giovedì 13 gennaio 2011

Disco del Giorno 13-01-11: Radio Days - C'Est La Vie (2010; Tannen)

La vita è una bestia paradossale, hai voglia a prenderla per le corna. Per anni non sono riuscito ad acquistare un solo disco italiano per un semplice motivo: non esistevano dischi italiani che si meritassero di essere acquistati, punto. Un po’ mi vergognavo, anche: “è mai possibile che tutti gli stati del mondo siano rappresentati sulle compilation dell’International Pop Overthrow, di Bam Balam, di Popboomerang, tranne l’Italia? Come abbiamo fatto a cacciarci in questa situazione assurda e mortificante?”. Mah. Certo è che i fatti stavano cosi e poi, ad un certo punto, il destino ci ha restituito tutto di un colpo. Non vorrei esagerare, non è nel mio stile, ma mi avvicino alla verità affermando che, ad oggi, potremmo sederci a testa alta al tavolo di un ipotetico G-8 powerpop mondiale. Parliamo solo dei dischi usciti dalla penisola negli ultimi due anni: Record’s, Miss Chain & the Broken Heels, June, Temponauts, Bad Love Experience, Suinage e chissà quanti altri. Roba di qualità, di spessore sinceramente internazionale. Per chiudere il cerchio non potevano mancare loro, ed infatti ci troviamo finalmente tra le mani il nuovissimo disco dei Radio Days.

Avendoli visti svariate volte dal vivo ed avendo pertanto ascoltato diverse anteprime dei dieci brani che formano C’Est la Vie, il dubbio che il nuovo album potesse essere un fiasco non mi ha nemmeno sfiorato. Passi avanti a livello di songwriting rispetto ai tempi di Midnight Cemetary Rendezvous? Incalcolabili. Le scorie punk rock, che comunque da queste parti non abbiamo mai disprezzato, sembrano essere state definitivamente espulse, e nonostante qualche parere contrario letto scorrendo altre recensioni, i Radio Days non sembrano nemmeno troppo contaminati dall’esplosione skinny tie dei tardi settanta, perlomeno in linea generale. Il suono, lo dico dopo decine di ascolti, è si piuttosto classico, ma senza esagerare. Chi scrive che i Radio Days sono una copia di Paul Collins, o bluffa oppure non ha ascoltato il disco e si è accontentato di constatare che i ragazzi hanno aperto per due tour consecutivi i concerti della leggenda del powerpop USA. Se è per quello i Radio Days hanno aperto anche ai Rubinoos, ma vogliamo dire che assomigliano ai Rubinoos? Non è il caso, andiamo con ordine.

C’Est la Vie è un disco breve, molto intenso, curato in modo direi maniacale, senza cadute di tono ma soprattutto di stile. Credo si chiami powerpop, intendasi powerpop bello ancorato alla seconda metà degli anni ’90 quello di Spinning Round the Wheel, la traccia che introduce il disco. Un apripista a livello strutturale, perfetto ad introdurre le quattro tracce che seguono. So Far So Close è uno dei migliori episodi dell’album, supportato da un potente lavoro delle chitarre e dalle geniali intuizioni di un drumming ossessivo. Anche qui il periodo di riferimento non può non essere quello a cavallo del secolo, ed i gruppi d’esempio, che in questo caso mi compiaccio particolarmente di citare, sono Sloan, Velvet Crush e gli Smith Brothers presi fuori dal trip Teenage Fanclub. Sleep It Off è il classico istantaneo, il singolone per antonomasia, il brano che si canticchia dopo il primo ascolto. Rivers Cuomo ne sarebbe fiero, e se come me avete adorato alcuni tra i migliori seguaci dei Weezer di dieci anni fa quali Ultimate Fakebook, Ozma e Snug non potrete più farne a meno molto facilmente.

E’ bello perché non ci sono cadute di tono, perciò senza prendere fiato vi consiglio di bervi Evelyn Town, filastrocca vagamente vaudeville che stempera i toni insieme all’eccezionale The Meaning of Fire, easy listening d’annata per sognanti sing along. La componente vintage powerpop c’è comunque, e a parere di chi scrive esce in tutta la sua efficacia durante Elizabeth e soprattutto lungo Enemies for Friends, guidata da un riff irresistibile che rappresenta uno splendido omaggio, non so se consapevole o meno, alla memoria del compianto Doug Fieger, uno dei giganti di tutta questa storia. Per chiudere, una citazione se la guadagna Dirty Tricks, rock’n’roll “antemico” e modernista che, se ancora non li avete visti dal vivo, dovrebbe indurvi a prendere la macchina e a dirigervi verso il loro primo concerto utile sgommando.

Il senso è sempre quello: si cerca di non essere di parte, ma dischi come C’Est la Vie rendono il compito estremamente agevole. E’ bello constatare ancora una volta che una band di casa nostra ha realizzato non un grande disco italiano, ma un grande disco punto.

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