giovedì 2 dicembre 2010

Disco del Giorno 02-12-10: Mark Bacino - Queens English (2010; Dream Crush)

I fanatici di pure pop che già da qualche anno bazzicano la scena non si limitano a “conoscere” Mark Bacino: lo considerano una superstar. Status che francamente, e si intenda l’ammirazione per il soggetto, non poteva che meritarsi dopo aver dato alle stampe due tra i migliori esempi fonografici (Pop Job…The Long Player nel 1998 e The Million Dollar Milkshake nel 2003) di questo sotto-sottogenere musicale. Avuto riguardo alla discografia, e constatato dunque che Mark mancava dalle scene da un bel po’ di tempo, non possiamo che accogliere con soddisfazione il terzo pezzo del lotto, intitolato Queens English ed edito dalla Dream Crush records.

Lavoro da anni nel mondo della musica, e principalmente lavoro per gli altri. Produco altri gruppi, arrangio brani altrui, ho delle scadenze da rispettare. Qualche anno fa tutto ciò ha iniziato ad andarmi stretto, mi sentivo strangolato dal business e non riuscivo più a percepire l’arte per come dovrebbe essere intesa. Avevo bisogno di spazio per me stesso e così ho deciso di dedicarmi ad un nuovo album tutto mio, senza pressioni, senza dover avere l’approvazione di nessuno. Volevo tornare a scrivere musica per pura passione, e questi sono i risultati”. I risultati confluiscono in un grande disco per intenditori. Senza snobismi, ma vale la pena ammetterlo. Un disco che dalla traccia tre, subito dopo la title-track, è talmente leggero che per poco non decolla, ma non si fraintenda il significato dell’affermazione. Un luogo comune tra i più atroci usa affermare che la musica leggera è per tutti i gusti e tutte le orecchie ma, che diamine, c’è musica leggera e musica leggera. Mark Bacino scrive AM pop ispirato agli anni ’70, quando ancora l’AM pop era una cosa seria. Lo inquadra in un contesto cittadino e newyorkcentrico, la Grande Mela essendo lo sfondo prediletto dalle undici tracce qui presenti. Un disco leggero, certo, ma sofisticato come pochi.

La title-track, dicevamo, apre di fatto le danze in un tripudio di powerpop dal volume alto, palesemente dedicato ai più pervicaci fans di certi Cheap Trick per un episodio da un paio di minuti scarsi che finisce per dimostrarsi il momento più sostenuto dell’intera opera. Perché da li in poi si parla decisamente un’altra lingua, fatta di docili trame strutturate in modalità-racconto e di un’ aggraziata sintassi che, sostenuta da una gamma musicale davvero varia e di gran livello, pesca a piene mani dal top della cultura popolar-musicale. Si veda Happy, riflessione personale e mattutina a lieto fine, con quegli effetti cinematici e cartoneschi che fanno tanto Randy Newman; oppure, per quel che vogliamo dimostrare, si ascolti Angeline & the Bensonhurst Boy ed il suo saltellante midtempo da balera trapunto di inebrianti fiati. Per togliere eventuali dubbi che inspiegabilmente fossero ancora presenti presso chi ascolta, sarà sufficiente dare una chance alla favolosa Bridge & Tunnel che, ne siamo sicuri, riscuoterebbe un convinto applauso se dovesse pervenire all’udito di Harry Nilsson, sissignori: liriche argute, classe da vendere e da spendere, ed un frammento AM pop da antologia del genere. Per sicurezza, inoltre, non sottovaluterei l’accoppiata formata da Muffin in the Oven e Who Are Yous, entrambe marchiate a fuoco da una caratteristica, e cioè la capacità di inserire grandi canzoni pop in un’atmosfera da musical, che Mark possiede e che già, a parere di chi scrive, rese Million Dollar Milkshake, il suo penultimo lavoro di studio, un grandissimo album.

Chiuderei la rassegna dei consigli con un omaggio ad un grande brano che forse tende ad uscire un po’ dal contesto. Blue Suit cambia di certo il feeling generale, è decisamente angolare rispetto alle compagne di viaggio, ma è omicida e sensuale come solo le grandi ballate sanno essere. Del resto, Mark Bacino non è uno che vende dischi tanto per venderli, né tantomeno scrive canzoni tanto per scriverle. E’ un tizio parsimonioso, Mark, e pazienza se tra un lavoro e l’altro possono passare anche sette lunghi anni. Sarà il massimo della banalità ma l’attesa, al cospetto di dischi come Queens English, è dolce e ci sta tutta; affrettare i tempi, quando i risultati finali sono questi, non è proprio il caso.

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