sabato 12 gennaio 2008

Under The Tangerine Tree's Top 100 Albums Of 2007 (01/05)

01. David Celia - This Isn't Here

Tante volte è difficile, molto difficile scegliere il disco dell'anno. Tuttavia, durante quello appena conclusosi, poche volte ho avuto dei dubbi in proposito. Va bene, direte voi, ma This Isn't Here manca addirittura del requisito principale, cioè non è nemmeno un disco del 2007! Certo, la copertina dell'album presenta inequivocabilmente l'anno di pubblicazione"2006", ma è uscito talmente tardi che molti mail order come Amazon, Cd Baby e Cd Universe lo hanno etichettato come un "2007". Inoltre, come ormai sapete, i dischi prodotti oltre una certa data vengono presi in considerazione per le classifiche degli anni successivi, quindi....A parte le questioni di carattere organizzativo, è difficile aggiungere qualcosa rispetto a quanto già scritto nella recensione dello scorso Novembre. Giova solo enfatizzare per l'ennesima volta il magnifico, secondo lavoro di studio del cantautore di Toronto. Rispetto al precedente (ed eccellente) Organica, uscito nel 2002, questo This Isn't Here riguarda molto di più il versante Folk/Americana rispetto a quello puramente pop. In realtà, le radici cantautorali e Alt.country di questo gioiello di disco sono permeati da un concetto di forma-canzone che ne fa trascendere i contenuti stilistici, rendendo persino inutile associare questo o quel pezzo ad un determinato genere piuttosto che ad una determinata influenza. Volendo però sforzarsi, è persino ovvio dire che David Celia ha avuto come riferimento i classici della musica tradizionale Americana, ma li ha acconciati, smussati, stravolti e rivisitati, avvolgendoli in un telaio pop d'autore e creando, infine, dei gioielli senza tempo né età. Dei singoli brani abbiamo di recente detto e in questa sede voglio solo ricordarne qualcuno: Best Thing Ever è il miglior pezzo pop dell'anno, senza dubbio. Cactus, Infinity e Evidently True sono brani roots come dovrebbero essere scritti i brani roots nel nuovo millennio. La title track è un meraviglioso sogno jangle-pop di un minuto e mezzo che farebbe molto piacere a Roger McGuinn. Un acquisto imprescindibile.

02. Future Clouds And Radar - Future Clouds And Radar

Portiamo la mente indietro, non di molto, diciamo verso la metà dello scorso Marzo. Erano passati qualcosa come sei anni dall'uscita di The Big Picture, il terzo ed ultimo album dei Cotton Mather, il mio gruppo preferito di tutti gli anni Novanta. Da allora, Robert Harrison, il leader della band, aveva fatto perdere le sue tracce, anche perchè convalescente da un grave infortunio alla spina dorsale che lo ha costretto a letto per un paio d'anni. Salvo ritornare all'improvviso con una nuova creatura dal nome curioso e, soprattutto, un doppio (!) album d'esordio. Benchè in effetti tutto ciò, a parte qualche brano (la geniale Hurricane Judy vi dice qualcosa?), non c'entri molto con i lavori della sua storica band, la mole di materiale racchiusa nei due cd è comunque di livello eccelso. Qualcuno dice che se Harrison avesse scelto i brani migliori e li avesse assemblati in un unico disco probabilmente il tutto ne avrebbe giovato. Benissimo, quali pezzi escludere, però? In questo omonimo debutto, il grande autore di Austin attraversa -accompagnato da una dozzina di collaboratori sparsi - una non meglio precisata serie di generi musicali, prima dei quali (qualunque essi siano) ci sta bene il prefisso Art. Il primo disco raccoglie un'incredibile gamma ondivaga di pezzi assurdi e fantastici. Vi piacciono i Beatles? Ci sono! Preferite qualcosa di più roots? C'è! Siete nostalgici della psichedelia d'annata? In abbondanza! Siete dei fanatici di reggae e avete comprato per sbaglio FC&R? Niente paura, Harrison ha accontentato anche voi con una cover di Marley(!!!). Essenzialmente, il pregio di un disco che comunque, prima di tutto, è composto da brani sublimi, è che se qualche traccia vi sconforta c'è sempre la possibilità che quella successiva vi mandi fuori di testa, anche perchè potrebbe non avere niente a che fare con la precedente. Dite che manca coesione? Nient'affatto, perchè il tutto, benchè variegato, suona essenzialmente come può suonare un disco di Robert Harrison e il suo fantastico modo di cantare alla Lennon rende tutto più omogeneo di quanto si possa immaginare. Il secondo disco è leggermente più classico, più pop, con un singolone, Building Havana, che potrebbe sembrare paraculo ma che in realtà è uno dei brani dell'anno, senza storie. Se siete fanatici di Beatles, 13th Floor Elevators o Flaming Lips questo potrebbe essere il vostro disco. Se avete amato Harrison ancor prima di amare i Cotton Mather questo E' il vostro disco. Se, più semplicemente, amate la grande musica, non dovete lasciarvelo scappare. Per niente al mondo. Hey Robert Pollard, aggiornati perchè ti stanno lasciando indietro....


03. The Foreign Films - Distant Star

Insieme agli Orchid Highway e ai Treasury, la più grande sorpresa del 2007. Bill Majoros da Hamilton, Ontario, ha creato un album assolutamente favoloso. Majoros, al disco d'esordio, vanta un'esperienza di quindici anni come produttore e turnista, ma la sua strada, sentito questo Distant Star, è senz'altro quella del frontman. La sua voce è assimilabile a quelle di Lennon e Robert Harrison, ossia la mia tipologia di voce preferita e già questo è un bel punto a suo favore. Il suono, cinematico ed erudito, è quello di Revolver e di Kontiki, un pop dalle forti tinte psichedeliche che ha il fondamentale pregio di lasciare attoniti al primo ascolto. Ora, io l'anno scorso avrò ascoltato almeno trecento dischi, e solo i primi sei di questa classifica sono riusciti nell'impresa di farsi a-do-ra-re dal primissimo istante. Non ho trovato una traccia mediocre in Distant Star e il particolare è importante, dato che ce ne sono ben ventidue, raccolte in un doppio CD (i migliori Lennonologi in circolazione fanno solo album doppi, al giorno d'oggi?). Concordando con quanto scritto da Steve del favoloso blog Absolute Powerpop, anch'io penso che il modo migliore per gustare il disco d'esordio dei Foreign Films (gruppo in realtà "fittizio", dato che Majoros si occupa di tutto), anche se un pò retrò visto che viviamo nella generazione degli iPod, sia quello di ascoltarlo intero, dall'inizio alla fine, magari con l'ausilio di un buon paio di cuffie. Non che non ci siano pezzi che farebbero la loro bella figura anche all'interno di una compilation, ma questo disco è bello sentirlo così, tutto d'un fiato, prendendosi il giusto tempo per assaggiare i raffinati arrangiamenti orchestrali, gli affreschi di psichedelia pop, le ballate "sessantiste" e in generale la poliedricità elegante ed intelligente di un grandissimo autore. Volendo citare qualche pezzo in particolare, sebbene sia molto difficile, sottolinerei la psichedelia progressiva dell'apertura Remember To Forget, il revolver-pop di Another World Behind The Sun, la title track, con il suo incedere trippy, poi la stupenda Clouds Above The Radio Towers che farà innamorare i fans di Cotton Mather e Let's Active e Invisible Hearts, il brano più "rock", dove le chitarre si alzano senza nulla togliere alla melodia. Questo per quanto riguarda il CD1. Nel secondo "episodio", in generale meno psichedelico, più pop e di livello qualitativo identico al primo, sono gli alti fraseggi sixties pop di Polar Opposites e il magnifico sunshine pop di Cinema Lights e Too Good To Last a lasciare sconvolti. Ma ripeto, tutti e ventidue i pezzi sono spaziali e la raccomandazione non può che essere ovvia: datemi fiducia e ordinate questo disco immediatamente, sono pronto a rimborsare personalmente chi non si riterrà soddisfatto.

04. The Orchid Highway - The Orchid Highway

Una delle più grandiose sorprese dell'anno è stato il primo full-lenght di questo quartetto di Vancouver, uscito a ben dieci anni di distanza dall'Ep "Fourplay", che sino a pochi mesi fa rimaneva l'unico prodotto degli Orchid Highway. Trattasi di immenso britpop metà anni Sessanta virato in chiave (soft) psichedelica. Il suono, ora chiassoso (Pop That Girl), ora raffinatissimo (Let's Stay In Instead) funge da base per i fraseggi vocali dei fratelli MacDonald Rory e Jamie, autori di arrangiamenti che farebbero rimanere Brian Wilson quantomeno stupito. Qualcuno ha definito gli Orchid Highway come la versione di Vancouver degli Sloan, e se questo paragone ci sta per alcuni dei brani (Medicine Tree su tutti), bisogna ammettere che gli Orchid Highway hanno un suono molto personale. Sofa Surfer Girl, brano d'apertura, è una di quelle canzoni che meriterebbero di essere passate alla radio dieci o venti volte al giorno e, probabilmente, se fosse stata pubblicata alla fine degli anni novanta avrebbe ricevuto un ottimo airplay tra i Semisonic e Ben Folds. Se è vero come è vero che ogni grande disco powerpop dovrebbe avere almeno un grandissimo pezzo, di quelli che già al primo ascolto ti fanno saltare sulla sedia, allora gli Orchid Highway hanno fatto un grandissimo album! Mark Bignel di Radio Bandcouver, definendo il loro omonimo full-lenght "un capolavoro con pochi paragoni contemporanei" ha anche aggiunto "se non vi piace questo disco, dovete proprio odiare la musica...". Concordo in pieno!

05. Stockton - Euphonia

Per tutti gli orfani dei Cotton Mather il 2007 è stato un anno da ricordare per sempre. Oltre a Robert Harrison e Josh Graveline, tornati in pista con il mega-progetto Future Clouds & Radar, anche Whit Williams e Dana Myzer (rispettivamente chitarra solista e batteria ai tempi di Kontiki) hanno deciso di tornare a calcare le scene nell'unico modo che sanno fare: con un disco imperdibile. Gli Stockton dovevano essere un progetto "occasionale", formatosi unicamente per registrare un brano da inserire in una compilation, che invece si è trovato quasi inconsapevolmente a fare un disco vero, e che disco. Del resto la storia dei componenti parla chiaro e lascia pochissimo spazio a dubbi. Il terzo, oltre ai due ex Cotton Mather, è infatti niente meno che Ron Flynt, cioè il leader del leggendario combo powerpop 20/20. Come detto recensendo Euphonia su questo blog un paio di mesi fa, rispetto al disco dei FC&R l'attinenza al sound del gruppo di origine è molto più marcata, e la produzione senza troppi lustrini pure. Un fan come il sottoscritto si commuove di brutto ascoltando Free Drinks, un grande brano psych-pop che non sarebbe stato male su The Big Picture. I primi quattro pezzi del disco sono uno più fantastico dell'altro: oltre a Free Drinks ci sono My Foreign Legion (un titolo che più "Mather" non si può!), Pipe Dream Blues (classico rootsy-pop) e soprattutto Dreamworld, la perla del disco, powerpop saturo nella forma e Beatlesiano nella sostanza, con la chitarra di Williams che rimanda la memoria alle registrazioni "loop-tape" dei fab four ai tempi di Rain e Because. Il resto è un signor contorno, con cui decine di bands marcerebbero per anni ed anni. Ribadisco: se avete amato The Big Picture e adorate il pop nella sua essnza, quello che si presenta senza avvertire e vi si stampa sulla faccia, non leccato e prodotto il minimo, questo è il vostro disco dell'anno.

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