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martedì 5 maggio 2009

Disco del Giorno 05-05-09: Valley Lodge - Semester At Sea (2009; Thistime records)

Il grande giorno è arrivato. Finalmente, direte voi, visto che l'ultimo post risale addirittura allo scorso quindici Aprile...Ho le mie giustificazioni, però! In primis, questo è un periodo veramente incasinato per me, e in secondo luogo ho ricevuto il mese scorso il nuovo album dei Valley Lodge! E allora? E allora Semester At Sea, uscito a quattro anni di distanza dall'omonimo e primogenito disco della banda Newyorkese, andava studiato per bene prima di trasmettervi opinioni inesatte, o meglio incomplete. Certo, tutti i dischi andrebbero ascoltati e riascoltati prima di scrivere qualcosa a loro riguardo, ma alcuni di più. E il disco dei Valley Lodge, visto quello che il loro album precedente rappresenta per tutti i fanatici del powerpop, indubbiamente necessitava di qualche riflessione supplementare.

Il punto è questo. L'album d'esordio giunse come un abbaliante regalo inaspettato durante l'autunno del 2005, e ancora oggi è saldamente al primo posto nella mia (e non solo nella mia) classifica riguardante i migliori album di puro powerpop del decennio corrente. In casi come questo le aspettative dell'ascoltatore hanno enormi possibilità di rimanere deluse, perchè partire con un capolavoro ed avere poi "l'obbligo morale" di pareggiarlo porta dritti alla crisi del secondo album, al "sophomore slump", come dicono gli americani riferendosi ai dischi rock'n'roll e alle ex matricole del campionato NBA che si apprestano ad affrontare la stagione della consacrazione. Ebbene, ad un primo ascolto la delusione è stata fortissima, incredibile, devastante. Ma come è possibile, mi dicevo. Uno dei lavori che più ho atteso negli ultimi anni non può essere così privo di spunti, uguale a se stesso, unidimensionale. E ancora, come scritto da Steve di Absolute Powerpop nella sua recensione di Semester At Sea (emotivamente molto molto simile a quello che penso e ho pensato io), dove sono finiti gli estrosi e divertentissimi falsetti che Dave Hill estraeva a sorpresa dal cilindro a metà strofa? E quei ritornelli-capolavoro? Non poteva essere così. Devo ascoltarlo ancora. Dargli tutte le possibilità che si merita, pensavo. Solo quando sarò più che sicuro di quello che penso screditerò un disco dei Valley Lodge.

Ho fatto bene. Perchè il ragionamento che stavo facendo seguiva un binario sbagliato. Dave Hill e John Kimbrough semplicemente non hanno tentato di fare un sequel del loro primo album. Una scelta coraggiosa e giusta, perchè avrebbero rischiato di rimanere schiacciati dal loro stesso capolavoro. Hanno imboccato una strada differente: il suono è più duro, più veloce, più glam. Le melodie, ancora poderose e stuzziacate dal genio vocale di Hill, rimangono più nascoste dietro ai granitici muri di chitarra ma ci sono, eccome se ci sono, e risplendono come quattro anni fa. E' vero, i falsetti random, marchio di fabbrica di "Valley Lodge", vengono utilizzati con parsimonia, ma quando irrimediabilmente irrompono nel mix ci fanno ricordare perchè la band rappresenta - ancora oggi - una delle massime espressioni del powerpop dell'ultimo lustro e non solo.

Parlo a chi, come me, ha amato e consumato a furia di ascolti il loro primo disco. Non commettete l'imperdonabile errore di abbandonare Semester At Sea dopo i primi asscolti perchè sarebbe delittuoso. E perdereste l'opportunità di adorare uno dei pezzi d'apertura più melodicamente devastanti a memoria d'uomo come Break Your Heart. Di muovere il testone trascinati dagli impagabili riffoni di The Door, It's A Shame e If You Love Me. Di cantare a squarciagola l'incredibile Comin'Around, che sul primo album sarebbe stata a pennello. Di gioire, in ogni caso (e anche in questo sono assolutamente d'accordo con Steve di AbPow) ascoltando uno dei migliori dischi di questo 2009.

E' superfluo dire, ma lo scrivo lo stesso, che qualsisi problematica relativa all'ascolto di Semester At Sea non toccherà chi non ha avuto la fortuna di sentire il primo Valley Lodge. In tal caso, è probabile che inizierete subito ad amare questo stupendo disco. E'chiaro che il percorso a ritroso è molto meno irto di ostacoli, e assimilare il capolavoro del 2005 sarà facile come bere un bicchier d'acqua. Un pò vi invidio.

mercoledì 15 aprile 2009

Disco del Giorno 15-04-09: The Campbell Stokes Sunshine Recorder - Makes Your Ears Smile (2009; Jack O' The Green)

Sembra che la gentilezza, la pacatezza e la caratteristica di esprimere concetti ostentando un sereno sorriso sulle labbra siano sempre stati fattori nemici del rock'n'roll. Essendo un "popper" fanatico, non ho mai condiviso tutto questo. E tanto meno l'ha condiviso, durante tutta la sua luminosa carriera, Andy Morten. Chi è Andy Morten? Credo e spero che almeno qualcuno tra voi abituali lettori di UTTT ne abbiano sentito parlare in passato. Andy, infatti, è stato il batterista dei Bronco Bullfrog, una delle migliori guitar pop bands Britanniche degli ultimi quindici anni. Un gruppo a cui ancora e soprattutto oggi - a cinque anni dal loro ultimo lavoro di studio Oak Apple Day - sono molto affezionato. Anche perchè, oltre ad aver amato i loro splendidi dischi e l'eccezionale sensibilità delle loro canzoni, ebbi la fortuna di conoscerli a Londra nell'estate del 2002 ad un set acustico che tennero dalle parti di Denmark Street.

Io e il mio compagno di viaggio (che poi addirittura scattò al gruppo la foto presente nel booklet del loro "best of" What People Did Before TV) dopo il concerto ci sedemmo al loro tavolo per quattro chiacchere e quattrocento birre, e addirittura i Broncos ci invitarono alle loro prove il giorno seguente. Fu un'esperienza indimenticabile che rafforzò la stima e la passione verso la band, mi spinse ad intervistarli per la mia fanzine cartacea dell'epoca e mi permise di capire molte cose riguardanti l'etica e l'essenza del pop che fino ad allora mi erano sfuggite. Capii che si possono trattare anche temi scuri e tormentati senza per forza fare la faccia depressa. Scoprii decine di gruppi ed artisti sixties che mai avevo sentito nominare.

Capirete perchè è con sommo entusiasmo che annuncio l'uscita del primo disco da solista di Andy Morten (che dei Bronco Bullfrog era batterista e principale compositore), intitolato Makes Your Ears Smile ed attribuito allo pseudonimo The Campbell Stokes Sunshine Recorder (che ho scoperto essere un rilevatore della luce solare ideato da John Francis Campbell nel 1853). Andy, dietro giustificate pressioni di amici e parenti, ha ri-registrato i dieci brani che compongono l'album tra il 2oo6 e il 2007, pescando dall'infinito repertorio di demo scritte nel corso degli anni per i suoi gruppi (oltre ai Bronco Bullfrog ci sono anche i grandi Nerve) e poi per vari motivi abbandonate. Quello che ne è venuto fuori è un grandissimo album, e del resto di dubbi ne avevo pochi. La prima traccia, brillantemente intitolate Track One, disegna il tracciato ad altri nove brani che non esito a definire sontuosi. Il brano è un concentrato di powerpop impeccabile da due minuti e mezzo durante il quale Andy spiega con passione la propria visione della musica pop. E ad un inizio così sconvolgentemente bello non potevano che seguire altri episodi che rasentano la perfezione. E infatti le tracce numero due e numero tre sono impressionanti. She Looks Good In The Sun, con quei tipici coretti che mi fanno tuttora adorare i Bronco Bullfrog, è un esempio preciso di come dovrebbe suonare un brano sunshine brit pop. Tony Hazzard, una fillastrocca introdotta da un geniale kazoo dedicata al "celebre" songwriter sixties Inglese, è forse il mio brano preferito dell'intero disco poichè evidenzia al massimo le caratteristiche di dolcezza e raffinata semplicità che da sempre mi fanno amare il songwriting di Andy.

Makes Your Ears Smile è un gioiellino che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stato considerato un piccolo capolavoro e che invece, anche questa volta, non riuscirò a capire come mai nessuno lo degnerà di un ascolto. Vorrà dire che come al solito in pochi beneficeremo di potenziali singoli spacca-classifiche come Bye-Bye Mrs Bumble e del suo ritmo incalzante da powerpop ante-litteram. Oppure della mini-suite Everybody Loves The Good Times, quattro brani in uno memori dei migliori Pretty Things. E poi, tanta altra roba: Feel the Sunshine, pauroso incrocio tra jingle jangle e (ovviamente) sunshine pop; Olivia's Plaything, dalle sublimi cadenze Americana; TV Jingle Man, altro esempio incredibile di sixties powerpop all'enesima potenza.

Ho citato otto brani su dieci e You Can Make Me Smile e No Name #7, le canzoni che completano il disco, non è che siano da meno, anzi. Credo però di avervi già dato fin troppe informazioni, e qualcuno tra voi avrebbe già dovuto abbandonare la recensione da un pò per fiondarsi al primo mailorder specializzato per ordinarne una copia. Perchè quello di cui vi sto parlando è un lavoro mostruoso che - poco ma sicuro - finirà nella top ten di fine anno. Il suo Andy l'ha fatto, eccome se l'ha fatto, ora tocca a voi. Sappiate che la redazione di Under the Tangerine Tree rimborserà chiunque non sarà soddisfatto dall'acquisto dell'album.

martedì 31 marzo 2009

Argentinian powerpoppers!

Il powerpop è un "prodotto" sempre più globale, ancorchè di estrema nicchia. Nel corso di quest'anno e mezzo di vita abbiamo parlato di gruppi provenienti da ogni dove, ma non ci aspettavamo di trovarci a trattare contemporaneamente tre grandissimi gruppi provenienti dalla terra di Maradona, Manu Ginobili e Leo Messi. Che sia l'alba di un'esplosione del nostro genere preferito simile a quella che abbiamo visto nascere (e continuiamo a veder progredire) in Spagna? E' presto per dirlo, forse. Ciò che è sicuro è l'evidente qualità di tre album usciti tra il 2008 e il 2009, uno dei quali sarà secondo UTTT uno dei dischi definitivi di quest'anno. Ma andiamo a scoprire con ordine questa nuova, inaspettata ed elettrizzante ondata di "Argentinian powerpop"!

Baby Scream - Ups and Downs (2008; F.W.A.C.). Baby Scream è sostanzialmente un one-man-thing gestito da Juan Mazzola, argentino purosangue trapiantato a Londra. Il suo disco d'esordio è il classico esempio di album che avrebbe meritato un posto nella mia classifica di fine 2008, ma purtroppo l'ho scoperto troppo tardi. Mi perdoni, Juan, perchè il suo disco è un eccellente esempio di pop acustico immerso capo e piedi nel tepore dei tardi anni sessanta. Tra le proprie influenze il signor Mazzola cita Marc Bolan, Teenage Fanclub e Radiohead. Io i Teenage Fanclub (i primissimi Teenage Fanclub) effettivamente li sento durante Walls Crumbling Down. Bolan così così. I Radiohead, per fortuna no. Meno Male. Sento invece una psichedelia soft ammodernata alla maniera dell'ultimo Rick Gallego nella piccola perla Suddenly, mentre nell'acustica One More Chance lo stile ed il timbro di voce mi riportano al Robert Harrison periodo The Big Picture o alle cose più "laid-back" dei Deleted Waveform Gatherings. La title-track è un esercizio acustico classico fatto molto bene e molto poco retorico, ma Juan Mazzola sa il fatto suo anche nelle rare volte in cui alza il volume delle chitarre, così Everyday (I Die A Little Bit) è una gradevolissima canzone che mi farebbe pensare agli Strokes, se Julian Casablancas fosse un powerpop songwriter. Per favore, garantite a Juan un ascolto. Nessuno se ne pentirà. (www.myspace.com/babyscream)

The Kavanaghs - The Kavanaghs (2009; Eternal Sunday records). Provengono invece da Rosario i Kavanaghs, sensazionale quartetto formato da Alejandro Pin, Diego Vazquez, Tiago Galindez e da Julio Leidi. Il loro omonimo album d'esordio - non ancora pubblicato ma che il gruppo mi ha gentilmente mandato in "preview" - sarà ricordato negli anni a venire come uno dei classici del 2009. La miscela che i Kavanaghs propongono affonda le radici nella miglior tradizione Beatlesiana d'annata, con riferimenti spicci al periodo Help!/Rubber Soul/Revolver e a tutto quello che i tre capolavori citati hanno lasciato in eredità ai lustri seguenti. Ergo: dosi massicce di Pete Ham sound e di Badfinger in generale nel mezzo di squisiti spaccati di grande pop music come il singolo All The Time, oppure come l'apertura killer The Wrong Side Of The Way. Alcuni brani, tipo Friday On My Mind, che già per l'omonimia con il capolavoro che tutti conosciamo bene merita una menzione d'onore, mi lasciano addirittura allibito. Per struttura dell'incredibile songwriting e per le nenie melodiose e beatlesiane fino all'osso. Tra gli altri brani favoriti (difficili da scegliere vista la qualità generale) si collocano la McCartiana You Know, il powerpop sospeso tra Raspberries e soprattutto Records di The Simple Things, la spassosa e teatrale Hyde Park e la summa del vocal pop sessantista Beachboysiano di It Seems That I'm Not Getting Things Quite Right. Voci magnifiche, strumentazione ed etica di scrittura rigorosamente vintage ma, soprattutto, grande classe e grandissime canzoni. Ripeto, The Kavanaghs sarà uno dei grandi dischi del 2009 e il suggerimento, benchè ovvio e scontato, è necessario: non lasciateveli scappare! (www.myspace.com/thekavanaghs)

Vinilo - Vinilo (2008; autoprodotto). Spulciando e studiando il nuovo movimento powerpop argentino mi sono imbattuto nei Vinilo. Sono venuto a conoscenza della loro esistenza non molto tempo fa leggendo una recensione del loro omonimo disco sulla bibbia, ossia il catalogo online che Bruce Brodeen stila ogni due settimane circa per la Not Lame. Ancora non posseggo fisicamente il disco completo, ma spero di riuscire ad acquistarlo quanto prima, perchè da ciò che si intuisce ascoltando i brani sulla pagina MySpace del gruppo non dev'essere niente male. I Vinilo, un "quattro teste" composto da Hernan Burset, Fernando Cerone, Emiliano Rojas e Ricardo Verdirame, a differenza dei ricercati ed eleganti Baby Scream e Kavanaghs suonano quel tipo di powerpop potente, divertente e caciarone che unisce il tradizionale stile di gruppi come i Knack e - per certi versi - gli ELO alle chiassose chitarre di certo glam anni 70. Se avete gradito i dischi di recenti gruppi "motown" come Romeo Flynns, Respectables e non vi dispiace se il vostro pop è macchiato da qualche chitarrona alzata un pò più del dovuto, qui c'è pane per i vostri denti. Il cantato è in spagnolo e loro sulla copertina appaiono saltellanti, cazzari ed accompagnati da flying V in bella vista. Tre elementi che non lasciano alcun dubbio: powerpop energico, casinista e disimpegno puro. Grande la cover di No Matter What. Altra bella scoperta. (www.myspace.com/vinilo99)

sabato 21 marzo 2009

Disco del Giorno 21-03-09: Modern Skirts - All Of Us In Our Night (2009; autoprodotto)

Le gonnelline moderne furono uno storico simbolo di un'epoca rivoluzionaria. I Modern Skirts, quattro ragazzi da Athens, Georgia, città sudista da sempre al servizio della patria quando si tratta di covare grandissime pop bands, non sono propriamente rivoluzionari. Semplicemente, sono una delle migliori formazioni di pop puro che io abbia sentito negli ultimi anni. Il disco con cui esordirono nel 2005, chiamato Catalogue Of Generous Men, mi aveva lasciato di stucco - in senso buono - e la gioia con cui ho accolto il pacco inviatomi dalla Team Clermont e contenente questo nuovissimo All Of Us In Hour Night è stata indescrivibile.

Si si, però che cosa suonano? Essenza di musica popolaresca sgrezzata e raffinata all'ennesima potenza da composizioni cristalline, essenziali e gloriose. La formazione base composta da voce, basso, piano e batteria (la chitarra è occasionale) caratterizza fortemente il sound del gruppo. Così è persino ovvio, ma sorattutto piacevole, ascoltare le luminose melodie pianopoppistiche di derivazione Folds / Argument della fantastica apertura Chanel e del brano più in vista del lotto, l'incredibile Radio Breaks che - anche per assonanza con il titolo - è il classico brano "radio-ready". Il suono e le atmosfere sono assolutamente adorabili anche quando vengono fuori le chitarre e contestualmente il feeling scende a compromessi elegantemente minimali. Così Soft Pedals è una graziosa nenia acustica che sembra tratta dal primo Kings Of Convenience, e la canzone-gemella Chokehold, che immediatamente segue, riduce un grande ritornello ai minimi storici, così come ridotta all'essenziale è la geniale batteria elettronica che ne sorregge l'architettura.

Uno spettacolo per le orecchie, e fa niente se qualche critica superficiale di troppo è venuta fuori dalle recensioni del disco che ho letto. Perchè All Of Us In Our Night è chiaramente un album al di sopra di ogni sospetto. Che mai si adagia su se setesso e anzi continua ad innovarsi ed innovare. L'obliqua Yugo, per esempio, potrebbe essere un' outtake - perchè chiamarla scarto sarebbe molto offensivo - di The Great Escape dei Blur, mentre in Face Down vedo chiaramente riflesso nello specchietto retrovisore il Rivers Cuomo ai tempi di Pinkerton (e, del resto, in Everyday ci vedo il Rivers leggermente meno afflitto del Blue Album). E se Motorcade, da cantare a squarciagola ubriachi fuori da un pub nel calore della Georgia settentrionale, è addirittura reminescente di Billy Bragg, Conversational è una filastrocca lo-fi per chitarra acustica che mi procura brividi e lacrime di gioia.

I Modern Skirts sono il classico gruppo che non avrebbe alcun problema a sfondare nelle radio, perchè sono fatti apposta e - cosa non trascurabile - suonano, scrivono e cantano meglio del 98% degli "artisti" diffusi in modulazione di frequenza. Forse un tentativo di non oscurarli è stato fatto, visto che alla produzione collaborano nientepopòdimenoche Mike Mills (si, quello dei R.E.M.) e Dave Lowery (si, quel Dave Lowery) ma, tutto sommato, non mi dispiacerebbe custodire insieme a voi un piccolo segreto come questo ancora per un pò. Ah, dimenticavo: All Of Us In Our Night è il secondo grande disco 2009. Due su due, sembra che l'annata sia adatta ad un altro ottimo raccolto.

sabato 14 marzo 2009

Disco del Giorno 14-03-09: The Tomorrows - Jupiter Optimus Maximus (2009; Kool Kat records)

E' già metà Marzo e solo ora parliamo del primo grande disco del 2009. Anzi, per la verità, del primo disco 2009 in assoluto, dopo aver impiegato mesi nel tentativo di risolvere il tremendo rebus del classificone di fine anno (che speriamo sia almeno servito a darvi qualche buon suggerimento), e dopo aver lanciato la nuovissima rubrica mensile "Under the History Tree", che d'ora in avanti arricchirà il nostro blog. Poco male, ripartiamo con le recensioni ordinarie lanciando un album che è una vera e propria bomba ad orologeria.

I Tomorrows sono Marc Stewart, Scott Fletcher, Tony Kerr e Adrian Bukley. Per chi non fosse troppo addentro ad un certo tipo di questioni, i primi due erano le menti pensanti dei Roswells, uno dei più grandi gruppi powerpop del Canada occidentale mai esistiti. I Tomorrows rappresentano il degno seguito di quel progetto, e anche se il loro nome non rende giustizia ad un album che pesca abbondanemente nel passato, possiamo dire che tutto il resto è invece perfetto o quasi. Una perfezione che si materializza al volo, dal riff che introduce Effortless Lee, una vera e propria cerimonia powerpop di sei minuti, un'orgia di chitarre e drumming incandescenti, saturati da una produzione al limite ed illuminata da trame vocali così limpide che mi obbligano a tirare furi dal mazzo i fab four (di solito lo faccio con parsimonia). Pura estasi di pop chitarristico, che sa essere delicato ed insieme incandescente, immediato ma vagamente psichedelico. Per citare riferimenti recenti, credo che i fans di bands come Chewy Marble e Parallax Project impazziranno per un brano come questo.

Dicono che quando il picco di un album arriva subito è poi un grosso problema mantenere intatta la concentrazione di chi ascolta. Non è questo il caso, nessun problema, perchè il resto di Jupiter Optimus Maximus è un signor contorno, con il quale un bel pò di gruppi banchetterebbero per anni. Oddio, il solo fatto di chiamare "contorno" brani immensi come Love Is Dead, dal drummng ossessivo e nervoso che conferisce al pezzo connotati chiaramente Who, mi sembra ingiusto. Lo stesso discorso vale per la title-track, espansa e non covenzionale jangle song dai tratti eteri ed indefiniti e per il powerpop a tutto tondo di Don't Worry About Me, con quelle splendide chitarre di taglio Velvet Crush. Tra le tantissime perle presenti, due righe per altri due piccoli diamanti come Such A Shame (elementare e clamoroso guitar pop "semiacustico" che mi riporta alla mente quel grandioso disco che è Under The Arrows dei Well Wishers) e la stupenda Ballad Of A Lesser Man, favoloso incrocio tra i Beatles Revolver-era e i Badfinger di Wish You Were Here.

La seconda parte del disco, pur gradevolissima, lascia il tempo di tirare un pò il fiato dopo l'impressionante sequenza di capolavori sopracitati. Anche se non è difficile innamorarsi delle chitarrone e dei toni anche un pò epici di Anime e della simil-jam session che chiude Remember ed il disco tutto. In conclusione, come dicevamo, i Tomorrows hanno pubblicato il primo grande disco dell'anno e - non temo smentite - non vi sarà difficle rendervene conto una volta che Jupiter Optimus Maximus sarà adagiato sul vostro lettore cd. Che sia un presagio per un 2009 ricco e prospero, almeno a livello musicale? Io nel pop ci credo, quindi sono convinto di si.

mercoledì 4 marzo 2009

Under the History Tree (Puntata #1). Neil Finn - Try Whistling This & One Nil

Under The Tangerine Tree fino ad oggi ha cercato di aggiornarvi sulle migliori novità del pop chitarristico indipendente, ma ragionando con il mio socio e mentore Renè abbiamo notato che il blog era in qualche modo incompleto. Perchè - ci siamo detti - non inseriamo una rubrica a cadenza mensile che che parli dei classici fondamentali della "nostra" musica? Dopotutto, se ai giorni nostri ancora ascoltiamo centinaia di artisti favolosi, il merito è anche di musicisti - famosi e non - che negli ultimi quarant'anni hanno contributo a formare il pantheon sacro del guitar pop.

Per la prima puntata abbiamo deciso di parlare della carriera solista del grande Neil Finn, leader dei mostruosi Crowded House ed autore di due album "in proprio" che ogni lettore di questo blog dovrebbe andare a cercare subito.

Lo Scalatore
di zio Renè


Come posso spiegarmi ai ragazzi delle nuove generazioni che guardano il pop storcendo il naso?
Mettete sul giradischi o meglio nel lettore il CD, ascoltate e scoprite i disegni acquerellati di una semplicità disarmante, senza divismo o inutile vanità. Chiaro e bello questo musicista trasversale illumina con il suo soffio delicato il castello di carte delle nostre abitudini sonore. La sintonia che lega musica e parole vagheggia un’immagine che riesce a modellarci il corpo, un linguaggio sussurrato e non squassante ed irrimediabilmente piatto, conformato e sommerso. Si respira la prodigiosa abilità di fondere semplicità e raffinatezza. La sua "musica popolare" raggiunge livelli artistici duraturi, arriva a toccare l’essenza dell’umano, attraversa tutte le differenze sociali, di età o di razza. Sembra di entrare in un’altra dimensione, di diventare un tramite con qualche forza sopranaturale. John Lennon disse che si sentiva come un canale per "la musica delle sfere, la musica che va al di là di ogni comprensione".

Mullane Neil Finn nasce a Te Awamutu, Nuova Zelanda nel 1958. Amante dei Beatles, della melodia pop e della poesia racchiusa nei testi di Donovan, dimostra grande abilità nel combinare canzoni di alta qualità, con irresistibili melodie e meticolose liriche.

"Va ad arrampicarti sul tetto al crepuscolo / con una vista di 360 gradi / mentre noi siamo di sotto / guarda l’evanescenza trasformarsi nelle stelle / siamo là / Dio segreto soffia il mio nome / Dio segreto agita la polvere / sussurra il mio nome
Tutto ciò mi ricorda un altro posto
Il Lupo solitario scende dalle colline / e gira in circolo ululando alla luna / in un’altra vita sarà affascinato da una donna
Dio segreto agita la polvere / rianima il mio nome / sussurra il mio nome
Vedo un uomo crollare / sulla soglia di un ristorante / e offro la mia mano / sono l’unico là a rialzarlo
" (da Secret God).

Studia pianoforte, chitarra e mandolino e nel 1976 entra a far parte degli Split Enz, band di new wave australiana del fratello Tim. Con il gruppo incide 6 album. Un brano, I Got You ( scritto da Neil), e l’LP che lo contiene True Colours hanno un successo immediato e salvano il gruppo dall’oscurità e da un probabile scioglimento. Scioglimento che però avviene nel 1986, quando riesce a partorire i Crowded House, band che gli darà fama e successo e con la quale riuscirà a esprimere la sua ottima forma compositiva. Quattro Lp, uno più bello dell’altro. Per il suo contributo all’arte, viene insignito con il fratello Tim dalla regina Elisabetta di Inghilterra dell’alta onorificenza OBE.

Abbandonato il progetto Crowded House strane cose accadono nella testa del nostro musicista. Curioso ed con un senso irrefrenabile di nuovi orizzonti, con lo strano vizio del pop ci regala due gioielli solistici. Try Whistlimg This ( 1998 ) e One Nil ( 2001 ) si insinuano nella cuffia stereo del desiderio di una esperienza interiore. Dischi magici capaci di mutare l’ordine e la sostanza nei loro solchi. Impossibile non ascoltarli almeno due volte di seguito. Il suono opera come detonatore dei nostri stati emotivi, un gioiello prezioso da mostrare solo a persone fidate, a volti sognatori imbarcati nella magia pop e come noi strani ma convinti fino in fondo nella speranza della trasformazione. Stati emotivi diversi ma sempre perfettamente eguali.


Il primo Try Whistling This è scritto e suonato per chi può e ha voglia di immaginare. Ritmi, canti, disincanti e realtà urbana dal sapore sporco ma assolutamente dolce. Arcobaleno sonoro che fa venire le vesciche alle orecchie per il continuo ascolto. Rincorse estatiche che trascinano nella loro folle eccitazione. I testi con dentro un po’ di tutto, sensazioni che cercano conferma e speranza di stabilità, espressività timida, realtà romantica e un po’ alienata, il mito poetico dell’estravaganza di John Lennon, suo medium compositivo che sembra ritornare in vita.

"Allontanati dal passato / dovunque tu sei, non rimanere lì a diventare vecchio / saggi occhi di leone / io vorrei che tu fossi qui a dami consiglio / sogno datato di persona poco considerata / farfalla o declino, è la mia chiamata / Nel club a mezza strada / whisky alle cinque, il ricovero di fine settimana / coraggioso e giovane , i campanelli suonano / suonano il motivo, io sto intercettando l’azione / sogno datato di persona poco considerata / farfalla o declino, è il mio richiamo". (da Dream Date).

E’ la sostanza del lavoro che ci fa entrare in una zona critica, dove il giudizio potrebbe diventare estremamente soggettivo. E’ la quasi assenza di difetti. Sono le piccole ma luminose dimostrazioni di un’affascinante incapacità di conformarsi. I sogni troppo limpidi che agitano ma non sfuggono o si nascondono dietro la cronica impotenza di vivere la musica come diretta espressione del proprio io, della propria luce, del proprio amore.

Si parte in punta di piedi con l’evidente bellezza dell’autodisciplina (Last One Standing) che maturando nel tempo si arricchisce di invenzioni musicali a configurare incastri di psichedelia semplice ma mai semplicistica, quasi casalinga ma sincera (Souvenir). Si intreccia il contemporaneo all’onirico, mescolando freschezza e misticismo (King Tide). Come nel Magical Mystery Tour si riguarda il passato. Senza la piantina di canapa o la foschia LSD il nuovo hippie si ritrova naturale e senza imbarazzo (Try Whistling This) e la meravigliosa (She Will Have Her Way) ("sarò vecchio ma mi sento come nuovo, lei dice / sono così dolente che potrei sempre piangere / nella notte stendi le tue braccia stanche / lei troverà la sua strada"). Come un peccatore tra sequenze di sogno (Sinner) riapre l’orizzonte e rimpiazza John con Paul. Delicatamente ritorna ai r-umori della sua terra in completa sintonia con la coscienza delle vibrazioni positive (Twisty Bass e Loose Tongue). Nell’ascoltare la sua musica ogni frammento o respiro di suono porta alla luce il colore che sfugge, si frantuma e si ricompone, influenze che vengono riproposte per il futuro (Truth e Astro). Sempre in punta di piedi, attraversando l’universo, la sua voce ci abbandona, sorridente, piena di fragili emozioni, prodigio di semplicità melodica che sopravvive a sé stessa con l’incanto delle piccole cose e dei piccoli pensieri, evidente e sottile (Faster Than Light e Addicted). Ci rimane la voglia della continuità e l’emozione del riascolto ("se se disorientato / e costringi lo sguardo di lato / e dici che sono assuefatto alla droga / ma so quando ne ho abbastanza / vieni fin qui").

Il secondo One Nil è consapevole e maturo. Ha la maestria necessaria per giocare sulle e con l’emozioni di chi lo ascolta. Senza luoghi comuni s’innamora della dolce volubilità della musica. Il suono nasce lentamente e si dimostra di essere "il signore dei miracoli possibili ". Non musica a gettone ma quello che volevamo, l’arma che manovra cervello e fibre nervose. Tuffo a capofitto nel mare del pop, dove i Baronetti ci ricordano che è la misteriosa creatura dalle cento teste, la mongolfiera dai grossi sacchi colorati come zavorra, il pallone che si alza tra gli ooh! della gente e imprevedibile ed imprendibile vola altissimo e lontanissimo dalle figure che vengono dopo e affogano nella sciocchezza. Sono le storie di un artista immaginifico, acquarelli color cielo di marzo, dolci e piacevoli, l’anima misteriosa che soffia la vita. Qua e là si aprono brecce di psichedelia provocante e agrodolce. Si incomincia così piano piano (The Climber), con una semplicità disarmante a offrire musica senza fronzoli o inutili vanità, la filosofia del raggio di sole fa scorrere sotto il suono e poi …(Rest Of The Day Off) uscita dalla bruma a respirare l’ottimismo del giorno, per rotolarsi nel fango dele sequenze musicali per creare come facevamo prima. Pacatamente, alludendo alla serenità, alla gioia, alla vita, traspare tra le righe l’alito sottile Lennoniano (Wherever You Are e Last To Know). Senza tradire la generazione della memoria, l’elegia sonora si completa nel ricordo dei Fab Four tirando fuori dalla polvere la saggezza della Banda del Sergente Peppers e spiegando che si può ancora far qualcosa con chitarra e lingua lunga (Don’t Ask Why e Secret God e Turn And Run e Anytime e Driving Me Mad). Come gli estensori del suono Beatlesiano più impressionistico, ipotetico ed illuminato, i (ahimé) pochissimo conosciuti XTC, anche il nostro artista supera il confine pop divertendosi con Elastic Heart. Nella direzione del nuovo da scoprire verifica le frequentazioni dei suoi universi, come diffusore mondiale di polvere pop cosmica, getta un ponte tra fantasia ed espressività e senza metafore psicanalitiche nel tramonto (Into The Sunset) richiama "Il giorno dopo".

Parafrasando la band dei cuori solitari anche noi abbiamo messo, il giorno dopo, nel nostro cielo Neil e i suoi diamanti.

lunedì 23 febbraio 2009

I Migliori LPs del 2008!!! (quinta ed ultima parte)

Finalmente la top five dei dischi 2008 (in versione "countdown" per creare più suspance!).

05. Chewy Marble - Modulations. Brian Kassan è stato soprattutto un membro fondatore dei Wondermints e, di conseguenza, una piccola leggenda della scena pop di L.A. I Chewy Marble sono la sua creatura da una decina di anni e Modulations è il loro terzo disco, uscito dopo ben sette anni di silenzio. Quando nessuno più se l'aspettava, ecco un concentrato di powerpop e Lennon sound da sballo. She Roxx e Don't Look At The Sun sono poderosi assalti chitarristici forgiati da melodie impeccabili, mentre Cross-Hatched World, una delle canzoni dell'anno, respira i profumi di certo lennonismo d'annata. Tra turbe mentali (My Monster) ed estemporanee stranezze easy listening (Mental Tootache), Modulations è un album sublime, solido e scritto prendendosi tutto il tempo necessario per partorire un disco senza falla alcuna. Un disco a cui ha collaborato la crema del pop losangelino (Jim Laspesa, Rick Hromadka e Rick Gallego tra gli altri). Una garanzia.

04. Adrian Whitehead - One Small Stepping Man. Una delle grandi sorprese dell'anno arriva da Melbourne, Australia. In pochi sapevano chi fosse Adrian Whitehead. Personalmente, ricordavo di averlo sentito nominare in qualità di pianista degli Even, ma in ogni caso nessuna notizia avrebbe potuto prepararmi ad un disco così incredibilmente perfetto. Piano pop d'autore al suo meglio, influenzato dai piano-songwriters dei seventies, da certe atmosfere sunshine e da Paul McCartney, in qualche modo. Una voce caratteristica della famiglia Lennon (uno dei punti di paragone più lampanti è l'ultimo, grande disco di Sean "Friendly Fire" del 2006) cesellata al millimetro; pezzi anche lunghi ma pieni di un pathos emotivo tale da rendere indispensabile ogni secondo suonato; atmosfere solari ma vagamente trippy all'occorrenza. Songwriting d'eccezione, nel senso letterale del termine, in piccoli saggi di poemetti soft pop come Julia, Ways Of Man e Saving Caroline. Una spruzzata di solenne powerpop in Radio One. Non so se si è capito, ma One Small Stepping Man è un disco da mettere nel carrello al volo.

03. The Mommyheads - You're Not A Dream. Ritornano ad oltre dieci anni di distanza dall'omonimo, ultimo lavoro di studio che ne aveva sancito la teorica fine Adam Elk e soci, i Mommyheads, uno dei più favolosi e sottovalutatissimi gruppi pop di tutti gli anni Novanta. E lo fanno con un lavoro clamoroso, intimista, sofferto ma illuminato da quegli abbaglianti raggi di talento che solo i migliori artisti possono emanare. Musica popolare fino ad un certo punto, difficile, tutto meno che immediata ma sublime, incantevole, spezzacuore. You're Not A Dream non può, per sua stessa natura, entrare subito in circolo. Non supera istantaneamente la nostra barriera ematoencefalica. Lo so, la musica, e meno che mai la musica pop, non dev'essere studiata. Ma come dicevamo un attimo fa, fino ad un certo punto. Non scartateli dopo il primo ascolto, non gettate subito la spugna. Abbiate la pazienza di capire che cosa sta cercando di comunicare la meravigliosa voce di Elk. Sognate di fronte ai complicati arrangiamenti di platino che la band disegna senza posa. Convincetevi del fatto che Washing Machine, Stupid Guy e Corky sono capolavori senza tempo. Non riuscirete più a farne a meno molto facilmente.

02. The Brilliant Mistakes - Distant Drumming. Quando il mix perfetto tra pop e americana prende forma, io non capisco più niente. Lo avevo detto, lo avevo scritto. Se come me letteralmente impazzite per il pop screziato da contaminazioni roots, ebbene Distant Drumming, il terzo lavoro di studio per i newyorkesi Brilliant Mistakes, è una delle massime espressioni musicali dell'anno. Fraseggi a tre voci che sembrano state concepite per stare e lavorare insieme. Sublimi fraseggi profondamente americani (The Day I Found My Hands), ma essenzialmente pop (si ascolti l'incredibile A Good Year For A Change). Sensibilità melodica ed emotiva a cascate e padronanza della materia seconda a nessuno. Un album che mi ha fatto innamorare al primo colpo e che è stato quasi completamente ignorato da tutti i compilatori di classifiche del globo. E chissà perchè. Ognuno ha i suoi gusti, ovvio, ma a me piace pensare che la generale indifferenza sia derivata da cattiva distribuzione o da scadente pubblicità. Una volta nel lettore, infatti, Distant Drumming è un album che non è impossibile, ma addirittura delittuoso non amare.

01. Dennis Schocket - The Cinderblock Mansion. Clamorosamente mancato dalla comunità pop online (compreso il sottoscritto, che però compilando tardissimo la classifica di fine anno proprio per evitare di tralasciare capolavori come questo ha fatto in tempo a rimediare), la scorsa primavera è giunto, completamente inaspettato e prodotto dal leggendario Andy Bopp, l'esordio da solista di Dennis Schocket, noto agli appassionati per essere il chitarrista dei grandi Starbelly, uno dei miei gruppi contemporanei preferiti e autori di due album (Lemon Fresh del 1998 e Everyday and Than Some del 2002) che la redazione di UTTT consiglia di andare a recuperare al più presto, se ancora non l'avete fatto. Schocket, insieme a Bryan Ewald, è stata la principale forza creativa dietro a quei due immensi dischi, e Cinderblock Mansion, pur prendendo strade anche diverse rispetto a quelle percorse dalla sua band d'origine, è un disco che non solo non delude le attese, ma che anzi esalta, rapisce, fa urlare di gioia. Avevamo già il sospetto, ma adesso è praticamente sicuro: Dennis Schocket è uno dei più grandi autori dei giorni nostri. 12 perle, una più meravigliosa dell'altra. Chitarre a profusione, madri di geniali approcci melodici e due diamanti pop da tramandare ai posteri come Breathe e Girl Of The Year. Schocket, con brani come Lovesick Blue, About This Girl e This Forgiving Heart da libero sfogo alla sua passione per la miglior country music, che manco a dirlo scrive ed interpreta come se mai avesse fatto altro nella vita. Poi, la sua voce è tra le mie preferite tra quelle cantate e vissute negli ultimi tre lustri, e non è una voce particolare o sopra le righe. Semplicemente, è la voce di un uomo creato per scrivere musica pop. Musica pop perfetta. The Cinderblock Mansion è il degno miglior disco di un anno favoloso, e speriamo che il 2009 sia all'altezza.