente i migliori pubblicati. Se invece già avete tutto, c'è sempre il tempo per andare a riscoprire i Greenberry Woods, il gruppo pre-Splitsville dei fratelli Huseman, autori di due eccellenti album usciti nella prima metà degli anni '90 che verrano prossimamente esaltati su questo blog....

www.splitsville.com
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