giovedì 24 dicembre 2009

Disco del Giorno 24-12-09: Fate Lions - Good Enough for You (2009; autoprodotto)

E' buffo, molto buffo. E' quasi Natale e sono attorniato da prati e montagne innevate, mentre fuori dalla finestra basse e cupissime nuvole scaricano una leggera ed insistente pioggerella filtrata dalle luminarie e dai jingle-bells della festa. Ma io penso al Texas. Nella sua accezione più classica. Sole. Caldo. Distese sconfinate di nulla. Oppure improvvise metropoli, che mai dimenticano la propria collocazione geografica all'interno di un territorio strano, ampio, di frontiera. Dove anche i suoni più evoluti e progressisti sempre devono fare i conti con una tradizione antica, forte, che segue il trascorrere degli anni come un'ombra e tuttavia non opprime, capace com'è di adattarsi al presente e, ne siamo sicuri, al futuro. Ed è vero, di gruppi che si cibano di tradizione ne escono ancora a frotte, ancora oggi, da tutti gli angoli degli States e soprattutto qui, nella culla della musica americana per come noi oggi la intendiamo. Ma ci sono sodalizi che nonostante tutto fuoriescono dalla massa con dischi assolutamente degni di nota. Uno di questi è Good Enough For You, album primogenito dei Fate Lions.

Ecco, adesso vi aspetterete che i Fate Lions siano un gruppo country. E invece no. Perchè i suoni delle radici fanno parte del bagaglio culturale della band, ma non ne dominano il suono. Sono radici nascoste eppure, irrimediabilmente, influenzano un album che poi in sostanza è indie rock. La produzione è opera di Salim Nourallah e ogni tanto, in effetti, sembra di sentire l'eco di alcuni suoi dischi, anche se bisogna dire che i Fate Lions sono fautori di un sound decisamente più dinamico. Inoltre, anche se non sempre è obbligatorio esagerare con i riferimenti materiali, mi sento di citare un album recente che, se qualcuno lo ricordasse, potrebbe essere di buon esempio: era il 2006 e in molti - io per primo - etichettavamo This Car Is Big, il primo disco dei Molenes, come uno dei migliori lavori di americana pura degli ultimi anni. Qualora non aveste idea di che cosa stia parlando, sappiate comunque che i riferimenti che facevano grande quel disco sono qui presenti in forze.

Per essere chiari, brani come Seen It All, Shining Places, la meravigliosa ed evocativa The Queen Himself, ma soprattutto come All You Do Is Crazy e Hard Swallow sono colpi clamorosamente riusciti di indie rock filtrato da contaminazioni rurali, dove le centrifughe liriche e musicali che fanno tanto Wilco e Son Volt sono accompagnate dal carattere forte dei mitici Say Zu Zu. Ma, lo dicevamo prima, la forza di questo disco consiste nella complessa storia che ognuna delle tracce presenti porta dietro di se. Una storia lunga oltre quarant'anni di musica a stelle e strisce. Un percorso capace di unire le concezioni soniche dei progenitori ed associarle con estrema naturalezza alla rivoluzione indie anni '80 e primi '90. Così un brano come Astronaut ricorda i REM degli esordi e The Girls Are Alright è imperniata su girotondi simil-jangle molto Teenage Fanclub, mentre la sublime Calendar Girls porta subito alla mente i migliori Lemonheads, senza scherzi. Good Enough for You? Si, direi proprio di si.

venerdì 18 dicembre 2009

Disco del Giorno 19-12-09: The Corner Laughers - Ultraviolet Garden (2009; Popover Corps)

"Irriverente, solare e sfacciata pop music per il passato, il presente ed il futuro". Questo si legge, sul sito di CD Baby, nella pagina di presentazione di Ultraviolet Garden, il secondo album di studio dei Corner Laughers. Se vi ricordate, non è la prima volta che parliamo del quartetto di Frisco su UTTT. Quasi due anni fa, oramai, scrivevamo ottime cose riguardo a Tomb Of Leopards, che dei Corner Laughers era l'album di debutto. Ora, se non rimembrate, potreste prendervi una pausa e ricominciare da quegli scritti così, a mò di ripasso. In ogni caso sappiate, e statene certi, che Ultraviolet Garden rappresenta un triplo salto mortale in avanti, rispetto allo spassoso debutto del 2006. Le caratteristiche base sono poi le stesse: sensazionale twee pop di chiara matrice eighties, riposizionato nel nuovo millennio ed aggregato a sensazioni pop-girl anni '90. Il risultato è più o meno quello che ci si aspetterebbe ascoltando Lisa Marr spalleggiata dagli Heavenly. Tanta roba. Stavolta, però, c'è qualcosa in più. Karla Kane e Angela Silletto, le ragazze terribili alla guida della band, danno sfogo a tutta la loro passione per la musica delle radici americane, e così Ultraviolet Garden risulta essere uno dei migliori dischi alt.country/pop che mi sia capitato di sentire ultimamente.

La meravigliosa voce di Karla esplode da Shrine of the Martyred Saint, traccia numero uno del disco, che fa subito capire il senso della definizione utilizzata per aprire questa recensione: "musica pop per il passato, il presente, il futuro". Ed un'altra questione di primaria importanza si palesa immediatamente. I testi navigano in quello spazio tra il fine umorismo e i raffinati riferimenti culturali che spostavano gli equilibri già ai tempi del disco di debutto. Questa volta le ragazze spaziano tra catacombe romane e preoccupazione per la fauna californiana in via d'estinzione. Tra dissertazioni sui villaggi Mayan e ragazzi che sono perfetti idioti. Il pop delle Laughers poi, è sempre uno sballo. E se lo scatenato twee di brani come Thunderbird, Yellow Jackets e soprattutto della gigantesca The Commonest Manifesto fa saltare sulla sedia, stavolta gli episodi più illuminanti sono quelli intrisi di ukulele e profumati di praterie per una popicana al femminile tra le migliori del decennio. Per esserne sicuri, vi basterà dare un sommario ascolto alla sontuosa Half a Mile e soprattutto a Dark Horse, un manifesto di esistenzialismo contemporaneo da cameretta ("I Saved your last e-mail, i couldn't bring myself to delete it") che entra istantaneamente, e di diritto, tra i brani migliori dell'anno.

In regia siede Allan Clapp degli Orange Peels (anche per loro un nuovo, discreto disco appena uscito), fatto che sta a certificare la garanzia del prodotto: pop d'autore, anzi, d'autrice di primissima qualità. Intenso, profondo ma solare e felice allo stesso tempo, come i Corner Laughers sanno fare alla perfezione. Poi dai, è quasi Natale, e Ultraviolet Garden è il perfetto sottofondo per l'atmosfera di festa. Disco da top 10, senza indugi.

giovedì 3 dicembre 2009

Disco del Giorno 03-12-09: Bill Donati - Never Like This (2007; Manlia Music)

"Le canzoni dei Beatles sono magiche, trascendono il tempo in cui furono scritte. Vederli dal vivo ha rappresentato per me una sorta di epifania". Cosi parlò Bill Donati, il protagonista del nostro "disco del giorno", rispondendo ad una domanda dell'intervista fattagli da Fab Four Radio, una stazione radiofonica online che ogni fan dei Beatles dovrebbe conoscere. A quanto si apprende leggendo il comunicato inviatomi dall'emittente, "Fab 4 Radio trasmette principalmente le canzoni dei Beatles. Per il resto siamo abbastanza selettivi, e solo le migliori canzoni nuove sono ammesse". Donati, cuore e sangue italiano trapiantati dapprima a Memphis ed oggi a Las Vegas, ha visto giusto qualche mesa fa una propria traccia, intitolata Studio 2, essere scelta come canzone del giorno nella programmazione della radio dei suoi sogni. Sono soddisfazioni enormi. Del resto se le merita, Bill, perchè è uno di quei personaggi che dei Beatles e della musica pop ha fatto la propria ragione di esistere. E vediamo perchè.

Bill Donati nei primissimi anni settanta lavorava agli Ardent Studios di Memphis, una vera e propria istituzione della musica americana e non solo. Tra le mura degli studios hanno registrato veri e propri mostri sacri come Led Zeppelin e Cat Power. Come REM e ZZ Top. Ma non vorrei portare fuori strada chi fosse digiuno di informazioi a riguardo. Perchè se gli Ardent studios rappresentarono un eclettico centro di registrazione ambito un pò da tutti, la Ardent label nacque con lo specifico intento di tradurre in musica la prosa inebriante che giungeva sottoforma di invasione dalla lontana Inghilterra. Una sorta di chioccia che si impegnò a proteggere e divulgare (attraverso la potente e sodale Stax records) i pruriti popolari e neopsichedelici che continuavano a divampare nel sud degli Stati Uniti d'America. E sebbene molti valorosi artisti contribuirono a formare la gioiosa comunità Ardent, bisogna dire che il nome che marchiò a fuoco l'intera combriccola fu uno soltanto: quello dei Big Star. Mamma Ardent cullò i primi esperimenti di Alex Chilton e Chris Bell, prima di patrocinare il loro disco d'esordio sotto l'insegna dello Stellone. Ci videro lungo, e Number 1 Record fu uno dei piu' importanti lavori in assoluto, in quel periodo ed oltre.

"Lavoravo agli studios mentre i Big Star registravano il loro primo disco e ho avuto la fortuna di conoscere Chris Bell. Beh, quelle sono esperienze che ti segnano" mi ha scritto Bill Donati nell'e-mail spedita ad UTTT la scorsa estate. Come dargli torto. Detto da uno che della scena musiale di Memphis negli anni '70 è stato parte integrante fa un certo effetto. Un appassionato di "pop e melodia" che negli anni gloriosi della Ardent ha collaborato, nelle vesti di batterista, con artisti quali Lawson & Four More, Wallabies e Terry Manning. E che nel 2007, quasi quarant'anni dopo, ha dato il proprio benestare alla Marlia music per pubblicare in una raccolta intitolata Never Like This dieci pezzi composti e registrati dallo stesso Donati ai tempi della Ardent.

Come ci si potrebbe aspettare, i brani grondano passione sincera e cognizione estrema. Un omaggio alla teoria Beatlesiana ed al credo britannico fatto con gusto e rispetto, applicazione e tanto talento. Si potrebbe contestare a Bill la tempistica, visto che un disco del genere negli anni in cui fu composto avrebbe ottenuto maggior successo di quello che potrebbe conquistare oggi, ma tant'è. Noi che del pop, quando è buono, non facciamo mai una questione anagrafica, ci commuoviamo facilmente davanti alle istanze beatlemaniacali della title track e di Catherine, oppure al cospetto della deliziosa fillastrocca popolaresca e pianistica I'm Not Saying. Rispettiamo profondamente il semplice e dignitoso sentimentalismo di Come What May e l'omaggio di If You've Nothing To Lose al sunshine pop piu' erudito. Addirittura ringraziamo esultanti quando arriva l'ora di un piccolo gioiello devoto al Magical Mystery Tour come A Love Gone Mad.

"Posseggo ancora tutti i dischi dei Beatles. Il miglior gruppo della storia, a mio parere". Questa frase, scritta in un italiano un pò incerto ma comunque superiore al livello medio di molti nostri connazionali, chiudeva la lettera che Bill Donati mi ha inviato. E' persino troppo semplice essere d'accordo con lui e constatare che, ogni giorno che passa, è fantastico sentirsi parte della nostra piccola comunità pop. Ed è doveroso rendere omaggio a minuscoli artisti come Bill senza i quali, forse, un sito come questo non esiterebbe nemmeno. POP ON!

(NB: A quanto risulta, Bill Donati non ha un proprio sito internet, né tantomeno una pagina MySpace. Never Like This è comunque reperibile attraverso i migliori retailers powerpop come Not Lame, Kool Kat e Cd Baby).

lunedì 16 novembre 2009

e.p. del Giorno 16-11-09: Violect Vector and the Lovely Lovelies - EP II (2009; Color Wheel)

Hipsters d' Italia e del mondo unitevi ed aspettatevi una grossa sorpresa. Una sorpresa multicolore e vestita di seta sgargiante confezionatavi da una bella fanciulla sudista di nome Amanda Brooks. Costei, insieme ai propri sodali, è approdata al secondo ep di studio accreditato allo pseudonimo Violet Vector and the Lovely Lovelies (esiste un nome più freak, al giorno d'oggi?), uno dei migliori dischetti di quest'anno che farà innamorare all'istante tutti i fans dei primi Pink Floyd e del vintage pop dal cantato femminile.

I VVLL sono in sei (quattro donne e due maschietti), sono prodotti dalla Color Wheel records (già distintasi su queste pagine lo scorso anno per aver timbrato il secondo lp degli Ideal Free Distribution) e, dietro ad un rassicurante aspetto da congrega hippy alloggiata nel sud americano, nascondono una capacità innata di riprodurre con competenza sorprendente sonorità molto spesso affascinate dalla cultura melodic-psych del 1967. E per essere sicura di centrare il bersaglio grosso, la compagine di Chapel Hill ha deciso di non rischiare la lunga distanza ma di giocare forte su un quintetto di brani dalla facilità d'ascolto spaventosa e dal songwriting tanto semplice quanto eccellente.

Grass Is Glowing e Technicolor Electric (l'apertura e la chiusura del disco) rappresentano la componente più "acida" del gruppo, grazie a chitarre che flirtano con il fuzz, ad un sepiente uso dell' organo Whitehall e ad un incedere nel tempo - a prescindere dalla durata comunque contenuta dei brani - che rievoca logiche care ad antiche suite in miniatura e alle spezie acide che ispirarono il primissimo Barrett. I testi, fedeli alla tradizione e quindi pregni di riferimenti esoterici e colmi di stupore per le magie che la natura nonostante tutto continua a produrre, si muovono a proprio agio anche durante gli episodi centrali del disco, quelli più pop.

La trilogia poppy (e peppy, molto peppy) dell'ep si apre con What's Going On In Your World, brano che raccoglie il meglio dell'entusiamo contagioso che le girls-band sapevano trasmettere così bene nei sixties. Poi c'è la notevole Applesweet, di stampo decisamente più moderno, a ricordare quanto ci si possa divertire ascoltando un pezzo di classico vintage twee. Sunshine In Space, infine, si apposta sulle gloriose barricate di un powerpop un pò scassato e minimale che riporta alla mente eccezionali bands al femminile degli anni '90 come Go Sailor, Heavenly e Cub.

Sapete cosa vi dico? Nella classifica di fine anno riguardante gli ep, i VVLL faranno un figurone. E se del pop con fiocco rosa e sgargianti tonalità vintage siete innamorati, Amanda Brooks e psichedelica compagnia non aspettano altro che ricambiarvi.

giovedì 5 novembre 2009

Disco del Giorno 05-11-09: Parallax Project - I Hate Girls (2009; Kool Kat)

Michael Giblin è uno dei miei tanti piccoli eroi personali. Perchè? Per un motivo, essenzialmente. Mike, stimatissimo musicista proveniente dalla Pennsylvania con decine di esaltanti esperienze alle spalle, alla fine degli anni '90 è stato la spalla fondamentale di Steve Ward nella realizzazione di At Home With, il secondo album dei Cherry Twister, uno dei miei dischi powerpop preferiti di tutti i tempi. Dal 2002 Giblin ha avviato una sorta di progetto solista chiamato Parallax Project. Inizialmente la cosa aveva tutti i crismi dell'estemporaneità, ed un nucleo di musicisti abbastanza vasto si era reso disponibile per aiutare Michael nella registrazione del primo disco, intitolato Oblivious. In realtà poi le cose vanno come vanno, e messa assieme una band giusto per suonare al party di presentazione dell'album, i ragazzi si sono accorti di non essere niente male. Ne è nato un gruppo vero e proprio, che suona regolarmente nel nord-est americano e che prima di questo terzo lavoro di studio ha prodotto un altro disco, Perpetual Limbo, uscito nel 2005.

Il povero Mike deve avere problemi di cuore, se consideriamo che l'album di cui ci occupiamo oggi si intitola I Hate Girls. Ne più ne meno. Ma a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, il disco non è niente affatto cupo nè tantomeno malinconico. I Hate Girls, prodotto da Don Dixon (nientemeno) è un divertentissimo spaccato di powerpop vecchia scuola che pesca in pari misura dall'invasione britannica di Beatles e Who e dalla tradizionale scena americana a cavallo tra la fine dei settanta e i primi anni ottanta. Un lavoro estremamente solido che non ci metterà molto a rallegrare le vostre ore nel mezzo di questi primi giorni di autunno vero.

La starting track si chiama All The Same ed è un colpo di cannone, dove un riff palesemente beatlesiano viene sporcato da pura energia Faces. The Day After Tomorrow, traccia numero due, è intrisa di quel tipico storytelling concettuale che fa molto Tillbrook, mentre Easy è semplice, puro ed incondizionato pop con la P maiuscola, nudo come mamma l'ha fatto e perfetto per uno sfrenato sing-along. Gli Squeeze sembrano essere un'influenza imprescindibile per Mike da Mechanicsburg, che in ogni caso non riesce a levarsi di dosso la scimmia dei sixties targati union jack. Ne escono così prelibatezze come la title track e Waiting To Pull The Trigger, dove si possono immaginare gli onnipresenti Tillbrook e Difford capeggiare un'oscura formazione sessantista in debito con gli Who.

Grande merito dell'album è quello di non scendere di tono man mano che i brani passano. Perchè You & Me e la spettacolare Half intonacano di freschezza Costelliana le pareti dell'album, e Coming Around è un viscerale omaggio fatto di old school powerpop alla propria storia di turnista aggregato ai leggendari Plimsouls. Chicca finale, una grandiosa cover di Needle In A Haystach originariamente di Martha and the Vandella's.

L'album è licenziato dalla Kool Kat e la cosa è un'ulteriore garanzia di qualità. Superfluo dire che se acquisterete I Hate Girls dalla label di Ray Gianchetti riceverete in omaggio un cd-r ascoltando il quale potrete apprezzare i Parallax Project coverizzare alcuni gloriosi brani di Kinks, Velvet Underground, XTC e molti altri (grandissima la cover di A Well Respected Man!). Non esitate!

lunedì 26 ottobre 2009

Disco del Giorno 26-10-09: various artists - Souvenirs: Little Gems of Pop (2009; Sound Asleep)

Non sono mai riuscito a capire bene perchè gli anni 80 si prestino quasi esclusivamente ad interpretazioni ambigue. E'vero, sotto molti punti di vista gli eighties sono stati un fenomenale serbatoio di monnezza. Ma se si parla strettamente di musica, il discorso cambia. Voglio dire, i gruppi new wave dell'epoca in molti casi hanno mietuto successo e consensi più che giustificati. Il grosso problema è che troppa poca gente era a conoscenza di quanto succedeva negli scantinati di tutta America, sotto i primordiali McDonalds dove si accresceva l'inquietante fenomeno del paninarismo più edulcorato e superficiale. Lì, all'ombra di un mondo artistico che iniziava ad essere infame e votato più che altro ai soldoni del music biz, giovani congreghe senza alcuna speranza di agguantare il benché minimo successo si davano da fare e concretizzavano ciò che gente come Alex Chilton, Eric Carmen e Pete Ham aveva concepito dieci anni prima. Nasceva il powerpop consapevole di esserlo, anche se di "scena" vera e propria non si poteva parlare, vista la frammentazione estrema di cui era oggetto il fenomeno.

Il powerpop è sempre stato un genere di nicchia e, diciamocelo, anche un pò sfigato. In fondo, però, a noi che ne siamo cultori la cosa è sempre piaciuta e quando critichiamo i media di settore che non se lo filano lo facciamo quasi a bassa voce, perchè un pò siamo gelosi della nostra cultura e abbiamo una paura fottuta che qualcuno, intravvedendone le elevate potenzialità radiofoniche, ne abusi e, infine, rovini il nostro giocattolo. Forse è anche a causa (o grazie) a ragionamenti di questo tipo che il pop chitarristico è sempre rimasto nelle cantine e nelle camere da letto, in piccoli club e minuscole fanzines, con poche notabili eccezioni, nonostante tutto. Così è sempre una scoperta. Una gioia immensa. Un pozzo senza fondo. Tutti i giorni, volendo e studiando il giusto, si possono scoprire bands antiche mai sentite, in massima parte autrici di qualche singolo oppure di uno o forse due dischi, spesso stampati in pochissime copie e quasi sempre soggetti a vendite risibili. Il perchè non lo capirò mai, ma tant'è.

Per fortuna, a partire dalla metà degli anni '90, è sorto nella sparuta comunità powerpop il fenomeno delle compilations retrospettive, tutte intenzionate a dare nomi, volti ed ascolto a centinaia e centinaia di gruppi che definire minori sarebbe già un'esagerazione. Di grandi esempi ne abbiamo parecchi: i quattro volumi di Yellow Pills, giusto per citare la serie più "famosa". Oppure Poptopia, Bam Balam Explosion, Powerpearls e via dicendo. Oggi, dal profondo Nord, la sublime label svedese Sound Asleep, da quindici anni attiva nel supporto al migliore rock'n'roll melodico, ha messo assieme una mirabile raccolta di ventuno brani, contenenti alcuni geniali esempi dei vari frammenti che componevano il movimento powerpop nei meravigliosi anni 80. Il nome è azzeccato: Souvenirs, Little Gems Of Pop. Senza esagerare, di gemme qui ce ne sono a palate. Gruppi pop letteralmente enormi come Three Hour Tour, Choo Choo Train (i futuri Velvet Crush), Beatosonics, Jimmy Silva e i Pointed Sticks (presenti con l'inedita All My Clocks Stopped) si affiancano a personaggi meno conosciuti ma di grande talento come Hector, Flying Color, 2 Minutes 50 e a valorosi rappresentanti della scena post-mod dell'epoca come Manual Scan, Wishniaks e Leatherwoods in un festival che è pura essenza indie-powerpop anni 80 di primissimo livello.

Bisogna dire che Jerker Emanuelson (il titolare della Sound Asleep) ha fatto un grandissimo lavoro e che la selezione delle canzoni è sublime. Ad accrescere l'interesse concorre il fatto che parecchi brani siano tratti dai vinili originali conservando il suono caldo, l'emozione forte e la passione propria dell'epoca in cui furono incisi. Non approfittare di un'occasione del genere, quando ad un prezzo equivalente al costo di tre birre medie potete mettervi in casa una raccolta di questo tipo, sfiora il criminoso. Questi gruppi, questi grandi artisti dimenticati dalla storia, sono un piccolo manifesto di una scena fondamentale, un periodo d'oro che nel suo piccolo ha fatto scuola pur continuando a restare nascosto nella dolce penombra che alla fine un pò ci piace. L'interno del libretto contiene tanto di prefazione a cura di Bruce Brodeen della Not Lame, e qualcosa vorrà pur dire. Da ascoltare a volume sostenuto, magari in macchina cantando a squarciagola i ritornelli durante lo stop al semaforo mentre gli estranei, come consuetudine, vi guarderanno allibiti manco foste alieni. Il powerpop, che invenzione meravigliosa.

lunedì 19 ottobre 2009

Disco del Giorno 19-10-09: Strangefinger - Into the Blue (2009; Side B Music)

Sembra ieri, eppure l'estate è ormai finita da un pezzo. Come avrete notato, quest'anno il blog viene aggiornato abbastanza di rado, ma non è colpa mia, giuro! Tra impegni e casini vari mi ritrovo a recensire Into the Blue, disco d'esordio degli Strangefinger, fuori tempo massimo. Vi state chiedendo perchè? Sarà il titolo, oppure la copertina dell'album, probabilmente la brezza oceanica che si respira ascoltando il disco. Sarà quel che sarà, ma a me Into The Blue fa venire in mente l'estate. Occhio però, non vorrei essere frainteso. L'estate che si respira non è quella pregna di giustificati sentimenti frivoli di Surfin'USA. Piuttosto, siamo nel mezzo di una serata sulla west coast, dove la raffinata atmosfera marittima porta alla memoria sublimi convivi in compagnia di Steely Dan, Peter Frampton e dei Jellyfish più sognanti e meno barocchi a cui possiate pensare.

Strangefinger è la band messa assieme da Fred Lemke, passionale autore californiano che per realizzare questo disco ne ha dovute passare di tutti i colori, tra mancanza di fondi e varie vicissitudini personali che ad un certo punto pare lo abbiano spinto a vagabondare senza casa per un breve periodo. Ah, il romanticismo della musica! In realtà Fred in qualche modo il disco lo aveva pure realizzato, con produzione all'osso e mixaggio artigianale. Era il 2005 ed i più attenti tra di voi ricorderanno un album accreditato ad un certo "Fred" ed intitolato Sound Awake. Ebbene, quell'opera rispunta ora nella sua completezza (con un diverso mixaggio, un differente ordine delle tracce e l'aggiunta di alcune canzoni al posto di altre) grazie all'intervento risolutivo della Side B Music di Jerry Boyd, un'etichetta che grazie ad uscite fantastiche come i dischi di Chewy Marble e Chris English sta entrando nel novero delle labels garanzia di qualità. E non è finita, perchè i patimenti di Fred meritavano una giusta ricompensa. Alla regia di Into The Blue è infatti seduto Chris Manning dei Jellyfish, e credo sia superfluo aggiungere altro.

Le aspettative vengono ripagate in pieno da un disco di sostanziale piano pop di rara grazia, passione ed eleganza, brillantemente suonato e dalle superbe armonie vocali dove le tracce, per intelligente scelta "fuse" l'una all'altra, formano un'opera pop tra le più sofisticate dell'anno. Apre Sleep, drammatico pop per pianoforte dove c'è tutto Fred Lemke, in un mondo con troppe domande e risposte troppo fragili. E si prosegue con Tease, che insieme alla godibilissima Sunshine Between forma un'accoppiata jazzy pop di grande valore dimostrativo. La fase Jellyfish è incastonata tra le tracce tre e quattro: Good Night, che a dispetto del titolo è un vivace frammento che sembra estratto dalla colonna sonora di un musical e la spettacolare Piscettarius, che potrebbe essere tranquillamente scambiata per un pacato outtake di Bellybutton. Interessante, molto interessante, anche la naturalezza con cui Lemke riesce a rendere coese, grazie alle emozioni, due brani consecutivi dagli standard opposti come Colored In Snow, una disperata e sensazionale ballata, e Fuck You Stars, unico brano davvero rock del lotto dove Frank si ribella aspramente a madre, padre, lavoro e tutto ciò che gli sta attorno.

Ce ne sarebbe abbastanza per dare ad Into The Blue un bell'otto in pagella, ma non è per niente finita qui. Perchè prima che Moonshine - un minuto e mezzo di profonda riflessione strumentale - chiuda il disco, c'è spazio per altre tre piccole gemme come Sugar ed il suo mid-tempo pieno zeppo di soul, come Two Angels, stupenda ballata dalle tinte Dan/Frampton e come il super-singolo There's An Ocean, che potrebbe anche ricordare i Fastball calati nei seventies più soleggiati.

I più ingordi sappiano che oltre alle tredici tracce dell'album sono incluse anche le versioni radio-edit di Sleep, Piscettarius, System To The Grind, Two Angels e There's An Ocean. Più di così non so che dire, e se ancora non vi ho convinto non c'è altro che io possa fare. Se non raccomandarvi calorosissimamente un album in smoking che rappresenta il top dell'eleganza per questo duemilanove.

mercoledì 7 ottobre 2009

Live! Paul Collins' Beat + Radio Days (Oste, Domodossola, 04-10-09)

Domenica scorsa, il 4 Ottobre, si è verificato quello che per sempre ricorderò come l'evento dell'anno 2009. All'Oste di Domodossola ha suonato Paul Collins. Si, quel Paul Collins. Ovviamente, tutti i lettori di questo blog conosceranno come le proprie tasche uno dei padri del powerpop, personaggio seminale che per molti di noi rappresenta una vera e propria leggenda vivente, e se pensate che stia esagerando non so cosa farci.

Quando lo scorso Aprile Giulio, il proprietario del locale, accennava alla possibilità di "strappare" una data del tour Italiano di Paul, sono semplicemente rimasto basito. Quando poi, passate alcune settimane, detta possibilità si è trasformata in ufficialità, ho cominciato a contare i giorni che ci separavano dall'incredibile evento. Mancavano cinque mesi o forse più. E dire che avevo già avuto la fortuna di vederlo all'opera nell'Ottobre del 2008 al Taun di Fidenza, durante il suo mini-tour Italiano dello scorso anno. Ma stavolta era differente. Paul Collins, uno dei miei eroi, avrebbe suonato nel locale dove sono cresciuto, dove ho visto decine di concerti, dove ho passato centinaia di serate. In quella che si può tranquillamente definire la mia seconda casa. La chiusura del cerchio, ho pensato. Poi il giorno è effettivamente arrivato e, in un anticipo Fantozziano, mi sono messo ad aspettare il momento in cui avrei iniziato a mettere i dischi nel pre-show.

Paul Collins, la sua band ed i Radio Days sono arrivati intorno alle 17.30. A Fidenza, lo scorso anno, non avevo avuto modo di parlare con Paul. Stavolta, invece, vista l'atmosfera tranquilla e "casalinga", ho potuto constatare come sia possibile essere contemporaneamente eroi e persone estremamente gentili e disponibili. Fatto non trascurabile, visti gli atteggiamenti da star di alcuni musicanti odierni privi di storia e dotati di talento infinitamente inferiore. In ogni caso, verso le 18.30 ho potuto iniziare la serata, concedendomi per una volta una selezione prettamente powerpop. Nel frattempo, nel contesto di un aperitivo colossale, il locale ha iniziato a riempirsi e circa tre ore dopo i grandi Radio Days hanno preso possesso della scena.

Essendo stata quella di domenica l'ultima data del tour, mi aspettavo che i ragazzi fossero completamente svuotati di energie. Mi sbagliavo. Stravolti si, ma autori di una grande performance che nulla lasciava intendere in proposito. Anzi, se devo essere onesto, mi sono sembrati persino migliorati rispetto al concerto (sempre all'Oste) dello scorso Marzo. Gli impasti vocali sono ormai rifiniti a puntino e la band suona coesa e compatta. Sempre belli i vecchi pezzi del repertorio "Midnight Cemetery Rendezvous" come Don't Keep Me Waiting e i nuovi brani come I Belong To You, ormai sul punto di essere incisi, promettono estremamente bene. Ovviamente il gusto per la cover ad effetto non è in discussione, così I Wanna Be Your Boyfriend di Avril Lavigne, oops dei Rubinoos, ha scaldato il pubblico a dismisura ed è stata il ponte perfetto da percorrere verso l'evento.

Saranno state le 22.30, forse le 23 o più tardi - ormai avevo perso la percezione di spazio e tempo - quando Paul Collins si è piazzato dietro al microfono. Imbracciata la chitarra, il vecchio Paul ha spazzato via tutti aprendo il concerto con Hangin' On the Telephone, il leggendario primo ed unico singolo dei Nerves divenuto un marchettone sbanca-botteghini grazie alla notissima cover di Blondie. Poi il delirio. In un'atmosfera carica di tensione positiva, dentro ad un locale piccolo, senza palco, stipato all'inverosimile di gente in festa, Paul Collins ed il suo gruppo hanno iniziato ad inanellare gemme senza tempo massimamente tratte dal suo primo ed omonimo album The Beat, uno dei grandi capolavori del powerpop mondiale. Così in rassegna sono passate le varie Walking Out On Love, Work-A-Day World, Let Me Into Your Life, Working Too Hard (già dei Nerves) ed un'incredibile I Don't Fit In durante la quale credo di avere versato anche un paio di lacrime. Per il resto Paul ha selezionato accuratamente fantastici brani tratti da album successivi come The Kids Are The Same (la title track del secondo album dei Beat), Hellen Hellen, Hey Dj (con tanto di dedica al sottoscritto!) ed una versione devastante di She Doesn't Wanna Hang Around With You, tratta dall'ultimo album di studio Ribbons Of Gold.

Come tutti si aspettavano e, diciamocelo, si auguravano, a chiudere il concerto nella bolgia più totale ci hanno pensato USA e l'anthem generazionele Rock'n'Roll Girl, giusto per infliggere il colpo finale alle corde vocali di tutti i presenti. Poi, richiamato sul palco, Paul ha eseguito alla grande When You Find Out ed un'estesa versione di Look But Don't Touch con tanto di ballerine chiamate dal pubblico.

Trovare le parole per le conclusioni è difficile. Molto difficile. Una serata magica, avvolta in un'atmosfera magica, dove ho respirato per due ore buone l'essenza del puro divertimento legato ad un concerto dal vivo. L'assenza di palco e il fatto che il pubblico fosse praticamente mischiato alla band ha fatto il resto. "Wow, no stage, this is what rock'n'roll is supposed to be about!", ha esclamato un entusiasta Paul Collins all'inizio dello show. Yes, Paul, this is rock'n'roll and we love it. We love you. Thanks, sir.


giovedì 24 settembre 2009

Disco del Giorno 24-09-09: Marc Carroll - Dust Of Rumour (2009; High Noon)

Dopo aver salutato con estremo piacere il ritorno sulla scena di David Brookings, ecco che un'altra faccia molto nota torna a farsi viva dopo quattro anni di giustificata assenza. Stiamo parlando di Marc Carroll, stimato cantautore Dublinese giunto al quarto album di studio dopo i superbi Ten Of Swords (2001), All Wrongs Reversed (2003) e World On A Wire (2005). Negli ultimi quattro anni Marc ha dovuto ri-organizzare nuovamente la propria vita e così, dopo la lunga parentesi da residente a Londra ha esercitato l'opzione Americana, trasferendo armi e bagagli a Los Angeles. "Una città assolutamente particolare, che mi ispira moltissimo", ha di recente dichiarato Carroll, che ha concepito e partorito Dust Of Rumour interamente nel tepore della California meridionale. Non che le sonorità di questo nuovo album risultino particolarmente influenzate dal clima, che a Los Angeles tende ad essere decisamente più mite rispetto alla costa Irlandese, e se David Brookings vedeva il bicchiere mezzo pieno, bisogna dire che Carroll, invece, lo vede mezzo vuoto.

C'è infatti un feeling agrodolce che si estende sul disco, nonostante il mantra quasi propiziatorio di Love Will Rule Our Hearts che lo apre. Le liriche sono pregne di turbamento o, meglio, di riflessioni profonde, che si propagano senza sosta soprattutto nei brani più lenti ed intimisti. Always, per esempio, è un folk in qualche modo reminescente della tradizione celtica, scuro ed ossessivo così come Against My Will, sofferto e desolato lento punteggiato da malinconici archi. Non che Carroll si limiti a questo, sia chiaro. Perchè le qualità che lo hanno reso un grande jangleman sono ancora presenti in forze. Così non sorprendono grandi brani di ispirazione Byrds come Now Or Never, dove torna alla memoria il Bobby Sutliff più introspettivo oppure come You Just Might Be What I've Been Waiting For, altra perla jangle questa volta piena di speranza e di ingegnose soluzioni vocali tipiche di certi Teenage Fanclub.

What's Let Of My Mind, splendidamente adagiata su un tappeto sonoro in bilico tra west coast sound ed Americana, si guadagna la palma di brano con il miglior ritornello del disco, ricordandoci perchè Carroll sia un autore approvato anche da alcune leggende viventi come Dylan (rimasto talmente impressionato dalla cover di Gates Of Eden che Carroll registrò anni fa da inserire un link per il download sul proprio sito ufficiale) e Brian Wilson (toccato nel profondo da un indimenticabile brano chiamato Mr. Wilson che Marc, quando ancora suonava negli Hormones, gli dedicò). Non sono queste, penserete voi, le cose decisive per valutare un artista. Forse avete ragione, ma raccomandazioni tanto altolocate dovrebbero essere sufficienti a consiglirvi l'ascolto non solo di Dust Of Rumour, ma di tutta la discografia di Marc Carroll, giusto?

domenica 13 settembre 2009

Disco del Giorno 13-09-09: David Brookings - Glass Half Full (2009; autoprodotto)

David Brookings lo seguo da anni, precisamente dai tempi di The End Of An Error, secondo dei cinque album messi al mondo in otto anni dal prolifico autore di Memphis, Tennessee. Perchè mi sta simpatico, molto simpatico. Come non voler bene al faccione sorridente e paffuto che ci guarda dalla copertina di Glass Half Full? Impossibile. Ed è impossibile, forse addirittura disumano, non rendere l'onore delle armi ad un lavoro che fin dal titolo è un manifesto dell'ottimismo, del nonostante tutto, della joie de vivre.

Rispetto al predecessore Obsessed, immatricolato nel 2007, Glass Half Full è diverso soprattutto nelle liriche, che poi sono la fotografia dell'evoluzione di un uomo. Così è normalissimo, persino ovvio, passare dalla fine di un errore e dalle aspre - ancorché melodiche - liriche di "Go Away" (era il 2003) al periodo transitorio del bellissimo Chorus Verse The Bridge (2005). E se nel periodo Obsessed ci cantava "I'm Not Afraid" ora si capisce il perchè. David è un uomo completo, con tanto di moglie e figlioletto, come si intuisce ascoltando il mid-tempo della docile I Wish I Could Be With You, quasi un Ryan Adams periodo Gold in versione poppy, dove David, candido, narra della necessità di ingaggiare una babysitter. Così, l'eterno ragazzo che soleva lavorare come guida turistica ai celeberrimi Sun studios di Memphis (dove il disco è stato prodotto insieme a James Lott) è approdato a quello che probabilmente è il suo disco migliore per ora.

Ovvio, nessuno si aspetti rivoluzioni di alcun tipo. Perchè David è fatto così, docile, premuroso e dotato di spiccata sensibilità pop. Con una predisposizione a rendere luccicanti cose semplificate fino all'osso che lo rende unico. Un maestro della rima baciata, libero docente nel corso di canzoni sentimentali comparate. Del resto, non si può chiedere a uno così di diventare un duro, non avrebbe nessun senso. E probabilmente, in tal caso, non avremmo l'opportunità di cogliere germogli popolari come quelli che Brookings è in grado di seminare, garantendo per giunta un raccolto di pregio ogni due anni, tassativamente.

David anche questa volta è stato di parola, e di gustosi omaggi Half Glass Full è colmo. Don't Wake Me Up, per esempio, è tipico Brookings. (Power) pop dalla buona lena, dal cantato scanzonato e sognante al medesimo tempo, dalle chitarre leggere leggere per un feeling generale estremamente melodico ed "umano". This Time It's For Real è uno degli episodi migliori della discografia del cantautore di Memphis. Che rilancia, senza sforzo, buttando nel mazzo la sostenuta e valorosissima We Never Ever Spoke Again, un altro fantastico mid tempo come Love Goes Down The Drain ed un paio di lenti imperdibili come Flashlight Love e la consapevole Getting Older che, conoscendo David, sarà un ottimo tramite verso il prossimo disco di studio, atteso per l'autunno del 2011. Perchè ad alcune certezze è bello affezionarsi, ed è bello sapere che, comunque vada, personaggi come David Brookings difficilmente tradiranno quello che ci si aspetta da loro. Dedicategli un pezzettino del vostro cuore.

martedì 1 settembre 2009

e.p. del Giorno 01-09-09: The Offbeat - To The Rescue (2009; autoprodotto)

Il ritorno degli Offbeat, dopo il grande ed omonimo album di debutto recensito da UTTT lo scorso anno, porterà senz'altro una fresca ventata di gioia a tutti coloro che, come noi, si cibano quotidianamente di sixties pop di categoria. Diciamo a chi non lo sapesse, e ricordiamo a chi non ricordasse, che gli Offbeat sono un terzetto britannico composto da Tony Cox, ossia l'autore dell'ottimo lp intitolato Unpublished e recensito su queste pagine qualche mese fa, Darren Finlan e Nigel "prezzemolo" Clark, già frontman dei Dodgy e voce solista prestata proprio al compare Cox per il suo album di debutto.

Tutti i lettori più legati all'album d'esordio della band ricorderanno quel lavoro come un incrocio perfetto, riuscito ai limiti del miracoloso, tra il merseybeat più sentito ed emozionale dei club underground di Liverpool nel 1965 ed il miglior sunshine pop in voga nello stesso periodo. To The Rescue, che così a prima vista sarà uno degli extended play dell'anno, segue le stesse coordinate e iscrive di diritto gli Offbeat nel firmamento dei migliori gruppi modern-sixties del panorama internazionale, se è vero com'è vero che due indizi fanno quasi una prova.

E' She Can Make The Sunshine ad aprire il dischetto, e lo fa in maniera superba attingendo dal repertorio mid-Beatles, con un occhio di riguardo volto agli egregi arrangiamenti vocali che ne fanno un gradevolissimo brano da sing along. Someday Somehow, con il suo stomping beat, riporta a certe eccitanti sensazioni pre-garage, mentre il jangle-powerpop di Something About The Girl spinge facilmente il brano tra le cose più orecchiabili uscite quest'anno. Blue Sky, colma di supremo mersey/sunshine sound, è il brano più simile a quelli presenti tra i solchi del disco d'esordio e ha tutte le caretteristiche del "marchio di fabbrica", mentre il pop della conclusiva You & Me è arricchito da apprezzabilissimi aromi psych.

Non ci resta che ribadire quanto abbiamo detto ai tempi del loro album d'esordio: se dei Beatles e del sixties vocal pop avete fatto un credo, l'acquisto di To The Rescue è obbligatorio. Aggiungo che mi sembra di intravedere notevoli passi avanti a livello sia vocale che compositivo, quindi tirate voi le somme.

domenica 23 agosto 2009

Under the History Tree (puntata #2). Flamin' Groovies - Shake Some Action

Ritorna dopo mesi di assenza (causata da un brutto infortunio al femore subito dal suo autore) la rubrica Under The History Tree. A chi si fosse perso la prima puntata dedicata a Neil Finn, ricordiamo che - compatibilmente con i vari impegni - una volta al mese cercheremo di riscoprire alcuni album che hanno fatto la storia della NOSTRA musica. Oggi è la volta di Shake Some Action!, capolavoro assoluto dei leggendari Flamin' Groovies.

SHAKE SOME ACTION! NOW!

di zio Renè

A costo di passare per reazionari, i Flamin’ Groovies entrano in scena con il loro schietto e spumeggiante rock’n’roll quando il pubblico californiano sta ascoltando tutt’altra musica. E’ il 1968 , sta nascendo il movimento hippy, sono i giorni dell’acid rock, del flowers power, della psichedelia. Il Paradiso è lì, a portata di mano. Inizia una festa senza precedenti, fiori e sole, pace e amore, colori e tanta musica. Sono i giorni dei Jefferson Airplaine, dei Grateful Dead, dei Quicksilver Messenger Service, e in Inghilterra si canta Let’s Go To San Francisco ( Flower Pot Men ) e si sogna con San Franciscan Nights ( Eric Burdon ). La loro musica, però, non intende piegarsi al vento della moda o al compromesso, scrive col sangue un patto infernale, vuole per davvero vendere l’anima al Rock’n’Roll. Fedeli ad una certa tradizione di rock’n’roll e di R&B bianco sembrano anacronistici, ma il revivalismo di Roy Loney e Cyril Jordan non è confusione ideologica o incapacità di progettare alternative reali. E’il relativismo delle mode nella musica, si esprime come posizione filosofica che nega l'esistenza di verità assolute, e mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva, priva di convenzioni e senza esteriorità.

Il gruppo californiano nasce nel 1965 come Chosen Few con Cyril Jordan, Roy Loney, Gorge Alexander, Tim Lynch; con l’inserimento di Ron Greco cambiano il nome in Lost & Found e iniziano a suonare in piccoli locali della Baia la loro musica a base di covers di R&B, R’n’R e Mersey-beat . Dopo breve il gruppo si scioglie e nell’estate del 1966 Jordan e Lynch di ritorno da un viaggio in Olanda lo riformano con il nome di Flamin’ Groovies e con un nuovo batterista, Danny Mihm. Stentano a trovare un contratto, così decidono di autogestirsi; fondano l’etichetta Snazz e pubblicano Sneakers, leggendario disco passato alla storia anche per l’insolito formato 25 cm (10 pollici); é stampato in sole 2000 copie distribuite ai concerti del gruppo. Sette brani di Loney, grasso e sporco rock’n’roll con un mix di blues e beat che getta uno spruzzo liberale e freak sul lavoro. L’incredibile successo di critica impressiona e attira immediatamente l’attenzione della Epic che offre loro un contratto da 80.000 dollari (cifra molto alta per l’epoca, dollari del 1968) per la registrazione di Supersnazz . Il disco è ottimo e mette in luce tutta la potenzialità dei Groovies, ma risente della insufficiente produzione di Stephen Goldman che rende il suono piatto anche se le composizioni del duo Loney-Jordan sono eccellenti. La Epic tuttavia da scarsa promozione, ed il conseguenziale mancato successo delle vendite induce l'etichetta stessa a sciogliere il contratto.


I nostri prendono in gestione il Fillmore West per cercare di riproporre il vecchio sound di San Francisco, ma è un fallimento poiché i gruppi della Baia non vi vogliono suonare e la band si trasferisce a New York dove conoscono Richard Robinson che gli fa ottenere un ottimo contratto con la Kama Sutra. Tra il 1970 e il 1971 incidono due album , Flamingo e Teenage Head, entrambi prodotti dallo stesso Robinson. Teenage Head è considerato il momento più alto dei primi Groovies, e sarà paragonato più tardi a Sticky Fingers degli Stones ( ascoltate Yesterday’s numbers, per molti la più bella song dei Rolling non scritta da Jagger&Richards ). Anche se furono dischi accolti con entusiasmo dalla critica e fondamentali nella storia del rock’n’roll non ebbero riscontro nelle vendite. Subito dopo, purtroppo il gruppo si sfalda; Loney se ne va per dissapori musicali con Jordan e Lynch viene arrestato.Vengono sostituiti da James Farrell e Chris Wilson, che diventa il nuovo cantante ed il compositore del gruppo con Jordan. Cambiano nome in DOGS.

A tirare su il morale della band è la notizia che il gruppo è adorato in Europa ( Francia e Olanda ), e il crescente interesse del pubblico europeo, superiore a quello americano, provoca l’intervento di David Lauder, responsabile della United Artists che finanzia un Tour di oltre duecento date e li porta ai mitici Rockfield Studios per l’incisione di cinque 45 giri di cui solo due verranno pubblicati. Ridiventano Flamin’ Groovies. In Inghilterra il successo é enorme e con l’aiuto di Dave Edmunds tornano in studio per un nuovo album. Avrebbe dovuto chiamarsi Bucketful Of Brains, ma non fu edito poiché la produzione riteneva il loro sound troppo Beatlesiano e bocciò canzoni come You Tore Me Down che qualche giornalista definìrà in seguito la più bella canzone dei Beatles non scritta da Lennon&McCartney. Delusi dal comportamento della UA che volle interferire nel loro lavoro, prima di natale ritornano a casa, negli States. Nuovo periodo di crisi. Senza contratto per quasi tre anni si disperdono in varie attività extramusicali. Mihm se ne va e viene sostituito prima da Terry Rae e poi David Wright. Ma l’amore dei fans europei fa pubblicare alla olandese Skydog l’Ep Grease con la stupenda cover di Jumpin’ Jack Flash, fa ristampare Sneakers nel formato originale in 10 pollici e altro materiale inedito. L’amico Greg Shaw (grande intenditore di pop music e produttore) con la sua Bomp Records pubblica in Usa la bellissima You Tore Me Down, e l’insistenza del loro grande estimatore Dave Edmunds induce la band a firmare un nuovo contatto con la Sire. E’ il 1975. Ritornano in Europa, e all’Olympia di Parigi tengono un trionfale concerto (1 novembre) che manda in visibilio il pubblico e le loro quotazioni in Francia.Ai Rockfield Studios con Edmunds e con la sua complicità riprendono la corsa verso il ritmo travolgente, liberando il gergo come specchio di una generazione inquieta, disperazione o destino, legame fatale o incontro esplicito che si rigenera dallo stimolo che ne deriva. Viene inciso Shake Some Action ed inizia un nuovo corso. Il sound è vivacissimo, un beat fresco e intenso che fa riscoprire l’ebbrezza dei garage groups facendo sognare nuovi Cavern e nuove Please Please Me. Il suono è più inglese, perfetto come nei Beatles, splendidi brani originali e azzeccati ripescaggi (Beatles, Charlatans, Lovin’ Spoonful); nella rara brillantezza pop tenera è la nota dei ricordi che mettono in risalto il … vecchio beat (sigh!), con il mito del boyfriend,delle ragazzine, degli amori giovanili.

cerchiamo di far rivivere un’epoca ormai andata dispersa” dichiara in una intervista Cyril Jordan all’uscita dell’album.

Così è se vi pare” scrisse Pirandello, per spiegare il tema della inconoscibilità del reale e ognuno può darne una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri. Come ripete la donna misteriosa “io sono colei che mi si crede” come la loro musica che ci fa partecipare non solo con le orecchie, ma con il corpo intero. Riaffiorano improvvisamente le recite vezzose e periferiche del beat inglese, la frangetta a la Beatles, l’appello di Jagger principe delle Pietre Rotolanti. La scena pop riscopre finalmente la sua vocazione essenziale e provocatoria.
Lo spettacolo sfrenato e aprioristico ridona alla musica il suo ruolo. Viene aperto l’archivio del pop e il sound riconquista il terreno perduto e prende coscienza. E’ una pioggia di meteore mai destinate a spegnersi nella notte pop/beat/rock’n’roll illuminata da un pugno di folli marziani. I Flamin’ Groovies tornano dal buio del tempo immutati ed entusiasti del loro ruolo.

Si snodano i primi accordi di chitarra di Cyril Jordan che sostenuta dal basso Hofner di Gorge Alexander introducono la fantastica Shake Some Action dal profumo British invasion con l’immaginazione creativa di una visione sonora travolta dalla lingua delle origini Byrds e degli intrecci vocali alla Big Star - Yes It’s True nuvola di energia creativa che si posa sul fiume Mersey e sui nostri ricordi - l’atmosfera si colora di vecchie passioni blues e rock and roll dei fifties e autorizza il restauro di St. Louis Blues, purista ma con un impronta personale - segno della permanenza del comportamento I’ll Cry Alone sovrappone l’immagine di Jagger a quella di John-Paul-George-Ringo dondolandoci allegramente - riproposta d’autore, Misery, uno dei primi brani dei Fab Four che ho ascoltato e amato (n.d.a.) -il gustoso dessert Please Please Girl diventa un volantino propagandistico di promozione musicale - e conclude la facciata A Let The Boy Rock’n’Roll, hit dei Lovin’ Spoonfull, solido ed impertinente che ci riporta all’America del pop and roll.

Giriamo il disco e incontriamo subito Don’t You Lie To Me che ci restituisce un Chuck Berry in formato great rockandroller, ed è la maestra severa che impone il rispetto della tradizione - ci esaltiamo con She Said Yeah e Sometimes di Paul Revere & the Raiders, eccitanti e ruvide come il sound che usciva dai garage americani – I Saw Her, compagna di solitudine, esce dal ghetto delle emozioni per raccontarsi - l’orecchio si nutre di buone vibrazioni con You Tore Me Down, meravigliosa cartolina beatlesiana della quale abbiamo già magnificato in precedenza nell’articolo, che ci proietta nell’orto dei desideri, della scoperta per farne marchio di qualità - si creano immagini vere vissute sincere con una loro ragione di esistere con Teenage Confidential, dolce penetrante e avvolgente come conforto espressivo che richiama i sogni e disperde i nostri fantasmi - c’è la sfrontata ed impertinente semplicità in I Can’t Hide come esprimeva Alex Chilton con i suoi Big Star.

Musica ascoltata al suono della musica.

Skake Some Action è considerato unanimemente l’album migliore della carriera dei Flamin’ Groovies e musicalmente apre un nuovo corso. Viene pubblicato per primo in Francia dalla Philips per assecondare il mercato, e poi in Inghilterra e negli Usa con un miraggio decisamente e sostanzialmente migliore della prima frettolosa versione. In seguito Farrell lascia e viene sostituito da Mike Wilhelm, ex Charlatans e ex Loose Gravel, e la storia continua. Nel 1978 incidono Now, ( l’album più venduto della loro carriera ), e nel 1979 esce Jumpin’ The Night. Poi una nuova crisi, nuovi abbandoni e nuovi scioglimenti fino al 1986, quando si trasferiscono in Australia dove incidono per la locale AIM . Nel 1990 termina la favola dei favolosi Flamin’ Groovies.

Piaccia o no, la loro ostinata fede ed LP come Shake Some Action hanno rappresentato il trionfale ritorno dei sixties e del fottuto rock’n’roll, che si proietterà poi in punk-o-rama ed esalterà i nuovi kids londinesi. Eddie & the Hot Rods,Sex Pistols, Clash, Damned, Buzzcocks, Joy Division, Killing Joke, Slaughter & the Dogs ed Elvis Costello giocheranno abilmente la partita sul tavolo dell’illusione. Di lì a poco il punk, la new wave, l’energia proletaria riscoprirà il fascino dei “tre minuti una canzone”, dei “rigidi ritornelli”senza più assolo telecomandati. Giovannino Marcio (Johnny Rotten) ringrazierà il peccato originale dei primi esperimenti beat dal ritmo assassino, i Ramones semineranno arsenico e paura nell’ ”orto botanico” dei sixties, Eddie & the Hot Rods porranno la fatidica domanda “Are You Ready? Do You Want To Rock and Roll ?” prima di attaccare Gloria o Satisfaction.

"Ed ecco, o signori, come parla la verità! Siete contenti?"

"L'arte e la musica non solo vanno fatte ma vanno anche recepite per quello che sono, senza secondi fini. Solo così c'è divertimento. I soldi, il successo, la carriera sono tutta un'altra storia e, per quel che mi riguarda, non mi interessano. Se mi fossero interessati i soldi, mi sarei dedicato a computers e cose simili ed avrei mollato da tempo il rock'n'roll" - intervista a Cyril Jordan, 1987.

zio René

domenica 16 agosto 2009

Singolo del Giorno 16-08-09: Miss Chain & the Broken Heels - Lie b/w He's Your Boy (2009; Shake Your Ass)

Signore e signori, è ufficialmente caduto il record del mondo sulla distanza dei sette pollici a quarantacinque giri. Già, perchè Miss Chain & the Broken Heels, con questo nuovo dischetto intitolato Lie, toccano quota tre singoletti in qualcosa meno di un anno e mezzo. E vai. Registriamo dunque con piacere un altro frammento vinilico da aggiungere alla nostra collezione, ancora una volta messo assieme con stile ed irriverenza dalla nostra band bergamaso-vicentina preferita.

Lo scorso dicembre tessevamo le lodi di Boys & Girls, il loro 45 secondogenito, e notavamo un'innata capacità di gestire in maniera personalissima una proposta che, tutto sommato, attingeva a piene mani da una formula piuttosto classica: rock'n'roll al femminile frontale, un pizzico sgangherato (cosa che non guasta mai) e molto molto melodico. Pane per i nostri denti, insomma e ciccia prelibata per le fauci di qualunque sano ed onesto appassionato di pop'n'roll. Per non deludere nessuno, diciamo subito che Lie e He's Your Boy (But Could Be Mine), i due brani che abitano questo nuovo 7" edito dall'Italianissima Shake Your Ass, seguono le coordinate che Astrid Dante, Disaster Silva ed i Barcella Bros. hanno imparato a farci amare nel corso dell'ultimo biennio. Così, come tutti auspicavamo, il gruppo ci seppellisce con la solita scarica adrenalinica fatta di saltellanti basi soniche tra il garage ed il bubblegum più entusiasmante, mentre le linee vocali di Astid strizzano come di consueto l'occhio alle reginette del powerpop'n'roll Americano degli ultimi trent'anni, per un impasto globale che farà ammattire i fans di Go Go's, Nikki & the Corvettes e Shivvers.

Ne abbiamo già parlato l'altra volta, ma vale la pena sottolineare che la band, oltre a produrre grandi dischetti, è da sempre impegnata in una serratissima attività live. Sembra incredibile, ma io ancora non sono riuscito a vederli, perbacco. Devo organizzare ai ragazzi un concerto da queste parti.

venerdì 7 agosto 2009

Disco del Giorno 07-08-09: The Simple Carnival - Girls Aliens Food (2008; Sundrift)

Esistono artisti che in quaranta minuti sono in grado di cambiare decisamente l'umore di una persona. In meglio. Uno di questi è senz'altro Jeff Boller, che dietro alla pseudonimo The Simple Carnival ha realizzato un album, Girls Aliens Food, meritevole di lode e bacio in fronte. Un piccolo capolavoro, nel suo genere, e neanche tanto piccolo, poi. Un disco uscito nel 2008 che, diciamocelo, sarebbe entrato di prepotenza nella top 15 dello scorso anno, se lo avessi scoperto per tempo. Il vostro spirito ha bisogno di una sana dose di soft pop? Prego, servitevi. Jeff non aspetta altro, anche perchè Girls Aliens Food "doesn't rock, it pops!".

Il debutto di Simple Carnival è uno di quei prodotti che definire DIY è poco. Concepito, suonato e prodotto da Jeff nella sua casa di Delmont, Pennsylvania. Il parto sontuoso di un'idea ambiziosa, l'opera perfetta di un architetto pop indipendente con la mente calata nei più tiepidi anni Sessanta. Un concentrato di lussureggianti dipinti che non avrebbero sfigurato nella galleria del tardo Brian Wilson, ed avrebbero fatto scalpore in una mostra che avesse ospitato le opere di Bacharach e Todd Rundgren. Senza scherzi. Riferimenti moderni, dite? Bene, non so se per provenienza geografica, oppure perchè lo ha scritto il maestro Bruce Brodeen nella sua recensione del disco, il timbro di voce e la struttura melodica dei brani riporta alla mente - scusate se esagero - i Cherry Twister dei momenti più teneri oppure, ancora meglio, il tranquillo e geniale Steve Ward di Opening Night. Poi magari sono solo impressioni personali, ma io un disco così lo prendo e lo classifico al volo tra le migliori cose "strettamente pop" uscite da qualche anno a questa parte.

Girls Alien Food è un disco raffinato e strambo al quale ci si affeziona subito. L'apertura Really Really Weird è un'ipotetica istantanea di Ben Folds impegnato in un corso di sunshine pop retto da Brian Wilson. Keeping It Quiet, che poi è anche il mio pezzo preferito della collezione, rappresenta il momento in cui il canto di Boller si avvicina di più a quello vellutato ed indimenticabile di Steve Ward, mentre Caitlin's On The Beach, come si può immaginare, è un intelligente frammento di pop da spiaggia. Le stranezze di Jeff di tanto in tanto vengono fuori ma non disturbano, anzi. Così Cocktails è un'escursione strumentale pseudo-bossanova con tanto di kazoo in primo piano, e la strepitosa Over Coffee And Tea, dagli arrangiamenti realmente geniali, riesce a trovare la sintesi tra Brian Wilson, certe sensazioni "latine" e Paul McCartney, impacchettando il tutto in un'atmosfera tipicamente musical. Da provare assolutamente. Il resto è pop music d'avanguardia di grande categoria: Flirt, vocal pop etereo e vagamente trippy alla moda dei primi Cosmic Rough Riders; Nothing Will Ever Be As Good, estemporaneo e riuscitissimo intervallo acappella; Misery, altro pregiato gioiello del disco con il suo imperdibile botta e risposta nel ritornello condito da uno splendido gioco di sintetizzatori.

Voglia di pop stravagante e fuori dai canoni? Che però sia molto fruibile e si lasci cantare volentieri sotto la doccia? Ordinate subito Girls Aliens Food. Che disco, gente.

sabato 1 agosto 2009

Menù del weekend.

Tre dischi interessanti per musicare il primo fine settimana di Agosto.

Sorry - The RSVP ep (2009; autoprodotto). Nome curioso, molto curioso, che subito ha attirato la mia attenzione. Non avevo mai sentito parlare prima di questa band proveniente dall'area di Seattle, ma mi dicono che The RSVP ep è il loro terzo lavoro di studio. Il gruppo guidato dai fratelli Brozovich è fautore di un docile, destrutturato ed interessante lo-fi pop da cameretta che in veste molto più minimale e gioiosamente scarna potrebbe ricordare alcuni eroi della scena indipendente del nord-ovest Americano come Death Cab For Cutie, Shins e - lo affermano gli stessi Sorry - artisti del calibro di Dolour, Doves e New Pornography. Visto che siamo a Seattle è un peccato non citare i Posies (che, per i nostri, sono "solamente la miglior band del pianeta terra"), anche se di Posies in realtà durante questo dischetto c'è poco. Piuttosto, alcune trame qua e là potrebbero ricordare particolari frammenti del Jon Auer solista. Bisogna dire, per essere onesti, che la band mutua ispirazioni ma è lontanissima da ogni tentazione di plagio, così il risultato è sì inquadrabile, ma profondamente originale. Il pezzo migliore qui presente è Autobiography, che con il suo incedere stravagante ed il ritornello killer si fa ricordare per forza. Il pop indipendente fatto con infinita dedizione alla causa, come quello che suonano i Sorry, mi fa stringere il cuore e pensare che in fondo, nonostante tutto, c'è ancora qualcuno che crede ancora nella pura essenza della musica. (www.sorrytheband.com)

Gidgets Ga Ga - The Big Bong Fiasco (2009; Gagatone). I Gidgets Ga Ga sono un combo di Chicago dedito ad un energetico e passionale blend di powerpop altamente chitarristico, contaminazioni british invasion e dosi piuttossto massicce di classico rock americano. Il tutto è contenuto in un album, The Big Bong Fiasco, che vanta ben diciotto episodi. Non tutto tutto è da ricordare, per carità, ma almeno dieci tracce sono sono ben al di sopra della media e almeno quattro assolutamente grandiose. Qualche indizio? Beki, che immediatamente ricorda un rauco Matthew Sweet degli albori, però chiuso a suonare in uno scantinato di Minneapolis, e chi ha orecchie per intendere intenda. Poi c'è Crime, classic rock a stelle e strisce al suo meglio, per non parlare di Damn e Baby You're A Star, dove i Gidgets ci nutrono di prelibato nettare di marca Replacements. E soprattutto, Dreamer, la vetta di un disco a cui non sembra nemmeno appartenere, tanto è aggraziata e sconvolgentemente melodica nella sua tiritera soft pop. The Big Bong Fiasco è un eclettico disco raccomandato a tutti gli amanti di midwest rock che non disdegnano divagazioni melodiche fatte bene. (www.myspace.com/gidgetsgaga)


Michael Gross and the Statuettes - Daylight & Dust ep (2009; autoprodotto). E veniamo alla vera chicca della giornata, un dischetto che promette di musicare non solo questo weekend, ma molti altri a venire. Michael Gross (voce e chitarra), James Kelley (chitarra), Benjamin Johnson (basso) e Matt Glass (batteria) provengono da Salt Lake City e con questo ep intitolato Daylight & Dust sono giunti al secondo capitolo della loro saga dopo aver impressionato lo scorso anno con "Tales From a Country Home", un album per la verità accreditato al solo Gross. In ogni caso, signori, qui ci troviamo di fronte all'extended play dell'anno, un inno alla musica popolare qualunque direzione decida di prendere, sia essa Americana, guitar pop o addirittura revival del defunto new acoustic, però bello come non lo ricordavamo. A suo modo un disco perfetto. Perfetto come i suoi capitoli. Come I've Been Wrong Before, uno dei migliori brani sentiti quest'anno di un genere che da queste parti amiamo chiamare "popicana". Come il capolavoro assoluto Stone Face, commovente ballata che mette in estremo risalto le superbe capacità vocali di Gross. E poi. Novocaine, un numero chiaramente più "rocker"che per tensione emotiva ricorda l'imperdibile Pete Yorn periodo Music For The Morning After. Per chiudere con I'll Come Quietly, il miglior acoustic pop di quest'anno insieme all'ultimo disco dei Moore Brothers, che oltre a ricordare la classe cristallina dei Radar Bros. aggiunge quel tocco di country pastorale caro ai Daryll-Ann di Tailer Tales. Non perdetevelo per nessun motivo. (www.myspace.com/michaelgrossmusic)

giovedì 30 luglio 2009

Disco del Giorno 30-07-09: Chris Richards and the Subtractions - Sad Sounds Of The Summer (2009; Gangplank records)

L'estate non è certo stagione che suggerisca ascolti tristi, anzi. Del resto non tutte le estati sono uguali, e probabilmente quelle di Detroit sono meno spensierate di quelle di Myrtle Beach, vai a sapere. Chris Richards le vive così, tristi. Ma non è che, alla fine, le canti allo stesso modo. Dov'era finito, innanzitutto? Desaparecido della comunità powerpop americana, il signor Richards ritorna con le sue Sottrazioni per proporre un album (Sad Sounds Of The Summer, appunto) che rinvigorisce le speranze di chi, come noi, non è affatto convinto che il powerpop classico sia morto e sepolto.

Sulle prime, in effetti, il disco sembra davvero "troppo classico" e dalla media si elevano solo due canzoni sublimi come I, Miss July e Ordinary Man. Dal terzo ascolto in poi, invece, ci rendiamo conto di maneggiare materiale altamente infiammabile, e se pensate che il powerpop sia un pò troppo da signorine per essere definito "infiammabile" a noi va benone lo stesso. Dieci pezzi di puro, incontaminato e consapevole powerpop di quello senza particolari fronzoli ma nondimeno stipato di ritornelli imperdibili e melodie a cascata, guidato da chitarre ora jangle ora poderose, che tira abbastanza dritto inscenando solidi numeri mid tempo. Che, più che da Detroit, sembra provenire dal Nord Europa o ancor di più dall'Australia. Per capire, non resta che ascoltare la travolgente ed iniziale I Can't Quit Her oppure Beg Or Borrow, per poi constatere che si, la somiglianza a livello di chitarre ed "entusiasmo lirico" con enormi bands Aussie come P76, Richies e Pyramidiacs è davvero notevole e quantomai gradita.

E ancora, prendete Consolation e ditemi se non sembrano i Raspberries calati nella terra dei canguri nella seconda metà degli anni 80. O, di controparte, alzate il volume durante la meravigliosa Ordinay Man per essere catapultati istantaneamente nella Svezia degli anni '90. Tutto questo, sia chiaro, senza dimenticare la tradizione di casa. Per questo motivo, anche se voleste tralasciare le considerazioni precedentemente fatte, Sad Sounds Of The Summer è un disco che raccomando con il cuore a chi dei Posies meno cupi, del Matthew Sweet di 100% Fun e di Tommy Keene ha fatto una ragione di vita. Uno dei grandi dischi di quest'anno.

martedì 30 giugno 2009

Disco del Giorno 30-06-09: Secret Powers & the Electric Family Choir - St (2009; Square Tire Music)

"Ho suonato la chitarra nei Seeds con Sky Saxon, e continuava a raccontarmi di questo strano culto di cui era parte negli anni '60 alle Hawaii. I santoni erano vestiti in modo assurdo, da Mosè, da Santa Claus o da altri personaggi misteriosi. Ho pensato che sarebbe stato divertente registrare il nuovo disco parodizzando quei culti psichedelici". Così parlò Schmed Maynes, ossia la mente pensante che si cela dietro al progetto Secret Powers. Il cui secondo album, Secret Powers and the Electric Family Choir, è un capolavoro senza se e senza ma fatto di qualcosa come venti episodi. Un pò lunghetto, ho pensato inizialmente. E Invece no, perchè - oltre ad una brevissima introduzione - sette episodi non sono altro che frasi bizzarre dello "zio Schmed" che, nelle vesti di santone, dispensa concetti astratti sulla vita ultraterrena e altre varie amenità. Divertenti all'inizio, fastidiose interruzioni tra un (grande) brano e l'altro dopo i primi cinque ascolti.

Forse non è stato carino iniziare la recensione parlando della nota (relativamente) negativa del disco. O forse si, così ci siamo levati il dente e possiamo iniziare a tessere le lodi di un album da perdere la testa, che tutti i fans di Jeff Lynne e Jellyfish dovrebbero assolutamente assicurarsi nel minor tempo possibile. Perchè i dodici brani effettivi che ne fanno parte sono immensi, classici ed innovativi, istrionici e rassicuranti al tempo stesso. Un piccolo capolavoro che svetta su tutti gli album che ho avuto modo di ascoltare in questa prima metà di 2009. Abbiamo citato Jeff Lynne e fidatevi, la segnalazione è quantomai golosa ed appropriata per tutti quelli che ( e sono sicuro, tra di voi ce ne sono tanti) per anni hanno pregato all'altare dell' Electric Light Orchestra. Non solo, o non precisamente. I manoscritti dello zio Schmed sono piuttosto un caloroso e stupefacente tributo ai brani che il vecchio Jeff incise ai tempi degli ELO, se però gli avesse scritti ai tempi dei Move. Confusi? No, perchè? Trattasi di estremo sixties pop decorato da arrangiamenti lussureggianti, talvolta quasi progressivi ed esaltati da una grande produzione svolta dallo stesso Maynes nel suo studio privato di Missoula, Montana.

Detto che la traccia numero 1 è una breve introduzione strumentale e che la seconda rappresenta il primo dei "podcast" indemoniati del santone Schmed, i poteri segreti iniziano a sprigionarsi dalla traccia numero tre, Orange Trees, chiaro esempio di psichedelia folk-pop sospesa in un etere magico dove la cura maniacale per gli accorgimenti vocali conferisce al brano uno stupefacente sapore astratto e fuori dal tempo. Maryann, calata in un clima gradevolmente sunshine, contempla un' immaginaria session tra Lynne e Ben Folds avvenuta, diciamo, nel 1966, mentre By The Sea, con tanto di gabbiani e bassa marea in sottofondo è un piccolo omaggio folk dalle tinte pastello. Poi, subito dopo, Schmed giganteggia pennellando due incredibili delizie sentimentali e marcatamente Beatlesiane come Heavy e Misery. E addirittura ci esalta esibendo un capolavoro assoluto come Lazy Men: i Beach Boys e - ancora lui - Lynne, sconvolti in una centrifuga protoprogressiva.

Certe volte è impossibile essere sintetici. Perchè mai, dopotutto, dovrei tralasciare un grandissimo esempio di angloamericana come Ghost Town? Oppure soprassedere su un breve ed intensissimo sonetto come Treat Your Mother Nice? Impossibile. Ed è impossibile non comprendere l'importanza di Something About The Girl, uno dei pezzi psych-powerpop definitivi di quest'anno. La perfezione della cultura pop racchiusa nei "solchi" di Secret Powers And The Electric Family Choir si completa con il trittico esoterico che chiude l'album. One Less Star è psychedelic pop cucinato con classe suprema, You Know It's Time è una piccola e preziosa installazione floydiana mentre Both Sides Of The Candle, ultimo capitolo della storia, richiama l'abituale Lynne impegnato in una performance heavy psych.

All'inizio di questa recensione abbiamo parlato di Sky Saxon. Come molti di voi sapranno il leggendario leader dei Seeds se n'è andato lo scorso 26 Giugno, nell'indifferenza generale dei media di settore troppo occupati a santificare Michael Jackson. Ebbene un disco come questo rappresenta il più bel tributo alla memoria di Sky al quale, siamo sicuri, i Secret Powers sarebbero piaciuti da impazzire.

martedì 9 giugno 2009

Disco del Giorno 08-06-09: Tony Cox - Unpublished (2009; autoprodotto)

Uno dice "adesso mi metto ad ascoltare un pò di musica sixties, però ho voglia di qualcosa di nuovo". L'altro risponde "non ti appanicare, ho qui con me il disco di un tale Inglese chiamato Tony Cox, pronto a soddisfare i tuoi desideri". Si, perchè a differenza di quanto dicono le malelingue, la scena neo-sixties mondiale è ora e sempre foriera di nuovi ed eccitanti artisti, pronti a perpetrare la tradizione nei secoli dei secoli amen.

Cox è un talentuoso cantautore Londinese, anzi, sarebbe più corretto definirlo semplicemente "autore", visto che leggendo la sua biografia si apprende che il suo scopo è quello di scrivere "le migliori canzoni possibili per gli artisti più meritevoli". E ciò pare evidente ascoltando Unpublished, l'album a cui dobbiamo questa recensione. Il disco infatti, benchè scritto, studiato e suonato da Tony Cox, è cantato da Nigel Clark, un nome non completamente sconosciuto da queste parti, visto che qualche anno fa si rese protagonista di un disco (21st Century Man) che ricordiamo volentieri. Che sia una scelta oppure una necessità dettata dalla mancanza di doti canore non è dato sapere, anche perchè poi ciò che ci interessa è la deliziosa qualità delle undici canzoni che insieme formano Unpublished.

Un disco calato nel revival pop sessantista dalla testa ai piedi, in grado di sviscerare le varie tinte dell'epoca (dal sunshine al popolare puro, dal jangle folk alla psichedelia leggera) con freschezza e tatto senza mai raschiare il fondo del barile. Che si apre con il sunshine rivisto in chiave moderna di Sweet Elaine per proseguire nei territori powerbeat di Feel Real Love e di quella cannonata chiamata Jamelia, vero apex dell'album insieme all'elegante pop vocale espresso dall'incredibile Chills. Il resto (se si eccettuano gli esperimenti non troppo riusciti in Life Is Hardcore) è contorno da gran signori, grazie agli aromi sprigionati dalle chitarre jangle della commovente Fallen, dal pop tinteggiato di soffice psichedelia in Welcome To My World e dai Beach Boys del ventunesimo secolo che sembrano richiamati dalla conclusiva Can't Leave To Soon.

Sarà anche un periodo triste per il nostro Paese e per l'Europa tutta, che le elezioni dello scorso weekend ci hanno riconsegnato più superficiale, xenofoba ed intollerante di quanto ci aspettassimo. Fortunatamente la buona musica e la miglior cultura in generale sono patrimonio esclusivo degli uomini giusti, ed artisti come Tony Cox danno un piccolo ma fondamentale contributo nel risollevarci dalla depressione cosmica a cui siamo costretti in giornate come questa. Grazie.

mercoledì 27 maggio 2009

Un pò di roba nuova...E scusate il ritardo...

Sto trascurando il mio amato blog, e non va assolutamente bene. Il fatto è che sono veramente troppo impegnato. Speriamo che questo periodo passi presto perchè se è vero che ho poco tempo per scrivere, è anche vero che un pò di tempo per ascoltare mi è rimasto. Ho accumulato tanti dischi che mi sono ripromesso di recensire entro un mese, e ovviamente mi scuso con gli artisti che chissà da quanto tempo stanno attendendo che Under The Tangerine Tree parli di loro. Grazie per l'infinita pazienza, oltre che per l'ottima musica. Cerchiamo dunque di accelerare, e tracciamo un'interessante ancorchè breve panoramica su tre dischi freschi di uscita che mi sento di consigliare...

Chris McKay & the Critical Darlings - Satisfactionista (2009; Side B Music). Album di debutto per questa band proveniente da Athens, Georgia, vera e propria Mecca del pop sudista a stelle e strisce. Dal calderone infinito del pop-rock indipendente made in USA saltano sempre fuori cose sconosciute ed interessanti, poi la cosa difficile è andare a scovarle. Questa volta, come molte altre, ha provveduto David Bash, che inserendoli nel programma dell'International Pop Overthrow di Atlanta 2008 li ha esposti alla sparuta platea di appassionati. Satisfactionista dovrebbe essere il loro album d'esordio, che curiosamente è andato fuori stampa il giorno in cui è stato pubblicato, e buon per loro. La faccenda ha in ogni caso accresciuto la mia curiosità sul disco, che McKay mi ha gentilmente concesso di scaricare. Non male, non male. Tra le melodie acustiche ed eteree in stile Turin Brakes / Crowded House dell'iniziale An Uncertain Flight e il rock emozionale e carico di soul (nel senso proprio di anima, non tanto in termini musicali) di Scared Of Myself e The Only Way, tutto sommato il figurone la fanno i pezzi espressamente pop come Waiting For The Siren e soprattutto Rage On, powerpop essenziale e zuccheroso all'ennesima potenza, da non perdere assolutamente. Molto buona anche la graziosa ballata From Now Until Then nonchè la pianistica e conclusiva Unseen. Produce Dave Barbe, pluridecorata leggenda locale già dietro alle quinte di REM e Drive By Truckers.(www.myspace.com/criticaldarlings )

Lane Steinberg - Passion & Faith (2009; Transparency). Non ho la benchè minima idea di quali saranno i migliori dischi del 2009, ma di sicuro posso dire una cosa. Passion & Faith, terza opera di Lane Steinberg, sarà sicuramente uno dei più interessanti e in ogni caso il più curioso. Qualcuno dice che mr. Steinberg sia come un pacco-dono: non puoi mai avere la certezza di cosa ci troverai dentro. Il vecchio Lane è stato fulminato sulla via di Minas Geiras, Brasile, ed è stato irrimediabilmente contagiato dalle sonorità progressive verdeoro anni settanta. Si sente. E però, si sente anche il background di Lennonista della prima ora, bagaglio imprescindibile dell'autore. Risultato? Un disco inusuale, molto bello e molto intenso. Non era facile asscociare quattro cover del Club the Esquinha (il famoso collettivo di musicisti brasileiri dei seventies) cantate in lingua originale al pop di chiara matrice anglosassone che governa la maggior parte del disco. Eppur ci riesce, forse anche perchè i due stili si guardano, si annusano e finiscono per piacersi. Così Milton Nascimento riesce a profumare seppur vagamente di Rundgren, mentre Lennon pare frullato dal collettivo in un mixer contenente brazilian prog, jazz e bossanova. Per non farci mancare niente, Lane propone un'incredibile ed assurda jam sul tema di Dark Star dei Grateful Dead, suonata interamente da lui e davvero ben riuscita. Non fate i prevenuti e dategli almeno un ascolto perchè merita veramente tanto. (www.myspace.com/lanesteinberg )

Calico Brothers - Tell It To The Sun (2009; autoprodotto). E' tornata la combriccola dei Calicos, che gioia! Uno dei nostri gruppi Neozelandesi preferiti del momento ha messo insieme l'album lungo che tanto speravamo uscisse, e neanche ci hanno fatto attendere troppo, visto che il loro strepitoso ep d'esordio è vecchio di nemmeno dodici mesi. I più attenti tra di voi ricorderanno quanto qui ad UTTT abbiamo adorato quel dischetto, che lo scorso anno ha finito la sua corsa al numero 3 nella classifica di categoria. Diciamo subito che Tell It To The Sun non solo propone la stessa strabiliante capacità di spacciare melodie e grandi canzoni, ma certifica un'ulteriore solidità che la band ha saputo raggiungere a livello squisitamente compositivo. Il tutto è sempre giocato sull'asse Petty-Harrison-Lynne ma il clima generale, rispetto all'ep d'esordio, sembra essere ancora più indirizzato verso la componente folk e americana del loro linguaggio. In ogni caso, è un discone senza pecche e pure ricco di svariati spunti clamorosi. Non sto esagerando, giuro. Perchè per i nostri gusti e per le nostre passioni non possiamo rimanere indifferenti davanti all'americana perfetta della title-track, o della sgargiante grazia folk di Always Say I'd Do. E, ancora, ci beiamo della straziante e bellissima estasi acustica di Up For Air. Senza contare che i fratelli Calico, quando di tanto in tanto decidono di dare gas al loro motore pop, sono capaci di piazzare colpi da KO come Weight Around My Heart, roba che già su Woodface avrebbe fatto un figurone, mentre su Time On Heart avrebbe fatto impallidire il 90% dei brani scritti da Neil Finn. (www.myspace.com/calicobrothers )

martedì 5 maggio 2009

Disco del Giorno 05-05-09: Valley Lodge - Semester At Sea (2009; Thistime records)

Il grande giorno è arrivato. Finalmente, direte voi, visto che l'ultimo post risale addirittura allo scorso quindici Aprile...Ho le mie giustificazioni, però! In primis, questo è un periodo veramente incasinato per me, e in secondo luogo ho ricevuto il mese scorso il nuovo album dei Valley Lodge! E allora? E allora Semester At Sea, uscito a quattro anni di distanza dall'omonimo e primogenito disco della banda Newyorkese, andava studiato per bene prima di trasmettervi opinioni inesatte, o meglio incomplete. Certo, tutti i dischi andrebbero ascoltati e riascoltati prima di scrivere qualcosa a loro riguardo, ma alcuni di più. E il disco dei Valley Lodge, visto quello che il loro album precedente rappresenta per tutti i fanatici del powerpop, indubbiamente necessitava di qualche riflessione supplementare.

Il punto è questo. L'album d'esordio giunse come un abbaliante regalo inaspettato durante l'autunno del 2005, e ancora oggi è saldamente al primo posto nella mia (e non solo nella mia) classifica riguardante i migliori album di puro powerpop del decennio corrente. In casi come questo le aspettative dell'ascoltatore hanno enormi possibilità di rimanere deluse, perchè partire con un capolavoro ed avere poi "l'obbligo morale" di pareggiarlo porta dritti alla crisi del secondo album, al "sophomore slump", come dicono gli americani riferendosi ai dischi rock'n'roll e alle ex matricole del campionato NBA che si apprestano ad affrontare la stagione della consacrazione. Ebbene, ad un primo ascolto la delusione è stata fortissima, incredibile, devastante. Ma come è possibile, mi dicevo. Uno dei lavori che più ho atteso negli ultimi anni non può essere così privo di spunti, uguale a se stesso, unidimensionale. E ancora, come scritto da Steve di Absolute Powerpop nella sua recensione di Semester At Sea (emotivamente molto molto simile a quello che penso e ho pensato io), dove sono finiti gli estrosi e divertentissimi falsetti che Dave Hill estraeva a sorpresa dal cilindro a metà strofa? E quei ritornelli-capolavoro? Non poteva essere così. Devo ascoltarlo ancora. Dargli tutte le possibilità che si merita, pensavo. Solo quando sarò più che sicuro di quello che penso screditerò un disco dei Valley Lodge.

Ho fatto bene. Perchè il ragionamento che stavo facendo seguiva un binario sbagliato. Dave Hill e John Kimbrough semplicemente non hanno tentato di fare un sequel del loro primo album. Una scelta coraggiosa e giusta, perchè avrebbero rischiato di rimanere schiacciati dal loro stesso capolavoro. Hanno imboccato una strada differente: il suono è più duro, più veloce, più glam. Le melodie, ancora poderose e stuzziacate dal genio vocale di Hill, rimangono più nascoste dietro ai granitici muri di chitarra ma ci sono, eccome se ci sono, e risplendono come quattro anni fa. E' vero, i falsetti random, marchio di fabbrica di "Valley Lodge", vengono utilizzati con parsimonia, ma quando irrimediabilmente irrompono nel mix ci fanno ricordare perchè la band rappresenta - ancora oggi - una delle massime espressioni del powerpop dell'ultimo lustro e non solo.

Parlo a chi, come me, ha amato e consumato a furia di ascolti il loro primo disco. Non commettete l'imperdonabile errore di abbandonare Semester At Sea dopo i primi asscolti perchè sarebbe delittuoso. E perdereste l'opportunità di adorare uno dei pezzi d'apertura più melodicamente devastanti a memoria d'uomo come Break Your Heart. Di muovere il testone trascinati dagli impagabili riffoni di The Door, It's A Shame e If You Love Me. Di cantare a squarciagola l'incredibile Comin'Around, che sul primo album sarebbe stata a pennello. Di gioire, in ogni caso (e anche in questo sono assolutamente d'accordo con Steve di AbPow) ascoltando uno dei migliori dischi di questo 2009.

E' superfluo dire, ma lo scrivo lo stesso, che qualsisi problematica relativa all'ascolto di Semester At Sea non toccherà chi non ha avuto la fortuna di sentire il primo Valley Lodge. In tal caso, è probabile che inizierete subito ad amare questo stupendo disco. E'chiaro che il percorso a ritroso è molto meno irto di ostacoli, e assimilare il capolavoro del 2005 sarà facile come bere un bicchier d'acqua. Un pò vi invidio.