.header-inner:[widht:300px;]

martedì 31 gennaio 2012

Disco del Giorno 31-01-12: The Breakups - Running Jumping Falling Shouting (2012; autoprodotto)

I Breakups si sono formati nel 2007 sulle ceneri, indovinate un pò, di due fallimenti. Ad aver ispirato il nome probabilmente dev'essere stato il primo, quello più importante: un bel giorno, la fidanzata storica di Jake Gideon decide di piantarlo in asso. E come se il breakup numero uno non fosse stato abbastanza violento da travolgere la vita del pover Jake, un altro sberlone del destino era in agguato ad aspettarlo. Il co-fondatore della sua precedente band, infatti, alla fine del loro primo show assoluto, trasferisce armi e bagagli in Virginia, piantando una solenne pietra tombale sulle speranze del protagonista di questa triste storia. Che fare? Dev'essersi chiesto Jake? Sparire nel conforto dell'anonimato o riprovarci?

Massì, riproviamoci, ho in testa un'idea - più o meno il pensiero di Gideon dev'essere stato questo - E sai che faccio? Chiamo la band The Breakups, magari mi aiuta ad esorcizzare il destino beffardo. Detto fatto. Dal 2008, anno d'uscita del loro ottimo extended play d'esordio Eat Your Heart Out, i Breakups sono attivi nell'area di Los Angeles per servirci. E di tempo ne è passato, più di quattro anni, ma il lavoro lungo, quello che avrebbe disegnato in senso attendibile i loro connotati, aveva bisogno di una preparazione adeguata. Adesso che ci siamo, possiamo dire che il training è riuscito, e le dodici songs che compongono Running Jumping Falling Shouting proiettano l'album in orbita, concorrendo a fare del gennaio duemiladodici una delle partenze più sparate in termini di qualità generale dei dischi pubblicati.

Il primo lp dei Breakups è un lavoretto altamente melodico; un impasto prettamente popolare che Gideon sfrutta al meglio per raccontare alla grande piccole storie di vita vissuta, uscendosene con un prodotto assolutamente delizioso. E ce ne accorgiamo subito, sin dalla partenza di I'm Thinking Of A Number Between 1 And 99, brano viscerale ed acustico e melodioso pur nella penombra in cui esercita; una riflessione di profondità abissale che nondimeno riesce ad essere soavemente pop e che sarebbe potuto stare a pennello nell'ultimo, grandissimo disco dei Supraluxe. La successiva Run From Rock'n'Roll ci proietta subito sulla cima Coppi del disco, e i pur rischiosi synth che la introducono aprono la strada ad una legatura di tralci armonici a tre voci tutta da scoprire.

Se fossi un discografico saprei quale singolo estrarre da un disco, perchè bisogna seguire criteri oggettivi. In questo caso, il lato A del 45 lo occuperebbe Better Off Alone, che aumenta i giri ed il voltaggio ed i sintetizzatori, creando i presupposti perfetti per un danzereccio uptempo. E Jake Gideon sa come modulare le emozioni, perciò I Don't Want To Know è una magnifica ballata, dolcemente devastata dall'estasi del dubbio, subito seguita da Shelf Life, che ostenta invece un portamento vistosamente vintage pur virato in toni, modi e suoni contemporanei. Tra le altre tracce in chiara evidenza segnaliamo l'estesa Trust, che a metà episodio propone persino uno stacchetto di caos orchestrale un pò A Day In The Life, lo stile di canto e l'incedere pacato e luminoso in modalità Pernice Brothers di Sentimentalis e infine Amelia, dove approccio modernista e chitarre più alte rispetto alla media del disco fanno da apripista ad uno dei ritornelli più adesivi del disco.

Quasi dimenticavo: quando Running Jumping Falling Shouting sarà nei negozi il calendario segnerà il 14 febbraio. San Valentino. E vi stupite? Quale giorno migliore per celebrare l'album di una band chiamata Breakups? Se festeggiate la ricorrenza, regalatelo alla vostra metà. Ci penserà due volte prima di rompere con voi.

MySpace | Bandcamp

venerdì 27 gennaio 2012

Disco del Giorno 27-01-12: Hannah Cranna - A Real Nice Parade (2012; autoprodotto)

Stephen Bunovsky e soci, insieme agli anni '90, si sono lasciati alle spalle due apprezzati album di studio ed un progetto. Gli album di studio, ammirati dalla critica e quasi esclusivamente da quella, furono pubblicati nel 1995 e nel 1997 dalla storica e, ahimè, sfortunatamente defunta Big Deal records, seminale etichetta discografica che in quegli anni ebbe un ruolo predominante nel rilancio del powerpop statunitense. Il periodo non era granchè fecondo per determinate sonorità: diciamo che se il tuo classico coetaneo con il testo di Lithium scritto a pennarello sullo zainetto entrava in camera tua e ci trovava il poster di Pete Ham, beh, non ci facevi esattamente la figura di quello cool. Morale della favola? Il progetto, nominato Hannah Cranna, svanì senza esagerate celebrazioni, e Bunovsky, dopo aver riordinato la stanza, traslocò repertorio ed idee nei Naomi Star, successivamente autori di tre grandi album apprezzatissimi dal sottoscritto e da un altro centinaio di invasati.

Quel progetto, inaspettatamente, torna a circolare oggi con un disco, A Real Nice Parade, che è un abbozzo di futuro ed una memoria di passato. L'album, infatti, è composto da cinque nuovissimi brani e da sei riproposizioni di pezzi equamente apparsi su Better Lonely Days (disco del 1995) e sul successivo omonimo (quello del 1997). Chicca delle chicche, il lavoro è completato da un'esibizione live del '97 in cui la band coverizza Money e Flying dei Bafinger accompagnati alla chitarra ed ai cori proprio da Joey Molland, che già durante le registrazioni del secondo album aveva dato una mano alla produzione.

Hannah Cranna più che una band è una visione: quella della scintillante mente di Bunovsky. Dipende da cosa ha sognato la notte prima, oppure con quale piede si è alzato il mattino dopo. Così, di conseguenza, A Real Nice Parade, che già per esser stato concepito in questo modo è un disco estremamente vario, saltella da uno stato d'animo all'altro con un savoir faire tanto sorprendente quanto credibile. C'è Hello, e ci sono i primi Badfinger, quelli che cantavano i pezzi scritti dai Beatles, e c'è Are You Goin Home, Polly?, sacrosanta americana in salsa pop da tenere in considerazione per la playlist di fine anno. Paul McCartney And Wings è una love songs con condimento jangle che nulla o quasi ha a che vedere con i nomi cui il brano è dedicato, mentre Enough è un omaggio, oppure un guanto di sfida, a Wilco, Wallflowers e, perchè no?, Waco Brothers.

Per dire delle tante anime presenti nell'album, e concludendo, godiamoci allo stesso modo la ballata acustica Something Left Behind e il terrificante pop'n'roll settantesco di Get Close, dove par di udire i Knack del compianto Doug Fieger coverizzare delle demo-tapes di Dwight Twilley. E, toccando gli estremi, come valutare l'accoppiata Coming Untrue con il suo super jangle sound e Toeing The Line, pazzasca cavalcata di forte aroma Neil Young? Fate voi. Io mi limito a raccomandare una piccola opera che riavvolge il nastro della storia e ci regala l'opportunità di scoprire una delle troppe realtà travolte dalla storia e dall'indifferenza di un decennio spietato. Poi c'è il marchio di Joey Molland, difficile sbagliarsi.

CD Baby | e-music

venerdì 20 gennaio 2012

Disco del Giorno 20-01-12: Jay Gonzalez - Mess Of Happiness (2012; Middlebrow)

Certo che trovare un potenziale top 10 per il 2012 già a metà gennaio è un discreto colpo di fortuna. Inaspettato, per di più. Apparentemente opera d'autore ignoto, Mess Of Happiness, esordio da solista per Jay Gonzalez, è il disco di un artista di Athens che di lavoro vero fa il tastierista per i celebri Drive By Truckers, piccole leggende neanche troppo sotterranee dell'alt.country targato deep south. Una volta scoperte le generalità del protagonista, non ci si aspetterebbe necessariamente dal suo album ciò che l'album medesimo in realtà offre. Musica rurale americana? nient'affatto, qui siamo di fronte ad un disco pop, un signor disco pop, tra i migliori dischi pop ascoltati negli ultimi mesi.

Mess Of Happiness è una centrifuga di sottogeneri che l'alchimista Gonzalez rifinisce a piacimento, riuscendo infine a dare strabiliante coesione ad una collezione di brani che una volta, nel famoso mondo migliore, sarebbero passati alla radio comportandosi da singoli. Ed è proprio il presunto ed unico vero singolo, Punch Of Love, ad aprire la collezione, esibendo un corpulento powerpop di area Superdrag / Harvey Danger contaminato da una delicata coda lisergica che inizia a far capire che l'autore di scontato mostrerà pochino. La magnifica ballata dedicata a tale Luisa prosegue la dimostrazione evitando come in uno slalom i pericolosi paletti del luogo comune, mentre inattaccabili brani quali Turning Me On, Baby Tusk e Skinny Little Fingers riporteranno i pensieri di molti all'epoca d'oro dell'AM Rock, quando per passare in modulazione bisognava saper scrivere e leggere la musica per davvero e il diabolico Autotune era a circa un'era geologica dall'essere inventato.

Basterebbe quanto detto per indurvi all'acquisto di Mess Of Happiness, immagino, eppure nemmeno abbiamo citato le canzoni migliori del disco, e anche se vi sembrerà incredibile, le cose stanno proprio così. Dalla traccia otto alla traccia dieci, una sequenza da brividi: I Urge You è il lasciapassare che l'autore userà per entrare dalla porta principale nell'olimpo dei grandi cantautori pop degli ultimi anni, usando il cesello per rifinire dinamiche armoniche davvero creative laddove altri, per ottenere la forgia massima, ancora usano il cianuro. E se il geniale posizionamento delle liriche sul tappeto sonoro della clamorosa Short Leash scomoda addirittura i Cotton Mather acustici, la brevissima e schizofrenica Tension è uno spaccato di caos melodico fuori controllo che farebbe sobbalzare Pollard.

Ogni tanto Jay Gonzalez si accomoda sul sofà e si diletta con svagate digressioni acustiche. Il primo esempio in tal senso è scolpito in Phil's 'Fro; il seondo nella conclusiva Dios Te Benediga, titolo che volentieri dedichiamo all'autore per aver idealmente prolungato le nostre vacanze con questo favoloso regalo natalizio ritardato.

Facebook | Bandcamp

venerdì 13 gennaio 2012

Disco del Giorno 13-01-12: The Well Wishers - Dreaming Of The West Coast (2012; Cool Buzz)

Parrebbe impossibile, eppure è così. Jeff Shelton è uno dei padri della scena powerpop degli ultimi quindici anni, eppure, mea culpa, fino ad ora non era mai apparso sulle pagine di Under The Tangerine Tree. Cinque album a nome Spinning Jennies, mentre Dreaming Of The West Coast, oggetto della trattazione odierna, è il sesto registrato sotto l'ormai notorio moniker The Well Wishers, prolifica incarnazione di uno Shelton che album dopo album continua a diradare l'onnipresente nebbia sul Golden Gate della sua Bay Area.

Cinque album, dicevamo, fallimenti zero. Shelton, che anche in questo caso gestisce familiarmente il gruppo insieme all'antico sodale Nick Laquintano, si affida alla formula base della chimica powerpop, costruendo le proprie opere su semplici e decisi riff chitarristici sempre sull'orlo del vicolo cieco ma che sempre, immancabilmente, riescono a trovare il pertugio per sciogliersi in imprevisti ritornelli dalle melodie subito esaustive. E se i detrattori, ammesso e non concesso che ci siano, potrebbero eccepire che un disco dei Wishers vale l'altro essendo minime le differenze stilistiche tra un lavoro e quello successivo, dobbiamo sottolineare come la confidenza con cui Jeff gestisce il proprio elementare stile gli permetterebbe di pubblicare infiniti album continuando a fare centro.

Come nelle osterie di una volta, i piatti di Jeff sono frutto di ricette semplici: magari non ci sarà una grande scelta tra le portate, ma tutti sanno che quelle che verranno servite non falliranno. Questione di pratica. Il menù, anche stavolta, è dunque giocato sull'alternanza tra efficacissimi spaccati di ispirazione jangle rock come l'iniziale Escape The Light, come Here Comes Love, e soprattutto come Honoree (la cui interpretazione vagamente vintage conferisce al brano la palma di campione del disco) e momenti più duri, angolari e melodici solo all'improvviso come Allison, Tonight e Mother Nature, tutte in qualche modo sospese tra i Nada Surf e i Posies di Amazing Disgrace. Detto della qualità generale sempre sopra standard delle composizioni di Shelton, ad infiocchettare il tutto ci pensano Nothing Ever Changes, singolare ballata al limite un pò seventies dotata di intuizioni armoniche davvero meritevoli e Have Some More Tea, grande esecuzione del brano originariamente composto dagli psych-poppers britannici Smoke nel 1967.

E' vero, non ne avevamo mai parlato. Ma ora abbiamo tappato questa falla, dunque non avete più scuse per non gettarvi sulla sconfinata discografia di Jeff Shelton, e Dreaming Of The West Coast è un ottimo punto di partenza per iniziare il lungo percorso a ritroso. Buon viaggio!

NB: i dischi (cinque) degli Spinning Jennies, il precedente gruppo di Shelton, sono ormai piuttosto difficili da reperire. Per farvi una necessaria idea di questa grande band consiglio di procurarvi Full Volume, sorta di best of uscito nel 2006 che raccoglie molte delle loro migliori composizioni.

MySpace | Bandcamp

sabato 31 dicembre 2011

I migliori LPs del 2011! (seconda parte)

Ed ecco a voi i migliori 15 LPs usciti nel 2011 secondo la nostra redazione!

15. Title Tracks - In Blank E dire che Johnny Davis, il capo del discorso, fino a tre anni fa nemmeno sapeva di cosa si trattasse quando si parlava di pop. Già con un disco d'esordio tra i migliori 100 del 2010, Johnny con In Blank procede di tre grossi passi a livello di songwriting e il disco fa saltare sulla sedia. Peccato per la produzione mono eccessivamente scarna, ma la stoffa c'è, e se siamo solo all'inizio...

14. Pugwash - The Olympus Sound Con una lineup così (Folds-Partridge-Gregory a dare una mano), ed un mixaggio ad Abbey Road era difficile aspettarsi un flop. Thomas Walsh nemmeno stavolta delude, e dimostra ancora una volta che il beneficiario principale e benemerito dell'asse ereditario XTC è proprio lui. Portabandiera di una terra, l'Irlanda, sempre più importante per il powerpop odierno, il corpulento autore dublinese mette a segno il miglior colpo della discografia dopo Jollity, meraviglia uscita nel 2005.

13. Love Boat - Love Is Gone La fase ascensionale del pop italico non è ancora terminata, e dalla Sardegna arriva quello che è stato il disco più divertente dell'estate 2011. Scalmanato beat pop senza fronzoli, poco levigato e decisamente incontenibile nelle sue vorticose melodie da ballo sfrenato. Canzoni brevi e melodie che ispirano disimpegno e sbronze. Scusate, ma il rock'n'roll è (anche) questo.

12. Ron Sexsmith - Long Player Late Bloomer Nemmeno il sodale Costello ha mai capito come mai Ron non sia mai uscito dall'anonimato in vent'anni e dodici album di carriera. Nemmeno noi, ad essere sinceri. Con Long Player Late Bloomer il cantastorie canadese realizza un lavoro che, pescando a piene mani nei tormenti della propria anima, partorisce alcune tra le melodie più intense dell'anno. Che la storia ce lo conservi, tutti noi continueremo ad avere bisogno di gente così.

11. The Red Button - As Far As Yesterday Goes Ne avevamo parlato come di un sicuro top ten, non siamo andati lontani. Swirsky e Ruekberg ampiano la gamma cromatica della loro sconfinata tavolozza ed al merseybeat ortodosso che fu aggiungono deliziosi spaccati di 70s singer/songwriting, di west coast sound e di ballate da pelle d'oca. Non aspettatevi l'immediatezza del predecessore, e date tutto il tempo che serve ad un album come questo, sicuri che, anche stavolta, non ne potrete fare a meno facilmente.

10. Robbers On High Street - Hey There Golden Hair Una delle grandissime sorprese dell'anno. Mi dicono terzo album, ma noi li scopriamo soltanto ora. Mi dicono di una band indie pop sul grande filone degli Spoon, mi ritrovo un nutrito gruppo di musicisti dedito ad un geniale pastiche fatto di british invasion, musica popolare contemporanea ed idee progressive nel senso più nobile del termine. Un bel colpo di fortuna, dobbiamo ammetterlo, l'essersi imbattuti casualmente in questa sorprendente banda di Brooklyn.

9. Cirrone - Uplands Park Road Ci pensano Alessandro, Bruno e Mirko, ossia i fratelli Cirrone, a tenere altissima la bandiera italiana nel cielo del powerpop internazionale. Che periodi per noi, ragazzi, si stenta a crederlo. I Beatles originali un attimo prima, e un attimo dopo miracolosamente sciolti in un sound powerpop di quello robusto, quello inventato da Chilton e perpetrato negli anni da Sloan e Shazam. Possiamo dirlo? Diciamolo: l'album rock melodico dell'anno.

8. Army Navy - The Last Place Lo avevo notato già ascoltando l'album d'esordio: Justin Kennedy, con quello stile, potrebbe farmi sognare cantando qualsiasi cosa. The Last Place, poi, è il classico album i cui brani potrebbero essere tutti singoli. Per il resto, immaginate una britpop band dei medi anni '90 impegnata a coverizzare un catalogo di powerpop a stelle e strisce di trent'anni fa. Il ragazzo sa scrivere melodie d'oro e il tutto fa pensare che, forse, il miglior modo di intendere il genere oggi è proprio questo.

7. An American Underdog - Always On The Run Grande anno per i cantautori, il 2011. Andy Reed, già presente nella top 10 di UTTT nel 2008, torna ad occupare il posto che gli compete con diverso pseudonimo ed uguale classe. Always On The Run è cantautorato rock ai massimi livelli, con un approccio che scomoda il miglior Brendan Benson sapientemente accostato a private considerazioni acustiche guidate da soluzioni melodiche che fanno dell'originale semplicità il proprio punto di forza. Un altro colpo vincente per Andy!

6. David Mead - Dudes Adoro David Mead, ed il suo penultimo lavoro, Almost And Always, mi era molto piaciuto. Mi ero convinto, peraltro, che la china intrapresa dall'autore fosse quella di una carriera sempre più votata al folk acustico e sempre meno al pop chitarristico. Contrordine: assoldato Adam Schlesinger alla produzione, David piazza il colpo gobbo e quello che probabilmente è il suo album migliore, con quel naturale alternarsi di classici istantanei upbeat e meraviglie acustiche che il genietto di Nashville dispensa con la consueta nonchalance.

5. Kevin Martin - Throwback Pop Clamorosamente ignorato dalla comunità internazionale, Kevin Martin propone un disco di eccentrico cantautorato in stile settantesco da stropicciarsi gli occhi. Giocato su sapienti basi pianistiche e sfarzosi arrangiamenti barocchi, Throwback Pop è il miglior disco di genere dai tempi dell'omonimo Mitch Linker; un disco che sa di Elton John e di ELO e di Jellyfish con un potenziale singolo, TV News, da perdere letteralmente la testa.

4. Secret Powers - What Every Rose-Grower Should Know Shmed Maynes è ribelle, provocatorio, esuberante. Scrive canzoni che non sono solo canzoni e che pochi altri hanno il coraggio di scrivere perchè sono diverse. Diverso l'approccio, diverse le strutture, diversi i contenuti. Il resto, invece, ce lo aspettavamo: quattro album e tre top ten per quello che oggi è l'autore più continuo in attività. Pop progressivo da tramandare ai posteri e chissà quante volte, ancora, ne dovremo parlare.

3. Brandon Wilde - Hearts In Stereo L'album cantautorale dell'anno è questo, poche storie. In una stagione fantastica per il pop disegnato in solitaria, Hearts In Stereo se ne va con la palma di vincitore, perchè il nome dell'album racconta quasi tutto e perchè, crediateci o no, è difficilino essere travolgenti agendo in questi termini. Ci vuole sentimento, ci vuole talento, ci vuole grande cultura. Nel frullatore ci vanno McCartney e Rhodes, ovvio, ma anche le controfigure serene di Pete Ham e, perché no, Chris Bell. Un album da avere e da vivere anche per chi non è aduso ad ascolti del genere.

2. The Skeleton Staff - Psycomorphism Mi ero perso l'esordio di questo combo australiano, Solipsism, uscito un anno fa, di conseguenza questo nuovissimo Psycomorphism rappresenta la più grande scoperta dell'anno. Dall'Australia, terra che non manca mai di nutrirci con pop music di classe superiore, arrivano Stanton Marriott e soci con una valigia stipata di canzoni immense. La scelta è sublime, ricca, elegante. Affrescata di pittura barocca e di Divine Comedy, di heavy pop e di eccentricità Queen; di variazioni di ritmo, di ambiente e di genere. Capsize, tra i brani dell'anno, catapulta il miglior Brian Wilson nell'iperspazio. Giganteschi.

1. Fountains Of Wayne - Sky Full Of Holes Lo confesso. Traffic & Weather, l'album che i Fountains Of Wayne pubblicarono nel 2007, non mi era piaciuto. Ovviamente, il disco sarebbe stato considerato un ottimo lavoro se fosse stato scritto da una band qualunque. Ma da loro no, da loro ci si aspetta sempre qualcosa in più, anche perché in discografia vantano almeno due tra i venti album più importanti della storia del college rock americano. Avevo paura che la loro carriera avesse imboccato la parabola discendente e che fosse difficile per loro tornare a salire. E invece sono tornati, e come. Sky Full Of Holes è sui livelli dei loro momenti migliori, e chi li ha amati capirà che, per logica conseguenza, la prima posizione quest'anno spetta a loro di diritto. Si torna alla base del manuale per compositori pop Collingwood/Schlesinger, alle loro magiche storielle iperrealiste, ad una pletora di singoli incredibile. Dai clamorosi tempi upbeat di Someone's Gonna Break Your Heart e A Dip In The Ocean, probabile pezzo dell'anno, al midtempo di Richie And Ruben. Dalle radici americane di The Road Song alla pacatezza sublime della conclusiva Cemetary Guns, per concludere dal principio, dalla malcelata nostalgia che sgorga dalla strepitosa apertura The Summer Place griffata Schlesinger . Lo ripeto ancora una volta: i Fountains Of Wayne, quelli migliori, sono tornati per davvero, e volentieri li premiamo con il meritatissimo gradino alto del podio 2011.

venerdì 30 dicembre 2011

I migliori LPs del 2011! (prima parte)

Il 2011 è stato l'anno con più dischi di qualità eccelsa dai tempi del clamoroso 2008, ma per "leggere" la nostra classifica, proprio perchè tendenzialmente rinnovata, sono necessari tre ordini di valutazione:

1- Al posto della solita top 100, la classifica sul top of the pops 2011 andrà in scena in una ridotta versione formato top 30. Mi sono reso infatti conto che, ad un certo punto, diventava davvero difficile comprendere le reali differenze chessò, tra la posizione 85 e la posizione 87, cosa che diventa molto più facile e sensata in una classifica più concentrata;

2- Nondimeno, in un'annata da ottimo raccolto come quella di quest'anno, ci sarebbero stati tanti altri dischi da segnalare e che mi piange davvero il cuore dover escludere, ma il dado èormai tratto: leggendo le tante altre ottime powerpop top lists in giro per la rete avrete modo di scoprire tonnellate di altri album meritevoli;

3- La classifica, come al solito impostata in ordine inverso per chiare logiche di suspance, sarà quest'anno divisa in sole due parti: quest'oggi si partirà dalla posizione 30 per approdare alla posizione 16, mentre domani highlights sulla top 15, che sostituirà la solita top 10. Tutte i dischi nominati saranno accompagnati da un commento flash e dai classici links.

Senza ulteriori premesse, ecco dunque a voi i migliori 30 dischi del 2011 secondo UTTT!

30. Greg Pope - Monster Suit Quarto studio album, quarto centro. Stavolta, il disco doveva essere semplicemente la colonna sonora di un suo film chiamato Giant Monster Playset. Come ci si poteva aspettare, la suddetta colonna sonora è un altro grande disco dove le supreme melodie pop sono affogate in un antiaccademico magma fatto di fuzz ed occasionali scrosci psichedelici.

29. The Wellingtons - In Transit Sette anni di attività, quattro album, due tour mondiali per una delle bands più attive sul pianeta powerpop. Il quintetto di Melbourne sciorina una serie di brani che sono pop nel senso quintessenziale del termine. Armonie boy/girl laccate oro, arrangiamenti vistosi e freschissimi e chili di quel tipico entusiasmo che sempre, nel genere, accompagna gli artisti australiani.

28. The Beagle Ranch - A Moment Away Quando il college pop è scritto e pensato per risultare immediato nella mente e nel cuore. Vagamente jangly, palesemente teen, A Moment Away agisce in fretta e non molla facilmente. I Rocket Summer dischi così non li scrivono da tempo immemore.

27. Scott Gagner - Rhapsody In Blond L'ex leader degli eccellenti Cartographer piazza un disco essenzialmente perfetto in un grande anno per i singer/songwriters. Benchè le divagazioni psichedelche e la qualità indubbia dei numeri acustici lascino il segno, Scott piazza un paio di baionettate popular da perdere la testa. A questo punto, visti i risultati, aspettarsi dall'autore una certa continuità è il minimo.

26. The Genuine Fakes - The Striped Album La Svezia ha sempre portato con orgoglio la torcia del powerpop e, benchè negli ultimi anni la quantità delle bands scandinave dedite al genere sia diminuita, bisogna dire che la qualità media continua a destare stupore. I Genuine Fakes del genietto Johan Bergqvist la prendono all'americana, e senza disdegnare melodie vitaminizzate, piazzano innumerevoli stoccate liriche su un sound degno del miglior geek rock anni '90.

25. Calhoun - Heavy Sugar Qualcuno storcerà il naso per questa scelta, vedendo del marcio in un disco che indubbiamente strizza l'occhio alla grande folla. Ma come sempre l'importante sono le canzoni e i Calhoun, con qualche prurito Arcade Fire disperso nel substrato culturale delle radici americane, sciorinano quello che se me la passate è il disco indie, Dio quanto odio questo termine, meglio riuscito e meno cafone dell'anno.

24. Longplayer - s/t Quando il mito diventa un'ossessione, e l'ossessione un grande disco. Altra band svedese ed una stella polare: Lynne, Jeff Lynne. Probabilmente, il disco che meglio rappresenta lo spirito degli ELO dai tempi di Alpacas Orgling, indimenticato classico firmato dal maestro Bleu.

23. Dropkick - Time Cuts Ties Ennesimo (siamo a nove full lenghts in dieci anni) ottimo lavoro per questa prolifica band scozzese. Il senso è sempre quello, ma i loro dischi, in un determinato ambito, sono sempre meglio degli altri. Di americanizzare i Teenage Fanclub sono capaci in pochi, e di riuscirci bene quasi nessuno. Time Cuts Ties è il disco perfetto per dare il cambio, nell'autoradio, al celeberrimo Elvyn di un anno fa.

22. The Cry! - s/t Semplice, immediato, anfetaminico powerpop con impressi a fuoco i germi del tardo punk rock, per un disco che sembra uscito dal 1981. Canzoni brevissime, spesso sotto i due minuti, ed una carica melodica che dire travolgente è dire poco. Immaginatevi i Cute Lepers, ma più sintetici e più avvezzi ad una strofa melodica in pieno stile Who. Devastanti.

21. Noel Gallagher's High Flying Birds - s/t Alzi la mano chi di voi si aspettava un ritorno simile da parte del capo degli Oasis. Ok, ce lo aspettavamo tutti, in realtà. Rispetto a Beady Eye, non indecoroso ma un filo troppo scontato, il nuovo disco di Noel è fatto esattamente di quello che ci si apetta da lui. Uno che in vita avrà scritto mille canzoni sbagliandone dieci, o forse meno.

20. The Dahlmanns - All Dahled Up Da tempo immemore non mi divertivo così tanto ascoltando del bubblegum. I coniugi Dahlmann producono una delle più frizzanti opere di settore dai tempi di After School Special dei Teen Machine, fondendo in melodie che sono pura saccarina i Ramones, i Primitives e...gli Abba!

19. Mike Viola - Electro De Perfecto Un altro autore che non ha bisogno di presentazione alcuna è Mike, uno che, per dire, sta migliorando con una carriera solista super la propria discografia dopo aver sconvolto ogni appassionato di pop music con bands come Candy Butchers, Major Labels e LEO. Sempre più confidente, sempre più preciso. E almeno due brani da inserire facilmente nella playlist dell'anno.

18. Onestop - Labor Of Like Inspiegabilmente sottovalutato dalla comunità internazionale, ma non sfuggito ai nostri radar, è il secondo lavoro dei Onestop, dopo l'ottimo esordio chiamato Pop Shop uscito cinque anni fa. Un lavoro ondivago, equilibrista nel suo essere indiepop, puramente power ed incredibilmente scintillante nella capacità di prendere possesso del cervello piazzando la canzone che non ti aspetteresti. Se non ne avete sentito parlare, un ascolto dateglielo: scommetto qualcosa che il passo successivo vi condurrà all'acquisto.

17. Supraluxe - The Super Sounds Of Supraluxe Uno dei gruppi più solidi degli ultimi anni torna con un disco che, a parte qualche svago, gioca sui fantasmi di una profonda introspezione perlopiù acustica. Canzoni che si impossessano dello stomaco senza mollarlo facilmente ed una significativa nomination per il premio "Elliott Smith 2011". Grandi emozioni.

16. Smith And Hayes - Volume 2 Quando la copertina di un disco dice tutto. Smith And Hayes, parafrasando il best of dei Beatles "One", ci regalano una serie di tracce che rappresentano il miglior omaggio ai Fab Four uscito quest'anno. Poi, come al solito, le canzoni bisogna saperle scrivere e il duo, in quanto a ciò, non ha grossi problemi. Voglia di qualcosa che sia pervicacemente beatlesiano senza trascurare lo stile? Prego, servitevi a sazietà.

giovedì 29 dicembre 2011

Tempo di classifiche: I migliori EPs del 2011!!!

Infine ho deciso di adeguarmi alla norma, così anche su Under The Tangerine Tree, per la prima volta, le classifiche sul meglio dell'anno in dirittura d'arrivo vengono pubblicate in prossimità della notte di San Silvestro. Senza ulteriori indugi, partiamo dunque con la top ten degli extended play 2011! (NB: come di consueto, tutti i titoli in classifica sono "linkati" alla recensione di UTTT, quando disponibile, oppure ai vari MySpace, Facebook, Bandcamp, Cd Baby o comunque ove sia possibile ascoltarne i contenuti ed ottenere info utili).

01. The Connection - Stop Talking

02. Drake Bell - A Reminder

03. Labradors - The Roger Corman ep

04. Paul Starling - Aimed Arrows

05. Kurt Baker - Rockin' For A Living

06. Tim Culling - Goodbye Western Sun

07. The Jellybricks - Suckers

08. Broken Bricks - Little Fugitives

09. The Janglemen - 5 By The Janglemen

10. Marshall Holland - Statistically I Should Say

E' stata un'ottima annata questa per gli eps, perciò buon divertimento!