martedì 25 novembre 2008

Disco del Giorno 25-11-08: Greg Pope - Popmonster (2008; Octoberville records)

I fans del pop chitarristico più addentro ad un certo tipo di questioni sicuramente si ricorderanno degli Edmund's Crown da Nashville, il cui Regrets Of A Company Man fu uno dei grandi dischi usciti nel 2006. A circa due anni di distanza da quel lavoro si riaffaccia sulla scena Greg Pope, che degli Edmund's Crown è il leader, questa volta in versione solitaria con un album che senz'altro ambisce ad un posto nella top 20 di fine anno. Il lavoro si chiama Popmonster e il titolo si presta ad una duplice interpretazione, anche se solo una di esse è esatta. Scartata l'ipotesi che potrebbe portare a pensare ad una "mostruosità pop", accogliamo quella che rimanda ad un album "mostruosamente pop", sia per l'ovvia qualità dei brani, davvero impressionante, sia per la mole del materiale presente, ben sedici pezzi che assorbono le più diverse influenze dall'universo del guitar pop e le miscelano con cognizione di causa davvero inusuale.

Immaginate un possibile incrocio tra l'invasione britannica degli Who, la sensibilità pop dei Monkees, l'intelligenza compositiva di Jon Brion o Matthew Sweet ed una spruzzata, sottesa ma importante, di roots sound. Il tutto prodotto e suonato da Robert Pollard. Avrete un'idea verosimile di che cosa vi aspetta ascoltando Popmonster. Dopo che sarà partita Sky Burn Down, traccia numero uno, tutto sarà più nitido. Produzione satura all'inverosimile, sound potente, riffs di chitarra reiterati e voce sopra le righe fanno del brano una manna per chi è malato di Who - in versione superbuzz - e di grandi gruppi moderni come gli Shazam. Il tutto in poco più di due minuti, perchè questo tipo di rock'n'roll è essenziale, inutile perdere tempo. E Greg lo ha capito benissimo, visto che l'intero album si protrae per meno di quarantacinque minuti, che diviso sedici non fa nemmeno tre. I Got A Life, secondo episodio dell'album, è stata inquadrata alla perfezione da Aaron Kupferberg di Powerpopaholic, che la descrive come un pittoresco incrocio tra Matthew Sweet e - non abbiate paura - Lenny Kravitz sotto l'effetto di speed. In sostanza, puro rock'n'roll dopato da balera. Uno sballo, a modo suo.

Le radici degli Edmund's Crown (un precipitato di Big Star, Tom Petty e Replacements dai tratti melodici impagabili) riemergono in Lost My Friend (a mio parere, il brano più riuscito dell'album), in Playing Nashville e in Reason With You, caratterizzata da un fantastico lavoro di drumming non convenzionale che fa saltare sulla sedia. Poi, tra i tanti highlights, è obbligatorio segnalare almeno All Day Long, dove i tempi infernali, la produzione sporca e ancora un' ottima performance dietro ai tamburi di Pope (che suona e canta tutto) mi ricorda un mix tra i Cotton Mather più esplosivi e i Guided By Voices. Ma non sottovaluterei, fossi in voi, neppure la grandiosa ballata beatlesiana Only One You, il maestoso pop vagamente ELO di Magic Show (da paura la newaveggiante linea di basso che conclude il pezzo) e Little Things, che per non farci mancare nulla butta lì anche un pò di prezioso jangle rock.

Alla fine, mostruosamente pop o pop mostruso che sia, concorderete sul fatto che Popmoster è un album mostruosamente bello e, perdonatemi l'abuso di avverbi, assolutamente da ordinare. Subito. Quest'anno è stato davvero generoso con i cultori del pop indipendente, e fare una classifica di fine anno sarà, passatemelo, mostruosamente difficile.

Nessun commento: